ISAAK: IL MEDITERRANEO COME IL DESERTO

Cambiare il nome da Gandhi’s Gunn a Isaak sembra una cosa piccola e tutto sommato insignificante, ripubblicare lo stesso disco con un’altra etichetta sembra una cosa inutile, ma le cose stanno messe su piani differenti e non sono mai così semplici. Innanzitutto l’entrata in formazione di una nuova base ritmica cambia le alchimie in maniera consistente e se poi l’etichetta che ti contatta per spingerti sul mercato mondiale si chiama Small Stone allora c’è qualcosa di cui parlare ed approfondire. Complice un live a Milano sono riuscito ad ottenere dal disponibilissimo Massimo Perasso (basso) una serie di risposte alle mie domande. Insieme ai compagni di avventura Giacomo H. Boeddu (voce), Francesco Raimondi (chitarra) e Andrea Tabbì De Bernardi (batteria) hanno dato vita ad live set intenso e senza fronzoli, andando a ripescare il meglio della loro discografia. Nel loro lavoro fresco di ristampa, le potentissime uncinate di Under Siege e Haywire si mescolano alle più articolate Flood e Hypotesis, creando un mix tellurico di stoner e psichedelia d’annata applicata ai tempi moderni. Le cover bonus di Fearless (Pink Floyd) e Wrathchild (Iron Maiden) stanno proprio li a dimostrare che ci sono degli estremi con tanto in mezzo. Il pubblico del LO-FI proprio non vuole sentire la parola fine e dopo qualche bis proprio con la violenta e trascinte cover dei Maiden gli Isaak concludono il loro live inaugurando (speriamo) un nuovo corso che sia foriero di successi per una band che ha dalla sua un potenziale esplosivo.

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Partiamo da Genova, il Mediterraneo come il deserto, da dove arriva la vostra passione per questa musica?

La passione per questa musica parte dai tempi della Man’s Ruin e da quando i Kyuss erano ancora in attività! Ricordo il video di Green Machine su Video Music. Ricordo che andai dal negozio di dischi chiedendo questi chiuss e il commesso mi lanciò il cd con disprezzo aggiungendo “si dice caiuss”! Da quel momento iniziai a divorare tutto ciò che veniva definito stoner! Mi abbonai alla fanzine Vincebus Eruptum (ancora in attività, attualmente anche come etichetta) e ricordo che compravo tutti i dischi che riuscivo a trovare. Poi sulla rivista Rumore per un certo periodo c’era una sezione apposta e su RockFm Sorge e Cerati passavano un bel po’ di musica del genere nel loro programma. Nel mentre avevo una mia webzine in cui iniziai a parlare di questo genere e iniziai a contattare band italiane. Scoprii che c’era una zine decisamente più a fuoco della mia (più generalista) in merito al genere: era Perkele. Grazie a quel portale fecero le prime mosse i Gandhi’s Gunn (ancora con Kabuto al basso) e frequentando gli stessi posti iniziammo a conoscerci fuori dal web. Ai tempi eravamo più appassionati della scena storica (Kyuss, Fu Manchu, Nebula, Corrosion Of Conformity, Clutch, Orange Goblin) ma ben presto abbiamo iniziato a scambiarci dischi e input. Con gli anni siamo diventati consumatori di ogni disco del genere, complice anche i nuovi arrivi nel mio negozio di dischi (Massimo ha un negozio a Genova, Taxi Driver, ma ne parleremo più tardi, ndr).

Come si è formata la band? Siete amici da sempre o avete incrociato per caso le vostre passioni musicali?

Genova non è una metropoli, per cui se suoni è normale frequentare gli stessi posti e conoscere la stessa gente. Francesco suonava in una band Death Metal (Toolbox Terror, che hanno pubblicato da poco l’esordio), Giacomo meglio non dirlo, Andrea in una band di estrazione psichedelica e space rock (Fase Cronica) e io mi barcamenavo in vari progetti. A Genova lo stoner è conosciutissimo, complice una bella scena: 2 Novembre e White Ash  erano dei veri eroi locali. Negli anni si sono aggiunti Christopher Walken, Bells Of Ramon, Temple Of Deimos, e altre band più variegate come Vanessa Van Basten, Eremite, Lilium. Poi nel mio piccolo ho cercato di alimentare questa fiamma organizzando concerti al Checkmate Rock Club, ho aperto un negozio di dischi e ho un programma radio (su gazzarra.org) chiamato Fruit Of The Doom. Quindi come nascono i Gandhi’s Gunn? Ascoltando musica, bevendo birra e andando ai concerti.

Da Thirtyeahs, che rimane un ottimo debutto, a The Longer The Beard The Harder The Sound c’è un’evoluzione stilistica importante. Avete centrato in pieno l’attitudine, frutto di un maggiore affiatamento immagino. O c’è altro?

Thirtyeahs era una band per metà diversa. La sezione ritmica in primis ma anche il bagaglio culturale. Grazie a quel disco abbiamo avuto la possibilità di girare per l’Italia, di suonare assieme a band importanti (Acid King, Church Of Misery, Atomic Bitchwax) e imparare dal pubblico e dai colleghi. E’ stato facile capire cosa non funzionava e cosa si: bastava guardare le reazioni del pubblico. The Longer nasce proprio dall’esigenza di suonare quello che vorremmo sentire come pubblico. Noi siamo innanzitutto fan di quello che facciamo e difficilmente suoneremmo qualcosa che non ci piace, ma bisogna essere ulteriormente critici e selezionare quello che è veramente il meglio. Le nostre prove sono infinite! Non so se abbiamo centrato il bersaglio. So che in quel disco ci sono parecchie suggestioni che ci piacciono. E’ un disco stoner molto particolare: c’è l’influenza noise rock, c’è l’impronta hardcore, c’è la psichedelia ma sempre all’interno di una forma canzone. Molte band “barano”. La buttano solo sull’impatto. Sul suono. Ma spesso dimenticano che ci vuole anche qualcosa di più.  Pensiamo di avere scritto una manciata di buone canzoni, e speriamo di continuare a farlo.

