Jazz:Re:Found 2017: il programma

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JAZZ:RE:FOUND NEVER HYPE / EVER AHEAD

29 novembre | 3 dicembre 2017 TORINO

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Dopo aver svelato una già poderosa line-up di spessore internazionale, Jazz:Re:Found, il festival della blackness protagonista a Torino dal 29 novembre al 3 dicembre 2017, continua ad allargare l’inquadratura della sua visione. La lineup annunciata è esplosiva e composta da musicisti internazionali, pionieri, precursori, promesse e realtà affermate. Tra i nomi già annunciati Cory Henry (già Snarky Puppy) accompagnato dai suoi The Funk Apostles, James Senese e Napoli Centrale ed il produttore britannico Roni Size, a cui si aggiungono oggi i nomi di Goldie, Casino Royale, Moses Boyd e Tama Sumo e senza dimenticare le anteprime di prestigio: Azymuth il 20 ottobre e Thundercat il 25 novembre in collaborazione con Linecheck e la Milano Music Week.
Info e ticket su:
jazzrefound.it

Qui di seguito il programma completo:

PREVIEW @ LINECHECK
Sabato 25 novembre
Base, via Bergognone 34, Milano Milano Music Week
21:00 THUNDERCAT

JAZZ:RE:FOUND 2017
Mercoledì 29 novembre
Spazio Q35, Via Quittengo 35, Torino
Main Stage
21:15 TECHNOIR
22:15 CORY HENRY & THE FUNK APOSTLES

Giovedì 30 novembre
Spazio Q35, Via Quittengo 35, Torino
Main Stage
21:00 DJ FEDE / HOSTED BY ESA
22:00 JAMES SENESE NAPOLI CENTRALE Club Stage
23:45 BRADLEY ZERO

Venerdì 1 dicembre

Spazio Q35, Via Quittengo 35, Torino
Main Stage
22:00 JAMESZOO 23:30 DNN
00:30 THE DREAMERS 01:15 RONI SIZE 02:30 THE DREAMERS 03:00 GOLDIE
Club Stage
21:00 DNN
22:45 LNDFK
00:00 LEFTO
01:45 ANDERS
03:00 CAPOFORTUNA 04:15 OUTCAST

SABATO 2 dicembre
Spazio Q35, via Quittengo 35, Torino
Main Stage
20:00 CHASSOL
21:15 ANDREA PASSENGER
23:00 CASINO ROYALE
00:45 NICKY SIANO
03:00 MOTOR CITY DRUM ENSEMBLE Club Stage
21:30 MOSES BOYD EXODUS
22:45 RAFFAELE COSTANTINO
00:00 INDIAN WELLS
01:00 PEGGY GOU
03:00 TAMA SUMO

Questi, invece, gli eventi collaterali:

Mercoledì 29 novembre ore 18:00
Bellissimo Blue Loft, Via Regaldi 7 int 12/A, Torino
Dj set e aperitivo
Rocco Pandiani – Mono Jazz Free entry

Giovedì 30 novembre ore 18:30
Bellissimo Blue Loft, Via Regaldi 7 int 12/A, Torino
Dj set e aperitivo
Teo Lentini & Nico Favata Free entry

Venerdì 1 dicembre, ore 17:30
Bellissimo Blue Loft, Via Regaldi 7 int 12/A, Torino Anteprima italiana Proiezione Documentario “Sangue Misto – Appuntamento ai Marinai” Scritto e diretto da Ariam Tekle (Italia, 2017)
Ore 19:00
Free usb Clubbing
B2b Afronautica Free entry
Comodo 64, via Bologna 92, Torino Ore 19:00
Molinari Lecture
Ingresso su invito

