FLASHBACK MAGAZINE: intervista a RICHARD MORTON JACK

Non occorre essere fini analisti delle faccende musicali, per rendersi conto dell’appeal che la musica del passato (e ci riferiamo ovviamente a sixties e seventies soprattutto) ha ancora oggi su miriadi di appassionati. I germi di quanto accaduto, grosso modo, fra i primi anni sessanta e la prima metà del decennio successivo, non solo sono facilmente riscontrabili nella musica di un buon 90% (probabilmente una stima per difetto) delle bands contemporanee, ma continua ad essere di scottante attualità grazie al remunerativo mercato delle ristampe, dei box retrospettivi, financo del disseppellimento e della (ri)scoperta di oscure e misconosciute pepite musicali risalenti all’epoca. Si, perché oltre alle celebrazioni ovvie nei confronti delle grandi e conosciutissime star, mai come in questi anni si era assistito ad una simile corsa alla ristampa e, in alcuni casi, addirittura alla riscrittura della storia. Se è vero, infatti, che le grosse Major campano rivendendo, per l’ennesima volta, gli stessi dischi ai soliti appassionati, che per qualche traccia in più farebbero follie, è anche vero che non è minimizzabile il successo, sia pur di nicchia, di etichette dedite alle ristampe di dischi e nomi, spesso di assoluto culto, quali Rhino, Sundazed, Sunbeam, Light In The Attic, Ace, Cherry Red, Munster e molte, molte altre. Labels, tra l’altro, che, è il caso di dirlo, mettono una cura nelle loro ristampe, il più delle volte superiore a quello di molte Major. Persino il mondo delle riviste musicali non è esente da questa fascinazione; e non parlo solo degli articoli presenti in un po’ tutte le riviste italiane, Busca compreso, o dei numeri monografici e degli speciali allestiti da magazines quali Uncut e Mojo, quanto di riviste dedite esclusivamente alla musica del passato, vedi l’inglese Shindig! o l’americana Ugly Things. Proprio in questo settore, da un paio d’anni, s’è inserita una nuova pubblicazione, anch’essa inglese, ovvero il semestrale Flashback. Concepita e diretta da Richard Morton Jack – giornalista, scrittore di tomi quali “Galactic Ramble”, “Endless Trip”, “I Led Zeppelin dalla A alla Z” (l’unico tradotto in italiano), co-fondatore della Sunbeam Records – Flashback è per molti versi una rivista speciale e diversa da tutte le altre. Basterebbe anche solo tenerla in mano per rendersene conto: un tomone di oltre ducento, fitte pagine, stampata su una bellissima carta lucida, tanto da sembrare più un libro di grosso formato che non una rivista. Come in qualche modo esplicita già il suo sottotitolo – Psych, prog, jazz, folk, blues & beyond! – Flashback è una rivista dall’identità ben definita: innanzitutto, a parte che nella rubrica Jukebox – nella quale un gruppo contemporaneo è invitato a parlare delle canzoni e dei dischi che lo hanno influenzato nel loro fare musica – le lancette del suo orologio si fermano agli anni ’70; poi, la sua attenzione è esclusivamente dedicata ad artisti di culto e nomi non certo a tutti conosciuti delle due favolose decadi. Le “Cover Story” dei primi quattro numeri fino ad ora usciti, sono state dedicate a bands quali Mad River, Tomorrow, Mighty Baby e, sull’ultimo, fresco di stampa, Trees. Altri articoli hanno visto come protagonisti Mandrake Memorial, Montage, Hunter Muskett, Morgen, Dragonfly, The Common People, Tripsichord Music Box, senza dimenticare articoli dedicati ai 50 singer-songwriters più sottovalutati, all’analisi fra le edizioni mono e stereo di alcuni dischi del passato, ad un’approfondita carrellata sulle biografie dei musicisti etc. etc. Diverse cose colpiscono di Flashback: l’incredibile qualità della scrittura (anche per via della presenza di alcune autorevolissime firme), l’accurata e dettagliata precisione e profondità dei suoi articoli (giusto un esempio: la disamina della storia e della musica dei Trees si stende sulla bellezza di 33 pagine, con interviste a tutti i membri della band!), il sorprendente apparato iconografico, con rare foto d’epoca, riproduzioni d’articoli tratte dalla stampa del tempo, materiali promozionali, persino la riproduzione dei contratti firmati dalle bands con le case discografiche! Per molti versi, uno schiaffo al giornalismo pressapochista che spesso si trova su Internet (ma non solo, purtroppo), Flashback è una testimonianza di passione ed amore assoluta nei confronti di un’era, della sua musica, dei suoi protagonisti. Ci è sembrato sano e giusto farla conoscere ad appassionati seri come voi lettori del Buscadero e, per fare ciò, abbiamo contattato Richard Morton Jack per porgergli qualche domanda.

