DIECI ANNI DOPO: RUFUS WAINWRIGHT “Want One”

Nuova recensione dagli archivi. Tratta dal Buscadero dell’ottobre 2003.

RUFUS WAINWRIGHT

Want One

Dreamworks

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Parte con un coro che è come un eco lontano. Attaccano poi dei fiati guardinghi e sopra una voce angelica inizia il suo racconto: Men’s reading fashion magazines… A poco a poco l’orchestra si fa largo tra gli intarsi vocali e il pezzo si innalza verso vertici bigger than life, dove scenari felliniani si fondono con il fantasma del Bolero di Ravel. Oh What A World, il pezzo che apre questo terzo disco di Rufus Wainwright, è assolutamente strepitoso e, come si diceva una volta, basterebbe a giustificare l’acquisto. Per nostra fortuna il CD non finisce qui ed anzi allinea altri tredici scrigni pop che è un piacere aprire e scoprire. Ma andiamo con ordine. Rufus Wainwright, omosessuale dichiarato e figlio d’arte – i genitori sono Loudon Wainwright III e Kate McGarrigle – ha già avuto modo di imporre il proprio talento con due album, Rufus Wainwright e Posies. Con un background musicale che, a fianco del pop e del rock, allinea una passione smodata per il cabaret, per l’opera, per la musica di Tin Pan Alley, il suo nome si è smarcato da subito dalla categoria “figli d’Arte”, per passare automaticamente in quella dei talenti tout court. Merito di una scrittura efficace, di una voce notevole e di una particolare abilità nel fondere le proprie passioni in uno stile elegante e non pasticciato, anche quando l’uso di orchestrazioni è massiccio. E grazie anche, in parte quantomeno, al saper attorniarsi di personalità musicali di un certo peso (nel primo album, ad esempio, al suo fianco c’era Van Dyke Parks). Want One è il primo di due album, scaturiti da sessions durate sei mesi in cui, con l’ausilio di un produttore affermato come Marius de Vrìes e di un gruppo di notevoli musicisti – ricordo tra gli altri Charlie Sexton, Levon Helm, Sterling Campbell, Linda Thompson e Kate McGarrigle – sono state registrate più di trenta canzoni. E’ grande pop quello che propone Rufus, un pop che affonda le sue radici nel musical, nella citata popular music di Tin Pan Alley, in dischi dagli arrangiamenti sontuosi come Sgt Peppers o Pet Sounds, nelle ballate pianistiche di Randy Newman. Il tutto rimasticato e centrifugato all’interno di canzoni ottimamente scritte ed arrangiate e in uno stile proprio e appassionato. Di Oh What A World abbiamo detto, ma è tutto l’album a celare bellezze, una via l’altra. Mi piacerebbe citare tutti i brani ma, preferendo lasciare scoprire a voi le vostre preferite, mi limiterò a citare la leggerezza di Vicious World, l’intensità di Go Or Go Ahead, gli archi pizzicati di Vibrate. Alternando pezzi più orchestrali ad altri più misurati ed essenziali, Want One si segnala come disco pop fuori dal tempo, in cui, miracolosamente, la melassa riesce a non fuoriuscire dal vaso e che andrà a risvegliare l’anima romantica sopita dentro ciascuno di voi.

Lino Brunetti

WILLARD GRANT CONSPIRACY: una vecchia intervista

Proprio in questi giorni, esce il nuovo disco dei Willard Grant Conspiracy di Robert Fisher, una band che, nonostante abbia ormai pubblicato diversi album, nessuno meno che ottimo, ancora è patrimonio solo di un ristretto numero di appassionati. Dell’ultimo album ha scritto Luca Salmini sul numero di settembre del Buscadero: Ghost Republic è un disco minimale ed intimo, lirico ed essenziale, in cui Fisher è accompagnato dal solo David Michael Curry alla viola. E’ un disco ancora una volta prezioso, lontanissimo da qualsiasi trend, una vera e propria oasi per gli appassionati di Americana, in una versione forse mai così raccolta neppure per gli standard della band, sia pur non priva di qualche latente tensione. Qualche anno fa, era il maggio del 2008 e stava uscendo il loro disco Pilgrim Road, ebbi l’occasione d’intervistarlo Robert Fisher: fu uno di quegli incontri che ancora oggi ricordo con particolare affetto. L’intervista era stata fatta per il Busca ma poi, per via di una serie di rimandi causati da cosa oggi neppure ricordo, trovò spazio su Onda Rock. Ve la ripropongo qui oggi, in omaggio ai WGC.

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INTERVISTA A ROBERT FISHER DEI WILLARD GRANT CONSPIRACY

Robert Fisher è un narratore di storie; lo è da più di dieci anni coi suoi Willard Grant Conspiracy, una delle più emozionanti e capaci band del panorama folk-rock statunitense, e lo è stato durante l’ora abbondante in cui ho chiacchierato con lui in un albergo milanese, in un assolato pomeriggio. E’ un fiume in piena quando parla, sempre appassionato e infinitamente profondo e gentile, un conversatore di quelli che ben raramente si incontrano. Parlare con lui è stato davvero un piacere enorme.

Dopo sette album e più di dodici anni di carriera, si può ben dire che siete in giro da un bel po’! Ti aspettavi di arrivare così lontano quando avete iniziato?