SABATO 2 dicembre, ore 11:00

Soundreef Waves
PANEL
“Il Copyright alla fine del Monopolio SIAE”
Moderatore: Carlo Bordone, giornalista
Relatori: Lucian Beierling, Soundreef, Matteo Bellitto, Calista Records, Salvatore Marano, musicista, Raffaele Costantino, dj, producer e conduttore radiofonico
Ore 13:00
Dj set Andrea Passenger
ore 14:30
PANEL
“Sangue Misto – Sound, Identità & Rappresentazione” Moderatori: Johanne Affricot, GRIOT, Michele, Crudo Volta, Cedric Kibongui, dj
Relatori: Vhelade, David Blank, Technoir, Mudimbi, Tommy Kuti
Spazio Q35, via Quittengo 35, Torino
Dalle ore 13:00
The Creator’s HUB – Market & Food
Soundreef Waves Area
17:30 Tweedo
18:45 Capibara
Free entry fino ore 20:00
Comodo 64, via Bologna 92, Torino Ore 19:00
Molinari Lecture
Ingresso su invito

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SUMIE “Lost In Light”

SUMIE
Lost In Light
Bella Union
35458659340054Figlia di padre giapponese e madre svedese – nonché sorella di Yukimi Nagano dei Little Dragon – Sandra Sumie Nagano è una cantautrice di base a Göteborg in Svezia, già autrice di un bell’esordio omonimo di ormai quattro anni fa, disco che la vedeva debuttare quasi quarantenne dopo un paio di EP su Bandcamp e frutto di alcuni anni di praticantato autarchico. Come anche la sua musica fa intuire, Sumie è una che se la prende calma, che attinge, per creare la sua musica, dalle piccole cose di tutti i giorni, dalle sue letture, da un immaginario costruito un poco alla volta. Col nuovo album l’intenzione era di lasciarsi andare ad atmosfere il più possibile misteriose, fatate ed evocative e, a leggere i titoli delle canzoni, lasciandosi cullare dal loro suono, direi che ci è riuscita. Punto di partenza, un poema dello svedese Daniel Klevheden, tradotto in inglese e musicato in Divine Wind: posta al centro dell’album, con la partecipazione di Peter Broderick, la canzone si dipana onirica e cinematica, con la voce fantasmatica di Sumie avvolta da un dolce tintinnare di chitarra. Attorno ad essa si raccolgono un pugno di ballate sempre piuttosto rarefatte, capaci di portare alla mente un’autrice come Hope Sandoval (Fortune), di evocare un valzer mitteleuropeo nel quale infilare l’eco di una tromba (Night Rain), di mettere in campo un sentire folk gotico (Blue Lines), di perdersi tra paesaggi fatati (Pouring Down) o tra sprazzi di languida malinconia (frö, una Leave Me melodicamente pop, la mossa The Only Lady, la conclusiva Walk Away). Con l’aiuto delle chitarre di Karl Vento e Albert Ekenstam, degli archi di Emma Strååt e Kajsa Persson, della tromba di Max Lindhal, nonché del produttore Filip Leyman, Sumie ha messo in piedi una raccolta di canzoni intime e raccolte, perfette per la stagione in cui stiamo entrando.

Lino Brunetti

 

VOLWO “Dieci Viaggi Veloci”

