GIANLUCA CHIARADIA “Sogni Al Microscopio”

GIANLUCA CHIARADIA
Sogni Al Microscopio
Babao Dischi

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Gianluca Chiaradia, classe 1991, è un chitarrista e cantautore veneziano, esordiente qualche anno fa con Seriamente Ironico, ora giunto al secondo lavoro con l’album Sogni Al Microscopio. Il suo è un cantautorato molto classico, tutto basato su arrangiamenti precisi ed eleganti, sulla solidità di testi ben scritti e in equilibrio tra leggerezza e serietà dei sentimenti, su quel pizzico di varietà che rende l’ascolto sufficientemente eclettico e piacevole (Metodi dal substrato un po’ più rock; Lettera Da Londra che tra violino e fisarmonica ha trama e passo da folk popolare; le infiltrazioni jazz e funk di Cose Che Finiscono; quelle sottilmente reggae di Cinepanettone; una ballata notturna e pianistica come la toccante In Fondo A Me). Chiaradia scrive bene, ha un bel tocco sulla chitarra (acustica in particolare) ed è aiutato da una bella squadra di musicisti (rifulgono il piano di Marco Ponchiroli e le linee di basso di Alessandro Fedrigo). Se un appunto vogliamo fare, problema tra l’altro comune a moltissimi dischi di questo genere, è la constatazione di un’adesione fin troppo ligia agli stilemi dell’universo cantautorale, la mancanza di un pizzico d’azzardo, del coraggio (anche produttivo) di uscire dal seminato, dell’intenzione d’immetere l’elemento alieno capace di spiazzare, prendendosi il rischio di rovinare la perfezione formale. Così com’è è un buon disco, intendiamoci, e credo che tutti gli appassionati del cantautorato italiano ci si possano ritrovare facilmente.  Io, però, ho la netta sensazione che ci possano ancora essere ampi margini di manovra e le capacità per poter intraprendere un percorso ancor più personale.  Staremo a vedere.

Lino Brunetti

CHRISTOPHER PAUL STELLING “Labor Against Waste”

CHRISTOPHER PAUL STELLING
Labor Against Waste
Anti/Self

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Ha tutte le caratteristiche dell’hobo, del troubadour, del folksinger vecchio stampo Christopher Paul Stelling. Nato In Florida, a Daytona Beah, dopo aver mollato il college, s’è messo a vagabondare per gli Stati Uniti, soggiornando brevemente in posti quali il Colorado, Boston, Seattle, il North Carolina, per approdare infine a New York, Brooklyn per la precisione. Non che pure lì si sia fermato poi così tanto, visto l’enorme numero di concerti che si sciroppa ogni anno (quattrocento negli ultimi tre), ma diciamo che quello è il posto dove in teoria avrebbe casa. Vive on the road Stelling, ancora e sempre alla ricerca di qualcosa che dia un senso al suo vivere, che gli indichi la via per capire fino in fondo chi è se stesso. E cosa di meglio quindi della strada, dei mille incontri che offre, della necessità di adattamento a cui ti obbliga, del modo in cui ti costringe a guardare al fondo del tuo cuore e della tua anima. Musicalmente parlando, le radici da lui stesso dichiarate stanno dalle parti di bluesmen quali Skip James e Mississipi John Hurt, geni come John Fahey, grandi banjo players come Dock Boggs e Roscoe Holcomb. Noi, per buona misura, ci aggiungeremmo almeno il primo Dylan, giusto per far quadrare il cerchio. Prima di questo esordio su Anti, aveva già pubblicato due dischi, Songs Of Praise And Scorn del 2012 e False Cities del 2013, ma sarà probabilmente con questo Labor Against Waste che finirà con il lasciare il segno. E questo non perché la sua sia, come potete intuire, musica particolarmente originale, ma perché viva e pulsante, sincera nel suo amalgamare i suoni della grande tradizione americana pre war e folk con il cantautorato di personaggi come Bob Dylan e Van Morrison, sporcando il tutto con il country fuorilegge di Waylon Jennings, con un pizzico di giovanile furia punk, ma pure con quel necessario soffio “pop”, tanto da avere la possibilità di diventare beniamino anche di quanti amavano i primi Mumford & Sons. Dotato di grandissima tecnica chitarristica – ascoltare per credere – Christopher Paul Stelling ha una voce autentica e una buona mano nello scrivere canzoni efficaci, a partire dalle ruspanti Warm Enemy e Revenge, passando per una splendida ballata come Scarecrow, per un indiavolato bluegrass quale Horse, per una gotica e drammatica Death Of Influence (potreste immaginarvela nel repertorio di Dylan, come di Wovenhand o degli O’Death), per l’emozionante crescendo di corde e violino di Dear Beast. Il tutto con l’ausilio di voce, chitarre acustiche, un violino, qualche percussione e poco più. Disco fresco e pimpante, nel genere tra i migliori dell’anno.

