CARNENERA “Carnenera”

CARNENERA
Carnenera
Sinusite Records

carnenera_album_2014_cover

Con quel suono scuro e nervoso, l’omonimo debutto dei Carnenera parrebbe il frutto della produzione di Steve Albini, invece è tutta opera del trio composto da Lorenzo Sempio alle chitarre, Luca Pissavini al basso e Carlo Garof alla batteria: nuova interessante realtà della scena undergorund italiana. Se i Carnerera abitassero in California o facessero parte del catalogo della Tee Pee Records, il loro debutto avrebbe probabilmente già ricevuto entusiastici riscontri in ambito internazionale, ma, con l’augurio che presto succeda, nell’assopito panorama italiano rimane cosa per quei pochi ancora alla ricerca di una voce fuori dal coro: tra questi figurano certamente i discografici della coraggiosa Sinusite Records, che lo scorso marzo hanno pubblicato un lavoro davvero particolare e forse a tratti plumbeo e spigoloso, ma di certo creativo, quando non proprio originale. In forma quasi esclusivamente strumentale, il trio fluttua tra oppiati mantra psichedelici, acide sparate hard, riflussi noise, pulsioni avanguardistiche e variazioni post-rock e progressive, sviluppando una musicalità dura ed esplosiva, a tratti densa e melmosa, a tratti selvaggia e furiosa, fino a raggiungere astratti scenari atmosferici e visionari. In queste fasi più spaziose e cinematografiche della musica dei Carnenera affiora il lato più lirico e affascinante del loro suono, quando brani come la splendida Twenty-One Thounsand Leagues o la lisergica William Wallace paiono suggerire una certa sintonia con le fumose cavalcate degli Earth, oppure quando le nebulose e lunari traiettorie di una grandiosa Self-Harm evocano le vulcaniche esplorazioni space-rock degli anni ’70. Seppur quasi interamente virato al nero, Carnenera è tuttavia un disco piuttosto vario in termini di atmosfere, che a partire dall’urgenza math-rock di Tilikum, passa attraverso le stonate allucinazioni soniche di una riverberata e bellissima William Blake; attraverso le fughe progressive di Duello; attraverso sabbatici mantra come l’ipnotica La Marcia dei Triceratopi, su cui aleggia la vocalità inquieta di Dalila Kayròs; fino a composizioni sospese tra avanguardia e psych-rock come Nine and Then Some e la cacofonica Tre Gatti, che paiono sfuggite al repertorio dei Naked City di John Zorn. Come gli americani Earthless, i Carnenera segnano l’evoluzione estrema della concezione di power-trio, portandola verso territori ancora oscuri ed inesplorati, almeno dalle nostre parti.

Luca Salmini

Annunci

MONSTER MAGNET “LAST PATROL”

MONSTER MAGNET

Last Patrol

Napalm

monsterm

Sarà, ma cominciare il loro ultimo disco con una ballata, se pur elettrica, è una cosa che non tutti possono permettersi di fare. Anche perché I Live Behind The Clouds apre nello stesso modo con cui Stay Tuned chiude, con vischiose e lente chitarre psichedeliche. In mezzo ci sono i Monster Magnet più psych da molto tempo a questa parte, che lasciano un po’ da parte l’irruenza a favore di atmosfere più dilatate. Non è che però le cose si ammoscino, tutt’altro, i dieci minuti della title track ad esempio sono grassi impulsi melodici su di un mid tempo classico, potenti e colmi di epicità. Il suono è semplicemente perfetto, scintillante e potente, Dave Wyndorf non fa sconti e si prende tutta la scena, con una voce sublime e una chitarra instancabile. L’erezione di muri di tensione elettrica che sembrano sul punto di esplodere ma che invece rimangono rinchiusi nella loro staticità caratterizza la formidabile Paradise. Halleluja è un gospel rock monolitico e pressante, Three Kingfishers si dipana su arpeggi di musica orientale che sembrano cupe preghiere tibetane. Sempre su queste coordinate, ma decisamente più blues, si scatena l’infuocata The Duke (Of Supernature). Con Mindless One i Monster Magnet ci ricordano cosa vuol dire stoner rock ed invece End Of Time scatena il loro veloce e potente hard’n’roll dalle notevoli esplosioni chitarristiche e dal climax alle stelle, impreziosita da un’assolo di chitarra trascinante e ultra fuzz. Quasi un ritorno al passato per loro, in quelle atmosfere più psichedeliche e dilatate ma che mantengono sempre alto il volume e la potenza di fuoco. Dopo vent’anni ancora una garanzia.

