GIUDA “Let’s Do It Again”

GIUDA

Let’s Do It Again

Damaged Goods-Fungo Records/Goodfellas

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GIUDA son una band romana nata sulle ceneri dei punk Taxi, che tanto ha fatto parlare di sé col loro primo disco, Racey Roller, non solo finito sulle pagine di Mojo, vera rarità per un gruppo italiano, ma che ha pure collezionato pareri entusiastici da personaggi quali Kim Fowley, Robin Wills dei Barracudas e Phil King di Lush e Jesus & Mary Chain, tra gli altri. Ed evidentemente anche da parte del buon vecchio Billy Childish, visto che Let’s Do It Again esce nientemeno che su Damaged Goods, l’etichetta del vecchio leone inglese. Beh, non si può negare che se siete in cerca di un misto di  rock’n’roll, punk, glam e pub rock stradaiolo, il tutto infarcito di melodia, cori da stadio da cantare a squarciagola, riffoni ed assoli di chitarra, pianoforti saltellanti e tanto ritmo, i dieci brani di questo nuovo album dei Giuda, siano la fermata che fa per voi. Niente che non si sia sentito migliaia e migliaia di volte, con anche quel pizzico di tamarragine proletaria, sacrosanta ed obbligatoria, visto il contesto, ma, nel genere, fatto assai bene.

Lino Brunetti

ARCTIC MONKEYS & THE STRYPES live @ Mediolanum Forum, Assago (MI) – 12 novembre 2013

ARCTIC MONKEYS + THE STRYPES

MEDIOLANUM FORUM

ASSAGO (MI)

13 NOVEMBRE 2013

Che gli Arctic Monkeys siano una delle band più brillanti, intelligenti e capaci del rock contemporaneo, non credo possa essere messo in discussione. Lo ha dimostrato recentemente anche l’uscita del loro quinto album, l’ottimo AM, fin dal titolo un piccolo omaggio agli immensi Velvet Underground, ma poi disco capace di accostamenti arditi, in grado di essere sintesi tra l’energia dei primi dischi e la maggior raffinatezza e ambiziosità di quelli successivi, colmo inoltre di canzoni in grado di piacere al pubblico più raffinato, così come a quello che un po’ meno si dedica alla scoperta di gemme nascoste. E’ anche per questo che, nonostante la sua perfezione, l’inappuntabilità della musica scaturita dal palco, la cura con cui è stato seguito ogni aspetto – vedi il tutto sommato semplice ma efficace spettacolo delle luci – il loro concerto mi ha lasciato almeno in parte dubbioso. Perché da una band come loro, mi aspettavo qualcosa di più di un bel compitino di un’ora e venti (andiamo, con cinque album alle spalle?) e di una resa delle canzoni sì potente e spesso esaltante, ma pure sempre fin troppo ligia a ricalcarne la versione su disco. Il solito rimbombo del Forum c’ha messo poi del suo, livellando a sonorità boombastic tutte le sfumature che eppure c’erano. Scaletta in buona parte incentrata sull’ultimo disco, ma con ovvie puntate nel repertorio precedente, che ha senza dubbio trafitto il cuore di buona parte del, come al solito, calorosissimo pubblico milanese, il quale, proprio per questo, a mio parere meritava qualcosina di più. Discorso diverso per i giovanissimi The Strypes, che la serata avevano aperto. Sia pur meno estrosi e creativi musicalmente di Turner e soci, i quattro irlandesi hanno infiammato la platea con un sound che, dal vivo, è ancora più ruvido, selvaggio ed eccitante che su disco. Il batterista martella senza posa come un ossesso, il bassista gli va dietro accrescendo più il tasso elettrico che non segnando il ritmo, mentre il chitarrista svisa, si lancia in assoli infuocati e fa fluire feedback ed elettricità quasi come un novello Jimmy Page. Bravo anche il cantante, solo giusto un po’ troppo impalato e statico come frontman. Quarantacinque minuti al fulmicotone per loro, dove al loro repertorio ultra sixties, come anche su disco, hanno aggiunto qualche cover, lasciandosi andare, tra l’altro, pure a qualche momento jammante, che ha dimostrato, semmai ce ne fosse stato bisogno, la solidità di una band che non è un fuoco di paglia. Immagino cosa possano combinare tra le mura di un club, probabilmente la loro dimensione ideale!

