WREKMEISTER HARMONIES “Light Falls”

WREKMEISTER HARMONIES
Light Falls
Thrill Jockey/Goodfellas

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I Wrekmeister Harmonies sono un collettivo aperto guidato da JR Robinson (voce e chitarra) e dalla compagna Esther Shaw (tastiere, violino, voce), di volta in volta accompagnati da musicisti scelti per l’occasione. Per Light Falls, loro quinto album, hanno trovato la complicità di Thierry Amar e Sophie Trudeau dei GY!BE (basso e contrabbasso il primo; piano, violino e voce la seconda), del batterista Tim Herzog, con ulteriori comparsate da parte di Ryley Walker e di Cooper Crain dei Bitchin Bajas. Ispirato dalla lettura di “Se questo è un uomo” di Primo Levi – cosa che conferma la cultura dei due; lo stesso nome che si sono scelti, infatti, arriva dal titolo di un film di Béla Tarr – Light Falls suona come un disco di post-rock cameristico dai crescendo stoner/metallici. La presenza dei due GY!BE in questo senso si fa sentire: la componente solitamente aggressiva del duo qui si stempera in atmosfere maggiormente rarefatte e malinconiche (praticamente in quasi tutti i più o meno lunghi intro delle canzoni), poi ovviamente sottoposte al trattamento a base di distorsione e potenza delle seconde parti. La voce (quando c’è) è poco più che un recitato plumbeo, tanto che alla fine la sensazione che ti rimane incollata addosso è quella di aver ascoltato un disco completamente strumentale. Nell’insieme il tutto ha un fascino cinematico e visionario, avvolgente ed ammalliante. A voler essere sinceri, vi si riscontra anche un po’ di prevedibilità e una mancanza di autentica originalità. Diciamo che se, come me, siete fan terminali delle cose citate, un ascolto comunque se lo merita.

Lino Brunetti

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THE GREAT SAUNITES “Nero”

THE GREAT SAUNITES
Nero
Hypershape-Il Verso del Cinghiale-Hysm?-Neon Paralleli

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Un passo alla volta The Great Saunites, il duo lodigiano formato da Atros (bassi) e Leonard Layola (tamburi), continua nella ridefinizione della propria musica. Non che dagli esordi ad oggi siano cambiate le coordinate – che rimangono quelle di una heavy psichedelia con innesti stoner, kraut e space-rock, con punti di contatto con la musica degli Om – ma ogni disco ha saputo aggiungere un tassello in più, una nuova sfumatura di suono, ha evidenziato la voglia costante di continuare a sperimentare sulla propria essenza e sui propri moduli compositivi. Nero, che è il loro quarto album, è stato registrato, mixato e masterizzato da Riccardo “Rico” Gamondi di Uochi Toki e La Morte, personaggio che credo abbia dato al duo una mano nell’aggiungere quella che è la novità principale di questo nuovo lavoro, ovvero l’innesto di field recordings ed elettronica tra i loro tribalismi sonori. Sorta di unica suite divisa in tre parti, la musica di Nero consta infatti delle ipnotiche linee di basso e del tambureggiare della batteria, a cui s’aggiungono textures organiche di rumori d’ambiente, elettroniche infiltrazioni di suoni altri, messi a mò di completamento, ma pure di pausa e contrappunto allo srotolarsi ossessivo delle composizioni. Cangianti e fatti di pause e ripartenze i quasi 19 minuti della prima parte; attraversati da vibrazioni muezziniche i 9 della seconda; più concisi, duri e dritti al punto nella terza. Per i fan del genere, ma non solo, un bell’ascolto.

