GIUDA “Let’s Do It Again”

GIUDA

Let’s Do It Again

Damaged Goods-Fungo Records/Goodfellas

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GIUDA son una band romana nata sulle ceneri dei punk Taxi, che tanto ha fatto parlare di sé col loro primo disco, Racey Roller, non solo finito sulle pagine di Mojo, vera rarità per un gruppo italiano, ma che ha pure collezionato pareri entusiastici da personaggi quali Kim Fowley, Robin Wills dei Barracudas e Phil King di Lush e Jesus & Mary Chain, tra gli altri. Ed evidentemente anche da parte del buon vecchio Billy Childish, visto che Let’s Do It Again esce nientemeno che su Damaged Goods, l’etichetta del vecchio leone inglese. Beh, non si può negare che se siete in cerca di un misto di  rock’n’roll, punk, glam e pub rock stradaiolo, il tutto infarcito di melodia, cori da stadio da cantare a squarciagola, riffoni ed assoli di chitarra, pianoforti saltellanti e tanto ritmo, i dieci brani di questo nuovo album dei Giuda, siano la fermata che fa per voi. Niente che non si sia sentito migliaia e migliaia di volte, con anche quel pizzico di tamarragine proletaria, sacrosanta ed obbligatoria, visto il contesto, ma, nel genere, fatto assai bene.

Lino Brunetti

ARCTIC MONKEYS & THE STRYPES live @ Mediolanum Forum, Assago (MI) – 12 novembre 2013

ARCTIC MONKEYS + THE STRYPES

MEDIOLANUM FORUM

ASSAGO (MI)

13 NOVEMBRE 2013

Che gli Arctic Monkeys siano una delle band più brillanti, intelligenti e capaci del rock contemporaneo, non credo possa essere messo in discussione. Lo ha dimostrato recentemente anche l’uscita del loro quinto album, l’ottimo AM, fin dal titolo un piccolo omaggio agli immensi Velvet Underground, ma poi disco capace di accostamenti arditi, in grado di essere sintesi tra l’energia dei primi dischi e la maggior raffinatezza e ambiziosità di quelli successivi, colmo inoltre di canzoni in grado di piacere al pubblico più raffinato, così come a quello che un po’ meno si dedica alla scoperta di gemme nascoste. E’ anche per questo che, nonostante la sua perfezione, l’inappuntabilità della musica scaturita dal palco, la cura con cui è stato seguito ogni aspetto – vedi il tutto sommato semplice ma efficace spettacolo delle luci – il loro concerto mi ha lasciato almeno in parte dubbioso. Perché da una band come loro, mi aspettavo qualcosa di più di un bel compitino di un’ora e venti (andiamo, con cinque album alle spalle?) e di una resa delle canzoni sì potente e spesso esaltante, ma pure sempre fin troppo ligia a ricalcarne la versione su disco. Il solito rimbombo del Forum c’ha messo poi del suo, livellando a sonorità boombastic tutte le sfumature che eppure c’erano. Scaletta in buona parte incentrata sull’ultimo disco, ma con ovvie puntate nel repertorio precedente, che ha senza dubbio trafitto il cuore di buona parte del, come al solito, calorosissimo pubblico milanese, il quale, proprio per questo, a mio parere meritava qualcosina di più. Discorso diverso per i giovanissimi The Strypes, che la serata avevano aperto. Sia pur meno estrosi e creativi musicalmente di Turner e soci, i quattro irlandesi hanno infiammato la platea con un sound che, dal vivo, è ancora più ruvido, selvaggio ed eccitante che su disco. Il batterista martella senza posa come un ossesso, il bassista gli va dietro accrescendo più il tasso elettrico che non segnando il ritmo, mentre il chitarrista svisa, si lancia in assoli infuocati e fa fluire feedback ed elettricità quasi come un novello Jimmy Page. Bravo anche il cantante, solo giusto un po’ troppo impalato e statico come frontman. Quarantacinque minuti al fulmicotone per loro, dove al loro repertorio ultra sixties, come anche su disco, hanno aggiunto qualche cover, lasciandosi andare, tra l’altro, pure a qualche momento jammante, che ha dimostrato, semmai ce ne fosse stato bisogno, la solidità di una band che non è un fuoco di paglia. Immagino cosa possano combinare tra le mura di un club, probabilmente la loro dimensione ideale!