Non ne avevo nessuna idea, ci speravo più che altro.. Vedi, ho iniziato negli anni ottanta a suonare, e prima che qualcuno si accorgesse di quello che facevo, molti anni e anche diverse bands erano andate. In qualche modo, l’approccio è sempre stato diverso da quello di altre bands; non ho mai pensato in termini di “ora mi cerco un contratto, faccio un disco, poi andiamo in tour”. Fin dall’inizio era una sorta di forza interiore che mi spingeva a fare musica, era ed è qualcosa che ho dentro e che deve uscire fuori. Quando facciamo un disco spero sempre che alla gente piaccia, ma non c’è nulla di strutturato dietro ed io, comunque, continuerei a suonare anche senza un contratto.

E’ un qualcosa che ha più a che fare con la tua vita che non con una carriera…

Sì! E poi non la definirei neppure una carriera. Io vivo facendo un altro lavoro, quello che si guadagna col gruppo viene sempre reinvestito nel gruppo stesso, spesso sono più le spese che gli introiti. L’idea stessa di carriera è un po’ limitante per me. E’ davvero un onore essere conosciuti sia in patria che all’estero, poter girare il mondo portando la propria musica a persone che sai che ti seguono e l’ascoltano. Come musicista, tutto ciò ti fa sentire anche una grossa responsabilità nei confronti del pubblico e anche della musica stessa.

Con Pilgrim Road avete abbandonato le atmosfere elettriche di Let It Roll per riconnettervi piuttosto ad un disco come Regard The End. Mi puoi dire come è nato quest’ultimo disco?

La tua è una giusta osservazione. Mentre Let It Roll era un album con un feeling da live band, Pilgrim Road ha le stesse radici e parte dalle stesse idee di Regard The End. Già quando registrammo quel disco, sapevo che in futuro sarei tornato su quelle idee per elaborarle ulteriormente e spingerci oltre. Proprio durante il tour di RTE ci trovavamo a Glasgow, al 13th Note, per uno show; fu uno di quei concerti in cui tutto va male fin dall’inizio, con un sacco di problemi tecnici e una serie d’intoppi assortiti. Al termine del concerto, che portammo a termine facendo del nostro meglio, venne a parlarmi sto tizio molto timido che parlava a voce bassissima. Si presentò come compositore classico e mi offrì di collaborare con noi. All’inizio ero piuttosto scettico, nei nostri dischi avevamo già usato archi, fiati, piano, e come ti dicevo prima, non pianifico mai nulla con largo anticipo. Quel tizio era Malcolm Lindsay che ha co-scritto con me l’intero Pilgrim Road.

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Il nuovo disco espone nuove influenze rispetto al solito; ha sempre le radici nel suono Americana ma poi va a toccare lidi cameristici e qualche sfumatura jazzata…

Non credo ci sia del jazz.. Io lo vedo come una combinazione di diversi elementi. Malcolm è un musicista classico ma ha anche suonato la chitarra in gruppi rock, è un conoscitore della musica folk. Abbiamo un background simile. Quando collabori con qualcuno porti con te tutte le tue esperienze precedenti. Per questo disco ci siamo messi a scrivere e a registrare tutto nello stesso tempo, con molto istinto e poco ragionamento. Volevamo evitare di fare come quelle bands che scrivono il pezzo e poi chiamano un arrangiatore ad appiccicargli gli archi sopra, io volevo che quelle parti fossero parte integrante della struttura stessa delle canzoni, una loro significativa voce emozionale. Volevo usare le viole, i violini, il violoncello o il vibrafono in modo inusuale e non convenzionale e inserirli in strutture anch’esse non classiche. Un pezzo come Painter Blue, ad esempio, non ha il ritornello, o meglio esso è rappresentato da una partitura musicale, come in un movimento sinfonico. Poi, ovviamente, ci sono anche pezzi più tradizionali, che puoi canticchiare facilmente, canzoni dall’appeal pop inserite in un contesto un po’ diverso. Un’altra cosa a cui abbiamo prestato attenzione è stata quella di mantenere un approccio minimale, evitando di suonare pomposi e magniloquenti. Abbiamo ragionato secondo il motto jazz less is more.

Quando prima dicevo jazz, lo intendevo infatti come mood…

Sì, Jerusalem Bells ha un mood jazz senza esserlo, così come anche Water And Roses. The Great Deceiver ha, per contro, un mood blues pur essendo strutturalmente una folk song.

Chi è la ragazza che canta in The Great Deceveir?

Brava, eh? Si chiama Iona MacDonald, è parte di un duo assieme al suo ragazzo che suona la slide guitar; si chiamano Dog House Roses, sono di Glasgow e tra un paio di mesi dovrebbe uscire un loro disco. Ci eravamo conosciuti attraverso My Space e così, mentre ero a Glasgow a registrare il disco, ho notato che suonavano e sono andato a vederli. Da lì a proporgli di collaborare al disco, il passo è stato breve.

C’è una gran cura per gli arrangiamenti in Pilgrim Road.

Io e Malcolm ci abbiamo lavorato intensamente per dieci giorni, senza essere inutilmente puntigliosi ma dandoci la possibilità di lavorare a fondo su di essi e di essere il più possibile articolati. Stavolta, poi, ho voluto essere un po’ meno passivo del solito con gli altri musicisti: ho consegnato loro delle parti strumentali da eseguire precise e definite, specificando che avrei accettato dei suggerimenti, ma sempre partendo dalle parti che gli avevo presentato.

Mi sembra che un po’ tutte le canzoni di Pilgrim Road affrontino il tema della spiritualità. Diresti che c’è una connessione evidente fra le varie canzoni che compongono l’album?