Daniele Ghiro

POND “Hobo Rocket”

POND

Hobo Rocket

Modular Recordings/Audioglobe

pond-hobo-rocket

Difficile considerare gli australiani Pond un side-project dei Tame Impala, visto che, mentre i primi arrivano con quest’ultimo nientemeno che al quinto album, i secondi ne hanno pubblicato solo due. È però la dura legge dei numeri a regnare; e così, mentre i Tame Impala sono definitivamente sulla buona strada per diventare delle super star, i Pond sono ancora oggi una band di culto, non ancora conosciuta dal grande pubblico, quantomeno qui da noi. Ben due i membri in comune fra le due formazioni, il chitarrista e tastierista Jay Watson ed il batterista Cam Avery, senza dimenticare che il cantante e chitarrista dei Pond, Nick Allbrook, ha fatto parte anche dei Tame Impala, mentre il leader di questi ultimi, Kevin Parker, spesso ha suonato la batteria nei Pond (la band è completata dal chitarrista Joseph Ryan e dal bassista e tastierista Jamie Terry). I punti in comune, musicalmente parlando, fra le due bands, ovviamente non mancano: entrambe fanno ruotare il loro sound attorno ad un concetto il più possibile espanso di psichedelia, anche se poi, da quella base, ognuna prende la propria strada. Il tambureggiare ritmico con cui Hobo Rocket si apre è preludio ad un trip space psichedelico, comune a tutte le sette tracce in scaletta, dove anche elementi prog e glam sono di casa. Le stratificazioni immaginifiche della iper satura Whatever Happened To The Million Head Collide, tra cambi improvvisi e chitarre, tastiere e fiati a mescolarsi, scivolano nella successiva Xan Man, quasi un seventies rhythm & blues, ma come suonato dai Flaming Lips. Una netta influenza quella della band di Wayne Coyne e compagni, specie quelli del periodo The Soft Bulletin, che è facile riscontrare in diversi episodi, vedi la ballata espansa e corale Odarma, o la chiusa epica e caleidoscopica della bella Midnight Mass. Non si può dire che la componente pop non ci sia nella musica dei Pond, però, è altrettanto vero che sono più i suoni che le canzoni a rimanere in mente. Di Alone A Flame A Flower rimangono i riff da potente cavalcata cosmica, di Giant Tortoise le deflagrazioni Motorpsycho incistate su una tavolozza pinkfloydiana, della title-track le derive chitarristiche. Sono trentacinque minuti che non prevedono soste, che gli amanti del moderno suono psichedelico apprezzeranno non poco. Ed intanto, è stato annunciato un altro album in uscita entro fine anno, di cui si sa già il titolo: Man, It Feels Like Space Again. Si attendono nuove notizie dallo spazio, ordunque.

Lino Brunetti

MOTORPSYCHO “STILL LIFE WITH EGGPLANT”

