IL LUNGO ADDIO “Pinarella Blues”

IL LUNGO ADDIO

Pinarella Blues

Wallace-TB/Audioglobe

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Dal 2010 ad oggi, a nome Il Lungo Addio sono usciti la bellezza di 6 CDr ed un 7″, a dimostrazione di una prolificità difficilmente contenibile. Se poi consideriamo che dietro la sigla si nasconde quel Fabrizio Testa a sua volta intestatario di un paio di dischetti – con un terzo presto in arrivo – usciti anch’essi nello stesso periodo, la faccenda assume contorni ancora più chiari. Pinarella Blues è il suo primo disco ufficiale, nel senso che per la prima volta c’è una vera etichetta – o meglio, due – a sostenere il progetto. Il quale, nelle sue linee generali, non cambia, riproponendo una assai particolare canzone d’autore, plumbea e drammatica. Quello che c’è di fortemente diverso, rispetto al passato, è che anziché essere solo una faccenda di voce e chitarra, qui Testa è accompagnato da una band a basso e batteria, a dare una nuova spinta al suo suono, senza dubbio più rock che in passato. Per il resto, non cambia l’immaginario, fatto di storie ambientate lungo la riviera romagnola; non cambia il modo di raccontarle, in narrazioni che mescolano abilmente tristezza e dramma ad un’ironia esplicitata attraverso il ricorso a particolari fortemente visivi; non cambia il modo d’interpretarle, con una voce baritonale ed enfatica, a sua volta così carica da sottolineare ulteriormente quell’ironia di cui parlavamo poc’anzi. Sette tracce in diciotto minuti che portano titoli quali Pinarella BluesL’ultima FotografiaHotel Karim, giusto per citare le mie preferite. Sono canzoni stranianti, sia pur nella loro limpida chiarezza, che ancora una volta affascinano per la loro trasversale originalità. Per ulteriori info: www.illungoaddio.it

Lino Brunetti

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BLESSED CHILD OPERA “The Darkest Sea”

BLESSED CHILD OPERA

The Darkest Sea

Seahorse Recordings/ Audioglobe

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Da anni il napoletano Paolo Messere è figura importante dell’underground musicale italiano, nelle molteplici vesti di produttore, discografico (sua la Seahorse) e musicista, dapprima in formazioni quali Silken Barb Ulan Bator, poi, dal 2001, a capo dei Blessed Child Opera, senza ombra di dubbio la sua creatura più personale e sentita. In una discografia che, con quest’ultimo, consta ormai di ben sei dischi, Paolo ha costruito un corpus autoriale intenso e denso di grande musica, con una sua sempre marcata coerenza, pur tra i mille cambi di formazione. Il nuovo The Darkest Sea si presenta con una copertina nera ed espressionista, resa affascinante dai disegni di Felice Roscigno, i quali ben introducono ai contenuti dell’album. La base sarebbe come sempre il rock ed il folk americano, ovviamente visto da una prospettiva gotica e profondamente dark. I referenti possibili sono molteplici: da un David Eugene Edwards affiorante in più episodi, al cantautorato sofferto di Mark Kozelek, dalla malinconia folk dei Willard Grant Conspiracy, alle ombre blues di un Hugo Race. Spesso il cuore di queste canzoni è acustico, anche se poi, attorno ad esso, fiorisce un pulsare elettrico e rock, capace d’inglobare anche elementi wave. E se non sempre la scrittura è realmente memorabile, il tutto viene supplito dalla costruzione di un mood unitario ma ricco di sfumature, dal suono veramente evocativo e stellare. Si passa così da ballate dark quali I Had Removed Everything a stilettate rock a là Woven Hand come Blindfold, dalle distorsioni sature di A Lazy Shot In The Belly ad un pezzo degno del migliore Kozelek come In The Morning (I Do Upset The Plans), una delle cose migliori del disco, con un passo ipnotico e mantrico. Ma parlavamo di sfumature diverse: I Look At You (But I Already Know Your Answer) tra rintocchi di banjo ed electronics penetra in oscure ed abissali profondità, sfiorando la ieratica ed allucinata arte dei Current 93; per contro, Friends Faraway ha un più sereno e classico impianto folk, mentre December Wind chiude tra vibrante tensione wave. Registrato in Sicilia, The Darkest Sea guarda oltreoceano virando le musiche di quei lidi in suoni che fanno filtrare ben poca luce. Se gli artisti citati sono nelle vostre corde, una discesa fra queste onde dovrebbe essere di vostro gradimento.