Non particolarmente. Non tutte le canzoni affrontano lo stesso tema e anche quando lo fanno, hanno punti di vista differenti. In The Great Deceveir il protagonista della canzone chiede che gli sia mostrato il diavolo per poter riconoscere Dio, il che ne fa una sorta di inno rovesciato e la rende diversissima da The Pugilist, dove al centro della scena c’è un lottatore che si batte per realizzare i propri desideri, pur tentando di conservare dentro di sé la propria spiritualità. Forse sono argomenti inconsueti ma, se ci pensi bene, temi come quello della fede sono molto dibattuti oggigiorno nel mondo. Comunque, non ho scritto premeditamente di queste cose, in qualche modo, alla fine della realizzazione del disco, io stesso me ne sono meravigliato. Ho solo tentato di scrivere nel modo più onesto possibile, senza curarmi troppo del risultato finale e dell’affresco che poi ne sarebbe venuto fuori.

Robert Fisher

Robert Fisher

Ci sono alcune parole che ricorrono spessissimo nelle recensioni dei vostri dischi: triste, malinconico, gotico. Che ne pensi? Ti dà fastidio la cosa?

Penso sia una scappatoia molto facile metterla giù in questo modo, dire: è triste! Malinconico è un termine che invece ritengo  appropriato: molta musica, film , libri, specie degli anni ’50 e ’60 è malinconica, termine che porta dentro di sé una certa dose di dolcezza, anche se oggi viene usato quasi esclusivamente in un accezione negativa, cosa che ritengo sbagliata. E’ un termine che in realtà sottende una qualche forma di riflessione; la gente spesso non ha tempo e voglia di riflettere sulle cose che non funzionano, pensa solo a  trovare una soluzione veloce ai problemi, non meditando a fondo su cose come la perdita, il dolore. Giù una pillola e tutto è risolto. Invece attraverso queste cose c’è molto da imparare su sé stessi, sulla vita. Alla fine, la gente, leggendo quelle parole in una recensione, finisce per associarli a cose come la noia o la tristezza fine a sé stessa, cosa che ovviamente non è.

Probabilmente molti di quei termini vengono usati anche come sinonimo di intenso, emotivo..

E’ un po’ lo stesso problema di quando si mettono le etichette ai dischi. Come quando dici a qualcuno che odia il country che quello è un disco country e questo basta ad indurlo a non approfondirne la conoscenza, magari precludendosi la possibilità di scoprire qualcosa anche per lui di significativo. Io preferirei che non si dicesse di cosa parlano le mie canzoni, lascerei al pubblico la possibilità di interpretarsele da solo e di metterci dentro qualcosa di loro stessi.

Molto spesso hai registrato i tuoi dischi in Europa; cosa ti lega al Vecchio Continente in questo senso?

Il posto in cui registro, in realtà, è dettato solo da motivi di comodità legata agli impegni del momento. Ho registrato un po’ ovunque, Glasgow, Boston, la Slovenia, l’Olanda. Registrare in giro per il mondo, molto spesso mentre sono in tour, ti apre possibilità che non ti aspetteresti, un po’ come per il caso dei Dog House Roses che ti dicevo prima. Ultimamente ho registrato la mia voce per un pezzo di Cesare Basile mentre ero in Olanda, mentre lui era in studio con John Parish chissà dove. E’ stata una cosa completamente improvvisata e quasi accidentale ma bellissima se ci pensi. La moderna tecnologia ti permette queste cose ed è una vera conquista, fantastica da usare. Anche Jackie Leven aveva una canzone che assolutamente voleva cantassi io; così ce ne siamo andati in Galles, in un cottage in mezzo alla neve, a registrare. Sono tutte grandi avventure e belle esperienze, che danno forma ad una sorta di community, di grande famiglia. Pilgrim Road è stato registrato a Glasgow perché Malcolm vive lì ed io ero in tour in Europa. Dove si registra non ha molta importanza, ci si affida ad una sorta di geografia mentale, anche se l’atmosfera particolare, grigia e piovosa, di Glasgow un po’ ha influito sul risultato finale.

Trovi differenze tra il pubblico americano ed europeo?

Cambia molto da Paese a Paese; in posti come l’Irlanda o l’Olanda la gente continua imperterrita a parlare durante i concerti, in Germania sono tutti molto tranquilli. Io sono uno storyteller e quindi, in paesi come la Spagna o l’Italia, mi devo un po’ limitare perché so che non tutti parlano inglese. Io però, più che alle differenze, preferisco pensare all’universalità del linguaggio musicale e a come questo possa essere recepito in maniera sostanzialmente simile, a prescindere dai contesti culturali, dalla lingua parlata, dalla Storia di quel Paese. E’ tutta una questione di onestà della presentazione, d’intensità emotiva, di qualità tecniche ovviamente. Recentemente sono stato in Portogallo e mi sono appassionato al fado, pur non comprendendo una sola parola di quello che viene detto nelle canzoni. In questo senso, generalmente, gli americani tendono a rifiutare la musica non in inglese, la cosa li spiazza, non fanno molta fatica. Nel resto del mondo ci sono paesi che hanno conservato le proprie radici musicali , come l’Italia dove puoi ascoltare ottima musica cantata in italiano e dove avete una tradizione culturale ricchissima, e altri dove invece la propria tradizione musicale è stata abbandonata a favore dei modelli globali dominanti.

Robert Fisher & David Michael Curry

Robert Fisher & David Michael Curry

Sei interessato all’aspetto politico delle canzoni?

Bella domanda! Io, generalmente, tendo a scrivere canzoni svincolate da un aspetto temporale. Credo che i testi debbano poter fluttuare nel tempo in modo che anche fra cent’anni o in qualsiasi altro momento possano risultare freschi e attuali. Non scrivo mai di politica in maniera specifica; quando affronto argomenti politici lo faccio senza entrare nell’attualità, senza specificare date o avvenimenti precisi, tentando di affrontare la cosa in maniera più universale.