MOTORPSYCHO

Still Life With Eggplant

Stickman

Motorpsycho-Still-life-with-eggplant-israbox.com_

Bisogna dare ai Motorpsycho quello che è dei Motorpsycho e riconoscerne il valore. Dal 1991, anno in cui pubblicarono Lobotomizer, passando per almeno un capolavoro (Timothy’s Monster) e qualche caduta (The Death Defying Unicorn) fino ai giorni nostri hanno sempre saputo mantenersi ad un livello creativo e compositivo notevole. Sono d’accordo nel dire che spesso si guardano allo specchio e indulgono nell’autocelebrazione, che a volte si dilungano un po’ troppo in jam fini a se stesse, ma ai detrattori posso solo dire che bisognerebbe averne un bel lotto di gruppi che ancora riescono ad essere pulsanti dopo così tanti anni on the road. E poi, quando si mettono in testa di trasporre in musica quello che sanno fanno fare meglio, cioè buttare giù la testa e tuffarsi a bomba nella psichedelia hard degli anni settanta, possono essere veramente imbattibili. Ho già detto che il precedente The Death Defying Unicorn è stato per me una delusione, prolisso sino all’esasperazione, colmo di parti sinfoniche poco centrate e quello che si salvava non era moltissimo. Ma il nuovo disco dei norvegesi è, come spesso ci hanno abituati, ancora una cosa differente. Decisamente breve per i loro standard, 45 minuti per cinque canzoni e l’aggiunta di un secondo chitarrista. Hell, part 1-3 è la loro classica incursione nella storia dello stoner rock visto dal lato più prettamente psichedelico, chitarre che partono sabbathiane, poi condito da coretti al limite del sixtie pop, commistioni con il prog, ma anche robuste sezioni strumentali che dal vivo spesso si trasformano in incendiari momenti di puro hard rock psichedelico. August è la loro particolarissima rivisitazione di un brano dei Love. Barleycorn è invece molto più progressiva in senso stretto, prendete i Genesis dei primi album (si si, è così) e iniettate massicce dosi intramuscolari di proteine heavy rock, che lasciano partire emboli psichedelici in ogni parte del corpo della canzone. Ratcatcher invece è il loro caratteristico monolite: diciassette minuti che sanno fondere psichedelia sixties alla Grateful Dead e decise incursioni nell’hard hendrixiano. Un’altro brano che va ad aggiungersi alla lunga lista di quelli che dal vivo sanno fare faville. La ballata semi-folk The Afterglow chiude delicatamente un album che segna il loro ritorno su territori più concisi, concreti e meno estemporanei. Questo è esattamente quello che si aspetta di trovare quando esce un nuovo album dei Motorpsycho e bastano pochi ascolti per far proprie queste nuove canzoni aggiungendole alla lunga lista di quelle che fanno parte della loro storia, confondendosi, mischiandosi, sovrapponendosi. Fate un gioco, una prova: andate ad estrapolare a caso un brano per ogni disco pubblicato ad oggi dalla band norvegese e avreste una compilation con la stessa vivacità mostrata da ogni singolo disco, anche in questo senso la loro è una jam totale e i continui sold-out ai loro concerti lo confermano appieno.

Daniele Ghiro

DIECI ANNI DOPO: ONEIDA “Each One, Teach One”

Dieci anni esatti fa, sul Buscadero numero 243 del febbraio 2003, nasceva Backstreets ed iniziava la mia collaborazione con la storica rivista di musica italiana. Al di fuori della rubrica, veniva pubblicata, su quel primo numero che vedeva la mia firma, questa recensione di “Each One, Teach One” degli Oneida, che qui paro paro vi ripropongo. E’ il primo capitolo di un viaggio indietro nel tempo che mensilmente vi proporremo. Buona lettura!