Lino Brunetti

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Arctic Monkeys

The Strypes

The Strypes

 

MOTORHEAD “Aftershock”

MOTORHEAD

Aftershock

UDR Records/Warner

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Ci sono domande difficili alle quali non so rispondere (E’ nato prima l’uovo o la gallina?), domande che non ha nessun senso porre (Ciao, come va con il tuo tumore?), domande che non me ne frega niente della risposta (Cosa farà domani il presidente della Repubblica?). Poi ci sono le domande inutili e la domanda più inutile di tutte è: Uè, ho letto che è uscito il nuovo disco dei Motorhead, com’è? E’ come chiedere se le banane sono sempre storte o il basilico è ancora verde. Il nuovo disco dei Motorhead è sempre quello, da sempre, vale a dire una garanzia di rock’n’ roll ad alto volume. A volte Lemmy (poche a dire la verità) si è adagiato su coretti che non avevano nessun appeal per la sua voce, qualche singolo che non centrava nulla l’ha anche piazzato, ma quando si dimentica certe cazzate riesce sempre ad essere un credibile rocker. E non potrebbe essere altrimenti per uno che ha vissuto una vita come la sua, sopravvivendo a una lunga, lunghissima, serie di eccessi, tour, droghe, alcol e donne, arrivando alla veneranda età di 68 ancora con la voglia di fare dischi e soprattutto tour. Le cose quest’anno non sono andate per il meglio però perchè per problemi di salute i Motorhead hanno dovuto cancellare una consistente parte del loro tour, interrompendo dopo mezz’ora anche la loro esibizione al Wacken Festival. Nell’attesa della sua completa guarigione ecco che arriva Aftershock e il copione non cambia di una virgola. Fatta eccezione per l’orecchiabile singolo Crying Shame (comunque una buona AC/DC song), il resto sono pelli pestate a sangue da Mikkey Dee, incendiari assolo chitarristici del sempre sottovalutato Phil Campbell e rozzi ululati da parte di Lemmy. Si potrebbe quindi chiudere qui ma invece voglio segnalare Do You Believe con Campbell al top in un classico del loro repertorio, un paio di bluesati pezzi ad alto tasso alcolico (Lost Woman Blues, Dust and Glass) e infine i pezzi che fanno sostanza, quelli tirati nudi e crudi, quelli che sono la vera anima motorheadiana, vale a dire Heartbreaker, End Of Fire, Going To Mexico, Queen Of The Damned, Paralyzed, brani che già dal primo riff sai già come si sviluppano e come finiscono, rassicuranti come la mamma. Ed è garantito che loro sono la mamma di molti di noi.

Daniele Ghiro

KING KHAN & THE SHRINES “Idle No More”

KING KHAN & THE SHRINES

Idle No More

Merge/Goodfellas

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Per essere un tipo iper prolifico quale in effetti è, i sei anni passati tra il precedente album e questo debutto su Merge, paiono un po’ strani per KING KHAN &THE SHRINES. Certo, nel frattempo, l’autoproclamatosi Emperor of RnB, ha avuto modo di fare le sue sortite con quell’altro pazzoide di Mark Sultan, ma insomma, Idle No More segna in qualche modo un ritorno. E che sia un disco rifinito e pensato, è dimostrato dalla qualità suprema delle sue canzoni. Stavolta il folle cantante e chitarrista indo-canadese, ha cristallizzato in 12 luccicose tracce, un suono che sta tra il soul della Stax, il garage rock d’era Nuggets, il selvaggio istrionismo di James Brown e persino qualche spolveratura degna della Sun Ra Arkestra meno cervellotica. Riuscite ad immaginarvi nulla di meglio? Io a fatica, specie poi se le canzoni sono eccelse sia quando paiono fare il verso agli Stones più lascivi (Thorn In My Pride), che quando si adagiano sulle corde di una ballata notturna (Darkness), o come quando danno vita ad una festa selvaggia, in cui si balla al suono di ottoni tirati a lustro e organi guizzanti. Canzoni come So Wild, Better Luck Next Time o Born To Die, tra le altre, vi garantiranno un party coi fiocchi. Se poi dovessero passare dalle vostre parti, mi raccomando, portate il culo fuori casa. Loro ve lo faranno dimenare fino allo sfinimento.