C’è qualche produttore con cui ti piacerebbe lavorare?

Non saprei rispondere.. Io stesso lo sono e, secondo me, il ruolo del produttore è quello di facilitare e sviluppare ciò che c’è nella mente del gruppo, spingendoli oltre i loro confini, verso territori inesplorati. E’ una vera e propria sfida! Ora, se questo è quello che cerco in un produttore non saprei chi scegliere, perché dovrei conoscerli personalmente per sapere se possono fare qualcosa per me. Non sono affatto interessato al nome del produttore di grido, a quello che ha quello specifico suono che farebbe suonare il mio disco in quella precisa maniera.  Io, piuttosto, cerco una sorta di purezza, di suono naturale degli strumenti.

E invece, gli artisti di qualsiasi disciplina che sono stati importanti per te?

Oh, la lista potrebbe essere lunghissima, lungo un asse che va da Robert Rauschenberg fino a mio nonno (che era un suonatore di contrabbasso e fino a due anni fa neanche lo sapevo!!), che mi ha influenzato come persona, non come musicista. Devi sempre avere dei modelli alti; quello a  cui servono gli eroi, a prescindere dal talento che hai, è lo spingerti a fare sempre meglio e andare oltre le tue capacità. Loro mi spingono ad avere il loro stesso coraggio ed ambizione, senza imitarne il suono però, ma attingendo piuttosto dalla loro attitudine e il  loro coraggio di sperimentare. Molte bands fanno l’errore di voler imitare il suono della musica che amano, evitando di andare invece a cercare la propria vera voce.

Credo che nella musica dei Willard Grant Conspiracy ci sia una forte componente cinematica. Mai pensato di scrivere una colonna sonora?

Sarebbe molto divertente farlo! Spero sempre che qualcuno prima o poi me lo chieda. La musica ha una componente visiva molto forte e mi piace molto l’idea che essa possa creare spazi e tempi nella mente dell’ascoltatore e che una sola canzone lo possa fare in miriadi di modi diversi a seconda dello  stesso.

Un pezzo come Vespers ti fa sentire come se stessi mettendo piede dentro una cattedrale!

E’ una canzone molto strana quella, solo due viole e quella specie di austero coro maschile russo con dentro Jackie Leven. La parte musicale è un estratto dalla musica per un balletto che Malcolm aveva scritto in Scozia e su cui vedeva benissimo la mia voce. Dal momento in cui mi propose la cosa  alla sua realizzazione non passarono che poche ore: i versi li scrissi tutti di getto come in una  specie di trance e registrammo la voce la sera stessa sulla partitura di viole. Tutto è andato alla perfezione, una sorta di dono dal cielo. E’ una canzone che amo molto, intensa, oscura, non facile. A volte un po’ mi spaventa, come un po’ tutto il disco.. Mi chiedo: “Non avrò esagerato?”. Pezzi come Jerusalem Bells o Water And Roses, a risentirle mi domando come abbia fatto ad arrivarci. Verra capito? Spero di sì!

Robert Fisher

Robert Fisher

Scrivere ti viene facile oppure no, generalmente?

E’ essenziale tenersi ricettivo verso qualsiasi fonte d’ispirazione. La nostra vita è programmata molto intensamente e quindi quando questa arriva, non è detto che tu abbia il tempo di recepirla e agire su di essa. Spesso non si ha neppure la possibilità di riconoscerla perché si è concentrati su altro; in qualità di songwriter, pur avendo la stessa vita complicata di qualsiasi altro, cerco di lasciare degli spazi per riconoscere ed agire sull’ispirazione. Bisogna essere abbastanza onesti anche da capirne la qualità: quello che un giorno ti sembra fantastico, il giorno dopo potrebbe rivelarsi pura spazzatura. Sembra facile ma non lo è.

Come vedi il music business oggi e dove si collocano i WGC all’interno di esso?

Se fosse un palazzo, probabilmente in cantina! [risate] Non credo che il music business sia particolarmente diverso dagli altri tempi oggi: c’è un sacco di merda ma anche un sacco di roba ispirata, come sempre, con una predominanza della prima sulla seconda (fanno eccezione gli anni ’60 e l’era punk, ma quelli erano tempi fuori dal comune). Quello che è realmente cambiato è il contesto culturale: la gente non sa più riconoscere la qualità perché è stata abituata a degli standard molto bassi, come se si trattasse di fast food. I discografici cercano di vendere il più possibile e nel più breve tempo immaginabile, fregandosene del coltivare artisti a lungo termine ma cercando di sfruttare al massimo il momento immediato; per fare questo hanno livellato la qualità su standard bassissimi, attraverso prodotti vuoti ed incosistenti ma il più largamente possibile vendibili e comprensibili.

Per finire, mi devi proprio togliere una curiosità: come mai Malpensa si intitola così, come l’aeroporto in cui, devi sapere, io lavoro?