Lino Brunetti

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Arctic Monkeys

The Strypes

The Strypes

 

MOTORHEAD “Aftershock”

MOTORHEAD

Aftershock

UDR Records/Warner

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Ci sono domande difficili alle quali non so rispondere (E’ nato prima l’uovo o la gallina?), domande che non ha nessun senso porre (Ciao, come va con il tuo tumore?), domande che non me ne frega niente della risposta (Cosa farà domani il presidente della Repubblica?). Poi ci sono le domande inutili e la domanda più inutile di tutte è: Uè, ho letto che è uscito il nuovo disco dei Motorhead, com’è? E’ come chiedere se le banane sono sempre storte o il basilico è ancora verde. Il nuovo disco dei Motorhead è sempre quello, da sempre, vale a dire una garanzia di rock’n’ roll ad alto volume. A volte Lemmy (poche a dire la verità) si è adagiato su coretti che non avevano nessun appeal per la sua voce, qualche singolo che non centrava nulla l’ha anche piazzato, ma quando si dimentica certe cazzate riesce sempre ad essere un credibile rocker. E non potrebbe essere altrimenti per uno che ha vissuto una vita come la sua, sopravvivendo a una lunga, lunghissima, serie di eccessi, tour, droghe, alcol e donne, arrivando alla veneranda età di 68 ancora con la voglia di fare dischi e soprattutto tour. Le cose quest’anno non sono andate per il meglio però perchè per problemi di salute i Motorhead hanno dovuto cancellare una consistente parte del loro tour, interrompendo dopo mezz’ora anche la loro esibizione al Wacken Festival. Nell’attesa della sua completa guarigione ecco che arriva Aftershock e il copione non cambia di una virgola. Fatta eccezione per l’orecchiabile singolo Crying Shame (comunque una buona AC/DC song), il resto sono pelli pestate a sangue da Mikkey Dee, incendiari assolo chitarristici del sempre sottovalutato Phil Campbell e rozzi ululati da parte di Lemmy. Si potrebbe quindi chiudere qui ma invece voglio segnalare Do You Believe con Campbell al top in un classico del loro repertorio, un paio di bluesati pezzi ad alto tasso alcolico (Lost Woman Blues, Dust and Glass) e infine i pezzi che fanno sostanza, quelli tirati nudi e crudi, quelli che sono la vera anima motorheadiana, vale a dire Heartbreaker, End Of Fire, Going To Mexico, Queen Of The Damned, Paralyzed, brani che già dal primo riff sai già come si sviluppano e come finiscono, rassicuranti come la mamma. Ed è garantito che loro sono la mamma di molti di noi.

Daniele Ghiro

KING KHAN & THE SHRINES “Idle No More”

KING KHAN & THE SHRINES

Idle No More

Merge/Goodfellas

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Per essere un tipo iper prolifico quale in effetti è, i sei anni passati tra il precedente album e questo debutto su Merge, paiono un po’ strani per KING KHAN &THE SHRINES. Certo, nel frattempo, l’autoproclamatosi Emperor of RnB, ha avuto modo di fare le sue sortite con quell’altro pazzoide di Mark Sultan, ma insomma, Idle No More segna in qualche modo un ritorno. E che sia un disco rifinito e pensato, è dimostrato dalla qualità suprema delle sue canzoni. Stavolta il folle cantante e chitarrista indo-canadese, ha cristallizzato in 12 luccicose tracce, un suono che sta tra il soul della Stax, il garage rock d’era Nuggets, il selvaggio istrionismo di James Brown e persino qualche spolveratura degna della Sun Ra Arkestra meno cervellotica. Riuscite ad immaginarvi nulla di meglio? Io a fatica, specie poi se le canzoni sono eccelse sia quando paiono fare il verso agli Stones più lascivi (Thorn In My Pride), che quando si adagiano sulle corde di una ballata notturna (Darkness), o come quando danno vita ad una festa selvaggia, in cui si balla al suono di ottoni tirati a lustro e organi guizzanti. Canzoni come So Wild, Better Luck Next Time o Born To Die, tra le altre, vi garantiranno un party coi fiocchi. Se poi dovessero passare dalle vostre parti, mi raccomando, portate il culo fuori casa. Loro ve lo faranno dimenare fino allo sfinimento.

Lino Brunetti

END OF THE ROAD 2013 – UN RACCONTO PER IMMAGINI

senza titolo-124Un po’ come abbiamo fatto per il Primavera Sound, vi raccontiamo qui l’edizione 2013 del bellissimo festival End Of The Road – si tiene nel Dorset, in Inghilterra, ogni anno alla fine di agosto – attraverso una galleria di immagini, rimandandovi ad un più completo report che apparirà sul prossimo Buscadero. Per il momento, buona visione quindi.