Lino Brunetti

SHANE DE LEON/FABRIZIO TESTA + MISS MASSIVE SNOWFLAKE “So Sweet”

SHANE DE LEON/FABRIZIO TESTA
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Autoprodotto

MISS MASSIVE SNOWFLAKE
So Sweet

North Pole-Wallace

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Il sempre impegnatissimo FABRIZIO TESTA, questo mese, lo troviamo in combutta con SHANE DE LEON dei Miss Massive Snowflake, in un singoletto contenente tre pezzi senza titolo nel quale il primo si occupa di chitarra acustica, clarinetto e field recordings, mentre il secondo scrive i testi e canta. Tre incantevoli canzoni acustiche che confermano la bravura come songwriter di De Leon ed il talento multiforme di Testa. Per saperne di più: testafabrizio.blogspot.fr A questo punto, cogliamo l’occasione per segnalarvi che, pochissimo tempo fa, gli stessi MISS MASSIVE SNOWFLAKE sono tornati nei negozi con un dischetto breve (sotto i 25 minuti) ma stipatissimo di canzoni pimpanti ed irresistibili. So Sweet vede il trio americano alle prese con otto canzoni (tra cui una cover di Turn Me On di Nina Simone) di cantautorato rock inventivo e dalla scrittura sempre sopraffina, ottimamente servito da trame strumentali avvolgenti ed opportunamente cangianti. È dai tempi dei mitici Rollerball – di cui per oltre un decennio ha fatto parte – che De Leon vive nei meandri della musica più di nicchia e laterale. Ed è un peccato vero perché, ve ne rendereste facilmente conto ascoltandole, innamorarsi delle sue canzoni è proprio questione di un attimo.

Lino Brunetti

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So Sweet

IL LUNGO ADDIO “Pinarella Blues”

IL LUNGO ADDIO

Pinarella Blues

Wallace-TB/Audioglobe

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Dal 2010 ad oggi, a nome Il Lungo Addio sono usciti la bellezza di 6 CDr ed un 7″, a dimostrazione di una prolificità difficilmente contenibile. Se poi consideriamo che dietro la sigla si nasconde quel Fabrizio Testa a sua volta intestatario di un paio di dischetti – con un terzo presto in arrivo – usciti anch’essi nello stesso periodo, la faccenda assume contorni ancora più chiari. Pinarella Blues è il suo primo disco ufficiale, nel senso che per la prima volta c’è una vera etichetta – o meglio, due – a sostenere il progetto. Il quale, nelle sue linee generali, non cambia, riproponendo una assai particolare canzone d’autore, plumbea e drammatica. Quello che c’è di fortemente diverso, rispetto al passato, è che anziché essere solo una faccenda di voce e chitarra, qui Testa è accompagnato da una band a basso e batteria, a dare una nuova spinta al suo suono, senza dubbio più rock che in passato. Per il resto, non cambia l’immaginario, fatto di storie ambientate lungo la riviera romagnola; non cambia il modo di raccontarle, in narrazioni che mescolano abilmente tristezza e dramma ad un’ironia esplicitata attraverso il ricorso a particolari fortemente visivi; non cambia il modo d’interpretarle, con una voce baritonale ed enfatica, a sua volta così carica da sottolineare ulteriormente quell’ironia di cui parlavamo poc’anzi. Sette tracce in diciotto minuti che portano titoli quali Pinarella BluesL’ultima FotografiaHotel Karim, giusto per citare le mie preferite. Sono canzoni stranianti, sia pur nella loro limpida chiarezza, che ancora una volta affascinano per la loro trasversale originalità. Per ulteriori info: www.illungoaddio.it

Lino Brunetti

BLESSED CHILD OPERA “The Darkest Sea”