I vostri testi di cosa parlano?

Cinema. E vita quotidiana. Ma per lo più cinema. Comunque nel cd li trovate tutti. Ed è uno dei motivi per cui è sempre meglio comprare il supporto fisico rispetto al download (il tutto condito da una stupenda grafica che richiama i miti cinematografici poliziotteschi degli anni 70, per spingersi fino ai sempreverdi Godzilla e compagnia brutta, ndr).

Quanto tempo dedicate agli Isaak?

Parecchio tempo. C’è chi cerca date, chi si occupa dell’aspetto social e web, tutti noi comunichiamo quotidianamente con band e pubblico. Tutti noi siamo sempre a cercare questa o quell’idea da poter sviluppare in sala. Ovviamente lavoriamo tutti, quindi non stiamo assieme 24 ore su 24. Per fortuna.

Le vostre composizioni più dure mi rimandano immediatamente a Clutch e Red Fang, le più psichedeliche a Hawkwind e Monster Magnet, tanto per fare qualche nome. Le vostre preferenze sulle band attuali?

Che bello sentirti nominare gli Hawkwind!! Hai riassunto bene la nostra attitudine sonora. Un po’ di nomi attuali? Big Business, Torche, Elder, Uncle Acid And Deadbeats, Graveyard, Pallbearer.

Esuliamo dallo stoner, cosa si ascolta d’altro in casa Isaak? Presumo che ciascuno di voi abbia il proprio background musicale e che ci siano quattro teste diverse che trovano un punto d’incontro nella sala prove. Oppure non è così?

Maso: grunge, hardcore, noise. Francesco: metal, Carcass ed Entombed. Giacomo: classic rock, funk e soul. Andrea: post rock, post metal. Ma tutti noi troviamo un accordo quando si ascoltano Melvins, Clutch e Big Business. In realtà siamo tutti onnivori ma ovviamente difendiamo le nostre posizioni quando si discute che i Carcass siano meglio dei Russian Circles e viceversa. In tour è meglio che ognuno si porti il proprio lettore musicale personale! In viaggio verso la Spagna solo Francesco aveva portato i CD da viaggio, puoi immaginare: Slayer, Iron Maiden, Megadeth, Metallica, Immortal, Mayhem, Carcass, Death, Entombed per 10 ore di fila. Siamo arrivati a Barcellona ricoperti di borchie e toppe. Ma meno male dato che lì gli eroi locali sono gli Obus! (Grande gruppo spagnolo attivo già negli anni ottanta e ancora in vita che canta in lingua madre, sul filone dei grandissimi Baron Rojo, ndr).

A vedervi live sembrate molto affiatati, ragazzi alla mano e per nulla spocchiosi (e vi garantisco che di gente che se la tira ce ne è in giro parecchia), sembrate divertirvi alla grande. Cos’è per voi suonare dal vivo?

Divertimento innanzitutto. Ma anche parecchia ansia prima di salire sul palco. Noi adoriamo il pubblico che partecipa saltando, pogando e cantando i pezzi (nella fortunata ipotesi che arrivi preparato). Vedere queste scene ci ripaga completamente. Ecco perchè The Longer suona più tirato di Thirtyeahs: vogliamo vedere il pubblico saltare!!

La scena italiana stoner mi sembra viva e pulsante. Molti gruppi dal sottosuolo hanno fatto dischi di una qualità impressionante. Perché non si riesce a uscire dal ghetto italiano? E’ solo una questione che se dici che suoni rock la gente in Italia immagina immediatamente Vasco Rossi? Oppure è un problema di infrastrutture e di soldi? Credete ad esempio che situazioni tipo Ufomammut su Neurot possano aprire un varco?

L’Italia all’estero viene vista non solo come pizza spaghetti e mandolino. Per i cultori della buona musica l’Italia esporta da sempre: uno degli gruppi principali del Roadburn di questo anno sono i Goblin! Dal prog all’hardcore l’Italia ha sempre avuto qualcosa da dire a livello internazionale. Ma il problema è tutta quella musica che non vuole avere risonanza internazionale ma che, anzi, sfrutta, l’ignoranza media per spacciare per oro cose che all’estero sarebbero ridicole. Come mai non ci sono band indie italiane al Primavera? Perchè la proposta vale giusto qualche click su rockit e finisce lì. Cannibal Movie, Squada Omega, e tutta la scena neo psichedelica di cui si sono occupate anche le riviste internazionali sono un grande vanto, non i Cani. Non dimentichiamo band più pesanti come The Secret o Grime che escono per etichette importanti. Magari fra qualche anno qualche collezionista americano pubblicherà una raccolta del miglior stoner italiano… ti consiglio un ottimo disco appena uscito: l’omonimo dei Manthra Dei uscito in CD per Acid Cosmonaut e vinile per Nasoni.

La scena italiana alternativa: alla fine è sempre la solita storia, solo i fighetti con un certo tipo di atteggiamento riescono a raggiungere il grande pubblico. Ma da assiduo frequentatore di concerti ci sono tanti gruppi di ottima qualità che suonano solo per passione. Ma il pubblico, anche se poco, li ama tanto. Basta questo? A volte siete in preda alla frustrazione di non poter fare qualcosa che vorreste invece tanto?

Il nostro sogno è di suonare al Roadburn Festival. Tutto il resto non ci fa rosicare più di tanto. Ovvio se in Italia ci fossero più canali specializzati potremmo far sentire la nostra musica a più persone ma attualmente, per fortuna, c’è molto interesse da parte del pubblico verso queste genere. E’ innegabile: l’approccio dei Red Fang ha fatto si che molte persone che non conoscevano il genere iniziassero a incuriosirsi. In negozio mi è capitato molte volte di consigliare dischi a chi mi diceva “adoro i Red Fang, cosa mi consigli?”. Più che una band è un cavallo di troia!