VOLWO
Dieci Viaggi Veloci
Viceversa Records

cover 500x500“...Viaggiare è come sognare: la differenza è che non tutti, al risveglio, ricordano qualcosa, mentre ognuno conserva calda la memoria della meta da cui è tornato…” sono parole di Edgar Allan Poe ma è quello che viene in mente ascoltando Dieci Viaggi Veloci, perchè non è ben chiaro e in fondo nemmeno importante, se le dieci canzoni che compongono l’ultimo lavoro di studio del cantautore Pasquale De Fina in arte Volwo, raccontino di viaggi, di sogni o di memorie: quello che conta è quanto siano profonde, affascinanti, appassionate e a volte perfino epiche e disperate. Quello di cui canta Volwo non sono le cronache di un turista per caso, ma esperienze, emozioni o viaggi nella più ampia accezione del termine, attraverso un tempo e uno spazio che sono quelli in cui viviamo e quello che siamo. Dieci Viaggi Veloci è solo il secondo album pubblicato da De Fina con il nome Volwo, ma altri tre sono usciti con la sigla Atleticodefina e negli ultimi vent’anni le collaborazioni in qualità di compositore, autore e chitarrista con artisti della scena alternativa italiana sono state molteplici: un prestigioso background che spiega la maturità di queste canzoni e come tra i crediti del disco possano figurare Paolo Benvegnù, Rachele Bastreghi e Roberto Romano dei Baustelle, Luca Gemma, Giorgio Baldi, chitarrista di Max Gazzè, Giorgio Prette degli Afterhours o Alex Marcheschi dei Ritmo Tribale. Sconfinando dall’urgenza di un chitarristico folk rock al lirismo di cinematici sfondi post rock e a volte utilizzando la poesia del dialetto, Volwo canta storie di un passato che si riflette nel presente e nell’attualità o viceversa, perchè certi temi – emigrazione, solitudine, disoccupazione tra gli altri – anche quando ammorbiditi dalla malinconia del ricordo come accade nella splendida Canto Dell’Emigrato in Francia 1903, sono ferite che continuano a sanguinare oggi forse più di ieri. Non sempre le canzoni hanno i tratti narrativi di una storia come succede nella toccante Sotto Le Nuvole o in una seducente Tutto L’Oro cantata in coro con il canto ammaliante di Rachele Bastreghi; a volte bastano l’insistita efficacia di un ritornello o un’onirica sequenza di immagini a scontornare un messaggio, un grumo di emozioni o l’effimera istantanea di una sensazione, come accade quando parte il meticcio folk rock di un’apparentemente scanzonata M’arricordu E Non Mi Scordu, quando i suoni diventano affascinati scenografie in chiaroscuro in una meravigliosa Milano Immaginazione con il primo piano della voce di Paolo Benvegnù, quando i volumi si alzano nell’urlo rock della chitarra di Se Ti Sabir e perfino quando i tempi sono quelli gioiosi di una danza mediterranea come La Cuccagna. Ricco di suoni ed umori, Dieci Viaggi Veloci è un disco spesso incantevole, a volte graffiante, inquieto e persino nervoso: il nitido segno che nell’attuale panorama italiano le idee più interessanti vengono ancora dalla scena indipendente o, se così si può dire, underground.

Luca Salmini

JAKE BUGG “Hearts That Strain”

JAKE BUGG
Hearts That Strain
Virgin

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“...Sono un grande appassionato di country...” aveva confessato Jake Bugg qualche tempo fa, per questo registrare il nuovo album Hearts That Strain a Nashville, con la produzione di Dave Ferguson, con la collaborazione di Dan Auerbach, del chitarrista Matt Sweeney e dei migliori session men della città, potrebbe aver rappresentato il coronamento di un sogno per il giovane cantautore britannico. Di certo la fervida fantasia del ragazzo non difetta di materiale onirico, fin da quando, appena dodicenne, comincia a suonare la chitarra e qualche anno più tardi prova a sfuggire l’anonimato della provincia inglese con un omonimo album che finisce al numero 1 delle classifiche; ma bisogna riconoscere che da quel momento Jake Bugg è stato capace di non perdere nemmeno un’occasione per realizzare le proprie aspirazioni, a partire dall’opera di un produttore di lusso come Rick Rubin in occasione del secondo album Shangri La, passando per l’affermazione di maturità ed indipendenza del terzo On My One, realizzato praticamente in solitaria, fino al traguardo di Hearts That Strain, inciso in tre settimane nella capitale mondiale della musica country con l’illustre supervisione di un tecnico che ha lavorato con il Johnny Cash degli American Recordings e ha fatto vincere un Grammy a Sturgill Simpson. Visti i rapidi progressi della sua carriera, nel caso Jake Bugg avesse in mente proprio la conquista di un Grammy Award, Hearts That Strain sarebbe il disco giusto con cui candidarsi, almeno a giudicare da una canzone affascinante e stilosa come Waiting, un’elegante sinfonia doo wop in duetto con Noah Cyrus (figlia della star Billy Ray e sorella della chiacchierata Miley), e dai sontuosi arrangiamenti di un lavoro in cui l’artista sembra non aver rinunciato a nulla, impiegando una parata di chitarre e tastiere, un’infinità di ritmi e tamburi, orchestre d’archi e bande di ottoni. Sono passati solo quattro anni da quel debutto crudo e aguzzo che aveva fatto giustamente scalpore, ma a giudicare dalla magnificente grandeur di Hearts That Strain parrebbe quasi una vita e se anche Jake Bugg è sempre stato un tipo piuttosto precoce, troppo poco tempo ha impiegato a sostituire la rabbia del ribelle con il romanticismo del seduttore. Forse è una questione di personalità o magari solo di sogni, il problema di un disco come Hearts That Strain, affatto brutto e comunque più coeso del precedente, è che pare progettato per piacere o per piacersi, più che assecondare l’ispirazione del momento e l’urgenza di comunicare. Tutto suona perfetto ed in maniera impeccabile, non potrebbe essere altrimenti con un collettivo di musicisti che hanno fatto la storia come Bobby Woods, Gene Chrisman e The Memphis Boys, ma per quanto deliziose, canzoni come il numero da crooner The Man On Stage, la radiofonica west coast di Indigo Blue, il pop sinfonico di Bigger Lover, il romantico swing di How Soon The Dawn o il country folk sciccoso di Southern Rain tendono a confondondersi in un’universo di produzioni senza limiti di budget. Le cose girano decisamente meglio quando si respirano una buona verve e una certa dose di polvere tra le chitarre elettriche e i riverberi di un folk rock lievemente psichedelico come In The Event Of My Demise, quando le dinamiche elettroacustiche della titletrack lasciano affiorare cinematiche scenografie western e perfino quando sale la febbre degli anni ’50 con uno spensierato rock’n’roll come Burn Alone. Forse Hearts That Strain è effettivamente il disco dei sogni di Jake Bugg e magari vincerà anche un Grammy e scalerà le classifiche alla velocità della luce, del resto il ragazzo se lo merita, di certo è il suo lavoro più accurato, strutturato, maturo e a tratti perfino affascinante e tanto, per il momento, è più che abbastanza.