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Annie Eve

Annie Eve

Widowspeak

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Diana Jones

Diana Jones

Landshapes

Landshapes

Ralfe Band

Ralfe Band

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Pins

Pins

Pins

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Futur Primitif

Futur Primitif

Allo Darlin'

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Doug Paisley

Doug Paisley

Serafina Steer

Serafina Steer

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Money

Money

Eels

Eels

Eels

Eels

Eels

Eels

Matthew E. White

Matthew E. White

Bob Lind

Bob Lind

David Byrne

David Byrne

St. Vincent

St. Vincent

Savages

Savages

Savages

Savages

King Khan & The Shrines

King Khan & The Shrines

Birthday Girl

Birthday Girl

Fossil Collective

Fossil Collective

Evening Hymns

Evening Hymns

Pokey La Farge

Pokey La Farge

Indians

Indians

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Night Beds

Night Beds

Dawes

Dawes

Dawes

Dawes

Angel Olsen

Angel Olsen

Angel Olsen

Angel Olsen

Leisure Society

Leisure Society

Leisure Society

Leisure Society

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Warpaint

Warpaint

Warpaint

Warpaint

Warpaint

Warpaint

Anna Von Hausswolff

Anna Von Hausswolff

Anna Von Hausswolff

Anna Von Hausswolff

Trembling Bells

Trembling Bells

Trembling Bells with Mike Heron

Trembling Bells with Mike Heron

Mike Heron

Mike Heron

Mike Heron

Mike Heron

Crocodiles

Crocodiles

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Charlie Boyer & The Voyeurs

Charlie Boyer & The Voyeurs

Charlie Boyer & The Voyeurs

Charlie Boyer & The Voyeurs

Damien Jurado

Damien Jurado

William Tyler

William Tyler

Bo Ningen

Bo Ningen

Bo Ningen

Bo Ningen

Bo Ningen

Bo Ningen

Valerie June

Valerie June

Valerie June

Valerie June

Valerie June

Valerie June

Broken Twin

Broken Twin

Broken Twin

Broken Twin

John Murry

John Murry

John Murry

John Murry

Dinosaur Jr

Dinosaur Jr

Dinosaur Jr

Dinosaur Jr

Barr Brothers with Futur Primitif

Barr Brothers with Futur Primitif

Caitlin' Rose
Caitlin’ Rose

All photos © Lino Brunetti

Don’t use without permission

RAVEN “ROCK UNTIL YOU DROP” DVD

RAVEN

Rock Until You Drop

SPV/Steamhammer

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Il lavoro di recupero delle radici dell’heavy metal continua con questi documentari che testimoniano la nascita e l’esplosione (e l’oblio, a volte) di alcune band fondamentali. I lavori fatti da Iron Maiden, Motorhead, Saxon nel recupero dei loro primi anni di vita è veramente divertente ed interessante, ma la loro storia, lastricata di successi e notorietà, è ben diversa da quelle band minori che pur avendo avuto nei primi anni di crescita del metal un ruolo primario, l’hanno poi inopinatamente perso. Emblematica in questo senso la storia raccontata nel magnifico film sugli Anvil, ed è proprio sulla stessa falsariga che si dipana la vicenda raccontata in questo doppio DVD degli altrettanto “fondamentali” Raven. Gli inizi sono i soliti, i fratelli John e Mark Gallagher e l’amico Rob Hunter vivono il proprio sogno musicale nell’inghilterra industriale e depressa dei primi anni ottanta, cattiveria, fame e tanta voglia di fare casino. La nascita dello speed metal e del thrash passa anche attraverso loro, i primi album furono schegge impazzite di rock’n’roll che tanto doveva agli Sweet quanto al punk più intransigente. Poi le cose non sono andate proprio per il verso il giusto, l’ispirazione è scemata e i tempi sono cambiati, ma la voglia di NWOBHM di questi ultimi anni li ha nuovamente riportati in tour per il mondo. Il DVD è assemblato in maniera quasi amatoriale, una sorta di copia e incolla di tutto il materiale che sono riusciti a recuperare, alcuni filmati sono veramente d’epoca, ma di certo si trasformano in autentici cult per i loro estimatori. Il tutto è condito con la solita sfilata di “rockstar” che tributano il loro plauso alla band, tra questi Chuck Billy, Udo, Dee Snider, Lars prezzemolo Ulrich. Quei tempi se ne sono andati ma è giusto ricordare chi ha contribuito in maniera esaltante alla nascita di una scena che ancora oggi seppur trasformata, modificata e “diversa” è ancora viva, pulsante, e ovviamente spaccatimpani.