Lino Brunetti

MY DEAR KILLER “The Electric Dragon Of Venus”

MY DEAR KILLER

The Electric Dragon Of Venus

Boring Machines

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Mancava apparentemente dal 2006, My Dear Killer, pseudonimo del cantautore lombardo Stefano Santabarbara, l’anno in cui aveva pubblicato il precedente Clinical Shyness, un titolo, tra l’altro, che spiegava molto dell’approccio musicale del suo autore. Dicevo apparentemente perché, come sapranno i cultori più attenti dell’underground italiano, in realtà Stefano, in tutto questo tempo, non è che sia stato proprio assente dalle scene: è infatti, tra altre cose, il promotore principale dell’etichetta Under My Bed Recordings – qui ne festeggiavamo il decennale – con cui negli ultimi tempi ha portato avanti il rimarchevole progetto “Cinque Pezzi Facili”, serie di split che ha visto fino ad ora coinvolti gruppi ed artisti quali Morose, Tettu Mortu, Campofame, Lorca, Pillow, Mr 60, Frozen Fracture, EMV, Konstanzegraff, oltre che ovviamente se stesso. Da sempre legato al folk cantautorale più dimesso e lo-fi, My Dear Killer torna stavolta con un disco che segna un più sostanziale impegno produttivo ed una più matura consapevolezza musicale. Non cambiano i confini del suo fare musica in The Electric Dragon Of Venus – pubblicato solo in vinile dalla sempre benemerita Boring Machines – che rimangono definiti dall’amore sconfinato per Nick Drake da un lato e dalla passione per sonorità meno accomodanti e più sperimentali dall’altro, ma qui, complice anche l’apporto di molti amici musicisti, tutto appare meno provvisorio e precario, pur non rinunciando a quella intensa fragilità di fondo che è una delle caratteristiche principali del suo sound e del suo songwriting. Le sue canzoni dimesse e malinconiche, che in più di un’occasione non possono non ricordare anche lo slowcore sofferto di Red House Painters e Sophia in versione lo-fi, qui sono capaci di colorarsi tramite la spolverata di un trombone (Stella Riva, in Frozen Lakes) o attraverso il tocco di un elegiaco violoncello (suonato da Piergiorgio Storti in Scent Of The Water e Magnetic Storm). Importanti i contributi di ONQ/Luca Galuppini con synth, sega musicale e chitarra hawaiiana preparata, i field recordings di Matteo Uggeri e gli electronics ed i noises pilotati da Gherardo Della Croce. Stefano canta con voce dimessa e mormorante, dando vita a quadri di attonita malinconia come la splendida Good Night, a canzoni screziate da gelide folate di conturbante feedback (Mild Eyes, tra le altre), a brani persino potenzialmente rock come la quasi incalzante Nightime. Chiuso ed aperto, tanto da assumere una struttura circolare, dalle due parti della strumentale title-track, The Electric Dragon Of Venus è un disco da tenersi stretto e con cui cullarsi nei momenti di più profonda introspezione.