[scoppia in una risata fragorosa] Bé, è una storia divertente.. Dovevo andare da Zurigo a Malta ed ero stato costretto a fare scalo a Malpensa dove avevo un’attesa di più di quattro ore, prima di potermi imbarcare. Il mio bagaglio era già stato spedito, il libro che stavo leggendo l’avevo finito e stavo sentendo musica nel mio iPod mentre guardavo fuori dalle vetrate il paesaggio e gli altri passeggeri intorno a me. E poi, bang, di colpo, mi viene in mente una melodia! Accidenti, mi dico, questa è una canzone! Non avevo con me né carta né penna, né alcun modo per registrarla o fissarla da qualche parte. Sono andato avanti per le cinque ore successive, fino a che non sono giunto in albergo e ho potuto metter mano al registratore, a canticchiarmela fra me e me, ininterrottamente. Quando raccontai questa storia a Malcolm, mi suggerì di chiamare la canzone così, in onore di quella che, in tutto e per tutto, era stata la madre della canzone, Malpensa! E per una canzone che parla di lasciarsi le cose alle spalle, il nome di un aeroporto mi sembra proprio azzeccato! [risate] Di tutti i problemi che state passando per l’abbandono dei voli di Alitalia e di tutti gli aspetti politici della faccenda so poco e nulla. Non era questo il tema della canzone!

Lino Brunetti

END OF THE ROAD 2013 – UN RACCONTO PER IMMAGINI

senza titolo-124Un po’ come abbiamo fatto per il Primavera Sound, vi raccontiamo qui l’edizione 2013 del bellissimo festival End Of The Road – si tiene nel Dorset, in Inghilterra, ogni anno alla fine di agosto – attraverso una galleria di immagini, rimandandovi ad un più completo report che apparirà sul prossimo Buscadero. Per il momento, buona visione quindi.

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Annie Eve

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Widowspeak

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Diana Jones

Diana Jones

Landshapes

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Ralfe Band

Ralfe Band

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Pins

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Futur Primitif

Futur Primitif

Allo Darlin'

Allo Darlin’

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Doug Paisley

Doug Paisley

Serafina Steer

Serafina Steer

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Money

Money

Eels

Eels

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Matthew E. White

Matthew E. White

Bob Lind

Bob Lind

David Byrne

David Byrne

St. Vincent

St. Vincent

Savages

Savages

Savages

Savages

King Khan & The Shrines

King Khan & The Shrines

Birthday Girl

Birthday Girl

Fossil Collective

Fossil Collective

Evening Hymns

Evening Hymns

Pokey La Farge

Pokey La Farge

Indians

Indians

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Night Beds

Night Beds

Dawes

Dawes

Dawes

Dawes

Angel Olsen

Angel Olsen

Angel Olsen

Angel Olsen

Leisure Society

Leisure Society

Leisure Society

Leisure Society

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Warpaint

Warpaint

Warpaint

Warpaint

Warpaint

Warpaint

Anna Von Hausswolff

Anna Von Hausswolff

Anna Von Hausswolff

Anna Von Hausswolff

Trembling Bells

Trembling Bells

Trembling Bells with Mike Heron

Trembling Bells with Mike Heron

Mike Heron

Mike Heron

Mike Heron

Mike Heron

Crocodiles

Crocodiles

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Charlie Boyer & The Voyeurs

Charlie Boyer & The Voyeurs

Charlie Boyer & The Voyeurs

Charlie Boyer & The Voyeurs

Damien Jurado

Damien Jurado

William Tyler

William Tyler

Bo Ningen

Bo Ningen

Bo Ningen

Bo Ningen

Bo Ningen

Bo Ningen

Valerie June

Valerie June

Valerie June

Valerie June

Valerie June

Valerie June

Broken Twin

Broken Twin

Broken Twin

Broken Twin

John Murry

John Murry

John Murry

John Murry

Dinosaur Jr

Dinosaur Jr

Dinosaur Jr

Dinosaur Jr

Barr Brothers with Futur Primitif

Barr Brothers with Futur Primitif

Caitlin' Rose
Caitlin’ Rose

All photos © Lino Brunetti

Don’t use without permission

Primavera Sound 2013 – Un racconto per immagini

Primavera Sound - Parc del Forum

Testo e foto di Lino Brunetti

Per tutti gli appassionati di musica, quello col Primavera Sound di Barcellona, è un appuntamento annuale assolutamente da non perdere. Annunciato con lo slogan Best Festival Ever, il Primavera di quest’anno è stato un grandissimo successo sia di pubblico (oltre 170000 le presenze nei tre giorni a pagamento), che in termini di proposta musicale. Veramente tante le cose da ricordare: da un Nick Cave in forma smagliante ad un magico Mulatu Astatke, dall’atmosfera emozionante creata dai Dead Can Dance, all’intensità di gruppi come Neurosis o Swans, per arrivare alla grandezza di giovani songwriters come Matthew E. White o Phosphorescent o al divertimento assicurato da bands quali Goat, Metz o Thee Oh Sees. Un vero e proprio report sulla manifestazione, apparirà sul numero di luglio/agosto del Buscadero; qui, sarà essenzialmente attraverso una galleria fotografica che proveremo a raccontarvi i nostri giorni nella città catalana. Iniziando a contare fin da adesso i giorni che mancano al prossimo Primavera, di cui è già stato annunciato il primo nome: Neutral Milk Hotel! Appuntamento a Barcellona quindi, 29, 30 e 31 maggio 2014!!!!