ONEIDA

Each One Teach One 

Jagjaguwar

jag48.300rgb4x4

E’ sempre stata una prerogativa della stampa musicale quella di creare ad hoc qualche trend, di vedere scene laddove non ce n’è, di creare dal nulla etichette contenitore per facilitarsi la vita (ah, il famigerato post-rock!). Da quando gli Strokes hanno fatto il botto, i riflettori sono tornati a puntarsi su New York ed ora, pare che tutto ad un tratto in città sia un fiorire di gruppi, tutti raggruppati in un unico calderone, responsabili di una non meglio definita rinascita rockista. Che poi tra le varie bands i contatti, sia diretti che musicali, siano meno che inesistenti non conta; la scena di New York c’è ed è un bel toccasana per le nostre orecchie disabituate alle chitarre. Ironia a parte, negli ultimi mesi si è molto parlato, oltreché degli Strokes, dei vari Interpol, Moldy Peaches etc. (bands mediamente più che valide) quando il vero fermento, verrebbe quasi da dire la scena, a New York c’era veramente ed in una zona ben precisa della città, ossia Brooklyn. Accomunati dalla frequentazione dello stesso ambiente, underground all’ennesima potenza, i gruppi a cui mi riferisco sono responsabili di alcuni dei CD più interessanti usciti l’anno scorso. Un microcosmo di concerti effettuati fuori dai soliti canali ma, piuttosto, privilegiante garage, capannoni, parcheggi, luoghi abbandonati ed un approccio alla materia musicale trasversale, senza regole, con una freschezza sì inedita. Qualche nome ? I Liars ad esempio, il cui disco d’esordio ha riportato in auge una forma di post-punk ampiamente rivitalizzato o gli Yeah Yeah Yeahs (tralaltro visti dal vivo anche in Italia mesi fa in apertura al concerto di Jon Spencer) la cui wave garagista, per ora, si è concretizzata solo in un comunque interessante mini CD. Ampia premessa per arrivare a parlarvi degli Oneida, che di tutto questo presunto movimento sono dei veterani, visto che Each One Teach One è il loro quinto album. Pubblicato in origine come doppio mix in edizione limitata da una minuscola etichetta indipendente, l’album è stato ristampato dalla Jagjaguwar in doppio CD (al prezzo di uno), anche se la sua durata è inferiore all’ora. Mediamente la musica degli Oneida è descrivibile come una sorta di garage psichedelico, ma talmente mutante è la loro proposta che tentare di irreggimentarla in un genere è impresa da insani di mente. Il primo dei due CD contiene solo due pezzi, da un quarto d’ora circa l’uno, ed è senz’altro il più ostico; il secondo contiene invece sette brani maggiormente strutturati in una più “classica” forma canzone (è probabilmente per questo che si è preferito mantenere i due cd separati). Il disco si apre con Sheets of Easter, un ipnotico riff da stoner rock ripetuto per un quarto d’ora, con un tappeto di chitarre e organo acidi che vanno a formare un delirio sonoro, dove la componente retrò dello stoner si va’ a sfaldare lambendo i Velvet di Sister Ray. Antibiotics parte furiosa con le chitarre e le tastiere che si intrecciano a formare ghirigori epilettici, ma è nel finale che la nemesi ha il suo svolgersi; i ritmi scompaiono, gli strumenti si autodissolvono in una nuvola di white noise e dal nulla appaiono le voci come sopravvissuti di uno scenario post atomico. Il secondo CD è aperto dalla title-track, un pezzo d’assalto dove garage e new-wave sono un tutt’uno. In People of the North c’è spazio per un ritmo elettronico e per un riff d’organo che lotta con la dissonanza delle chitarre e l’insistere del synth. Synth che la fa da padrone in Number Nine, pezzo molto vicino alla moderna visione che gruppi come Trans Am o El Guapo hanno dato del rock elettronico dei primi anni ottanta. Di proprio gli Oneida ci aggiungono un massimalismo sonoro che non dà scampo. Discorso analogo si può fare per Sneak into the Woods, mentre Rugaru si regge sul tribalismo delle percussioni, sulle quali si distendono suoni slabbrati ed una melodia dal sapore malinconico, il cui contrasto dona al brano un senso di minaccia malato. Black Chamber, col suo sottile ritmo in levare, è perfetta per una discoteca del terzo millennio e No Label la segue a ruota virando in una forma di dub mutante. Gli Oneida, con Each One Teach One, sono riusciti nell’incredibile intento di centrifugare generi e suggestioni anche diversissimi tra loro, risultando personali e dando vita ad un’operazione di sintesi come di rado accade. Un disco non sempre di facile fruizione ma con cui, statene certi, si dovrà fare i conti in futuro parlando del rinnovarsi del rock’n’roll.