Daniele Ghiro

IGGY & THE STOOGES @ IPPODROMO SAN SIRO, MILANO, 11 luglio 2013

IGGY & THE STOOGES

IPPODROMO SAN SIRO

MILANO

11 LUGLIO 2013

Diciamoci la verità: Iggy Pop avrà pure quasi settant’anni (!), sarà sciancato quanto volete e a qualcuno potrà pure risultare un po’ patetico, ma quando si parla di rock’n’roll e di punk-rock, è ancora in grado di dare la zuppa al 99% delle bands in circolazione. Con un disco nuovo alle spalle – Ready To Die, tramite il quale ha riesumato ancora una volta il nome degli Stooges – alla fine ben più efficace di quanto m’era parso durante i primi ascolti, rieccolo ancora in pista a tenere in vita l’aspetto più iconico, viscerale e selvaggio del rock. Quando si presenta sul palco a petto nudo, indifferente ai segni del tempo che quel corpo inevitabilmente porta incisi su di esso, e attacca con Raw Power, è come se non ci fosse più spazio che per questa inesauribile e vitale energia cosmica a cui abbiamo dato il nome di rock. E’ lui, l’Iguana, forse il più autorevole propugnatore del Verbo, il tramite attraverso il quale la fiamma continua a rimanere accesa. Devo proprio confessarlo, era da un sacco che non mi divertivo così tanto. Iggy è una bestia, un animale viscido e cattivo che neppure l’età è riuscito ancora a domare. Corre avanti e indietro sul palco, si batte il petto come uno scimmione in calore, sputa a ripetizione, eppure la sua voce è intatta e riesce ad essere efficace sia nell’urlo che nelle parti più modulate. Dietro Iggy, gli Stooges sono una macchina da guerra: scomparso il compianto Ron Asheton, oggi la chitarra è stata ripresa in mano da James Williamson, un chitarrista che sa come sputare fuori riff e assoli a ripetizione; fuori gioco, almeno dal vivo, pure l’altro Asheton, Scott, le bacchette sono saldamente in mano a Toby Dammit, un macinatore di ritmi infaticabile, supportato dal basso implacabile di un rovinatissimo Mike Watt e dalle infiltrazioni del sax di Steve MacKay, che a vista pare avere 1000 anni. Può un così scombinato assortimento d’improbabili personaggi essere riuscito a farci il culo in un’ora e mezzo di show? C’è riuscito e come! Perché quando la scaletta è composta da canzoni immortali come I Wanna Be Your Dog, Search & Destroy, una Fun House col palco invaso dal pubblico, 1970, un’epocale Open Up & Bleed, Gimmie Danger, Penetration, Down In The Street, da due gioielli tratti dal Kill City di Pop e Williamson (Beyond & Law e Johanna), da una in fondo inattesa ma sempre gradita The Passenger e da un pugno di per nulla secondarie nuove canzoni (Ready To Die, Sex & Money, Gun e Burn), non si può far altro che capitolare. Neanche un momento di pausa, una mitragliata di fuoco che non ha lasciato scampo, chiusa con l’immagine di Iggy che, prima di scendere dal palco, si cala i calzoni per mostrarci il culo. L’ultima, giocosa beffa di un eterno ragazzaccio che non vuole saperne di diventare adulto.

Lino Brunetti

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KID CONGO & THE PINK MONKEY BIRDS “Haunted Head”

KID CONGO AND THE PINK MONKEY BIRDS

Haunted Head

In The Red/Goodfellas

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KID CONGO POWERS, con la sua militanza in bands quali The Cramps, Gun Club e i Bad Seeds di Nick Cave, può ben dire di aver fatto parte della serie A del rock e di aver concorso a pagine importanti della sua storia. Da qualche anno, con THE PINK MONKEY BIRDS (Jesse Roberts, Kiki Solis, Ron Miller), dopo un’altra fetta di carriera in cui ha suonato ovunque si esigessero i suoi servigi, è inevitabilmente stato “retrocesso” nella serie B della musica più malata ed alcolica. Haunted Head è il terzo disco pubblicato sotto questa sigla, ed è ancora una volta un concentrato di garage rock, psychobilly, surf allucinato, swamp-rock da horror di serie Z  e rock’n’roll ultra fuzzato. Lungi dall’essere quella di un vero cantante, la voce di Kid Congo è lo scartavetrato borbottio, recitante e filtrato, di un alcolizzato, la cartoonesca versione del fantasma di un vecchio bluesman. Attorno ad essa, la band allestisce uno sporco e rugginoso peep show fatto di boogie scricchiolanti e twang guitars fangose. Canzoni vere e proprie ne emergono a stento, ma il mood è quello giusto e, in qualche modo, la leggenda continua.