 Cover

Qual è stata la molla che ti ha spinto a creare una nuova rivista musicale?

Alla base della nascita di Flashback, c’è la convinzione che ci fosse spazio per una rivista corposa che andasse a coprire, con spessore e profondità, la musica meno conosciuta dei sixties e dei seventies, concedendo alle sue storie tutto lo spazio necessario a sviscerarle, riproducendo inoltre documenti e materiali d’epoca molto rari. La maggior parte delle riviste musicali tendono a concentrarsi su un numero relativamente ridotto di artisti ben conosciuti, inoltre senza avere un’attenzione speciale e rigorosa ai dettagli e alla ricerca. Per questo motivo la scelta è stata quella di muoversi in un’altra direzione, di andare un bel po’ più in profondità, in modo da poter dare il maggior risalto possibile agli artisti di cui di volta in volta avremmo deciso di parlare. C’è un sacco di entusiasmo tra i giornalisti musicali nei confronti di questo periodo, però non altrettanto rigore. La mia idea, insomma, è stata quella di avere un approccio più erudito, mi auguro bypassando il rischio di sembrare sterile o accademico.

In questi primi quattro numeri, Flashback è stata caratterizzata da una struttura ben definita, con una serie di rubriche e tipologie d’articolo fisse. Pensi che verrà mantenuto questo assetto?

Si, credo proprio che le rubriche fisse rimarranno al loro posto.

Tra queste, una delle mie preferite è “First Person”…

Volevo dare, ad una serie di interessanti personalità, lo spazio per narrare le loro storie, attraverso le loro stesse parole (sull’ultimo numero, Beverley Martyn racconta di Woodstock, Monterey, della Swingin’ London e del matrimonio con John Martyn, NdA). E’ un modo per portare alla luce alcune intriganti informazioni, che non necessariamente riescono ad emergere da un’intervista convenzionale.

Un’altra bella rubrica è “Jukebox”, l’unico vago punto di contatto con la contemporaneità in Flashback…

Si, è così. Come dicevo prima, l’obiettivo di Flashback è quello di parlare approfonditamente di musica vintage. Mi arrivano costantemente album di nuovi artisti da recensire, ed ogni volta devo spiegare: “Mi dispiace, non è quello che facciamo”…

Una delle cose che maggiormente salta all’occhio è la qualità del materiale iconografico: rare foto d’epoca, memorabilia, riproduzione di articoli usciti al tempo e molto altro ancora! Immagino sia tutt’altro che facile reperire questo materiale…

Si, è senz’altro difficile, però una parte essenziale della rivista è proprio far circolare e condividere cose del genere. E’ una cosa che veramente mi sbalordisce il considerare che Flashback è più o meno l’unica rivista che, sistematicamente, fa ricerche per i suoi articoli nella stampa musicale dell’epoca di cui tratta. Quello che intendo è: la storia dovrebbe essere la fonte primaria, giusto? Ci sono delle altre persone che mi aiutano a reperire varie cose e, come loro, sono sempre stato ben felice di condividere con altri le cose rare che mi capita di trovare. Non ho mai avuto tempo, invece, per quei collezionisti che serbano i propri tesori.

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Come scegli gli artisti di cui scrivere?

La “Cover Story” è sempre dedicata ad una band con una storia interessante e, possibilmente, che non sia mai stata sulla copertina di una rivista prima di allora. Gli altri articoli sono dedicati ad artisti che ammiro o che sono stati proposti da qualcuno dei collaboratori. Credimi se ti dico che ho una lunga lista dei desideri di articoli che vorrei veder scritti…

Flashback è colma d’articoli dedicati a bands di culto, sconosciuti eroi del passato. Qual è il tipo di lettore che hai in mente? Pensi che in futuro ci saranno articoli dedicati anche ai grossi nomi della musica che amiamo?