Lino Brunetti

BEST OF THE YEAR 2012 – Lino Brunetti

Come è tipico di ogni fine anno, è giunto il momento dei bilanci. E dunque, come è stato questo 2012 in musica? Partiamo da una considerazione generale: ormai da tempo è impossibile identificare, non dico un album, ma anche solo uno stile, che possa essere rappresentativo dell’anno appena trascorso. Le tendenze musicali, che sono comunque propense a ripetersi ciclicamente, sono da tempo esplose in miriadi di rivoli che, lungi dal potersi (se non in sporadici casi) definire nuovi, hanno perso pure la loro capacità di caratterizzare un’epoca. Se un lascito ci rimarrà di questi anni di download selvaggio e strapotere della Rete, sarà quello di un azzeramento dell’asse temporale, non più verticale bensì orizzontale, dove passato, presente e futuro convivono allegramente assieme in una bolla dove non c’è più nessuna vera differenziazione. Lo si evince dall’enorme numero di ristampe, deluxe edition, cofanetti celebrativi, ma pure dalle musiche contenute nei dischi dei cosidetti artisti “nuovi”, talmente nuovi che a volte suonano esattamente come i loro omologhi di quarant’anni fa. In questo scenario, le cose migliori nel 2012 sono arrivate in larga parte proprio dai grandi vecchi o comunque da artisti sulle scene ormai da parecchio tempo. Bob Dylan è tornato con un disco stupendo, Tempest, celebrato (giustamente) ovunque. Non gli è stato da meno Neil Young che, assieme ai Crazy Horse, ha assestato due zampate delle sue, prima con le riletture di Americana, poi con le cavalcate elettriche di Psychedelic Pill. Dopo due ciofeche quali Magic Working On A DreamBruce Springsteen se ne è uscito finalmente con un disco vitale, intenso, potente sotto tutti i punti di vista. Magari imperfetto, di sicuro non un capolavoro, Wrecking Ball è comunque un album di grandissimo livello, che ha riposizionato il Boss ai livelli che gli competono. Rimanendo sui classici, bellissimo il nuovo Dr. John (Logged Down), splendido il Life Is People di Bill Fay, di gran classe il Leonard Cohen di Old Ideas (un disco che comunque io non ho amato pazzamente come altri hanno fatto), mentre solo discreto è stato il Banga di Patti Smith. Per la serie “e chi se l’aspettava?”, credeteci o no, è ottimo invece il nuovo ZZ TopLa Futura, band a cui la produzione di Rick Rubin ha fatto un gran bene. Ma non solo i “grandi vecchi” ci sono stati, anche se sempre tra i veterani  si è dovuto andare a cercare le cose migliori. Partiamo da quello che è senza dubbio il mio disco dell’anno, The Seer degli Swans, un triplo LP magnetico, ottundente, potentissimo e visionario. Poi, in ordine sparso, il sorprendente ritorno sulle scene dei Godspeed You! Black Emperor (‘Hallelujah! Don’t Bend! Ascend!), i Giant Sand sempre più Giant di Tucson, i loro fratelli Calexico con Algiers, i Dirty Three di Towards The Low Sun, gli Spiritualized di Sweet Heart Sweet Light, i Sigur Ros di Valtari, i Lambchop di Mr Mil Mark Stewart di The Politics Of Envy, i redivivi Spain di The Soul Of Spain, i Mission Of Burma di Unsound, gli Om  di Advaitic Songs, Dirty Projectors di Swing Lo Magellan. Deludente il ritorno dei PiL, decisamente buoni quelli di Jon Spencer Blues ExplosionLiars, EarthBeach House (sia pur meno efficace degli album precedenti), Six Organs Of AdmittanceAnimal CollectiveNeurosis, UnsaneThe Chrome CranksThee Oh SeesGuided By Voices (ben tre dischi!), Woven HandGrizzly BearPontiak (memorabile il loro Echo Ono, e non solo perché hanno avuto la bontà di mettere una mia foto sulla copertina della versione in vinile), la doppietta Clear Moon/Ocean Roar dei Mount Eerie, il Moon Duo di Circles, i Tu Fawning di A Monument, i Peaking Lights di Lucifer. Dagli artisti solisti non moltissimi dischi da ricordare a mio parere: di sicuro lo è quello di Hugo Race & Fatalists (We Never Had Control), tra le cose migliori dell’annata, anche superiore al Blues Funeral della Mark Lanegan Band (comunque bello), ma lo sono pure la doppietta di Chris Robinson Brotherhood, i due dischi di Andrew Bird (soprattutto Break It Yourself), l’esordio del leader dei Castanets come Raymond Byron & The White Freighter (Little Death Shaker) ed il The Broken Man di Matt Elliot. Ancora meglio ha fatto il gentil sesso: per una Cat Power a fasi alterne (Sun, solo parzialmente riuscito), ci sono state una Fiona Apple in odor di capolavoro (The Idler Wheel…), una grandissima Ani Di Franco (Which Side Are You On?), la sorprendente Gemma Ray (Island Fire), le sorelline svedesi First Aid Kit (The Lion’s Roar), la Beth Orton di Sugaring Season. Tra le nuove band, la palma di rivelazione dell’anno se la beccano i grandissimi Goat di World Music, seguiti a ruota dai The Men di Open Up Your Heart, dai Big Deal di Lights Out, dagli Islet di Illuminated People, dai Fenster di Bonesdagli Allah-Las e dalla Family Band di Grace & Lies. Tra le cose più sperimentali, vetta incontrastata allo Scott Walker di Bish Bosch, un disco per nulla facile ma di una intensità rarissima. In campo improvvisativo, grandi cose sono arrivate dagli svizzeri Tetras (Pareidolia il titolo del loro album). Altri dischi da non dimenticare, Effigy dei Pelt, msg rcvd dei Neptune, Fragments Of The Marble Plan degli AufgehobenWe Will Always Be di Windy & Carl. E l’Italia? Certo, anche l’Italia ci ha dato grandi cose. Gli Afterhours hanno pubblicato uno dei loro dischi più belli di sempre, Padania. Potente e visionaria l’opera in due parti degli Ufomammut, così come Il Mondo Nuovo de Il Teatro Degli Orrori. E poi: Sacri Cuori (Rosario), King Of The Opera (Nothing Outstanding), Father Murphy (Anyway, Your Children Will Deny It), Paolo Saporiti (L’ultimo Ricatto), Ronin (Fenice), Mattia Coletti (The Land), manZoni (Cucina Povera), Xabier Iriondo (Irrintzi), Sparkle In Grey (Mexico), Guano Padano (2), Calibro 35. E chissà quante altre cose mi son perso o avrò dimenticato! Qui sotto, la selezione della selezione. Ed ora, prepariamoci al 2013!