Lino Brunetti

Nelle terre dei SACRI CUORI – Intervista ad ANTONIO GRAMENTIERI

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Non c’è bisogno di tirare in ballo Francesco Guccini – celeberrimo il suo album dal vivo, Fra La Via Emilia e Il West, le cui note v’invito di andare a rileggere – per attestare una sorta di corrispondenza tra la pianura Padana dell’Emilia Romagna e le terre del Sud Ovest americano. Chissà, forse perché trattasi di una terra di sognatori, in qualche modo continua ad esserci un legame forte tra questi due luoghi che, negli ultimi anni, è stato rinverdito da un gruppo di musicisti autodenominatosi Sacri Cuori. Un nome evocativo, quasi misterioso questo, le cui fila sono principalmente tirate dal chitarrista e songwriter Antonio Gramentieri. Forse alcuni di voi si ricorderanno di Antonio quale una delle firme apparse anche sul Buscadero, qualcun altro, invece, si ricorderà del fatto che è lui l’eminenza grigia dietro quello spettacolare festival chiamato Strade Blu; a fianco di queste attività, però, da sempre ha coltivato quella del musicista, che lo ha visto passare dai territori del blues a questa cosa, per certi versi non più facilmente definibile, che sono i Sacri Cuori. La prima volta che si sentì questo nome fu, all’incirca, un paio d’anni fa, quando uscì Douglas & Dawn, il loro esordio, inizialmente pubblicato solo in vinile da Interbang Records, poi ristampato, con tre bonus tracks, da Gustaff l’anno seguente. Era un disco fortemente cinematico quello, tranne che nella cover di Shelter From The Storm di Dylan, completamente strumentale; un disco fatto di polvere del deserto, notti al chiaro di luna, allucinazioni quasi pinkfloydiane da colpo di sole, il tutto tradotto in una musica in qualche modo affratellata a quella dei primi Calexico o dei Friends Of Dean Martinez. Del resto, all’epoca di quel disco, i musicisti che avevano aiutato Gramentieri a realizzarlo, si chiamavano Howe Gelb, John Convertino, Nick Luca, Thoger Lund, e molti altri erano gli ospiti stranieri presenti in quelle canzoni. Anche tra gli addetti ai lavori, si fece strada l’idea che Sacri Cuori fosse una sorta di progetto occasionale, da una botta e via. Ovviamente le cose non stavano così, tanto che Antonio oggi ci racconta meglio come stavano le cose: Sacri Cuori era un’idea nata in maniera estemporanea, nel 2007, con una commissione per una colonna sonora (The Gilgames’ Tale di Heriz Bhodi Anam N.d.A.), diventato poi un disco ed un progetto, un progetto di collettivo centrato sulle mie composizioni. Non c’era l’intenzione di centrarlo sugli ospiti. L’idea era semplicemente di andare a prendere un suono dalla fonte… Comprensibilmente l’etichetta mise il parco ospiti molto in primo piano nella comunicazione e così mi trovai in questa situazione un pò strana in cui tutti lodavano il disco ma sembravano intenderlo come un one/off, nato intorno a Strade Blu, mentre invece era il primo passo di un progetto mio, da musicistalavoro che facevo da molto prima di inventare Strade Blu. In qualche modo era una specie di punto di maturazione per la mia attività di musicista, un deciso passo in avanti nella direzione di ciò che volevo fare. Agli inizi Sacri Cuori era soprattutto un gruppo condiviso da me e Diego Sapignoli, oggi è un sestetto a rotazione, nel senso che dal vivo a suonare siamo generalmente in quattro. Non un qualcosa di estemporaneo quindi, e tanto meno un progetto chiuso: anche nell’ultimo album i musicisti ospiti sono numerosi, ma i Sacri Cuori stessi hanno iniziato a mettersi al servizio di altri artisti che portano i nomi di Hugo Race (i Fatalists dei suoi ultimi dischi altro non sono che proprio loro), Dan Stuart, Richard Buckner, Woody Jackson, Robyn Hitchcock, Pan Del Diavolo. Un’attività intensa, riverberatasi in qualche modo sul nuovo album, Rosario, che è un bel passo avanti nella definizione di un suono sempre più personale. Rosario nasce da un percorso nella memoria personale che ho fatto negli ultimi tempi. Segna il riappropriarsi di una cultura musicale rimasta a lungo sopita dentro di me e che in qualche modo caratterizza una rinnovata italianità del nostro suono. L’andare a riscoprire le colonne sonore di Morricone, tra l’altro quello meno western, il Nino Rota felliniano, ma pure le musiche di grandissimi compositori quali Piccioni, Umiliani, è stato come un lungo viaggio dentro dei suoni che erano dentro di me e che andavano solo riscoperti. La fusione tra le più tipiche sonorità americane e le suggestioni derivanti da questi ascolti ci ha portato alla realizzazione di un album senz’altro diverso da quello d’esordio. Tieni poi presente che mentre Douglas & Dawn era un disco che si concentrava soprattutto sui suoni, questo è, nelle nostre intenzioni, quello dove affrontare più di petto la composizione di canzoni, dando un maggior peso alle melodie, agli arrangiamenti. Ed è proprio vero, le canzoni del nuovo disco paiono mettere in atto una sorta di cortocircuito tra i suoni dell’Ovest americano e quelli appartenenti alla cultura musicale nostrana. E’ buffo perché una volta, parlando con Howe Gelb e John Convertino, venne fuori che pure per loro, il suono western è quello delle colonne sonore di Morricone e degli spaghetti western. E’ chiaro che, per buona parte, l’America che viene fuori dai nostri dischi è quella del Mito, quella vista con occhi europei e quella filtrata da anni ed anni di ascolti, letture, visioni. La nostra musica è senza dubbio percepibile come musica di Frontiera; quella tra Messico e Stati Uniti senz’altro, ma pure, in maniera più sottile ma più profonda, quella tra noi e la nostra idea d’America. I cortocircuiti culturali che si mettono in atto suonando con musicisti americani, facendo tour in quei luoghi, registrando nei loro studi, sono ulteriore linfa per la nostra musica. Registrare a Los Angeles, ad esempio, è stato per noi anche un modo per riconettersi ai luoghi dove John Fante ha fatto vivere le storie di Arturo Bandini, o dove David Lynch ha dato corpo alle sue allucinazioni in capolavori come “Inland Empire” o “Mullholland Drive”.