BLESSED CHILD OPERA

The Darkest Sea

Seahorse Recordings/ Audioglobe

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Da anni il napoletano Paolo Messere è figura importante dell’underground musicale italiano, nelle molteplici vesti di produttore, discografico (sua la Seahorse) e musicista, dapprima in formazioni quali Silken Barb Ulan Bator, poi, dal 2001, a capo dei Blessed Child Opera, senza ombra di dubbio la sua creatura più personale e sentita. In una discografia che, con quest’ultimo, consta ormai di ben sei dischi, Paolo ha costruito un corpus autoriale intenso e denso di grande musica, con una sua sempre marcata coerenza, pur tra i mille cambi di formazione. Il nuovo The Darkest Sea si presenta con una copertina nera ed espressionista, resa affascinante dai disegni di Felice Roscigno, i quali ben introducono ai contenuti dell’album. La base sarebbe come sempre il rock ed il folk americano, ovviamente visto da una prospettiva gotica e profondamente dark. I referenti possibili sono molteplici: da un David Eugene Edwards affiorante in più episodi, al cantautorato sofferto di Mark Kozelek, dalla malinconia folk dei Willard Grant Conspiracy, alle ombre blues di un Hugo Race. Spesso il cuore di queste canzoni è acustico, anche se poi, attorno ad esso, fiorisce un pulsare elettrico e rock, capace d’inglobare anche elementi wave. E se non sempre la scrittura è realmente memorabile, il tutto viene supplito dalla costruzione di un mood unitario ma ricco di sfumature, dal suono veramente evocativo e stellare. Si passa così da ballate dark quali I Had Removed Everything a stilettate rock a là Woven Hand come Blindfold, dalle distorsioni sature di A Lazy Shot In The Belly ad un pezzo degno del migliore Kozelek come In The Morning (I Do Upset The Plans), una delle cose migliori del disco, con un passo ipnotico e mantrico. Ma parlavamo di sfumature diverse: I Look At You (But I Already Know Your Answer) tra rintocchi di banjo ed electronics penetra in oscure ed abissali profondità, sfiorando la ieratica ed allucinata arte dei Current 93; per contro, Friends Faraway ha un più sereno e classico impianto folk, mentre December Wind chiude tra vibrante tensione wave. Registrato in Sicilia, The Darkest Sea guarda oltreoceano virando le musiche di quei lidi in suoni che fanno filtrare ben poca luce. Se gli artisti citati sono nelle vostre corde, una discesa fra queste onde dovrebbe essere di vostro gradimento.

Lino Brunetti

STONE JACK JONES “Ancestor”