Il lettore che ho in mente è qualcuno che abbia già una cultura di base circa gli acts più conosciuti dell’epoca, ma che al contempo abbia voglia di approfondire le sue conoscenze. Credo fermamente che non ci sia granché di nuovo che possa essere scritto circa i maggiori artisti dell’epoca. Ovviamente amerei moltissimo parlare con Paul McCartney o Jimmy Page, ma solo per porgli specifiche ed oscure domande e non per sapere qualcosa in più del loro ultimo progetto, mentre un PR della casa discografica si agita nell’angolo tenendo d’occhio il suo orologio.

Nello staff di Flashback ci sono alcuni grandissimi scrittori. Giusto per nominarne qualcuno: Richie Unterberger, Aaron Milenski, David Wells o Patrick Lundborg. Come sei entrato in contatto con loro?

Faceva parte delle mie intenzioni pubblicare gli scritti di alcuni dei giornalisti che considero i migliori del campo e che hanno lo stesso occhio per il dettaglio che ho io. Quando ammiro gli scritti di qualcuno, generalmente cerco di entrarci in contatto. Conosco Richie da anni, all’incirca da quando ero uno studente all’università; ho conosciuto per la prima volta Patrick a causa della nostra comune ammirazione nei confronti della genialità dei COB (scrisse una lunga recensione del loro secondo album sul suo sito, Lama Review – http://www.lysergia.com/LamaReviews/lamaMain.htm). Quando iniziai a lavorare al mio libro “Galactic Ramble”, chiesi a Patrick di contribuire e lui mi mise in contatto con Aaron (che considero il più arguto ed autorevole critico d’album al mondo). Con David c’è sempre stata una relazione, probabilmente perché entrambi abbiamo un’etichetta che si occupa di ristampe. Con Scott D. Wilkinson, invece, entrai in contatto quando vidi il suo blog e gli chiesi di collaborare al mio libro “Endless Trip”.

Quanto è difficile ogni volta mettere insieme un numero di Flashback? Qual è la cosa che ti mette in maggiore difficoltà?

E’ uno sforzo ogni volta! A volte è difficile trovare abbastanza materiale illustrativo della qualità appropriata, anche se devo dire che è molto più un piacere che non un’incombenza. Probabilmente, in caso contrario, non lo farei. La parte più difficile è armonizzare le immagini con il testo; fortunatamente, il grafico con cui lavoro, Tony Marks, è un mago, ed è lui che si occupa di tutto questo genere di problemi!

C’è qualche articolo di cui sei particolarmente orgoglioso?

Tra quelli scritti direttamente da me, direi l’articolo dedicato ai Mighty Baby sul numero 3; ha necessitato di un sacco di ricerca e lavoro e ha avuto dettagliati input da tutti i membri della band, che è stato davvero un piacere conoscere personalmente, sono tutte persone fascinose.

Mighty Baby Flashback Issue 3 The Action From Mods to Mecca

Tu sei anche il fondatore della favolosa Sunbeam Records (http://www.sunbeamrecords.com)! Le due attività sono in qualche modo connesse?

Non sono connesse in alcun modo, eccetto per il fatto che entrambe si occupano della musica di uno stesso periodo.

Le ristampe della Sunbeam svettano per l’estrema cura con cui sono realizzate. Quali sono le cose che ti guidano nella scelta di ristampare un disco piuttosto che un altro?

Ovviamente devono essere dischi che mi piacciono in particolar modo. Devono poi essere album che non sono mai stati ristampati prima o, al massimo, la cui ristampa precedente era stata fatta con approssimazione e poca cura. Inoltre, su tutto, amo molto lavorare a stretto contatto con gli artisti stessi, perciò, idealmente, devono essere ancora in giro!

C’è qualche progetto in vista di cui vuoi anticiparci qualcosa?

Attualmente sto preparando una seconda edizione di “Galactic Ramble”, che sarà enorme, e sto compiendo i primi passi nella realizzazione di un nuovo libro, di cui al momento non posso dirti di più…

Cosa pensi della cosiddetta crisi del disco? Credi ci sia un futuro per l’industria musicale?