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A questo punto della conversazione, chiedo ad Antonio, un’entusiasta, fluviale e sempre piacevole conversatore, qualcosa di più sulla realizzazione pratica di Rosario. In tutto l’album ci sono composizioni scritte, suonate e registrate nell’ultimo anno solare. Le registrazioni sono state fatte tra Los Angeles, Richmond e Lido di Dante. Durante le session americane abbiamo avuto l’opportunità di avere in studio vecchi amici e musicisti con cui forse mai avrei sognato di poter suonare. Ad esempio, Diego, il nostro batterista, era in procinto di diventare papà, e non potè chiaramente seguirci negli Stati Uniti. Ci saremmo così potuti trovare negli studi di Woody Jackson, a Richmond, ad aver bisogno di un batterista; John Convertino, una volta saputolo, si offrì subito di raggiungerci, in cambio solo del biglietto aereo, e Woody ci fece avere in studio nientemeno che Jim Keltner, senza dubbio un mio eroe, uno che ha suonato in moltissimi dischi che semplicemente adoro! Alla fine di batteristi ne avemmo tre, visto che venne con noi anche il “nostro” Enrico Mao Bocchini. Stessa cosa per Stephen McCarthy, un musicista che non avremmo mai potuto permetterci ma che, quasi miracolosamente, un giorno si presentò in studio armato di banjo e lapsteel. Il disco si apre con una canzone cantata da Isobel Campbell. Al contrario di quello che si potrebbe pensare, è stata lei a contattare noi. Ci eravamo conosciuti in Italia, in occasione di un suo tour, ed eravamo rimasti in contatto, con l’idea di fare forse qualcosa assieme in futuro. Non so come, ha saputo che eravamo a Los Angeles e così ci siamo sentiti. “Silver Dollar”, una delle due canzoni che canta nel disco, era nata come pezzo strumentale, ma fin troppo chiaramente si adattava a diventare una canzone nello stile di Lee Hazelwood con Nancy Sinatra. Ecco, alla fine, Isobel è stata la nostra fantastica Nancy Sinatra. Il disco ha tre bonus tracks in coda, non poi così slegate dal resto dell’album, suonate tra l’altro da una band stellare, con dentro, tra gli altri, Marc Ribot e David Hidalgo alle chitarre. Come mai non sono considerate parte integrante dell’album? Quelle tre tracce, fanno parte di una session isolata ed un po’ più vecchia. Tra l’altro i pezzi sono stati mixati da JD Foster ed hanno un sound più spigoloso rispetto agli altri. Mi rendo ben conto però che, non sapendolo, risaltano magari di più gli elementi unificanti che non quelli che li rendono sezione a parte rispetto al resto. L’idea era di farne un EP, però poi l’etichetta ha insistito parecchio perché venissero messi in coda al nuovo disco. Alla fine abbiamo ceduto e li abbiamo accontentati.  Tornando per un momento a parlare delle nuove sfumature presenti in Rosario, faccio notare ad Antonio quanto io consideri fondamentale l’apporto alle nuove canzoni di un multistrumentista (piano, hammond, clarinetto, tastiere varie, sax, chitarra) quale Christian Ravaglioli. Senz’altro! Christian, che in minima parte stava già sul primo album, è un musicista di grande talento. Forse, nella band, è quello col background musicale più dissimile al nostro, è quello con la formazione più classica. Proprio per questo, però, è in grado di suonare magistralmente e con gran fantasia qualsiasi tipo di partitura gli dia in mano, mettendoci pure la sua grande professionalità. Come dicevamo all’inizio, Gramentieri e i Sacri Cuori, in questi anni, si sono messi al servizio anche di numerosi altri musicisti, sia italiani che stranieri. La curiosità di sapere quale sia il loro apporto in questi dischi, sposta la conversazione in questa nuova direzione. La prendo un po’ alla lontana per far capire bene come stanno le cose. Una volta lessi un’illuminante intervista a T Bone Burnett, in cui gli si chiedeva circa i suoi metodi produttivi. Ebbene, rispose