Luca Salmini

RICK DEITRICK “Gentle Wilderness” + “River Sun, River Moon”

RICK DEITRICK
Gentle Wilderness
Tompkins Square Records
River Sun, River Moon
Tompkins Square Records

191515589217“...Immaginiamo di dire che la natura selvaggia evochi la nostalgia – una nostalgia giustificata, non meramente sentimentale – per l’America perduta che conobbero i nostri antenati. L’espressione suggerisce il passato e l’ignoto, il grembo della terra da cui tutti siamo stati generati. Significa qualcosa di perduto e anche presente, di remoto e intimo al tempo stesso, di sepolto nel nostro sangue e nei nostri nervi, oltre noi e senza limiti…”, potrebbe essere racchiuso nelle parole dello scrittore Edward Abbey il senso della ricerca artistica di Rick Deitrick, un chitarrista che pare quasi tradurre in canzoni le teorie del pensatore Henry David Thoreau con uno spirito hippie e un approccio naif, che lo fanno sembrare un precursore del fenomeno new age. Originario dell’Ohio e attualmente residente a Los Angeles, Deitrick scopre la chitarra acustica all’età di 16 anni e dedicandosi all’apprendimento dello strumento da autodidatta, cerca di dimenticare tutto quanto ha ascoltato fino a quel momento, in modo da poter trovare uno stile personale: la sua ispirazione giunge dalla contemplazione della natura, delle colline e dei fiumi che attraversano i paesaggi di quell’America perduta e selvaggia a cui fa riferimento Abbey, spesso le idee gli vengono in mente mentre è seduto a riflettere all’ombra di una quercia o mentre se ne sta a mollo nel bel mezzo di un ruscello, costringendolo ad una rapida ritirata in studio di registrazione per impremerle su nastro. Da questo metodo compositivo da cacciatore di farfalle prende vita una musica dal carattere quieto, meditativo, romantico e pastorale, come se le canzoni fossero piccoli acquerelli o minute poesie generatesi dall’interiorità e consegnate all’infinito. Non è un caso che il suo esordio si intitoli Gentle Wilderness, quasi una dichiarazione d’intenti riguardo l’immaginario naturista esplorato dalle 9 tracce solo strumentali e per sola chitarra acustica che riempiono il disco edito privatamente nel ’78 con una tiratura di sole 500 copie e oggi ristampato dalla Tompkins Square Records insieme a River Sun, River Moon (altro titolo alquanto esplicito), raccolta di inediti concepiti nello stesso periodo del debutto e mai pubblicati.

