CHEATAHS “Cheatahs”

CHEATAHS

Cheatahs

Wichita

webb415_cheatahs_cheatahs_ps_sm_2

Ad un anno dall’uscita del non troppo convincente Extendes Plays, che racchiude gli EP Coared e Sans, eccoci qua a parlare del nuovo omonimo disco dalla band londinese Cheatahs. Londinesi si fa per dire, visto che il cantante e leader Nathan Hewitt è nato cresciuto in Canada, a cui si aggiungono l’inglese James Wignallm alla chitarra, il bassista californiano Dean Reid e il batteristaMarc Rue, originario di Dresda in Germania. Shoegaze, noise, grunge sono queste le chiavi per collocare questa band che affonda le proprie radici musicali nel più classico alternative rock anni 90. I quattro ragazzi tirano fuori un lavoro sicuramente di piacevole ascolto, che purtroppo però non si discosta minimamente da ciò che già dieci anni fa sarebbe stato considerato datato. Se l’intro rumoristico fa presagire un noise rock etereo, sono le seguenti  Geographic e Northern Explosure  a mettere le cose in chiaro e a definire il sound che dominerà  gran parte dell’album: sezione ritmica potente e intrecci chitarristici figli del più indemoniato J. Mascis. Con Mission Creep le cose cambiano, il noise- pop viene sostituito da una litania neo-psichedelica che suona molto vicina agli australiani Tame Impala, a cui fa seguito l’accattivante Get Tight,  che potrebbe tranquillamente rientrare nel variegato repertorio del capolavoro degli Smashing Pumpkins, Mellon Collie And The Infinite Sadness. Le sferragliate chitarristiche e gli intermezzi noise di The Swan creano invece un ponte tra i grandissimi Husker Du e i Sonic Youth di Daydream NationIV e Fall sono  dei chiari omaggi ai My Bloody Valentine: la prima è contraddistinta da un apertura shoegaze che pian piano muta in un chitarrismo aggressivo figlio dei già citati Dinosaur Jr., per concludersi con una coda rumoristica molto simile all’intro iniziale di I, mentre Fall crea paesaggi cupi e sognanti figli tanto dei My Bloody Valentine di Loveless quanto dei Ride. Se Cut The Grass risulta come banale incursione nello shoegaze più datato, Kenworth parte subito con uno sfrenato noise che muta inesorabilmente  in un finale tanto distorto quanto psichedelico (sembra di ascoltare The Sprawl dei Sonic Youth), senza dubbio il pezzo più riuscito dell’album. La  più solare Loon Calls non aggiunge molto, se non fa rimarcare quali siano i gusti musicali di Nathan Hewitt and co. Come già detto prima,  un disco piacevole che sicuramente non mette in difficoltà l’ ascoltatore, ma niente che non si sia già ascoltato. Indubbiamente spunti interessanti ci sono, ma dipende molto dalle vostre aspettative valutare se bastano a  giustificare un album che nel 2014 può solo risultare innocuo.

Alessandro Labanca

Annunci

REV REV REV “Rev Rev Rev”

REV REV REV

Rev Rev Rev

Autoproduzione

revrevrev

Sono italiani, di Modena, ma fortunatamente non si sente. Questi ragazzi hanno nel cuore e nell’anima lo shoegaze più duro e crudo, quello che ti bombarda le orecchie senza lasciarti respirare. Perché appena partono i liquidi rintocchi e le dilatate voci di PS_Cube ci si immerge in melodie fantasma che ipnotizzano e che non ti preparano all’abrasivo intervento della chitarra distorta che scompagina le carte. Con Honey Sticky Fingers si cambia registro e le atmosfere si fanno decisamente più cupe e claustrofobiche che finiscono in un delirio di riverberi, fuzz e distorsione. Gran pezzo davvero. Se la deriva è chiaramente quella di Jesus And Mary Chain, My Blody Valentine e la vecchia scuola new wave più sporca, il quartetto modenese sguazza a suo piacimento in questo marasma sonoro incontrando però anche le traiettorie più moderne calcate da gruppi quali A Place To Bury Strangers: Catching A Buzz e Wave Speech lo stanno a dimostrare chiaramente. Per i loro standard di decibel Moonlight Soundscape è quasi soft e Rip The Veil si può considerare una ballata, che però è completamente andata a male, malata, infarcita di chitarre acidissime che destabilizzano la, relativa, quiete. Palma come miglior pezzo dell’album a Blue And Red un elettro/rock che a un certo punto viene letteralmente spazzato via da un riff punk spurio che deflagra nelle orecchie. Un disco sorprendente, ed è bello che ancora ci si riesca a sorprendere ascoltando un disco di una band italiana, che per me era sconosciuta. Ora non più e se amate il genere dovreste perlomeno dare un ascolto anche voi, troverete pane per i vostri denti.