STONE JACK JONES

Ancestor

Western Vinyl/Goodfellas

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Chi è Stone Jack Jones? Forse l’uomo misterioso che, sulla copertina del suo ultimo disco, cammina verso un paesaggio sconosciuto, tra le brume di una sterminata pianura americana? Discendente di quattro generazioni di minatori di carbone, provenienti dalle rive del torrente Buffalo (WV), dopo essere stato respinto dal servizio militare al tempo della guerra del Vietnam a causa dell’epilessia, e dopo essere rimasto deluso dagli affari nell’ambiente minerario, scelse la vita da girovago. Questo lo portò a svolgere i lavori più disparati: giostraio, illusionista, ballerino, suonatore di liuto, fino ad avere un numero in un club notturno di Atlanta. Dopo tutto questo peregrinare, approdò infine a Nashville, dove incontrò le persone giuste per dare finalmente forma al suo talento artistico in personaggi quali il produttore Roger Moutenot e musicisti come Patty Griffin e Kurt Wagner. Il risultato di questo fruttuoso incontro è Ancestor, terzo disco di questo ancora sconosciuto artista. L’album si apre con poche precarie note di banjo che ci portano subito in un mondo fatto di vagabondi e cantastorie in piena tradizione folk, anche se il brano prende subito un andamento più cupo, vuoi per la voce che velatamente ricorda Mark Lanegan, vuoi per la lenta cavalcata notturna, quasi gotica, sostenuta da un coro di voci maschili. Questa era O Child, un’invocazione forse al bambino che è dentro di noi, punto di partenza e punto di arrivo di questo viaggio  che è l’esistenza. Stone Jack Jones ha scelto di realizzare questa ricerca attraverso un trip autobiografico introspettivo, servendosi dell’arte e, in questo caso, delle undici ballate di Ancestor. La romantica e nostalgica Jackson è la seconda tappa del nostro viaggio: le stelle non cadono dall’alto su Jackson è quello che il ritornello sostenuto da un controcanto femminile, in pieno ambiente country, tra chitarre acustiche, piano elettrico ed un organetto quasi circense, ci rammenta. Storie di sbornie e di sbandamenti e della speranza di una storia d’amore, a Jackson. Black Coil ci trascina invece giù nei sotterranei delle miniere di carbone, ambiente famigliare all’autore: cori e armoniche insieme ad un incedere pressante delle chitarre ci fanno esplorare le gallerie e le miserie di questa categoria di lavoratori. La tranquilla State I’m In ci conferma il carattere notturno di quest’opera: fa un’apparizione una tromba e un sottofondo di voci ricrea l’ambiente di un club fumoso. Voci e presenze si sovrappongono e contrastano col cantato intimo che è appena cessato. Ci si risveglia con Joy, più colorata e ottimistica: questa volta il banjo suona in maniera più netta, accompagnato dall’armonica e da un coro gospel.  Non si fa in tempo a credere a Joy, che la bella Red Red Rose, cantata a denti stretti, riporta un tono più drammatico e solenne; inevitabile qui un’accostamento a Wovenhand. Un rullante, sul finale, sottolinea questo sentimento, cadenzando una marcia che non lascia nell’aria buoni auspici. Way Gone Wrong, nonostante il titolo, fila via liscia: altra bella canzone, con un più sostanziale piglio rock, diurna se vogliamo contrapporla a quelle più oscure e crepuscolari. Se la notte segue il giorno, con Anyone vi ripiombiamo: introdotta da un organo, questa volta il dramma si fa più vicino, meno declamato, intimo. Anyone ha l’aria di essere una sorta di confessione, nonché il punto cruciale del percorso.  Pianoforte e organo per Good Enough For Me, insieme ad un coro per intonare un gospel sofferto e molto personale. Con  Marvellous ci avviciniamo alle pacate considerazioni finali, un chiaro inno all’amore nel rispetto della tradizione americana: ritorno verso casa, l’amore e cose semplici e buone. Chiude Petey’s Song che ha proprio l’aria di un commiato, in mezzo ad arpeggi acustici e nostalgiche armoniche in dissolvenza. Gli undici brani sono molto coerenti tra loro e fanno del disco un corpo unico, da ascoltare sempre dall’inizio alla fine. È grazie a dischi come questo che il genere folk rivive e si rinnova continuamente.

Maurizio Misiano

 