Lino Brunetti

END OF THE ROAD 2013 – UN RACCONTO PER IMMAGINI

senza titolo-124Un po’ come abbiamo fatto per il Primavera Sound, vi raccontiamo qui l’edizione 2013 del bellissimo festival End Of The Road – si tiene nel Dorset, in Inghilterra, ogni anno alla fine di agosto – attraverso una galleria di immagini, rimandandovi ad un più completo report che apparirà sul prossimo Buscadero. Per il momento, buona visione quindi.

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Annie Eve

Annie Eve

Widowspeak

Widowspeak

Diana Jones

Diana Jones

Landshapes

Landshapes

Ralfe Band

Ralfe Band

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Pins

Pins

Pins

Pins

Pins

Pins

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Futur Primitif

Futur Primitif

Allo Darlin'

Allo Darlin’

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Doug Paisley

Doug Paisley

Serafina Steer

Serafina Steer

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Money

Money

Eels

Eels

Eels

Eels

Eels

Eels

Matthew E. White

Matthew E. White

Bob Lind

Bob Lind

David Byrne

David Byrne

St. Vincent

St. Vincent

Savages

Savages

Savages

Savages

King Khan & The Shrines

King Khan & The Shrines

Birthday Girl

Birthday Girl

Fossil Collective

Fossil Collective

Evening Hymns

Evening Hymns

Pokey La Farge

Pokey La Farge

Indians

Indians

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Night Beds

Night Beds

Dawes

Dawes

Dawes

Dawes

Angel Olsen

Angel Olsen

Angel Olsen

Angel Olsen

Leisure Society

Leisure Society

Leisure Society

Leisure Society

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Warpaint

Warpaint

Warpaint

Warpaint

Warpaint

Warpaint

Anna Von Hausswolff

Anna Von Hausswolff

Anna Von Hausswolff

Anna Von Hausswolff

Trembling Bells

Trembling Bells

Trembling Bells with Mike Heron

Trembling Bells with Mike Heron

Mike Heron

Mike Heron

Mike Heron

Mike Heron

Crocodiles

Crocodiles

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Charlie Boyer & The Voyeurs

Charlie Boyer & The Voyeurs

Charlie Boyer & The Voyeurs

Charlie Boyer & The Voyeurs

Damien Jurado

Damien Jurado

William Tyler

William Tyler

Bo Ningen

Bo Ningen

Bo Ningen

Bo Ningen

Bo Ningen

Bo Ningen

Valerie June

Valerie June

Valerie June

Valerie June

Valerie June

Valerie June

Broken Twin

Broken Twin

Broken Twin

Broken Twin

John Murry

John Murry

John Murry

John Murry

Dinosaur Jr

Dinosaur Jr

Dinosaur Jr

Dinosaur Jr

Barr Brothers with Futur Primitif

Barr Brothers with Futur Primitif

Caitlin' Rose
Caitlin’ Rose

All photos © Lino Brunetti

Don’t use without permission

RAVEN “ROCK UNTIL YOU DROP” DVD

RAVEN

Rock Until You Drop

SPV/Steamhammer

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Il lavoro di recupero delle radici dell’heavy metal continua con questi documentari che testimoniano la nascita e l’esplosione (e l’oblio, a volte) di alcune band fondamentali. I lavori fatti da Iron Maiden, Motorhead, Saxon nel recupero dei loro primi anni di vita è veramente divertente ed interessante, ma la loro storia, lastricata di successi e notorietà, è ben diversa da quelle band minori che pur avendo avuto nei primi anni di crescita del metal un ruolo primario, l’hanno poi inopinatamente perso. Emblematica in questo senso la storia raccontata nel magnifico film sugli Anvil, ed è proprio sulla stessa falsariga che si dipana la vicenda raccontata in questo doppio DVD degli altrettanto “fondamentali” Raven. Gli inizi sono i soliti, i fratelli John e Mark Gallagher e l’amico Rob Hunter vivono il proprio sogno musicale nell’inghilterra industriale e depressa dei primi anni ottanta, cattiveria, fame e tanta voglia di fare casino. La nascita dello speed metal e del thrash passa anche attraverso loro, i primi album furono schegge impazzite di rock’n’roll che tanto doveva agli Sweet quanto al punk più intransigente. Poi le cose non sono andate proprio per il verso il giusto, l’ispirazione è scemata e i tempi sono cambiati, ma la voglia di NWOBHM di questi ultimi anni li ha nuovamente riportati in tour per il mondo. Il DVD è assemblato in maniera quasi amatoriale, una sorta di copia e incolla di tutto il materiale che sono riusciti a recuperare, alcuni filmati sono veramente d’epoca, ma di certo si trasformano in autentici cult per i loro estimatori. Il tutto è condito con la solita sfilata di “rockstar” che tributano il loro plauso alla band, tra questi Chuck Billy, Udo, Dee Snider, Lars prezzemolo Ulrich. Quei tempi se ne sono andati ma è giusto ricordare chi ha contribuito in maniera esaltante alla nascita di una scena che ancora oggi seppur trasformata, modificata e “diversa” è ancora viva, pulsante, e ovviamente spaccatimpani.