Lino Brunetti

MONTE NERO “Chrome EP”

MONTE NERO
Chrome EP
Goddess/Audioglobe

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Progetto composto da membri di altri gruppi della scena bergamasca (Gea, Spread, In The Howling Storm), i MONTE NERO esordiscono con Chrome EP, un mini album che è un ottimo biglietto da visita per far conoscere la loro idea di heavy sound. Sei brani chitarristici e potenti, compatti nel loro esplorare stoner (Green Stoned) e psichedelia hard memore del grunge (Blue Cyanide), in grado di spazzolare le orecchie con martellamenti strumentali (In Death Of Mr. Brown) o di diversificare con l’inserimento di elementi alieni (la parte flamencata dell’altro brano strumentale, Yellowsy), di essere lirici e fumosi (Schwarz) o di flirtare con la melodia (Purple, il pezzo che mi piace meno). Anche se non sempre originalissimi, se questo è il vostro genere, l’ascolto è consigliato. Quello che fanno, lo fanno già con grande autorevolezza.

Lino Brunetti

EVA’S MILK “Eva’s Milk”

EVA’S MILK

Eva’s Milk

Fuego Records

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Novaresi, cantano in italiano e sono al terzo disco per questa label tedesca, imperscrutabili viaggi tortuosi del music business. Ma poco importa il contorno quando nella musica c’è la sostanza, che agli Eva’s Milk non fa certo difetto. Se li conoscete già, magari con il precedente Zorn, vi dico subito che le cose in questo nuovo lavoro sono decisamente cambiate. Basta ascoltare la prima canzone, Pendulum, per rendersi immediatamente conto di qualcosa di diverso in questa ballata dal sapore western, un’apertura certo non usuale per chi ci ha abituato a ben altri volumi e pesantezze. Niente di cui preoccuparsi, la canzona è bellissima e poi l’ipnotico martellamento percussivo della seguente Io Odio i Rockets rimette in pista la consueta carica stoner grunge. Ma dopo Patti Coi Luciferi (ancora dolcemente sospesa tra tradizione psichedelica americana e la canzone d’autore) e Consolamentum (nuovamente dura e melvinsiana) si ha quasi la certezza che i tre si sono spostati su un territorio musicale di più ampio respiro e in grado di dare loro maggiore libertà d’espressione. La scelta dell’autoproduzione va sicuramente in questa direzione ma attenzione: il mastering è di un guru di Seattle, Chris Hanzsek, che ha lavorato con il meglio della scena alternativa di quella città. Justine è delicata ma con un super ritornello che esplode violento e melodico, Il mare sordo viaggia su territori più pop, Toy Boy e L’Orrore si veste sottile martellano tra noise e punk vecchia scuola. Doombooh è guarda caso un doom lento e melmoso che viene stemperato dalla tranquilla Fontanelle e poi chiudono la confezione con Lì è il domani, nervosamente sospesa tra delicatezze acustiche e fragorosi crescendo. Di certo una strada non semplice quella intrapresa dal terzetto, cioè quella di una chiara intenzione di diversificare ed ampliare il proprio repertorio. Ma il bello sta proprio qui, quando ci si evolve senza snaturare la propria essenza è un gran bel colpo e gli Eva’s Milk ci sono riusciti alla grandissima.

Daniele Ghiro

SULA VENTREBIANCO “Furente”