SWANS “THE SEER”

GOAT “WORLD MUSIC”

FIONA APPLE “THE IDLER WHEEL…”

PONTIAK “ECHO ONO”

GODSPEED YOU! BLACK EMEPEROR “‘ALLELUJAH! DON’T BEND! ASCEND!”

AFTERHOURS “PADANIA”

TETRAS “PAREIDOLIA”

MOUNT EERIE “CLEAR MOON/OCEAN ROAR”

HUGO RACE FATALISTS “WE NEVER HAD CONTROL”

THE MEN “OPEN UP YOUR HEART”

SCOTT WALKER “BISH BOSCH”

BRUCE SPRINGSTEEN “WRECKING BALL”

BOB DYLAN “TEMPEST”

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE “AMERICANA/PSYCHEDELIC PILL”

FIRST AID KIT “THE LION’S ROAR”

GIANT GIANT SAND “TUCSON”

BOX SET: CAN “THE LOST TAPES”

TAME IMPALA & SPIRITUALIZED live @ Magazzini Generali – 26 ottobre 2012 / 11 novembre 2012

Come in una sorta di virtuale confronto a distanza, separate da una quindicina di giorni l’uno dall’altro, calano in due brumose serate milanesi, due gruppi che, ciascuno per la propria generazione, possono ben dirsi punte di diamante dell’indie rock, versante psichedelico. I giovani, australiani Tame Impala, si presentano in dei Magazzini Generali prevedibilmente sold out, forti di un hype che li ha visti essere di casa sia nelle radio che sui quotidiani, così come sui giornali generalisti. Merito di un primo album, Innerspeaker, che aveva raccolto plausi praticamente ovunque, e del secondo, recente Lonerism, che li ha ulteriormente rilanciati, andando in direzione di una maggiore ricercatezza, probabilmente meno immediata e per certi versi un filo più sperimentale. Preceduti dall’esibizione degli impalpabili e subito dimenticati Young Dreams, i Tame Impala si presentano davanti ad un platea piuttosto giovane, col leader Kevin Parker (voce e chitarra), che se su album fa praticamente quasi tutto da sé, qui è attorniato da altri quattro musicisti, due tastieristi (all’occorrenza anche alle chitarre), un bassista ed un batterista. Il concerto si apre con la stessa doppietta che apre l’ultimo lavoro, Be Above It e Endors Toi. Il sound è potente ma a tratti pure fin troppo magniloquente: Parker, che ha indicato quale una delle fonti d’ispirazione dell’ultimo album il Todd Rungren di A Wizard, A True Star, e che immagina la musica della sua band, pop come Kylie Minogue e nello stesso tempo alternativa, insieme ai suoi compagni, pare andare più in direzione progressive che non in braccio alle derive psichedeliche che ci si poteva aspettare. Questa cosa viene fuori in maniera piuttosto chiara in pezzi dalla palese impronta pop-prog (pare di sentire certe cose dell’ultimo Ariel Pink) come Music To Walk On By, dalla predilezione accordata alle tastiere piuttosto che alle chitarre, sempre pesantemente effettate, persino da l’apparire di un assolo di batteria. Non si può negare che i Tame Impala sappiano a modo loro essere d’impatto – tutti i vecchi pezzi suonati, Solitude Is Bliss, It Is Not Meant To Be, Desire Be Desire Go, Why Won’t You Make Up Your Mind?, già piccoli classici, vengono accolti con dei boati – ma la sensazione che si fa largo dentro di me è che siano alla fine un tantinello sopravvalutati. Le canzoni, che vogliono essere pop, non sono poi così memorabili, e per il resto, una certa timidezza, fa si che dal palco non arrivi questo gran calore. Forse semplicemente non fanno troppo per me, ma nell’insieme, per quello che mi riguarda, l’ora e mezza scarsa di show scorre via tra qualche piacevolezza ed un po’ di noia, riuscendo a scalfirmi veramente solo nel bis, quando ci danno dentro – finalmente! – col tripudio chitarristico dell’ipnotica e lunga Half Full Glasses