Capitolo crowdfunding: vi hanno rubato attrezzatura dal vostro studio e avete organizzato una raccolta fondi. Come è andata? Mi sembra ci sia stata una buona risposta.

Siamo molto critici verso il crowdfunding per come viene usato in Italia. Da artisti mediocri che vogliono che il pubblico gli paghi il video o band da pensione che sperano che i fan gli paghino il tour europeo di spalla ad altre band da pensione. Da super nerd seguo molto di più i fund raising per progetti da geek: colpiscono l’immaginario del pubblico e gli vengono concessi bonus di assoluto rispetto. Il nostro è stata una via di mezzo fra la classica operazione di raccolta fondi per terremotati e il dare ai fan dei bonus inediti. Dandoci un offerta era possibile avere magliette e poster disegnati per l’occasione da Giant’s Lab o avere un brano inedito su cassetta con grafica di Solo Macello. O avere dei nostri vinili ormai fuori catalogo ripescati dal magazzino di Taxi Driver. Ci serviva una spinta per non darci per vinti dopo un danno così (fra noi e i nostri compagni di sala Zero Reset abbiamo perso circa 20000 euro di strumentazione). Un danno economico ma non solo, perchè ha cambiato le nostre priorità da un giorno all’altro. Eravamo nel pieno del decisionale sulla registrazione del nuovo disco, nella vera e propria pre produzione. Dopo quel fatto è stato un miracolo poter discutere assieme di come metterci subito in moto. Aiutati da amici, fan e booking abbiamo organizzato un tour in Francia, Spagna e Italia che ci sta consentendo di ripristinare parte della cassa, anche grazie al buon successo del crowdfunding (abbiamo raggiunto 3500$). La registrazione del disco è stata rinviata al nuovo anno ma almeno in questi mesi non siamo rimasti con le mani in mano. E lo possiamo dire senza timore di smentita: abbiamo dei fan meravigliosi! Dopo che hanno scoperto il furto abbiamo ricevuto un calore e un supporto gigantesco!! Ora le nostre spalle sono decisamente più larghe e dopo questa battaglia sappiamo che difficilmente ci faremo abbattere da altre avversità! (Giustamente la campagna è stata intitolata “No One Defeats Isaak”, ndr).

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Una bestemmia: è possibile vivere di musica? Di soldi nel vostro progetto ce ne mettete e basta? Cosa dovrebbe succedere per farvi lasciare i vostri rispettivi lavori?

Io ho un negozio di dischi, pubblico dischi con l’etichetta, ho una webzine di news e recensioni http://www.taxi-driver.it ormai un po’ in disuso ma anni fa avevo un discreto seguito…, ho un programma sulla web radio di Arci Liguria chiamato Fruit Of The Doom, (se vi capita ascoltatelo perché la selezione di Massimo è davvero notevole, a cavallo tra novità e glorioso passato, ndr) organizzo o do una mano ad organizzare concerti in città. Per quanto mi riguarda l’importante non è fare soldi ma poter far si che i progetti continuino ad andare avanti. Non mi interessa vendere le compilation di X Factor, preferisco che nel mio negozio ci sia una delle 300 copie stampate dai Belzebong. Non organizzerei un concerto dei Cani solo per farmi due soldi dai ragazzini. Noi suoniamo questo tipo di musica e difficilmente potrà generare un interesse tale da far si che intorno agli Isaak possano girare dei soldi. A me non interessa. Preferirei sopravvivere come i Melvins facendo un 7” al mese che prendere in giro il mio lavoro e la mia passione. Se arrivasse una major ad offrirmi un sacco di soldi potrei ingrandire il negozio di dischi ma non ci infilerei dentro Emma Marrone. I Mudhoney comprarono casa con i soldi della Reprise (gran bel colpo, ndr). Gli Sleep un sacco di erba e gli diedero Jerusalem, che rifiutarono anche. Ti rendi conto? Hanno rifiutato uno dei più grandi dischi del rock!! (E su questo fantastico disco, nonché gruppo, ho già scritto parecchio e ribadisco l’enormità musicale di Jerusalem!, ndr). Se il nostro lavoro generasse altro lavoro e soldi potrebbe portarci a ragionare su argomenti per ora molto estranei alle nostre usuali conversazioni. Certamente per ottenere una fetta di pubblico in più non cambieremmo stile: la storia della musica ha insegnato che non serve vendersi ma occorre una solida reputazione che conquisti giorno per giorno.

Come è avvenuto il contatto con Scott Hamilton della Small Stone Record? Quali le sensazioni e le reazioni per aver firmato con una delle etichette stoner più interessanti?

Small Stone è un etichetta che abbiamo sempre amato. Fin dai tempi di Acid King, Fireball Ministry, Porn, Los Natas, Novadriver! La fanzine Vincebus Eruptum e Rumore hanno sempre parlato di queste band ed era inevitabile per il sottoscritto andarle a cercare nei negozi di dischi! Negli anni Small Stone ha continuato a pubblicare album anche in periodi di crisi del settore e del genere. Dopo l’abbuffata di fine anni 90 molte etichette hanno smesso di pubblicare. Pensa a Man’s Ruin! Scott ha invece alimentato la fiamma con ottime uscite di Dozer, Greenleaf, Luder, Gozu, Dixie Witch. Abbiamo saputo che era molto propenso ad ascoltare band dall’Europa e dopo aver pubblicato The Longer The Beard gliene abbiamo spedito una copia. Proprio due persone importanti per il genere in Italia hanno fatto da garanti per noi: Davide Pansolin di Vincebus Eruptum ma soprattutto Mario Ruggeri di Rumore. Proprio due entità che hanno mantenuto un rapporto costante fra band, etichette e fan del genere. Puoi immaginare cosa possa essere per uno come me, che da ragazzino sbavavo dietro a questa scena esserne parte al 100%.

Avete dovuto cambiare il vostro nome, non una cosa semplice per una band. Rimpianti? Il nome Isaak da dove arriva?