Daniele Ghiro

IGGY & THE STOOGES @ IPPODROMO SAN SIRO, MILANO, 11 luglio 2013

IGGY & THE STOOGES

IPPODROMO SAN SIRO

MILANO

11 LUGLIO 2013

Diciamoci la verità: Iggy Pop avrà pure quasi settant’anni (!), sarà sciancato quanto volete e a qualcuno potrà pure risultare un po’ patetico, ma quando si parla di rock’n’roll e di punk-rock, è ancora in grado di dare la zuppa al 99% delle bands in circolazione. Con un disco nuovo alle spalle – Ready To Die, tramite il quale ha riesumato ancora una volta il nome degli Stooges – alla fine ben più efficace di quanto m’era parso durante i primi ascolti, rieccolo ancora in pista a tenere in vita l’aspetto più iconico, viscerale e selvaggio del rock. Quando si presenta sul palco a petto nudo, indifferente ai segni del tempo che quel corpo inevitabilmente porta incisi su di esso, e attacca con Raw Power, è come se non ci fosse più spazio che per questa inesauribile e vitale energia cosmica a cui abbiamo dato il nome di rock. E’ lui, l’Iguana, forse il più autorevole propugnatore del Verbo, il tramite attraverso il quale la fiamma continua a rimanere accesa. Devo proprio confessarlo, era da un sacco che non mi divertivo così tanto. Iggy è una bestia, un animale viscido e cattivo che neppure l’età è riuscito ancora a domare. Corre avanti e indietro sul palco, si batte il petto come uno scimmione in calore, sputa a ripetizione, eppure la sua voce è intatta e riesce ad essere efficace sia nell’urlo che nelle parti più modulate. Dietro Iggy, gli Stooges sono una macchina da guerra: scomparso il compianto Ron Asheton, oggi la chitarra è stata ripresa in mano da James Williamson, un chitarrista che sa come sputare fuori riff e assoli a ripetizione; fuori gioco, almeno dal vivo, pure l’altro Asheton, Scott, le bacchette sono saldamente in mano a Toby Dammit, un macinatore di ritmi infaticabile, supportato dal basso implacabile di un rovinatissimo Mike Watt e dalle infiltrazioni del sax di Steve MacKay, che a vista pare avere 1000 anni. Può un così scombinato assortimento d’improbabili personaggi essere riuscito a farci il culo in un’ora e mezzo di show? C’è riuscito e come! Perché quando la scaletta è composta da canzoni immortali come I Wanna Be Your Dog, Search & Destroy, una Fun House col palco invaso dal pubblico, 1970, un’epocale Open Up & Bleed, Gimmie Danger, Penetration, Down In The Street, da due gioielli tratti dal Kill City di Pop e Williamson (Beyond & Law e Johanna), da una in fondo inattesa ma sempre gradita The Passenger e da un pugno di per nulla secondarie nuove canzoni (Ready To Die, Sex & Money, Gun e Burn), non si può far altro che capitolare. Neanche un momento di pausa, una mitragliata di fuoco che non ha lasciato scampo, chiusa con l’immagine di Iggy che, prima di scendere dal palco, si cala i calzoni per mostrarci il culo. L’ultima, giocosa beffa di un eterno ragazzaccio che non vuole saperne di diventare adulto.

Lino Brunetti

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