Of Wine, tra l’altro un pezzo che non appare neppure su uno dei loro album. Tutt’altra storia, la sera dell’11 novembre, quando ad arrivare ai Magazzini Generali sono gli Spiritualized di Jason Pierce, per la loro unica data italiana. L’unica cosa in comune con la sera dei Tame Impala è che piove, mentre tutto il resto è diverso: se pure l’affluenza di pubblico è palesemente inferiore alle aspettative – forse anche, solita crisi a parte, per via dell’enorme numero di concerti concentrati in pochi giorni – le due ore di concerto sono state un trip da brivido unico e pure il gruppo in apertura ha, come si dice in gergo, spaccato. Partiamo da questi ultimi: Roy And The Devil’s Motorcycle sono un quartetto svizzero, di Berna, attivo sin dal 1991 e con una discreta discografia alle spalle. Formata dai tre fratelli Markus, Matthias e Christian Stähli (tutti a voce e chitarra elettrica) e dal batterista Alain Perret Gentil (anche lui alla voce ed armonica), la band ha dato vita ad una divertente mezz’ora di weird garage psichedelico, a tratti rumorista e simile agli ultimi JOMF, altre volte sporcato di country-folk e servito in salsa minimal-tribaloide dai chiari echi velvettiani. Con un aspetto da drop-out strafatti, sono stati un ottimo antipasto al gruppo principale ed una bella scoperta. Gli Spiritualized si presentano sul palco a semicerchio: ai due lati, il concentrato Pierce, seduto su uno sgabello, e l’altro chitarrista, l’ottimo Tony “Doggen” Foster, al centro il tastierista, il batterista ed il bassista, più defilate sullo sfondo due coriste. La musica degli Spiritualized ha come qualcosa d’intimamente spirituale dentro di sé; non è solo per l’evidente aderenza a stilemi gospel o soul, è più per quel moto ascensionale verso una luminosità sonica che, in questo caso, si traduce spesso in strati e strati di elettriche scariche chitarristiche. Il modo con cui il concerto inizia è esemplare, coi quindici minuti di una quasi messianica Hey Jane, ipnotica, reiterativa, con quel break nel centro che prepara alla progressiva saturazione conclusiva. Sono tanti i momenti dello show che giocano su questa intensità, sul potere taumaturgico della vibrazione chitarristica, sull’ipnosi mistica del drone. Anche l’impassibilità e la distanza, quantomeno apparente, di Pierce/J Spaceman, pare avere un ruolo in tutto ciò: è un po’ come se dicesse “Non guardate me, è nel potere della musica che dovete cercare la salvezza”. In una scaletta esemplare, dove sono stati ripescati pure manufatti d’epoca Spacemen 3 (la bluesata Come Down Easy), non sono certo mancati anche i momenti più quieti e dedicati alle ballate – l’intensissima Mary, la memorabile So Long You Pretty Thing, la sempre ben accetta e poeticissima Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space, Perfect Miracle, per dirne qualcuna – o quelli più propriamente rock – una potentissima e liquida “A” Song, Take Your Time, la lisergica Electric Mainline – ma delle due ore in cui la band ha calcato il palco, a me rimarranno soprattutto quelle trafiggenti ondate di potenza al calor bianco, così pure, così intense, così necessarie, definitivamente al culmine nel lancinante finale di Smiles. Spiace solo che a vederli fossero solo qualche centinaio di persone. Diciamocelo francamente, chi non c’era s’è perso proprio un concerto memorabile, uno dei migliori dell’anno, di una band a dir poco grandissima!

Lino Brunetti

Jason Pierce (Spiritualized) – foto © Lino Brunetti