Lino Brunetti

My Dear Killer - Foto © Lino Brunetti

My Dear Killer – Foto © Lino Brunetti

SPAIN @ Teatro Dal Verme – 29 novembre 2012

Una bella rassegna “Music Club” che, per l’ennesima volta, ha allietato i pomeriggi di quanti potevano permettersi di andare al Teatro Dal Verme di Milano, in un orario normalmente destinato agli aperitivi, anziché per sorseggiare un cocktail, per assistere a dei gran bei concerti, con artisti quali Mick Harvey, Josephine Foster, Thony, tra gli altri. Il 29 novembre è stata la volta dei rinnovati Spain di Josh Haden, tornati al disco e ai tour dopo una pausa durata oltre dieci anni. Ma andiamo con ordine: ad aprire la serata c’era il bravo cantautore siciliano Fabrizio Cammarata, che alcuni ricorderanno anche col nome The Second Grace. Voce, chitarra acustica e tamburello, per un set che ha saputo emozionare attraverso un pugno di canzoni che, al cantautorato nostrano, aggiungono suggestioni latine (ha eseguito anche una bellissima versione di La Llorona) e provenienti dagli Stati Uniti (il suo ultimo disco è prodotto da JD Foster e vede alcuni Calexico collaborare). Giustamente un po’ emozionato – era la prima data di un tour tutto di spalla agli Spain in Europa – ha convinto attraverso una voce sicura e a suo agio sia nel sussurro che nell’urlo e grazie ad un’umanità evidente. Cammarata è sceso dal palco da pochi minuti, che ecco prontamente sopra di esso gli Spain. La formazione è quella dell’ultimo album, l’ottimo The Soul Of Spain, quindi con Haden a voce e basso, Daniel Brummel alla chitarra elettrica, Randy Kirk a tastiere e seconda chitarra e Matt Mayhall alla batteria. L’idea di questo nuovo tour è quello non solo di presentare le canzoni dell’ultimo album ma, pure, di fare un completo excursus sulla loro produzione discografica. Ed è a questo che abbiamo assistito durante lo show. L’attacco è quasi tutto ad appannaggio dei brani più recenti ma, ben presto, iniziano ad arrivare anche quelli tratti dai primi tre album, in particolare dall’immortale The Blue Moods Of Spain. Sul palco i quattro non è che siano proprio vivaci. Haden è forse il più improbabile frontman che abbia mai visto: ha la verve di un bradipo, quando parla, giochicchiando un po’ con la sua mancata vena di entertainer, dice una parola ogni tre secondi e appare quantomeno bizzarro. Gli altri musicisti non sono particolarmente più calorosi, ma dai loro strumenti sanno come distillare turbamenti. E’ infatti tutto da una musica che una volta era slowcore, ma che oggi è semplicemente un blues notturno ed avvolgente, che giungono le emozioni. Gli interventi di Brummel alla chitarra sono sempre incisivi e raffinati allo stesso tempo, Kirk è un musicista intelligente capace di legare con il suo Hammond, col piano ed anche, a volte, con una seconda chitarra elettrica, le varie componenti del suono Spain, mentre la sezione ritmica ha quasi sempre quel passo rallentato e narcotico che è un po’ il marchio di fabbrica della formazione. La voce di Haden è calda ed espressiva e non ha mai cedimenti, sia che si tratti delle loro tipiche ballate come Only Love, sia che stia cantando pezzi più movimentati e pop quale la bella She Haunts My Dreams. I punti più alti nel finale, quando uno via l’altra sfilano una World Of Blue, in cui finalmente la band si lascia andare al fragore degli strumenti con una coda elettrica clamorosa, ed una Spiritual letteralmente da lacrime agli occhi, un pezzo di cui anche Johnny Cash aveva riconosciuto la grandezza. Un graditissimo ritorno per una delle band culto degli anni ’90.

Lino Brunetti

Spain (Josh Haden) © Lino Brunetti

Spain (Josh Haden) © Lino Brunetti

Spain (Josh Haden & Daniel Brummel) © Lino Brunetti

Spain (Josh Haden & Daniel Brummel) © Lino Brunetti

Fabrizio Cammarata © Lino Brunetti

Fabrizio Cammarata © Lino Brunetti