Rimpianti assolutamente no! Gandhi’s Gunn era un nome che non ci rappresentava più e per noi era associato alle prime mosse della band. La firma per Small Stone ci ha dato una scusa per farlo realmente: negli USA esiste già una band con un nome simile e abbiamo colto la palla al balzo. Dato che i Gandhi’s Gunn erano completamente autogestiti non è stato difficile avvertire il nostro pubblico che avevamo cambiato nome. Isaak è un nome. Ci piace pensarlo sia come l’Isacco biblico che come il nome di un protagonista di un film blaxploitation (propendo maggiormente per la seconda ipotesi, ndr). Ci piaceva avere il nome formato da una sola parola, come Clutch, Torche, Melvins, Ramones. Una semplice scelta di impatto. Abbiamo cambiato registro musicalmente, ecco perchè era necessario cambiare anche la carta d’identità. “Chi siete?” “Gandhi’s Gunn?” “Chiiii?” o “Chi siete?” “Isaak” “Mecojoni!”.

A questo punto c’è molta attesa per il vostro terzo album, avete già lavorato su qualcosa, avete un’idea dei tempi di realizzazione del disco?

E’ curioso: il prossimo sarà il nostro terzo album, il secondo come Isaak o il primo vero e proprio pensato come Isaak? Preferiamo quest’ultima possibilità dato che le band sparano le loro cartucce migliori agli esordi! Se ascolti il brano che abbiamo registrato per il crowdfunding sentirai come si sta evolvendo il sound (per inciso: il pezzo si intitola The Frown, ed è una vera e propria bomba con il finale più bello dell’anno, ndr). Prima del furto speravamo di entrare in studio entro gennaio, mentre ora pensiamo sia più probabile la primavera. La speranza è che esca entro il 2014. Nel mentre non saremo fermi!

Spero per voi che possiate imbastire tour anche in altri paesi del mondo, ci sono progetti/possibilità? Penso sia molto complicato e faticoso. Come riuscite a coniugare i vostri live con i problemi della vita normale (tempi/spazi/costi)?

Per ora abbiamo affrontato date nei paesi vicini: Francia e Spagna. Proprio per esigenze lavorative affrontiamo le date nei weekend. L’idea è di fare come fanno tutte le band: prendere ferie nello stesso periodo e girare per 15/20 di fila (quindi affrontare Germania, Inghilterra, paesi scandinavi o dell’est). Le date fatte nei weekend hanno dei costi enormi e non si possono permettere per molto tempo. Siamo genovesi, quindi abbiamo un rapporto protettivo nei confronti del denaro: per cui non rischiamo di andare in rovina! Piuttosto non mangiamo per 24 ore!

Hai un negozio di dischi, riesci a galleggiare ancora vendendo dischi? Quando hai cominciato? C’è ne è ancora di gente che considera l’acquisto di musica una parte delle proprie spese? Come ti poni nei confronti di download, Spotify e simili, dispute sui diritti? Io un disco dei Radiohead posso anche scaricarlo, ma al gruppo italiano che suona in un club il disco lo compro sempre se mi piace.

Ho il negozio da quasi 5 anni per cui non ho vissuto i tempi d’oro e la crisi. Ho aperto in un momento favorevole, ovvero il revival del vinile, oggetto che ricordiamolo è attivo da fine 1800. Non proprio da due giorni. Un revival che era necessario perchè nei banchetti dell’usato trovavi solo Bolton, Sting, Status Quo e Zucchero. Tutto questo ha fatto sì che la gente si ponesse la domanda: “Ma quindi i Daft Punk hanno pubblicato anche il vinile?”. Nello stoner/doom si è sempre pensato al vinile come formato principale. Un po’ perchè nell’ottica purista e/o revivalista del genere fa parte dell’immaginario esattamente come gli amplificatori valvolari. Un po’ perchè il genere racchiude l’essenza del rock, esattamente come il vinile. Il cd funziona per la macchina ma a casa non si può ascoltare: tanto vale cercare il full album su youtube. Gli appassionati si shareano intere cartelle di album su dropbox e poi vengono in negozio a comprare il vinile. Il non appassionato ascolta 5 gruppi su Spotify, magari pagando anche l’abbonamento. In realtà ascolta lo Zoo di 105 e pensa che la musica sia quella. Se va bene ascolta Radio2. Non c’è più Videomusic che trasmetteva cose incredibili in mezzo a boiate pazzesche. Ma grazie a quello ti creavi un gusto, imparavi a scegliere, a cercare, a puntare i videoregistratori di notte con tua madre che pensava registrassi Playboyshow e invece andavi a caccia di musica decente (sembra incredibile a dirsi ma io posseggo ancora delle videocassette con su ore di video registrati da Videomusic! Ndr). Se tu scarichi la discografia degli Electric Wizard probabilmente ti innamorerai dei loro dischi. Il giorno che lo intravedi (in negozio, sul web) non potrai lasciarlo lì. La passione (e quindi l’acquisto, il senso d’appartenenza e di possesso) nasce da quello e difficilmente morirà. Tutti questi “al lupo al lupo” nei confronti della musica cosa vorrebbero dire? Che non ascolteremo più niente? La vedo difficile…. Poi i Radiohead mi fanno ridere. Ma a chi importa se prendi pochi soldi da Spotify? Ogni tuo concerto costa non meno di 60 euro, il tuo merch ha gli stessi prezzi della boutique di alta moda, i tuoi dischi escono per una major. Ma piangi ancora miseria? E poi dicono dei genovesi…  ma soprattutto fai un bel disco che è già un miracolo che la gente ti stia ancora ad ascoltare… (e a questa risposta risposta, non me ne vogliate, va la palma come migliore dell’intervista, ndr).

Chiudo solo con una speranza personale: non mettetevi a cantare in italiano, ci sono generi che con il nostro idioma non hanno nulla in comune (anche se ci sono state importanti eccezioni)!