FLASHBACK MAGAZINE: intervista a RICHARD MORTON JACK

Non occorre essere fini analisti delle faccende musicali, per rendersi conto dell’appeal che la musica del passato (e ci riferiamo ovviamente a sixties e seventies soprattutto) ha ancora oggi su miriadi di appassionati. I germi di quanto accaduto, grosso modo, fra i primi anni sessanta e la prima metà del decennio successivo, non solo sono facilmente riscontrabili nella musica di un buon 90% (probabilmente una stima per difetto) delle bands contemporanee, ma continua ad essere di scottante attualità grazie al remunerativo mercato delle ristampe, dei box retrospettivi, financo del disseppellimento e della (ri)scoperta di oscure e misconosciute pepite musicali risalenti all’epoca. Si, perché oltre alle celebrazioni ovvie nei confronti delle grandi e conosciutissime star, mai come in questi anni si era assistito ad una simile corsa alla ristampa e, in alcuni casi, addirittura alla riscrittura della storia. Se è vero, infatti, che le grosse Major campano rivendendo, per l’ennesima volta, gli stessi dischi ai soliti appassionati, che per qualche traccia in più farebbero follie, è anche vero che non è minimizzabile il successo, sia pur di nicchia, di etichette dedite alle ristampe di dischi e nomi, spesso di assoluto culto, quali Rhino, Sundazed, Sunbeam, Light In The Attic, Ace, Cherry Red, Munster e molte, molte altre. Labels, tra l’altro, che, è il caso di dirlo, mettono una cura nelle loro ristampe, il più delle volte superiore a quello di molte Major. Persino il mondo delle riviste musicali non è esente da questa fascinazione; e non parlo solo degli articoli presenti in un po’ tutte le riviste italiane, Busca compreso, o dei numeri monografici e degli speciali allestiti da magazines quali Uncut e Mojo, quanto di riviste dedite esclusivamente alla musica del passato, vedi l’inglese Shindig! o l’americana Ugly Things. Proprio in questo settore, da un paio d’anni, s’è inserita una nuova pubblicazione, anch’essa inglese, ovvero il semestrale Flashback. Concepita e diretta da Richard Morton Jack – giornalista, scrittore di tomi quali “Galactic Ramble”, “Endless Trip”, “I Led Zeppelin dalla A alla Z” (l’unico tradotto in italiano), co-fondatore della Sunbeam Records – Flashback è per molti versi una rivista speciale e diversa da tutte le altre. Basterebbe anche solo tenerla in mano per rendersene conto: un tomone di oltre ducento, fitte pagine, stampata su una bellissima carta lucida, tanto da sembrare più un libro di grosso formato che non una rivista. Come in qualche modo esplicita già il suo sottotitolo – Psych, prog, jazz, folk, blues & beyond! – Flashback è una rivista dall’identità ben definita: innanzitutto, a parte che nella rubrica Jukebox – nella quale un gruppo contemporaneo è invitato a parlare delle canzoni e dei dischi che lo hanno influenzato nel loro fare musica – le lancette del suo orologio si fermano agli anni ’70; poi, la sua attenzione è esclusivamente dedicata ad artisti di culto e nomi non certo a tutti conosciuti delle due favolose decadi. Le “Cover Story” dei primi quattro numeri fino ad ora usciti, sono state dedicate a bands quali Mad River, Tomorrow, Mighty Baby e, sull’ultimo, fresco di stampa, Trees. Altri articoli hanno visto come protagonisti Mandrake Memorial, Montage, Hunter Muskett, Morgen, Dragonfly, The Common People, Tripsichord Music Box, senza dimenticare articoli dedicati ai 50 singer-songwriters più sottovalutati, all’analisi fra le edizioni mono e stereo di alcuni dischi del passato, ad un’approfondita carrellata sulle biografie dei musicisti etc. etc. Diverse cose colpiscono di Flashback: l’incredibile qualità della scrittura (anche per via della presenza di alcune autorevolissime firme), l’accurata e dettagliata precisione e profondità dei suoi articoli (giusto un esempio: la disamina della storia e della musica dei Trees si stende sulla bellezza di 33 pagine, con interviste a tutti i membri della band!), il sorprendente apparato iconografico, con rare foto d’epoca, riproduzioni d’articoli tratte dalla stampa del tempo, materiali promozionali, persino la riproduzione dei contratti firmati dalle bands con le case discografiche! Per molti versi, uno schiaffo al giornalismo pressapochista che spesso si trova su Internet (ma non solo, purtroppo), Flashback è una testimonianza di passione ed amore assoluta nei confronti di un’era, della sua musica, dei suoi protagonisti. Ci è sembrato sano e giusto farla conoscere ad appassionati seri come voi lettori del Buscadero e, per fare ciò, abbiamo contattato Richard Morton Jack per porgergli qualche domanda.

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Qual è stata la molla che ti ha spinto a creare una nuova rivista musicale?

Alla base della nascita di Flashback, c’è la convinzione che ci fosse spazio per una rivista corposa che andasse a coprire, con spessore e profondità, la musica meno conosciuta dei sixties e dei seventies, concedendo alle sue storie tutto lo spazio necessario a sviscerarle, riproducendo inoltre documenti e materiali d’epoca molto rari. La maggior parte delle riviste musicali tendono a concentrarsi su un numero relativamente ridotto di artisti ben conosciuti, inoltre senza avere un’attenzione speciale e rigorosa ai dettagli e alla ricerca. Per questo motivo la scelta è stata quella di muoversi in un’altra direzione, di andare un bel po’ più in profondità, in modo da poter dare il maggior risalto possibile agli artisti di cui di volta in volta avremmo deciso di parlare. C’è un sacco di entusiasmo tra i giornalisti musicali nei confronti di questo periodo, però non altrettanto rigore. La mia idea, insomma, è stata quella di avere un approccio più erudito, mi auguro bypassando il rischio di sembrare sterile o accademico.

In questi primi quattro numeri, Flashback è stata caratterizzata da una struttura ben definita, con una serie di rubriche e tipologie d’articolo fisse. Pensi che verrà mantenuto questo assetto?

Si, credo proprio che le rubriche fisse rimarranno al loro posto.

Tra queste, una delle mie preferite è “First Person”…

Volevo dare, ad una serie di interessanti personalità, lo spazio per narrare le loro storie, attraverso le loro stesse parole (sull’ultimo numero, Beverley Martyn racconta di Woodstock, Monterey, della Swingin’ London e del matrimonio con John Martyn, NdA). E’ un modo per portare alla luce alcune intriganti informazioni, che non necessariamente riescono ad emergere da un’intervista convenzionale.