Daniele Ghiro

BORIS “PRAPARAT”

BORIS

Praparat

Daymare Recordings

0

Premessa: ascolto i Boris da tanto tempo, mi sono sempre piaciuti, come tanti altri gruppi, ma poi sono stato fulminato da un loro concerto, che mi ha preso per i capelli in un vortice senza fine al quale non ho opposto resistenza e dal quale sono stato catturato. Dal quel giorno per me i giapponesi sono diventati una band superiore. Sarà il fascino del Sol Levante, sarà una pizza mangiata fianco a fianco al Magnolia qualche anno fa, sarà un carisma che cola a secchi dalle loro figure, ma rimane il fatto che quando ascolto la loro musica entro in una dimensione parallela. La dimensione Boris. Che fino a qualche tempo fa era fatta di grezzi riff metallici, molto rumore e tanto altro, ma che negli ultimi anni ha conosciuto sterzate verso la psichedelia, il post rock, lo shoegaze ed anche il pop. Di conseguenza, all’uscita di un loro nuovo album, non sai mai cosa aspettarti dagli eclettici giapponesi e Praparat, uscito un po’ in sordina, si discosta nettamente dal loro precedente Attention Please, (in verità uscito in contemporanea con il più robusto Heavy Rocks II, con il quale Praparat ha più cose in comune). Però, al solito, non tutto è così facile da spiegare, perché la partenza viene per esempio affidata a December e sembra di aver messo su un disco dei Mogwai, tanto rarefatti e delicati sono i tocchi della chitarra. Ancora mi stò chiedendo cosa aspettarmi che la pesantezza tipicamente melvinsiana di Elegy irrompe negli speakers: riff scuro dai contorni sfumati, la voce di Takeshi che pare rubata ad un manga, dolce e sensuale, completamente fuori contesto, ma talmente centrata che l’accelerazione tremenda del finale mi coglie clamorosamente di sorpresa. Monologue, così come Mirano, sono post rock puro, con spruzzate melodiche intriganti dettate dalla chitarra solista mentre le campane a festa su un ritmo lentissimo e cadenzato creano l’effetto straniante e fuori dalle regole che caratterizza Method Of Error. I Boris attraversano i generi musicali e li infilzano a sangue di traverso, raccogliendone gocce e pezzi triturati per poi ricurcirli insieme: a volte sclerano e si immettono nella velocità supersonica della brevissima Perforated Line, altre si imbattono nella pianola stonata e mortuaria di un tristissimo circo (Castle In The Air). Ma poi ci sono anche le fiamme dell’inferno e sono quelle che lasciano di più il segno: Canvas è l’apocalisse infernale dal tremebondo attacco chitarristico, duro urticante, quasi immobile eppur squassante. Bataille Soure è un durissimo mid tempo dai tetri riff, grancassa spaccatimpani, frequenze basse e voci che sembrano provenire dall’oltretomba, un incubo semi industriale dei peggiori. Prendere o lasciare: tra questo brano e l’iniziale December apparentemente c’è un’abisso, ma i giapponesi hanno il dono del tocco divino e ogni singola nota, pur sembrando distante anni luce da quella precedente, viene richiamata all’ordine e condotta sotto lo stesso tetto, vale a dire quello di un grande gruppo che ancora non ha finito di sperimentare. Sperimentazione che ancora li rende ostici ai più, ma una volta trovata la chiave per entrare nel loro mondo vi troverete circondati da un caleidoscopio musicale che vi farà girare la testa.

Daniele Ghiro