All’estero dicono che Giacomo ha l’accento tex-mex.. Perchè cambiare?

Giusto! E allora stiamo tutti attenti al 2014, sperando che gli Isaak sfornino la bomba di cui tutti abbiamo bisogno, le premesse ci sono tutte (The Frown, ve l’ho già detto, è un succulento antipasto) e quindi aspettiamo le loro prossime mosse.

Daniele Ghiro

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RED FANG “WHALES AND LEECHES”

RED FANG

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Relapse

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I Red Fang sono una live band e i loro dischi sono solo la scusa per andare nuovamente a spaccare le ossa sui palchi di mezzo mondo. Non sono mai stati dei geni nello scrivere canzoni, non hanno la raffinatezza degli odierni Mastodon né la profondità degli ultimi Baroness, ma che ci volete fare, forse proprio per questo, per quella loro aria cazzona e per quella attitudine a fregarsene di ricerche musicali sopraffine, questo disco mi piace parecchio. Tra le loro composizioni si annida una sfacciata componente hardcore che trascende il genere nel quale si muovono, la partenza urticante di Doen ne è un chiaro esempio esplicativo. Sulle stesse coordinate si muovono anche la breve Murder The Mountains e la pesante No Hope. Spesso sento dire che le loro canzoni non hanno profondità, non hanno ritornelli accattivanti, ma poi sbucano pezzi quali Blood Like Cream con un refrain da capogiro o la intensa Behind The Light con quel ritornello malato che ti trovi involontariamente a canticchiare. La collaborazione con Mike Scheidt degli Yob poi genera il miglior brano dell’album: Dawn Rising è lenta, epica, pesantissima e spossante, con soluzioni melodiche e vocali per loro inedite. Che poi riescano anche a sfornare degli stoner stomp nel senso più stretto del termine è evidente in Crows In Swine e Voices Of The Dead. Con Failure e Every Little Twist dimostrano che anche quando rallentano sanno immergersi in deliqui più psichedelici, pur rimanendo sempre tetri e pesanti. Se vogliamo criticarli perché la Relapse li stà pompando non poco facciamolo pure, se vogliamo considerarli un gruppo più scarso dei Clutch o degli Orange Goblin va bene anche quello, ma a me sembrano questioni di lana caprina, perché poi appena ti vedi le loro facce davanti durante un loro concerto riesci sempre ad innamorarti di loro. Hanno potenza da vendere, vanno dritti per la loro strada, sono duri, crudi e pesanti, ancora con i vestiti sporchi e le magliette sudate, per me l’attitudine vale più di mille canzoni.

Daniele Ghiro

LIGHT BEARER “SILVER TONGUE”