Un’altra bella rubrica è “Jukebox”, l’unico vago punto di contatto con la contemporaneità in Flashback…

Si, è così. Come dicevo prima, l’obiettivo di Flashback è quello di parlare approfonditamente di musica vintage. Mi arrivano costantemente album di nuovi artisti da recensire, ed ogni volta devo spiegare: “Mi dispiace, non è quello che facciamo”…

Una delle cose che maggiormente salta all’occhio è la qualità del materiale iconografico: rare foto d’epoca, memorabilia, riproduzione di articoli usciti al tempo e molto altro ancora! Immagino sia tutt’altro che facile reperire questo materiale…

Si, è senz’altro difficile, però una parte essenziale della rivista è proprio far circolare e condividere cose del genere. E’ una cosa che veramente mi sbalordisce il considerare che Flashback è più o meno l’unica rivista che, sistematicamente, fa ricerche per i suoi articoli nella stampa musicale dell’epoca di cui tratta. Quello che intendo è: la storia dovrebbe essere la fonte primaria, giusto? Ci sono delle altre persone che mi aiutano a reperire varie cose e, come loro, sono sempre stato ben felice di condividere con altri le cose rare che mi capita di trovare. Non ho mai avuto tempo, invece, per quei collezionisti che serbano i propri tesori.

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Come scegli gli artisti di cui scrivere?

La “Cover Story” è sempre dedicata ad una band con una storia interessante e, possibilmente, che non sia mai stata sulla copertina di una rivista prima di allora. Gli altri articoli sono dedicati ad artisti che ammiro o che sono stati proposti da qualcuno dei collaboratori. Credimi se ti dico che ho una lunga lista dei desideri di articoli che vorrei veder scritti…

Flashback è colma d’articoli dedicati a bands di culto, sconosciuti eroi del passato. Qual è il tipo di lettore che hai in mente? Pensi che in futuro ci saranno articoli dedicati anche ai grossi nomi della musica che amiamo?

Il lettore che ho in mente è qualcuno che abbia già una cultura di base circa gli acts più conosciuti dell’epoca, ma che al contempo abbia voglia di approfondire le sue conoscenze. Credo fermamente che non ci sia granché di nuovo che possa essere scritto circa i maggiori artisti dell’epoca. Ovviamente amerei moltissimo parlare con Paul McCartney o Jimmy Page, ma solo per porgli specifiche ed oscure domande e non per sapere qualcosa in più del loro ultimo progetto, mentre un PR della casa discografica si agita nell’angolo tenendo d’occhio il suo orologio.

Nello staff di Flashback ci sono alcuni grandissimi scrittori. Giusto per nominarne qualcuno: Richie Unterberger, Aaron Milenski, David Wells o Patrick Lundborg. Come sei entrato in contatto con loro?

Faceva parte delle mie intenzioni pubblicare gli scritti di alcuni dei giornalisti che considero i migliori del campo e che hanno lo stesso occhio per il dettaglio che ho io. Quando ammiro gli scritti di qualcuno, generalmente cerco di entrarci in contatto. Conosco Richie da anni, all’incirca da quando ero uno studente all’università; ho conosciuto per la prima volta Patrick a causa della nostra comune ammirazione nei confronti della genialità dei COB (scrisse una lunga recensione del loro secondo album sul suo sito, Lama Review – http://www.lysergia.com/LamaReviews/lamaMain.htm). Quando iniziai a lavorare al mio libro “Galactic Ramble”, chiesi a Patrick di contribuire e lui mi mise in contatto con Aaron (che considero il più arguto ed autorevole critico d’album al mondo). Con David c’è sempre stata una relazione, probabilmente perché entrambi abbiamo un’etichetta che si occupa di ristampe. Con Scott D. Wilkinson, invece, entrai in contatto quando vidi il suo blog e gli chiesi di collaborare al mio libro “Endless Trip”.

Quanto è difficile ogni volta mettere insieme un numero di Flashback? Qual è la cosa che ti mette in maggiore difficoltà?

E’ uno sforzo ogni volta! A volte è difficile trovare abbastanza materiale illustrativo della qualità appropriata, anche se devo dire che è molto più un piacere che non un’incombenza. Probabilmente, in caso contrario, non lo farei. La parte più difficile è armonizzare le immagini con il testo; fortunatamente, il grafico con cui lavoro, Tony Marks, è un mago, ed è lui che si occupa di tutto questo genere di problemi!