Parc del Forum

Parc del Forum

Parc del Forum

Parc del Forum

Parc del Forum

Parc del Forum

Parc del Forum

Parc del Forum

The BotsThe Bots

Guards

Guards

The Vaccines

The Vaccines

The Breeders

The Breeders

Wild Nothing

Wild Nothing

Woods

Woods

Savages

Savages

Savages

Savages

Blue Willa

Blue Willa

Blue Willa

Blue Willa

Girl portrait

Girl portrait

Metz

Metz

Parc del Forum

Parc del Forum

Do Make Say Think

Do Make Say Think

Bob Mould (before the show)

Bob Mould (before the show)

Hot Snakes

Hot Snakes

Fucked Up

Fucked Up

Dead Skeletons

Dead Skeletons

Animal Collective

Animal Collective

Animal Collective

Animal Collective

Ethan Johns

Ethan Johns

Mulatu Astatke

Mulatu Astatke

Mulatu Astatke

Mulatu Astatke

Daniel Johnston

Daniel Johnston

Daniel Johnston

Daniel Johnston

Om

Om

Matthew E. White

Matthew E. White

Jesus & Mary Chain

Jesus & Mary Chain

Jesus & Mary Chain

Jesus & Mary Chain

Neurosis

Neurosis

Neurosis

Neurosis

Swans

Swans

Swans

Swans

Goat

Goat

Goat

Goat

Mount Eerie

Mount Eerie

Julia Chirka & Lauren Ashley Eriksson (Mount Eerie) - portrait

Julia Chirka & Lauren Ashley Eriksson (Mount Eerie) – portrait

Sea And Cake

Sea And Cake

Sea And Cake

Sea And Cake

Dead Can Dance

Dead Can Dance

Dead Can Dance

Dead Can Dance

Dead Can Dance

Dead Can Dance

Thee Oh Sees

Thee Oh Sees

Phosphorescent

Phosphorescent

Phosphorescent

Phosphorescent

Nella folla

Nella folla

Cayucas

Cayucas

Girls

Girls

Love is in the air

Love is in the air

il mitico Big Jeff

il mitico Big Jeff

Pubblico

Pubblico

Mac De Marco

Mac De Marco

The Orchids

The Orchids

Julie Doiron

Julie Doiron

Sr. Chinarro

Sr. Chinarro

Come

Come

All photos © Lino Brunetti

Don’t use without permission

PHOSPHORESCENT live on KEXP

Phosporescent

phosphorescent-muchacho-520Del nuovo album di Matthew Houck aka PhosphorescentMuchacho, abbiamo già detto tutto il bene possibile sul Buscadero, tramite recensione ed intervista. Ci torniamo su ora, giusto per segnalarvi la sua performance negli studi della sempre ottima KEXP Radio di Seattle. Enjoy!

CORTEX “CINICO ROMANTICO”

Cinico Romantico: una chitarra jazz anni trenta, un amplificatore valvolare, un’armonica, un pianoforte e una voce distorta sono gli ingredienti che compongono queste 10 canzoni. Il disco, interamente autoprodotto, è stato registrato in casa da AbbaZabba e Cortex tra l’agosto e il settembre 2012 e mixato al Palo Alto Studio di Trieste, tutti gli strumenti sono suonati da Cortex tranne le batterie di “Per avere il tuo cuore” e “Omino luci blu” suonate da Francesco Valente (Il teatro degli orrori). In questo lavoro intimista e diretto, Cortex riflette sulla decadenza del mondo moderno e la perdita dei veri valori, e risponde a tutto questo con forza ed energia positive.
Semplicità compositiva e una forte attitudine chitarristica blues sono la sua formula unita ad echi di Rino Gaetano, Lucio Battisti, Franco Battiato, Lucio Dalla, Fabrizio De Andrè e Ivan Graziani.

BIOGRAFIA

Cortex , al secolo Enrico Cortellino, è un progetto cantautoriale che nasce ufficialmente nel novembre del 2007 quando per il collettivo Arab Sheep stampa il suo omonimo album di debutto dove un’atmosfera psichedelica fa da sfondo alla poetica borderline dell’autore. “Malato d’amore” è il primo fortunato video-singolo estratto dall’album. Nel 2008 Cortex partecipa al concorso internazionale Tourmusicfest, dove viene premiato da Mogol con una borsa di studio per il CET (scuola di musica di Mogol), nel 2009 si diploma al CET come “Interprete di musica leggera Italiana”.
Nel 2010 – 2011 fa delle autoproduzioni di canzoni in italiano pubblicandole principalmente sul Web.

Vi proponiamo il suo nuovo lavoro in streaming, buon ascolto.

COVER_CORTEX

 

https://soundcloud.com/marzo2013-quattro/sets/maggio2013_quattro/s-qU1ZT

WES TIREY “I Stood Among Trees”

WES TIREY

I Stood Among Trees

Bandcamp

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Non è difficile immaginare quanto un territorio enorme quale quello del Midwest statunitense sia ricco di talentuosi e misconosciuti songwriters, che forse mai arriveranno ad un pizzico di fama o, ancora più semplicemente, a raggiungere le nostre comunque sempre attente orecchie (quanti di loro sono stati portati alla luce sulle pagine del Buscadero?). E’ stato l’amico Giuseppe Marmina a farmi conoscere Wes Tirey e qui, pubblicamente, voglio ringraziarlo. Wes arriva da Dayton, Ohio, nel pieno cuore di quello sterminato Midwest che abbiamo appena citato. Nelle sue canzoni gli ampi confini di quel territorio, che l’occhio stenta a contenere, si respirano tutti, così come si avverte la desolazione della vita di provincia, il tentativo di arrivare a cristallizzare i propri sentimenti attraverso un’introspezione a volte sofferta, a volte dolcemente malinconica. Armato solo di una chitarra acustica, di un banjo e di un Fender Rhodes, e con un pugno di storie da raccontare, Wes Tirey, in questo EP intitolato I Stood Among Trees, ci consegna cinque vividi scorci sul suo mondo, dove sono di casa scenari da Gotico Americano, come nella bellissima Wild Beasts, racconti piccoli eppur così toccanti (la dolce The Evening Tide, The Time Leaves So Soon), pezzi in cui irrompe la cruda realtà, screziata giusto un po’ da un pizzico di necessaria visionarietà (Final Resting Place). Qualsiasi turbamento interiore ha sempre modo di sciogliersi però, magari nella contemplazione estatica della bellezza del mondo, nel rassenerante fulgore di un paesaggio infinatamente più grosso di qualsiasi nostra pena; è un po’ quello che evoca la conclusiva When Your Eyes See The Valley, un bellissimo strumentale per sola chitarra acustica che, se da una parte risveglia, per l’ennesima volta, il sempiterno fantasma di John Fahey o il ricordo di quando David Pajo si faceva chiamare Papa M, dall’altra ci fa capire che Wes Tirey, probabilmente, non è solo l’ennesimo cantautore del Midwest americano.