LIGHT BEARER

SILVER TONGUE

Alerta Antifascista/Halo Of Flies/Moment Of Collapse

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I Light Bearer meritano più di una recensione. Mi scuso in anticipo per la lunghezza ma il gruppo merita di essere spiegato e merita di essere conosciuto, quindi partiamo da lontano e dai Fall Of Efrafa, cult band ormai defunta, nei quali militava Alex, personaggio poliedrico, scrittore, illustratore (sue sono le copertine della band) e non ultimo cantante. Gran gruppo dalle cui ceneri si genera una nuova entità, fatta però di sei distinti elementi che portano il proprio personale background all’interno della band. Quindi, ci tiene a ribadire il frontman, “Non è la mia band, non siamo la continuazione dei Fall Of Efrafa, siamo un gruppo amalgamato a tutti gli effetti, con altre cinque persone che stanno arricchendo e sviluppando la mia idea iniziale, vale a dire Matteo (chitarra, pianoforte, voce), Gerfried (basso, voce), Jamie (chitarra), Lee (soundscapes, voce), Joseph (batteria)”. Il concept che stà alla base del gruppo nasce dalla penna di Alex, che ha creato e sviluppato una storia in quattro atti, che saranno i prossimi dischi del gruppo: Lapsus, pubblicato due anni fa, Silver Tongue, uscito ora e poi i successivi Magisterium e Lattermost Sword. E’ già tutto pronto a livello di tematiche e di liriche, la musica intanto si adegua e si evolve, lasciando pian piano che si riveli ai nostri occhi una delle migliori realtà del post metal, in attesa di ulteriori sbandamenti. La storia parte da Lucifero (per tutti l’incarnazione del male, per loro la metafora della ricerca della conoscenza e della verità) e poi procede con Eva per andare in seguito a toccare il libro della Genesi, alla creazione della chiesa e soprattutto dell’oppressione religiosa, il tutto condito da citazioni e riferimenti ai lavori di Philip Pullman, al Paradiso Perduto di John Milton, alla Divina Commedia di Dante e alla mitologia persiana. Le tesi alla base del plot sono a mio giudizio affascinanti e da me condivisibili: perché ci sono più chiese che scuole? Perché chi è vessato dal potere invoca la misericordia di un Dio al posto di ribellarsi? Perché la scienza è ancora messa alla berlina in determinati ambienti affidandosi a dottrine che non hanno un benchè minimo contatto con la realta? I Light Bearer cercano di attaccare la religione sulla terra, ritenendola responsabile di molti misfatti, della rovina dell’umanità, cercando di rompere il dominio di una ideologia basata sull’odio, sulla paura e sulla superstizione. A tutto questo aggiungono di conseguenza tutte le relative vessazioni che queste ideologie hanno instillato nelle menti dei popoli: la demonizzazione delle donne e la loro riduzione a essere inferiore, il teismo assoluto, il razzismo, l’omofobia e si scagliano di conseguenza contro ogni forma di specismo. Senza se, senza ma. Ideologie che dovrebbero essere ormai abortite da secoli e che invece permangono forti nelle società di potere. Il riflesso di tutta questa ideologia sui loro album è evidente, i Light Bearer non scrivono semplici canzoni ma film musicali con una storia all’interno, preziose gemme di limpida musicalità che si frammentano in tragici movimenti di deprimente bellezza, superbe costruzioni armoniche destrutturate e polverizzate da tremendi assalti frontali. Già Lapsus aveva uno spessore notevole, ma Silver Tongue va incredibilmente oltre, polverizzando la bellezza del predecessore. A tutto questo devo aggiungere una nota puramente personale: lo scorso anno a Milano, davanti a non più di 30 persone, il gruppo ha sfornato un’esibizione impeccabile, come se di fronte ne avesse tremila, come se spazio e tempo non avessero nessuna logica, imperversando sul palco minuscolo del LO-FI come una grande band: le persone presenti saranno state anche poche ma sono state completamente convertite al loro volere e la missione del Portatore di Luce si potrebbe benissimo definire un succeso. Beautiful Is The Burden parte con archi che imperversano su sporcizia sonica di sottofondo e che si infrangono sul consueto muro di sludge melodico, epico, catartico. Una voce stupenda che nel growl riesce a dare un‘incredibile impronta musicale, ben supportata da chitarre che non si limitano ad un didascalico lavoro di costruzione e supporto bensì si danno duramente da fare, colpendo ai fianchi, infilando durissimi colpi alla figura che nella metafora della boxe lasciano completamente stremati. Sono passati diciassette minuti e mezzo e non me ne sono neanche accorto. Amalgam: atmosferico e tetro inizio, lampi, tuoni, chitarra acustica ed eruzioni che puntualmente si manifestano. Ritmi lenti e cadenzati, potentissimi, inframmezzati da sospensioni glaciali che non lasciano spazio alla speranza, letteralmente spazzata via dalla progressione finale. Matriarch è lenta, oscura, melmosa. Alex abbandona il growl e la voce si trasforma in tranquilla, limpida e melodica, la struttura compositiva è particolare, tempi sospesi che creano una sorta di mantra cupo che lascia intravvedere squarci dei Tool più lisergichi. Clarus è un intermezzo che ci introduce al meglio del disco che, incredibile davvero, deve ancora arrivare. I due pezzi finali sono la summa della loro musica, entrambi lunghi ed articolati, uno quasi dolce, l’altro ferocissimo. Una ritmica serrata e violenta introduce Agressor & Usurper, con quella voce che vomita violenza, melodie rarefatte e quasi assenti. Qui imperversano solo potenza pura, aggressione e usurpazione e anche gli archi che compaiono nel mezzo sono cupi e sinistri preludendo alla devastazione finale fatta di un crescendo ritmico e metallico da paura. Stremati da questo tour de force lungo diciassete minuti non possiamo prendere respiro perché incominciano i venti della title track. Un introduzione molto delicata, ma con inaspettate ed interessanti aperture meno compresse, quasi “gioiose” che vengono progressivamente sporcate dalle scorie della paura e della tensione nuda e cruda. Tensione che che raggiunge il climax e si manifesta dopo sette minuti e spiattella riff macinatutto ipercompressi, posizionando su differenti livelli liricità a profusione nella stupenda parte centrale che si libra alta su melodie affascinanti e strepitosi crescendo chitarristici degni di un gruppo post rock triturato da volumi indicibili. Poi la voce si fa normale e torna ad essere dolcissima su un tappeto di violino solitario, con gli echi post rock che si manifestano maggiormente, ma Alex ritorna ad essere cattivo, le chitarre riprendono corpo e si incendiano nuovamente. Un brano semplicemente fantastico, assolutamente il migliore che io abbia ascoltato quest’anno. Un concentrato supremo di Godspeed You! Black Emperor, Neurosis, sludge e hardcore. Il loro pregio è quello di non stancare, nonostante la lunghezza media dei brani elevata, non risultano essere prolissi nemmeno per un attimo. Ovvio che una certa dose di staticità è insita in questo tipo di proposta musicale, ma la voglia di renderla scorrevole e fruibile fa dei Light Bearer uno dei pesi massimi del genere. Affrontate con pazienza l’ascolto di questo disco, non è semplice, non è immediato, ma vi ripagherà alla grande del tempo che gli avrete dedicato.

Daniele Ghiro

MELVINS LITE @ Bloom, Mezzago 1 maggio 2013

Foto © Lino Brunetti

Foto © Lino Brunetti

Non è certo la prima volta che i Melvins passano dal nostro paese ma, ogni volta, è una sorta di festa a cui è doveroso presenziare. E così abbiamo fatto anche stavolta, recandoci allo storico Bloom di Mezzago per farci sventagliare le orecchie dalle staffilate soniche della band che, proprio in questi giorni, torna nei negozi con un divertente disco di covers, Everybody Loves Sausages. La serata non è sold out ma, comunque, la presenza e la partecipazione del pubblico non manca di certo. Ad aprire le danze ci pensano i Big Business, power trio di Seattle, molto amico di Buzzo e soci. Il loro stoner sludge iper compresso e potentissimo è quanto di meglio per introdurre la serata; Jared Warren e compagni, per circa una quarantina di minuti, assalgono il pubblico con le loro canzoni schiacciasassi e tiratissime, dalle sonorità selvagge e fangose. Un bell’inizio, niente da dire! Sono passate da poco le 23 e 30, quando sul palco arrivano i Melvins, come nel loro recente Freak Puke, in formazione Lite, ovvero a tre, con King Buzzo a voce e chitarra, Trevor Dunn a contrabbasso e cori e Dale Crover alla batteria e ai cori. La presenza del contrabbasso rende abbastanza particolare le sonorità del trio, aggressive e tonitruanti ma, allo stesso tempo, non prive di una certa raffinatezza, che sposta l’asse sonoro verso territori a tratti quasi avant. E’ un po’ quello che era successo proprio nel Freak Puke sopra citato che, guarda caso, viene eseguito quasi per intero. Trevor Dunn è un istrione, un musicista versatile che dai Mr. Bungle ai lavori con John Zorn, ha dimostrato di saper suonare di tutto; in questa serata martoria il suo strumento con l’archetto e con le dita, ne tira fuori suoni di tutti i tipi, gigioneggia con gli sguardi e gioca facendo la seconda voce. Naturalmente è ben assistito da quella macchina da ritmo che è Dale Crover, un picchiatore di pelli che non conosce riposo (e che ancora di più si sentirà in dovere di non mostrare cedimenti quando, nell’ultimo quarto d’ora di show, verrà raggiunto da Coady Willis dei Big Business alla seconda batteria, per un tripudio tribale d’assalto). Buzz Osborne, invece, assomiglia sempre più ad un personaggio burtoniano, con la sua inconfondibile chioma a fungo mossa dall’aria di un ventilatore, il suo camicione nero e con la sua aria sempre un po’ allucinata. Alla voce e alla chitarra ci dà però ancora dentro di brutto e, specie quando sfilano classici come Hooch, Set Me Straight o Shevil, il Bloom si trasforma in una bolgia dal pogo scatenato. Non tutto il concerto è stato così, come dicevamo, con anche momenti meno d’impatto e più orientati al loro versante “sperimentale”. Ciò non toglie che alla fine dell’ora e mezza di show, le orecchie ronzassero non poco e che i sorrisi sulle facce della gente testimoniassero l’ottimo stato di salute della band. Insomma, grandi come sempre.