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Furente è il nuovo album dei SULA VENTREBIANCO (Ikebana Records). E’ un bel titolo. Ed è anche un assist perfetto, perché non esiste parola migliore per descrivere il furente avvio della tribale Notre Dame: un’assalto all’arma bianca tra possenti riff di chitarra e rabbiose scudisciate della sezione ritmica. Il fatto è che terminata la canzone e ripresi un’attimo dalla sorpresa parte Mani di Piuma che incredibilmente è ancora meglio, atmosfera cupa, tesa, ma nello stesso tempo delicata nel suo contorcere melodie sopraffine e durezze metalliche. E’ qui che i Sula Ventrebianco fanno la differenza, hanno l’indubbia capacità di rimanere melodici e ancorati alla tradizione cantautorale italiana pur muovendosi in un contesto musicale assolutamente all’opposto, fa testo a questo proposito la melodia sudista (intesa come Sud Italia) che pervade Di Striscio che pur rimanendo in territori ultra elettrici rimanda spesso a quei ritornelli solari tipici della tradizione partenopea. Parte in maniera più tradizionale Cumulonembo che porta lo stoner in oriente e mette in luce lo strano ma efficacissimo modo di cantare di Sasio Carannante, ma poi ha ancora la capacità di trasformarsi in altro. L’unica cosa che a volte lascia perplessi sono gli arrangiamenti, al primo ascolto spiazzano e paiono esageratamente spinti in qualche occasione, vedi la comunque bella Lingua Gonfia che mette in gioco tanta (forse troppa) roba ma che è solidamente costruita sul desiderio di spingersi un gradino più in là e Subito Prima delle Onde che si adagia su una chitarra fin troppo caratterizzata ed un dolcissimo finale. Ma sono solo sfumature, che si stemperano man mano che il disco entra in circolo e che nulla tolgono al valore della loro musica, anzi fanno capire quanto siano in grado di mettere sul piatto i quattro napoletani, alzando sempre la posta, quasi incapaci di andare via lisci e tranquilli accontentandosi. Ma si sa, chi non risica non rosica, questo alla fine è un punto a favore perché poi, quando nessun orpello si manifesta, si materializzano alla grande Glory Hole e Allo Specchio che vanno giù dirette e pesantissime. Grano è la colonna sonora di un deserto nostrano che non c’è (o forse si, fatto di lava vulcanica) con psichedelia e distorsioni che pervadono l’intenso finale. Spazio anche per una super ballatona, Cornelio, mai melensa e capace di donare perle di struggente malinconia, costruita su una melodia blueseggiante e cristallina. Stupisce veramente constatare che i Sula Ventrebianco hanno così tanti punti di riferimento mischiati ed amalgamati alla perfezione da risultare per assurdo talmente originali da faticare probabilmente a trovare un proprio specifico pubblico. Concludono in gloria con il roboante finale di Così Finta. Furenti, sensibili, bravi.

Daniele Ghiro

KALI YUGA “KY”

KALI YUGA

KY

800A Records/Audioglobe

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Nati a Palermo agli inizi degli anni ’90, riappaiono come dal nulla i KALI YUGA, formazione dalle ruvide sonorità tra stoner ed hardcore che chi seguiva le vicende del rock italiano nei nineties forse ricorderà. Proprio alla fine di quel decennio decidevano di sciogliersi, dopo aver dato alle stampe un CD per Vacation House, The Underwater Snake Is Waiting, un 7” in tandem con i One Dimensional Man, ed aver lasciato un segno indelebile nella memoria di chi li aveva visti dal vivo grazie alle loro infuocate esibizioni live. Un paio d’anni fa, uno special radiofonico dedicatogli dal musicista/produttore Marco Monterosso e la presentazione del libro “Palermo al tempo del vinile” li riportava letteralmente in vita. Agli storici Bizio Rizzo (voce e chitarra), Giancarlo Pirrone (chitarra) e Fabrizio Vittorietti (bassista della band nel triennio ‘97/’99), si aggiunge oggi il nuovo batterista Alessandro Guccione e, dopo aver dato alle stampe il ghost album Stoned Without The Sun, tornano nei negozi con un vero e proprio nuovo disco, KY, disponibile solo in vinile 12” o in digitale. Ed è davvero un bel sentire, nessun dubbio in proposito. Contenente otto canzoni inedite scritte lungo l’arco di vent’anni, l’album si riallaccia alle ultime fasi di carriera prima dello scioglimento, ma pure segna una decisa ripartenza con nuove prospettive e nuove energie messe in campo. Rispetto al passato, i Kali Yuga di oggi sono decisamente più melodici e “pop”, meno ottundenti e più propensi ad offrire una più ampia gamma di sensazioni sonore. Non che il loro sound non rimanga ruvido e colmo di riff ed affondi chitarristici distorti ma, complice pure l’espressività vocale di Rizzo, molti dei pezzi trovano il loro quid nella brillantezza delle melodie. A completare il quadro, ci pensano poi le canzoni, classiche nel loro aderire sostanzialmente a stilemi anni ’90, ma sempre personali e, quel che più conta, ottimamente scritte. 9:04 (Here She Comes) pare un mix loureediano/bowiano in salsa Dinosaur Jr; B Love S prende le forme di una ballata tardo grunge dalle ampie striature psichedeliche; The World Outside sta in bilico tra i riff di chitarra di Pirrone e la sostanza melodica delle parte vocale; lo stesso si può dire di Where I Used To Go, la cui ariosità melodica, vagamente velata di dolce malinconia, fa pensare alle pagine migliori dei Nada Surf. Picchiano senza requie Idols e Drunk’n’Sad, la prima tramite un fulgido hard-rock’n’roll stradaiolo, la seconda tornando a frequentare i lidi stoner, sia pur più QOTSA che Kyuss. So Are You, con la sua melodia strascicata, non poco ricorda gli Strokes del primo album, mentre la conclusione è affidata alla lunga e visionaria Siren (Fuck Like A Motorpsycho), oscillante tra martellanti attacchi al fulmicotone e più lisergici ed ossessivi passaggi (la band norvegese citata nel titolo è ben più che un indizio). Un ottimo rientro in pista, che contiamo di festeggiare ulteriormente cercando di intercettarli in concerto al più presto.