Lino Brunetti

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MY DEAR KILLER “The Electric Dragon Of Venus”

MY DEAR KILLER

The Electric Dragon Of Venus

Boring Machines

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Mancava apparentemente dal 2006, My Dear Killer, pseudonimo del cantautore lombardo Stefano Santabarbara, l’anno in cui aveva pubblicato il precedente Clinical Shyness, un titolo, tra l’altro, che spiegava molto dell’approccio musicale del suo autore. Dicevo apparentemente perché, come sapranno i cultori più attenti dell’underground italiano, in realtà Stefano, in tutto questo tempo, non è che sia stato proprio assente dalle scene: è infatti, tra altre cose, il promotore principale dell’etichetta Under My Bed Recordings – qui ne festeggiavamo il decennale – con cui negli ultimi tempi ha portato avanti il rimarchevole progetto “Cinque Pezzi Facili”, serie di split che ha visto fino ad ora coinvolti gruppi ed artisti quali Morose, Tettu Mortu, Campofame, Lorca, Pillow, Mr 60, Frozen Fracture, EMV, Konstanzegraff, oltre che ovviamente se stesso. Da sempre legato al folk cantautorale più dimesso e lo-fi, My Dear Killer torna stavolta con un disco che segna un più sostanziale impegno produttivo ed una più matura consapevolezza musicale. Non cambiano i confini del suo fare musica in The Electric Dragon Of Venus – pubblicato solo in vinile dalla sempre benemerita Boring Machines – che rimangono definiti dall’amore sconfinato per Nick Drake da un lato e dalla passione per sonorità meno accomodanti e più sperimentali dall’altro, ma qui, complice anche l’apporto di molti amici musicisti, tutto appare meno provvisorio e precario, pur non rinunciando a quella intensa fragilità di fondo che è una delle caratteristiche principali del suo sound e del suo songwriting. Le sue canzoni dimesse e malinconiche, che in più di un’occasione non possono non ricordare anche lo slowcore sofferto di Red House Painters e Sophia in versione lo-fi, qui sono capaci di colorarsi tramite la spolverata di un trombone (Stella Riva, in Frozen Lakes) o attraverso il tocco di un elegiaco violoncello (suonato da Piergiorgio Storti in Scent Of The Water e Magnetic Storm). Importanti i contributi di ONQ/Luca Galuppini con synth, sega musicale e chitarra hawaiiana preparata, i field recordings di Matteo Uggeri e gli electronics ed i noises pilotati da Gherardo Della Croce. Stefano canta con voce dimessa e mormorante, dando vita a quadri di attonita malinconia come la splendida Good Night, a canzoni screziate da gelide folate di conturbante feedback (Mild Eyes, tra le altre), a brani persino potenzialmente rock come la quasi incalzante Nightime. Chiuso ed aperto, tanto da assumere una struttura circolare, dalle due parti della strumentale title-track, The Electric Dragon Of Venus è un disco da tenersi stretto e con cui cullarsi nei momenti di più profonda introspezione.

Lino Brunetti

My Dear Killer - Foto © Lino Brunetti

My Dear Killer – Foto © Lino Brunetti

DIECI ANNI DOPO: STEVE VON TILL “If I Should Fall To The Field”

Dal Buscadero 245, aprile 2003

STEVE VON TILL

If I Should Fall To The Field

Neurot Recordings/Goodfellas

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Conosciuto ai più come il cantante e il chitarrista dei Neurosis, band orbitante nell’area del rock più estremo, Steve Von Till sorprese i suoi fans, già quando pubblicò il suo primo album solista As The Crow Flies. Abbandonate le atmosfere sature ed oltranziste della band madre, si proponeva lì, invece, come novello cantautore dalle tinte oscure, ma che trovava nel folk e nel blues, o comunque nella musica delle radici, il cuore pulsante della sua musica più personale. If I Should Fall To The Field si riallaccia al discorso iniziato con l’esordio e, alzando ulteriormente il tiro, pone Von Till come una delle voci più autorevoli nell’odierno panorama cantautorale. E’ profondo il senso di appartenenza e il legame tra l’autore e la memoria della musica americana che si percepiscono tra questi solchi. Il suono è generalmente scarno, spettrale, che poco o nulla concede in termini di ammiccamento all’ascoltatore. Gli arrangiamenti sono sempre misurati e puntano a raggiungere il massimo del risultato col minimo dei mezzi, e permettono alla voce roca e profonda di ergersi sul tutto e riempire i vuoti. Prendiamo ad esempio Am I Born To Die, un traditional che Von Till fa rivivere solo tramite il fiddle di Doug Adams e su cui canta con straordinaria intensità. Breathe è fatta di un filo d’organo e da una chitarra acustica, ed è subito un entrare nel mondo oscuro di un blues catacombale. To The Field si concede un urlo trattenuto, in uno dei rari momenti elettrici dell’album, mentre My Work Is Done è un blues fuori dal tempo, cadenzato dal suono del banjo. Hallowed Ground, uno dei capolavori del disco, ha una tensione interna straziante, tanto più che non arriva mai a scioglierla in una qualche fuga strumentale catartica, attesa per tutto il brano, ma la mantiene intatta lungo la durata dell’intera canzone. This River è colonna sonora perfetta per una storia alla Spoon River, con un evocativo intreccio di banjo e chitarra elettrica. Running Dry, ottima rilettura, è quella di Neil Young (stava su Everybody Knows This Is Nowhere). The Wild Hunt è folk dalle tinte gotiche, inesorabile e plumbeo, tale da far sembrare i 16 Horsepower delle spensierate educande. Anche Dawn viaggia attraverso questi lidi desolati, prima dell’addio lasciato a The Harpy, dove il nonno di Von Till, registrato dal figlio, recita una poesia sopra un drone di chitarra lasciato sullo sfondo a pennellare le ultime note di malinconia (quando si dice di generazione in generazione!). Un disco veramente molto bello If I Should Fall To The Field, che piacerà di sicuro a tutti quelli che hanno amato il Lanegan solista o l’ultimo album di Papa M. Di questi Von Till rappresenta la versione più dark, ma vi assicuro che se riuscirete a penetrare questo disco, vi catturerà e non vi lascerà più andare.