Lino Brunetti

Foto © Lino Brunetti

Foto © Lino Brunetti

KVELERTAK “MEIR”

KVELERTAK

MEIR

Roadrunner

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Io mi aspetto che prima o poi i Kvelertak facciano il botto. Alcune avvisaglie ci sono già, il fatto di firmare per la Roadrunner significherà pur qualcosa, e ti aspetti che nell’album i cambiamenti siano evidenti. Poi però scopri che il produttore, Kurt Ballou (Converge) è sempre lo stesso e anche l’affascinante copertina è sempre disegnata dal John (Baroness) Baizley, che i testi non sono in inglese ma ancora in lingua originale e che la musica… ti esplode dentro con una deflagrazione impressionante. Questo non è un disco major, probabilmente (anche se non glielo auguro) saranno scaricati l’anno prossimo, ma intanto mi godo questo secondo lavoro che è sì diverso dal loro debutto ma che ha al suo interno una carica energica in grado di polverizzare una buona quantità dei loro nuovi compagni di etichetta. L’intro pauroso e metallico di Apenbaring è foriero dell’apocalisse che a breve si scatenerà dagli amplificatori, cosa che puntualmente accade dopo 110 secondi e i restanti 80 sembrano durare un’eternità tanto sono intensi. Snilepisk è un’assalto brutale e senza prigionieri nei territori dell’hardcore, con un assolo di chitarra quasi trattenuto in sottofondo. Poi lasciano cadere qua e là bombe violentissime (Trepan, Manelyst) che si dipanano su territori ultra hardcore ma lasciando spazio ad un liricismo di chiara ispirazione maideniana, con le chitarre (tre) che giocano a rincorrersi nei fulminanti assoli. Bruane Brenn è il primo singolo, un’esplosione metal intransigente, un ritornello da pogo nudo e crudo che scatenerà tonnellate di sudore sottopalco: messa in apertura di concerto renderà subito bollente la temperatura, messa in chiusura invece ucciderà i superstiti. Gli svedesi hanno la commistione dei generi alla base della loro proposta sonora. La voce è hardcore, le chitarre sono metal, la ritmica è hard rock, tre chitarre che creano uno strepitoso muro sonoro e sigillano a chiusura stagna ogni centimetro di musica, non lasciando aperto nessuno spiraglio. Prendete ad esempio Necrokosmos un mid tempo (!!??) che mescola post qualcosa, accelerazioni thrash, spruzzi di puro sludge vomitato senza ritegno, decelerazioni hard rock, assoli, cambi di ritmo e di melodia, incubi morriconiani su ritmi vorticosi e finale tribale: sei minuti e mezzo di pura follia. Poi possono tranquillamente omaggiare i Judas Priest e il metallo puro rivisitandoli a modo loro nella lunga e monolitica coda strumentale di Undertro così come immergersi nell’epico hard rock era Physical Graffiti nel caso ai tempi i Led Zeppelin avessero deciso di suonare l’hardcore che ancora non c’era. Spring Fra Livet è intensissima nelle sue parti veloci e riesce anche ad abbassare il volume di scontro prima di colpirti nuovamente. Kvelertak, il loro main theme? Melodia da AC/DC compressa e sputata da una betoniera, non si può fare a meno di alzare le braccia e fare le corna, un brano da stadio pieno di gente con voglia di fare a testate. Non paghi di tutto ciò hanno anche il coraggio di sfornare i quasi nove minuti di Tordenbrak, che è l’estasi finale, il compendio, il loro bignamino. Agguantate gli Iron Maiden di Phantom Of The Opera e violentateli, assumete un gruppo sludge qualsiasi per massacrare i Thin Lizzy, assoldate mercenari hardcore per far fuori gli AC/DC di Thunderstruck, sarete giunti al termine e potrete goderverli da dietro le sbarre. In questo momento, per questa proposta musicale, la band di Stavanger è semplicemente irraggiungibile.