che una volta scelti i musicisti, il lavoro era sostanzialmente fatto. Nel mio piccolo, non è che mi voglio paragonare a Burnett,  questa è la mia stessa idea. In tutti i dischi in cui abbiamo suonato, mai lo abbiamo fatto con l’approccio dei sessionmen. Hugo Race, con cui il legame è ormai fortissimo, ci ha cercato per il lato oscuro del nostro sound, per il versante più impressionistico e meno tradizionale. Dan Stuart, che ancora oggi considero un songwriter eccezionale e che coi Green On Red è stato uno dei musicisti più importanti per la mia formazione musicale, al contrario, credo ci abbia voluto con sé perché suonassimo nella maniera più classica di cui siamo capaci. Negli ultimi due dischi di Dan, ho curato completamente io arrangiamenti e produzione. Lui è uno che arriva in studio con le canzoni e la chitarra acustica e lascia agli altri il resto. La mia idea dei Sacri Cuori, al di fuori dei nostri dischi, è quella di una sorta di “house band” capace di mettersi al servizio di musicisti differenti, adattandosi, ma pure portando del proprio ai dischi degli stessi. I lettori di una rivista come il Busca mi capiranno se cito, a mò d’esempio, una band quale Booker T & The Mg’s, presente in una miriade di dischi e con un curriculum tale da essere quasi ineguagliato. E non sono i soli, chiaramente; molti dischi degli anni sessanta erano contrassegnati da un manipolo di musicisti che, parallelalmente alle loro carriere, contribuivano alla realizzazione di un suono, lavorando magari in tutti i dischi di una data etichetta. Per continuare nella risposta alla tua domanda, per altri versi è stato interessantissimo anche andare in tour, come musicisti aggiunti, coi Pan Del Diavolo, una band giovane, con un pubblico completamente diverso da quello a cui siamo abituati, che magari neppure ha mai sentito nominare quelli che sono i miei eroi musicali, ma che ha dentro di sé quel qualcosa, magari in maniera inconscia, che porta avanti un discorso con radici lontane. Una gran bella esperienza. Queste ultime parole, imprimono un’ulteriore sterzata alla conversazione: s’inizia a parlare della sovrabbondanza di offerta musicale a fronte di un pubblico che si restringe sempre più, dei problemi (rispetto a soli dieci anni fa), nel trovare luoghi dove suonare dal vivo, del conservatorismo di un settore che predilige il cancro reazionario delle cover bands alla pluralità (politica) portata dai gruppi che suonano le proprie cose, al fatto che oggi, qualsiasi sia la musica suonata, anche le bands italiane devono confrontarsi su di un palcoscenico internazionale e non più puntare al proprio orticello, magari suonando come la miglior blues band dell’area di Modena, al fatto che i vari pubblici dovrebbero cercare di uscire dalle loro ormai asfittiche nicchie. Traspare una certa disillusione dalle sue parole, ma una disilluzione comunque costruttiva; è un musicista lucido Antonio Gramentieri, uno che ha delle cose da dire e che le dice con convinzione e con cognizione di causa. Per concludere gli chiedo se è venuta meno la sua attività di organizzatore di concerti (Non voleva essere una verà attività. All’inizio “Strade Blu” era nato con la volonta di far suonare dei musicisti amici miei, che poi col tempo si è ingrandita ben oltre quelle che erano le nostre aspettative. Oggi io continuo a scegliere il cast, lasciando ad altri gli oneri organizzativi.) e quali siano le sue prossime mosse (Stiamo per partire in tour con Hugo Race in Est Europa, dove abbiamo un fitto calendario di date per un mese. Al termine di esso, credo inizieremo a portare in giro il nuovo album dei Sacri Cuori.). In attesa che passino dalle vostri parti, voi intanto iniziate a far la conoscenza di Rosario e degli altri dischi in cui sono presenti– recensioni qui attorno – tutti album sicuramente da non perdere.