Io credo che la gente comprerà sempre i dischi in vinile, anche per via del loro intrinseco fascino estetico, mentre probabilmente le vendite dei CD si contrarranno sempre più, nello stesso modo col quale si sono contratte quelle delle cassette (tranne forse per quello che riguarda il mercato degli audiofili). Penso che continuerà ad esserci un’industria musicale fino a che ci sarà qualcuno che continuerà a voler ascoltare della musica. Certo, le basi attraverso cui avverrà quest’operazione continueranno a cambiare. Anche il diverso rapporto tra artisti e fan avrà il suo effetto: oggi è più diretto ed ha senz’altro meno bisogno di una grossa etichetta per concretizzarsi.

Il tuo amore per la musica del passato è evidente, ma qual è il tuo rapporto con il rock contemporaneo? C’è qualcosa che ti piace?

Delle bands contemporanee, mi piacciono Wolf People, Howlin Rain, White Denim, Wooden Shjips ed un pugno d’altre, anche se tendo a ritenere i loro concerti più soddisfacenti dei loro dischi. Andando un po’ indietro, mi piacciono parecchio i Belle And Sebastian e i Voice Of The Seven Woods (non sono sicuro di cosa gli sia accaduto, prova però a cercare The Fire In My Head su YouTube!). Penso che Stephen Malkmus sia un ottimo songwriter e che Luke Haines abbia molto talento. Potrei andare avanti a lungo, con molti e molti nomi. La maggior parte della musica che amo profondamente, però, è quella emersa da quell’esplosione di creatività avvenuta tra il 1964 e il 1973.

Ultima domanda! Puoi segnalarci cinque album pubblicati dalla Sunbeam da avere assolutamente?

Mi stai chiedendo di scegliere fra i miei bambini!! Non c’è nulla di quello che è stato o sarà pubblicato su Sunbeam, che io non giudichi di assoluto valore e meritevole di stare sull’etichetta. Sceglierò pertanto un pugno di album fra i miei preferiti, scelti secondo ragioni del tutto arbitrarie: Dedicated To The Bird We Love degli Oriental Sunshine, A Jug Of Love dei Mighty Baby, Moyshe McStiff And The Tartan Lancers Of The Sacred Heart dei COB, Lily And Maria di Lily And Maria e Volume One degli Human Beast.

Flashback, che ovviamente necessita di una certa conoscenza della lingua inglese per essere letta, non è distribuita in Italia; può essere però facilmente ordinata ed acquistata dal sito http://www.flashbackmag.com/index.html

Un ringraziamento particolare, infine, a Carlo Bordone, che per primo me l’ha fatta conoscere.

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ARCTIC MONKEYS & THE STRYPES live @ Mediolanum Forum, Assago (MI) – 12 novembre 2013

ARCTIC MONKEYS + THE STRYPES

MEDIOLANUM FORUM

ASSAGO (MI)

13 NOVEMBRE 2013

Che gli Arctic Monkeys siano una delle band più brillanti, intelligenti e capaci del rock contemporaneo, non credo possa essere messo in discussione. Lo ha dimostrato recentemente anche l’uscita del loro quinto album, l’ottimo AM, fin dal titolo un piccolo omaggio agli immensi Velvet Underground, ma poi disco capace di accostamenti arditi, in grado di essere sintesi tra l’energia dei primi dischi e la maggior raffinatezza e ambiziosità di quelli successivi, colmo inoltre di canzoni in grado di piacere al pubblico più raffinato, così come a quello che un po’ meno si dedica alla scoperta di gemme nascoste. E’ anche per questo che, nonostante la sua perfezione, l’inappuntabilità della musica scaturita dal palco, la cura con cui è stato seguito ogni aspetto – vedi il tutto sommato semplice ma efficace spettacolo delle luci – il loro concerto mi ha lasciato almeno in parte dubbioso. Perché da una band come loro, mi aspettavo qualcosa di più di un bel compitino di un’ora e venti (andiamo, con cinque album alle spalle?) e di una resa delle canzoni sì potente e spesso esaltante, ma pure sempre fin troppo ligia a ricalcarne la versione su disco. Il solito rimbombo del Forum c’ha messo poi del suo, livellando a sonorità boombastic tutte le sfumature che eppure c’erano. Scaletta in buona parte incentrata sull’ultimo disco, ma con ovvie puntate nel repertorio precedente, che ha senza dubbio trafitto il cuore di buona parte del, come al solito, calorosissimo pubblico milanese, il quale, proprio per questo, a mio parere meritava qualcosina di più. Discorso diverso per i giovanissimi The Strypes, che la serata avevano aperto. Sia pur meno estrosi e creativi musicalmente di Turner e soci, i quattro irlandesi hanno infiammato la platea con un sound che, dal vivo, è ancora più ruvido, selvaggio ed eccitante che su disco. Il batterista martella senza posa come un ossesso, il bassista gli va dietro accrescendo più il tasso elettrico che non segnando il ritmo, mentre il chitarrista svisa, si lancia in assoli infuocati e fa fluire feedback ed elettricità quasi come un novello Jimmy Page. Bravo anche il cantante, solo giusto un po’ troppo impalato e statico come frontman. Quarantacinque minuti al fulmicotone per loro, dove al loro repertorio ultra sixties, come anche su disco, hanno aggiunto qualche cover, lasciandosi andare, tra l’altro, pure a qualche momento jammante, che ha dimostrato, semmai ce ne fosse stato bisogno, la solidità di una band che non è un fuoco di paglia. Immagino cosa possano combinare tra le mura di un club, probabilmente la loro dimensione ideale!