Daniele Ghiro

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BORIS “PRAPARAT”

BORIS

Praparat

Daymare Recordings

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Premessa: ascolto i Boris da tanto tempo, mi sono sempre piaciuti, come tanti altri gruppi, ma poi sono stato fulminato da un loro concerto, che mi ha preso per i capelli in un vortice senza fine al quale non ho opposto resistenza e dal quale sono stato catturato. Dal quel giorno per me i giapponesi sono diventati una band superiore. Sarà il fascino del Sol Levante, sarà una pizza mangiata fianco a fianco al Magnolia qualche anno fa, sarà un carisma che cola a secchi dalle loro figure, ma rimane il fatto che quando ascolto la loro musica entro in una dimensione parallela. La dimensione Boris. Che fino a qualche tempo fa era fatta di grezzi riff metallici, molto rumore e tanto altro, ma che negli ultimi anni ha conosciuto sterzate verso la psichedelia, il post rock, lo shoegaze ed anche il pop. Di conseguenza, all’uscita di un loro nuovo album, non sai mai cosa aspettarti dagli eclettici giapponesi e Praparat, uscito un po’ in sordina, si discosta nettamente dal loro precedente Attention Please, (in verità uscito in contemporanea con il più robusto Heavy Rocks II, con il quale Praparat ha più cose in comune). Però, al solito, non tutto è così facile da spiegare, perché la partenza viene per esempio affidata a December e sembra di aver messo su un disco dei Mogwai, tanto rarefatti e delicati sono i tocchi della chitarra. Ancora mi stò chiedendo cosa aspettarmi che la pesantezza tipicamente melvinsiana di Elegy irrompe negli speakers: riff scuro dai contorni sfumati, la voce di Takeshi che pare rubata ad un manga, dolce e sensuale, completamente fuori contesto, ma talmente centrata che l’accelerazione tremenda del finale mi coglie clamorosamente di sorpresa. Monologue, così come Mirano, sono post rock puro, con spruzzate melodiche intriganti dettate dalla chitarra solista mentre le campane a festa su un ritmo lentissimo e cadenzato creano l’effetto straniante e fuori dalle regole che caratterizza Method Of Error. I Boris attraversano i generi musicali e li infilzano a sangue di traverso, raccogliendone gocce e pezzi triturati per poi ricurcirli insieme: a volte sclerano e si immettono nella velocità supersonica della brevissima Perforated Line, altre si imbattono nella pianola stonata e mortuaria di un tristissimo circo (Castle In The Air). Ma poi ci sono anche le fiamme dell’inferno e sono quelle che lasciano di più il segno: Canvas è l’apocalisse infernale dal tremebondo attacco chitarristico, duro urticante, quasi immobile eppur squassante. Bataille Soure è un durissimo mid tempo dai tetri riff, grancassa spaccatimpani, frequenze basse e voci che sembrano provenire dall’oltretomba, un incubo semi industriale dei peggiori. Prendere o lasciare: tra questo brano e l’iniziale December apparentemente c’è un’abisso, ma i giapponesi hanno il dono del tocco divino e ogni singola nota, pur sembrando distante anni luce da quella precedente, viene richiamata all’ordine e condotta sotto lo stesso tetto, vale a dire quello di un grande gruppo che ancora non ha finito di sperimentare. Sperimentazione che ancora li rende ostici ai più, ma una volta trovata la chiave per entrare nel loro mondo vi troverete circondati da un caleidoscopio musicale che vi farà girare la testa.

Daniele Ghiro

SHINING “ONE ONE ONE”

SHINING

One One One

Indie Recordings

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Ormai da un decennio i norvegesi Shining imperversano nei circuiti alternativi con la loro particolare proposta musicale. E dopo aver scorrazzato sulle lame imperscrutabili dell’integralismo sonico indulgendo in dischi affascinanti ma che giocoforza accoglievano tra le loro braccia non certo orde di ammiratori, tanto la loro proposta era particolare, hanno deciso di sintetizzare e rendere fruibile ad un maggior numero di ascoltatori la propria musica. Non so quanto questo percorso sia stato frutto di pianificazione o di naturale evoluzione ma tant’è. Già il precedente Blackjazz lasciava presagire le aperture che puntualmente sono avvenute in questo tremendo e spettacolare One One One. Non abbiate paura però voi fans di vecchia data, gli Shining non sono finiti a fare musichetta per educande, hanno solo portato a termine il loro tortuoso peregrinare ponendo le basi per impostare una nuova fase della propria carriera. E lo hanno fatto con un album che prenderà per la gola molti aficionados della musica più estrema, smussando gli angoli più sperimentali e incanalando in un lotto di canzoni energiche la carica che li ha sempre contraddistinti. Sintomatica di quando vado dicendo è l’apertura superlativa di I Won’t Forget che, credeteci o meno, ha un piglio stoner/sludge, tirata, diretta, potente e melodica, e quasi non ti accorgi che è praticamente supportata dall’elettronica e quando sbuca l’assolo di sax si rimane a bocca aperta, ma si comprende che è una logica conseguenza del loro particolare approccio. E la struttura differente data dalla loro strumentazione particolare (ampio spazio a tastiere, elettronica e sax) donano un impatto diverso a brani quali The One Inside o Paint The Sky Black che altrimenti si potrebbero attribuire ai Dillinger Escape Plan. My Dying Drive è più elettronica, nervosa ed eclettica ma esplode in un ritornello pauroso. Rispetto a Blackjazz si ha un impatto più concreto e fisico, proprio sul lato pratico, meno sinfonici e sperimentali, ma il tutto va preso con le dovute molle perchè la struttura complessa di Off The Hook, fratturata ed incontrollabile contiene una grande prova della voce del fondatore Jorgen Munkeby, in un certo senso un brano melodico, ma anche quest’ultimo termine è sempre da rapportare a qual’è il loro standard di melodia. L’altro membro sempre presente è l’incredibile batterista Torstein Lofthus che marchia a sangue Blackjazz Rebel, devastante assalto sonoro di incredibile potenza. Poi Walk Away inietta linee vocali particolarmente intriganti su di un tappeto jazz/metal, The Hurting Game ha un sax di inusitata potenza che esplode in forzature noise su un tappeto tiratissimo. Avete ancora qualche stilla di energia da spendere? Il tremendo lamento del sax in apertura di How Your Story End chiama a raccolta tutti gli altri strumenti pur continuando a guidare una sinistra ed apocalittica rivolta. Possono risultare estremi, possono non piacere, possono essere criticabili per la loro eccessiva potenza, ma qua dentro non c’è un attimo di respiro, il loro è un’annichilente assalto che lascia le orecchie fumanti e per questo li amo un bel po’.

Daniele Ghiro