Lino Brunetti

BSBE “BSBE3”

BSBE

BSBE3

42 Records

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Tra le bands italiane apparse sulla scena negli ultimi anni, i romani BSBE – ovvero i Bud Spencer Blues Explosion, nome che ovviamente gioca con quello del gruppo di Jon Spencer, riadattandolo ad uno scenario nostrano – sono indubbiamente tra quelle che maggiormente hanno trovato i favori del pubblico, diventandone subito dei beniamini. Merito d’infuocatissime esibizioni live e di un suono che parte dal blues per inglobare sonorità più dure e selvagge, in canzoni di forte impatto. Il nuovo disco, BSBE3, prodotto da Giacomo Fiorenza (Offlaga Disco Pax, Moltheni, Giardini di Mirò), vede il due formato da Adriano Viterbini (voce, chitarra) e Cesare Petulicchio (batteria, percussioni) impegnato nel tentativo di mettere su nastro proprio tutta l’energia delle loro esibizioni live. Overdubs ridotti al lumicino, nessun ospite, registrato in studio come se si fossero trovati sulle assi di un palco. Questo approccio diretto e viscerale lo si sente in maniera massiccia, anche se poi non impedisce alle varie canzoni di esprimersi attraverso sfumature ed angolazioni diverse. Come sempre cantate in italiano – ed immagino non sia affatto facile adattare la nostra lingua a musiche del genere – le loro canzoni esprimono un ampio spettro d’influenze e rimandi, ma sono poi capaci di cristallizzarsi in un sound ormai riconoscibile quale loro. Ovviamente, il ricordo di altri famosi duo degli ultimi anni è praticamente ineludibile: in No Soul qualcosa dei Black Keys di mezzo è facile sentirlo, mentre un pezzo quadrato e dalle sfrigolanti parti chitarristiche come Camion, con tanto di break indianeggiante, pare uscita dalla penna di Jack White. Molto bella Miracoli, un pezzo che potrebbe piacere ai fan dei QOTSA; quasi affondato nella psichedelia lo slow blues di gusto doorsiano Croce; palesemente hendrixiana, di certo una presenza importante nella loro musica, la mirabolante Rubik. Ma un po’ tutto il disco martella con riff blues incessanti (Mama, poi ripresa come ballata alla fine, Inferno Personale), boogie fiammeggianti tra ZZ Top e stoner (Hey Man), attraverso un funambolismo chitarristico che, nei suoi momenti più eccessivi, sfiora la pirotecnia di Tom Morello (Duel). Insomma, un buon disco di conferma, e se le ultime cose dei Black Keys vi hanno lasciato con l’amaro in bocca, pur evidenziate tutte le differenze, magari proprio i BSBE sapranno trovare il modo di consolarvi.

Lino Brunetti