Lino Brunetti

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Arctic Monkeys

The Strypes

The Strypes

 

PINS “Girls Like Us” + LA LUZ “It’s Alive”

PINS

Girls Like Us

Bella Union/[COOP]

LA LUZ

It’s Alive

Hardly Art/Audioglobe

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Già chiacchieratissimo prima ancora di essere sentito – grazie all’EP che l’aveva preceduto e alle esibizioni live – il debutto delle PINS, quartetto tutto al femminile da Manchester, arriva finalmente nei negozi. E’ un disco che non s’inventa nulla Girls Like Us, ma siamo pronti a scommettere che, magari per una sola stagione, il suo segno in effetti lo lascerà. E non solo per una questione di immagine delle ragazze: le loro canzoni sono un sapido melange di garage rock abrasivo, punk velvettiano, surf music tarantiniana, guitar pop virato wave, reminiscenze Jesus & Mary Chain. Con canzoni che raramente superano i tre minuti, anzi, che a volte stanno sotto i due, Girls Like Us è un disco diretto ed eccitante, minimale e stilizzato, colmo in ogni suo angolo di canzoni contrassegnate dalla tipica urgenza giovanile e che a modo loro potrebbero essere tutti singoli perfetti. Sta soprattutto in questo, nella bontà dei loro pezzi killer, la forza delle Pins. Provare per credere!

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Altro quartetto femminile, stavolta però californiano, sono le LA LUZ. Anche loro al debutto, ed anch’esse forti dell’appoggio della stampa locale, con It’s Alive mettono a punto un album con qualche punto di contatto con quello delle Pins, anche se alla fine più platealmente di genere. Riprendono in mano la lezione di gruppi quali Ronettes e Crystals e la inseriscono in elettriche canzoni surf dove ad essere protagonista sono chitarre twanging, strati d’organo e ritmi minimali. Le melodie angeliche poste su ronzii elettrici, a volte, spostano l’asse quasi verso il dream pop (vedi Morning High o What Good Am I?, dove la voce pare essere quasi quella della Sandoval) ma, nell’insieme, a segnare l’album sono le chitarre tremolanti e a rotta di collo di una It’s Alive e le melodie sixties di una memorabile Call Me In The Day. Niente male, ad ogni modo.

Lino Brunetti

KING KHAN & THE SHRINES “Idle No More”

KING KHAN & THE SHRINES

Idle No More

Merge/Goodfellas

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Per essere un tipo iper prolifico quale in effetti è, i sei anni passati tra il precedente album e questo debutto su Merge, paiono un po’ strani per KING KHAN &THE SHRINES. Certo, nel frattempo, l’autoproclamatosi Emperor of RnB, ha avuto modo di fare le sue sortite con quell’altro pazzoide di Mark Sultan, ma insomma, Idle No More segna in qualche modo un ritorno. E che sia un disco rifinito e pensato, è dimostrato dalla qualità suprema delle sue canzoni. Stavolta il folle cantante e chitarrista indo-canadese, ha cristallizzato in 12 luccicose tracce, un suono che sta tra il soul della Stax, il garage rock d’era Nuggets, il selvaggio istrionismo di James Brown e persino qualche spolveratura degna della Sun Ra Arkestra meno cervellotica. Riuscite ad immaginarvi nulla di meglio? Io a fatica, specie poi se le canzoni sono eccelse sia quando paiono fare il verso agli Stones più lascivi (Thorn In My Pride), che quando si adagiano sulle corde di una ballata notturna (Darkness), o come quando danno vita ad una festa selvaggia, in cui si balla al suono di ottoni tirati a lustro e organi guizzanti. Canzoni come So Wild, Better Luck Next Time o Born To Die, tra le altre, vi garantiranno un party coi fiocchi. Se poi dovessero passare dalle vostre parti, mi raccomando, portate il culo fuori casa. Loro ve lo faranno dimenare fino allo sfinimento.