Lino Brunetti

APPINO “Il Testamento”

APPINO

Il Testamento

La Tempesta Dischi/Universal

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Chiunque sia stato negli ultimi anni ad un concerto degli Zen Circus, si sarà facilmente reso conto di un paio di cosette: primo, che razza di eccezionale live band essi siano, secondo, quanto la loro popolarità sia ormai cosa assodata e consolidata. Da sempre degli infaticabili operai del rock, perennemente on the road, per il 2013 gli Zen hanno deciso di prendersi una piccola pausa di riposo. Che vuol dire, di solito, pausa di riposo per musicisti come loro? Significa continuare a fare musica con progetti diversi. Ha iniziato Karim, il batterista, con i suoi La Notte Dei Lunghi Coltelli, ma è abbastanza prevedibile che il disco più atteso fosse questo di Appino, cantante, chitarrista e autore principale delle canzoni della band pisana. Il Testamento è un disco interessante a più livelli: senza dubbio conferma quanto Appino sia un autore di testi graffianti e capace di racchiudere mondi in pochi versi, nonché quanto sia abile a creare melodie e canzoni in grado di imporsi con rarissima efficacia. Dal suo esordio solista, musicalmente parlando, ci si poteva forse attendere un qualcosa orientato a sonorità più cantautorali; quello che invece ha messo in piedi, con la collaborazione di Giulio Ragno Favero (basso e produzione) e Franz Valente (batteria), entrambi de Il Teatro Degli Orrori, oltre che con ospiti quali Rodrigo D’Erasmo (Afterhours), Marina Rei, Tommaso Novi e altri, è il disco più livido, duro e prepotentemente rock della sua intera carriera. I temi principali dell’album sono il rapporto con la famiglia, il proprio ego, la schizofrenia. Appino stesso così ha presentato l’album: E’ la totale liberazione dei miei dolori più profondi, la vera e difficile storia della mia famiglia usata come veicolo per una terapia di gruppo, necessaria e a tratti violenta. In queste canzoni, spesso veramente toccanti, manca un po’ l’ironia tipica della pagine più conosciute degli Zen, ma non il disincanto e la capacità di parlare di cose profondissime senza patetismi ed evitando di fare la morale a chicchessia. Si prende qualche rischio, qui dentro, Appino: un pezzo come Specchio Dell’Anima, sorta di meditazione sull’affrontare il nostro peggior nemico, noi stessi, esagera con qualche durezza di troppo e con qualche tastiera indigesta, brani come Solo Gli Stronzi Muiono o Schizofrenia si spingono quasi verso confini hardcore (la seconda però ha un bell’intro western-morriconiano), 1983, che ha uno dei testi più belli mai scritti da Appino, in coda volge verso un inatteso electro-pop. Sono gli episodi più discutibili di un disco che, nell’insieme, però, può ben dirsi assai riuscito, a partire dalla title-track posta in apertura, una neanche troppo velata dedica alla scelta di chiamarsi fuori dalla vita di Mario Monicelli, passando per una filastrocca nera come Che Il Lupo Cattivo Vegli Su Di Te o per il rock sottilmente attraversato da un filo di malinconia di Passaporto. Niente male Fuoco!, con una delle melodie più Zen Circus di tutto il disco, ma è La Festa Della Liberazione, un folk-rock dylaniano, uno degli apici del disco, per parole (da sentire, straordinarie) e musica. Tristissima la storia narrata in Questione d’Orario, un bel brano rock attraversato dal piano e dal violoncello, dal bel drive chitarristico Fiume Padre, brano che ribalta la retorica rock della fuga, sostanzialmente cantautorale, anche se arrangiata con piglio moderno, I Giorni Della Merla, mentre Tre Ponti ha un feeling folk-rock sixties, con archi e twang guitars, e Godi (Adesso Che Puoi) ha le sembianze di una confessione intima, per voce e due chitarre. E’ un disco molto personale e sentito Il Testamento, che a volte si scherma con la potenza di un rock ottundente, quasi col timore di andare veramente troppo in là nell’esporsi di fronte agli altri. I numerosi fan degli Zen Circus comunque lo apprezzeranno parecchio e noi, ovviamente, con loro.

Lino Brunetti