C’è qualche articolo di cui sei particolarmente orgoglioso?

Tra quelli scritti direttamente da me, direi l’articolo dedicato ai Mighty Baby sul numero 3; ha necessitato di un sacco di ricerca e lavoro e ha avuto dettagliati input da tutti i membri della band, che è stato davvero un piacere conoscere personalmente, sono tutte persone fascinose.

Mighty Baby Flashback Issue 3 The Action From Mods to Mecca

Tu sei anche il fondatore della favolosa Sunbeam Records (http://www.sunbeamrecords.com)! Le due attività sono in qualche modo connesse?

Non sono connesse in alcun modo, eccetto per il fatto che entrambe si occupano della musica di uno stesso periodo.

Le ristampe della Sunbeam svettano per l’estrema cura con cui sono realizzate. Quali sono le cose che ti guidano nella scelta di ristampare un disco piuttosto che un altro?

Ovviamente devono essere dischi che mi piacciono in particolar modo. Devono poi essere album che non sono mai stati ristampati prima o, al massimo, la cui ristampa precedente era stata fatta con approssimazione e poca cura. Inoltre, su tutto, amo molto lavorare a stretto contatto con gli artisti stessi, perciò, idealmente, devono essere ancora in giro!

C’è qualche progetto in vista di cui vuoi anticiparci qualcosa?

Attualmente sto preparando una seconda edizione di “Galactic Ramble”, che sarà enorme, e sto compiendo i primi passi nella realizzazione di un nuovo libro, di cui al momento non posso dirti di più…

Cosa pensi della cosiddetta crisi del disco? Credi ci sia un futuro per l’industria musicale?

Io credo che la gente comprerà sempre i dischi in vinile, anche per via del loro intrinseco fascino estetico, mentre probabilmente le vendite dei CD si contrarranno sempre più, nello stesso modo col quale si sono contratte quelle delle cassette (tranne forse per quello che riguarda il mercato degli audiofili). Penso che continuerà ad esserci un’industria musicale fino a che ci sarà qualcuno che continuerà a voler ascoltare della musica. Certo, le basi attraverso cui avverrà quest’operazione continueranno a cambiare. Anche il diverso rapporto tra artisti e fan avrà il suo effetto: oggi è più diretto ed ha senz’altro meno bisogno di una grossa etichetta per concretizzarsi.

Il tuo amore per la musica del passato è evidente, ma qual è il tuo rapporto con il rock contemporaneo? C’è qualcosa che ti piace?

Delle bands contemporanee, mi piacciono Wolf People, Howlin Rain, White Denim, Wooden Shjips ed un pugno d’altre, anche se tendo a ritenere i loro concerti più soddisfacenti dei loro dischi. Andando un po’ indietro, mi piacciono parecchio i Belle And Sebastian e i Voice Of The Seven Woods (non sono sicuro di cosa gli sia accaduto, prova però a cercare The Fire In My Head su YouTube!). Penso che Stephen Malkmus sia un ottimo songwriter e che Luke Haines abbia molto talento. Potrei andare avanti a lungo, con molti e molti nomi. La maggior parte della musica che amo profondamente, però, è quella emersa da quell’esplosione di creatività avvenuta tra il 1964 e il 1973.

Ultima domanda! Puoi segnalarci cinque album pubblicati dalla Sunbeam da avere assolutamente?

Mi stai chiedendo di scegliere fra i miei bambini!! Non c’è nulla di quello che è stato o sarà pubblicato su Sunbeam, che io non giudichi di assoluto valore e meritevole di stare sull’etichetta. Sceglierò pertanto un pugno di album fra i miei preferiti, scelti secondo ragioni del tutto arbitrarie: Dedicated To The Bird We Love degli Oriental Sunshine, A Jug Of Love dei Mighty Baby, Moyshe McStiff And The Tartan Lancers Of The Sacred Heart dei COB, Lily And Maria di Lily And Maria e Volume One degli Human Beast.

Flashback, che ovviamente necessita di una certa conoscenza della lingua inglese per essere letta, non è distribuita in Italia; può essere però facilmente ordinata ed acquistata dal sito http://www.flashbackmag.com/index.html

Un ringraziamento particolare, infine, a Carlo Bordone, che per primo me l’ha fatta conoscere.

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