Lino Brunetti

END OF THE ROAD 2013 – UN RACCONTO PER IMMAGINI

senza titolo-124Un po’ come abbiamo fatto per il Primavera Sound, vi raccontiamo qui l’edizione 2013 del bellissimo festival End Of The Road – si tiene nel Dorset, in Inghilterra, ogni anno alla fine di agosto – attraverso una galleria di immagini, rimandandovi ad un più completo report che apparirà sul prossimo Buscadero. Per il momento, buona visione quindi.

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Annie Eve

Annie Eve

Widowspeak

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Diana Jones

Diana Jones

Landshapes

Landshapes

Ralfe Band

Ralfe Band

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Pins

Pins

Pins

Pins

Pins

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Futur Primitif

Futur Primitif

Allo Darlin'

Allo Darlin’

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Doug Paisley

Doug Paisley

Serafina Steer

Serafina Steer

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Money

Money

Eels

Eels

Eels

Eels

Eels

Eels

Matthew E. White

Matthew E. White

Bob Lind

Bob Lind

David Byrne

David Byrne

St. Vincent

St. Vincent

Savages

Savages

Savages

Savages

King Khan & The Shrines

King Khan & The Shrines

Birthday Girl

Birthday Girl

Fossil Collective

Fossil Collective

Evening Hymns

Evening Hymns

Pokey La Farge

Pokey La Farge

Indians

Indians

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Night Beds

Night Beds

Dawes

Dawes

Dawes

Dawes

Angel Olsen

Angel Olsen

Angel Olsen

Angel Olsen

Leisure Society

Leisure Society

Leisure Society

Leisure Society

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Warpaint

Warpaint

Warpaint

Warpaint

Warpaint

Warpaint

Anna Von Hausswolff

Anna Von Hausswolff

Anna Von Hausswolff

Anna Von Hausswolff

Trembling Bells

Trembling Bells

Trembling Bells with Mike Heron

Trembling Bells with Mike Heron

Mike Heron

Mike Heron

Mike Heron

Mike Heron

Crocodiles

Crocodiles

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Charlie Boyer & The Voyeurs

Charlie Boyer & The Voyeurs

Charlie Boyer & The Voyeurs

Charlie Boyer & The Voyeurs

Damien Jurado

Damien Jurado

William Tyler

William Tyler

Bo Ningen

Bo Ningen

Bo Ningen

Bo Ningen

Bo Ningen

Bo Ningen

Valerie June

Valerie June

Valerie June

Valerie June

Valerie June

Valerie June

Broken Twin

Broken Twin

Broken Twin

Broken Twin

John Murry

John Murry

John Murry

John Murry

Dinosaur Jr

Dinosaur Jr

Dinosaur Jr

Dinosaur Jr

Barr Brothers with Futur Primitif

Barr Brothers with Futur Primitif

Caitlin' Rose
Caitlin’ Rose

All photos © Lino Brunetti

Don’t use without permission

SAVOIRE ADORE “Our Nature”