Lino Brunetti

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SACRI CUORI “Rosario”

SACRI CUORI

Rosario

Decor CD – Interbang LP/Audioglobe

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Il primo album dei romagnoli Sacri Cuori, registrato nei Wavelab Studios di Tucson, Arizona nel 2008, ed uscito nella seconda metà del 2010, era stato uno di quei gioiellini a cui era davvero difficile resistere. Nella loro musica si mescolavano folk, blues, psichedelia, sonorità da soundtrack western ed un pizzico di astrattismo cinematico ed ambientale, tutti elementi fusi in un sound che da un lato evocava le traiettorie sperimentate dai primi Calexico o da una band quale Friends Of Dean Martinez (per non dire di certe cose Giant Sand, con Howe Gelb fattivamente coinvolto nella realizzazione dell’album) e dall’altro evidenziava già una personalità marcata, oggi più che mai evidente nel nuovo lavoro. Come ben sintetizza, nell’intervista pubblicata qui sul blog, Antonio Gramentieri, deus ex machina della formazione – oggi assestatasi a sestetto, con Gramentieri accompagnato da Diego Sapignoli (batteria e percussioni), Francesco Giampaoli (basso e contrabbasso), Christian Ravaglioli (tastiere varie e fiati), Denis Valentini (tuba, flugelhorn) e Enrico Mao Bocchini (batteria e percussioni) – il nuovo album segna uno scarto rispetto al passato, passando dalla ricerca impressionista sul suono del primo album, ad una maggiore concretezza melodica e strumentale, dai confini però sempre meno definiti, anche e soprattutto geograficamente parlando. Non è più possibile, non solo almeno, inserire la musica dei Sacri Cuori in un ipotetico scenario da colonna sonora western; il riappropriarsi delle suggestioni derivate dalla riscoperta dei più grandi compositori italiani di colonne sonore, l’allargamento a suoni provenienti dai più disparati ambiti (il surf ed il rock strumentale dei sixties, la torch song, qualche passaggio di gusto circense), fanno si che la loro sia oggi musica dalle caratteristiche sempre più imprevedibili. Il disco si apre con una stupenda ballata, Silver Dollar, riccamente arrangiata, dove alla voce appare una diafana ed ammalliante Isobel Campbell, e dove figurano musicisti quali Stephen McCarthy, JD Foster, Woody Jackson, per un pezzo che porta alla memoria le splendide canzoni fatte da Lee Hazelwood con Nancy Sinatra. E’ l’inizio di un viaggio che oltre ai soliti scenari desertici e da Sud Ovest americano (la bellissima Fortuna, gli ampi spazi evocati da Garrett, West e Where We Left, i colori accesi di Sundown, Rosa, una El Gone magistrale ed atmosferica), prevede fermate tra le volte di una soundtrack seventies (ma non western) dettata dall’organo di Ravaglioli e dai vocalizzi di Eloisa Atti (Quattro Passi), tra le avvolgenti spire di una Out Of Grace graziata da un languido sassofono, nel rimbalzante e circense svolgersi della felliniana Sipario!. Come dicevamo, a volte si fanno più presenti speziature sixties, vedi brani frizzanti e briosi come Teresita, El Conte, la divertente Lee-Show, quest’ultima parente di certe cose dei Guano Padano, altre volte i toni si fanno più intimi ed evocativi (Garrett, East, ancora con la Campbell, l’affascinante e languido tango Lido), altre volte diventano semplicemente una cosa a sé (la stranita Non Tornerò). Non dovesse bastarvi tutto ciò, in un disco che già vede la presenza di musicisti come Jim Keltner e John Convertino, al termine del programma ci sono tre bonus tracks, provenienti da una session con Marc Ribot e David Hidalgo e mixata da JD Foster: due versioni alternative di Teresita e Lido, più un bizzarro blues, Steamer, che potrebbe capitarvi d’incontrare in un film di David Lynch. Bellissimo disco!

Lino Brunetti