SAVOIRE ADORE

Our Nature

Nettwerk/Self

Savoir-Adore

Non è mai facile affrontare criticamente un disco che si pone platealmente quale disco pop, perché, chissà come mai, la tendenza è istantaneamente quella di sottostimarlo, manco la ricerca della più estrema comunicabilità ed immediatezza fosse una colpa. Prendiamo ad esempio questo terzo disco dei newyorchesi SAVOIR ADORE che, ben lungi dall’essere un capolavoro, un pugno di belle melodie le mette in campo. Come approcciarlo? Dal punto di vista dell’originalità dovremmo stroncarlo subito: musicalmente va a pescare un po’ in ogni dove, dal synth pop anni ’80, ad un moderato shoegaze, che il più delle volte si traduce in un guitar pop d’ascendenza sempre molto eighties. Le melodie, cantate a due voci, maschile e femminile, occhieggiano ai girl groups anni ’60, oppure lambiscono il dream pop, arrivando persino ai My Bloody Valentine, purgati ovviamente da qualsiasi tentazione noise. Tutto qui? Si e no, perché poi alla fine, il disco dà ciò che promette e raggiunge i suoi obiettivi: qualche affondo danzereccio e sintetico (il primo singolo Dreamers, l’edonista Regalia, Loveliest Creature), un po’ di pop chitarristico per non inimicarsi gli indie kids più seriosi (Sparrow, Imagination, At The Same Time), un po’ di sixties che non fanno mai male (Anywhere You Go) e un paio di momenti un po’ più introspettivi quali Our Nature e Wild Davie. Hanno un po’ esagerato coi tempi – quasi un’ora è decisamente troppo per un disco del genere – ma se quello che cercate è un album leggero ma ben fatto, una possibilità magari gliela darei.

Lino Brunetti

MOTORPSYCHO “STILL LIFE WITH EGGPLANT”

MOTORPSYCHO

Still Life With Eggplant

Stickman

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Bisogna dare ai Motorpsycho quello che è dei Motorpsycho e riconoscerne il valore. Dal 1991, anno in cui pubblicarono Lobotomizer, passando per almeno un capolavoro (Timothy’s Monster) e qualche caduta (The Death Defying Unicorn) fino ai giorni nostri hanno sempre saputo mantenersi ad un livello creativo e compositivo notevole. Sono d’accordo nel dire che spesso si guardano allo specchio e indulgono nell’autocelebrazione, che a volte si dilungano un po’ troppo in jam fini a se stesse, ma ai detrattori posso solo dire che bisognerebbe averne un bel lotto di gruppi che ancora riescono ad essere pulsanti dopo così tanti anni on the road. E poi, quando si mettono in testa di trasporre in musica quello che sanno fanno fare meglio, cioè buttare giù la testa e tuffarsi a bomba nella psichedelia hard degli anni settanta, possono essere veramente imbattibili. Ho già detto che il precedente The Death Defying Unicorn è stato per me una delusione, prolisso sino all’esasperazione, colmo di parti sinfoniche poco centrate e quello che si salvava non era moltissimo. Ma il nuovo disco dei norvegesi è, come spesso ci hanno abituati, ancora una cosa differente. Decisamente breve per i loro standard, 45 minuti per cinque canzoni e l’aggiunta di un secondo chitarrista. Hell, part 1-3 è la loro classica incursione nella storia dello stoner rock visto dal lato più prettamente psichedelico, chitarre che partono sabbathiane, poi condito da coretti al limite del sixtie pop, commistioni con il prog, ma anche robuste sezioni strumentali che dal vivo spesso si trasformano in incendiari momenti di puro hard rock psichedelico. August è la loro particolarissima rivisitazione di un brano dei Love. Barleycorn è invece molto più progressiva in senso stretto, prendete i Genesis dei primi album (si si, è così) e iniettate massicce dosi intramuscolari di proteine heavy rock, che lasciano partire emboli psichedelici in ogni parte del corpo della canzone. Ratcatcher invece è il loro caratteristico monolite: diciassette minuti che sanno fondere psichedelia sixties alla Grateful Dead e decise incursioni nell’hard hendrixiano. Un’altro brano che va ad aggiungersi alla lunga lista di quelli che dal vivo sanno fare faville. La ballata semi-folk The Afterglow chiude delicatamente un album che segna il loro ritorno su territori più concisi, concreti e meno estemporanei. Questo è esattamente quello che si aspetta di trovare quando esce un nuovo album dei Motorpsycho e bastano pochi ascolti per far proprie queste nuove canzoni aggiungendole alla lunga lista di quelle che fanno parte della loro storia, confondendosi, mischiandosi, sovrapponendosi. Fate un gioco, una prova: andate ad estrapolare a caso un brano per ogni disco pubblicato ad oggi dalla band norvegese e avreste una compilation con la stessa vivacità mostrata da ogni singolo disco, anche in questo senso la loro è una jam totale e i continui sold-out ai loro concerti lo confermano appieno.

Daniele Ghiro