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Fuori tempo massimo rispetto all’euforia hippie dei sixties e in anticipo rispetto all’esplosione del fenomeno new age degli eighties, Gentle Wilderness passa perlopiù inosservato al tempo: Deitrick ne vende delle copie ai concerti, ne piazza delle altre presso negozi di dischi e librerie locali e, fedele allo spirito delle registrazioni, ne abbandona qualche copia lungo i sentieri che attraversano i paesaggi che l’hanno ispirato, in modo che qualche pellegrino possa raccoglierle, prima di scomparire dalla circolazione fino al presente, quando quegli indomabili sognatori della Tompkins Square hanno deciso di recuperare la magia di quei momenti. Gentle Wilderness e River Sun, River Moon sono lavori dall’anima folk, fatti di eccelsi solismi, atmosfere affascinanti e dolci melodie in cui il tocco selvatico del primitivista viene ammorbidito dall’estro del virtuoso e dalla fantasia del sognatore, in un nitido, fluido e scenografico succedersi di accordi, note e silenzi, in cui è facile intravedere i contorni bucolici dei paesaggi e degli ambienti che raccontano. Brani che suonano quasi onomatopeici come Green Green Grass Of Home, At Morning e Deep Within The Forest Of The Heart da Gentle Wilderness oppure Shenandoah, Sparrows e Wide River da River Sun, River Moon sono piuttosto illuminanti riguardo la prospettiva naturalistica, onirica e spirituale delineata dalla musica di Rick Deitrick, un chitarrista con una sensibilità e un gusto straordinari e decisamente originali, a cui queste nuove ristampe potrebbero finalmente concedere tutta l’attenzione che merita.

Luca Salmini

Aldous Harding live a Torino, 31/10/2017

ALDOUS HARDING
SPAZIO 211
TORINO
31 OTTOBRE 2017

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Nonostante gli allarmistici comunicati circa l’insostenibile inquinamento di Torino – ma non è che a Milano l’aria profumi di mughetto e, comunque, fino a che non si capirà che i vari blocchi del traffico sono solo delle cazzate tampone e che l’unica via percorribile è quella di una conversione sostanziale all’elettrico, ci sarà ben poco da fare – mi metto (ehm) in macchina e proprio nel capoluogo piemontese mi reco per il concerto di Aldous Harding, aperto tra l’altro da un cantautore altrettanto interessante quale HH Hawkline. Ad una prima occhiata, non pare che il pubblico torinese abbia risposto granché al richiamo dei due, ma poi, per fortuna, qualcuno arriva e alla fine la partecipazione sarà buona. Volendo essere sincero, devo dire che la performance del gallese non è stata di certo imperdibile: le sue canzoni, in questa veste voce e chitarra (a parte l’ultima al piano), perdono del tutto la loro verve frizzante e sbarazzina, assumendo piuttosto un’aria dimessa e sotto tono, né particolarmente intensa e neppure troppo marcata dal punto di vista melodico. Se non avessi avuto modo di vederlo con la band un paio d’anni fa e non conoscessi i suoi dischi, diciamo pure che del suo passaggio sul palco mi sarei dimenticato in un battibaleno. Tutt’altra storia invece per quando riguarda l’esibizione della cantautrice di Lyttleton, Nuova Zelanda. Il suo disco più recente, Party, esordio su 4AD dopo un primo album omonimo su una piccola etichetta neozelandese, ha fatto accrescere la sua fama e ha messo in campo una maturazione di scrittura ed esecutiva tale da lasciare pochi dubbi circa il suo talento. Per certi versi quelle di Aldous Harding – il suo vero nome sarebbe Hannah – sono delle folk song, brumose e quasi sempre malinconiche. Nei fatti, però, assumono le sembianze di ovattate e notturne elucubrazioni oniriche, in qualche modo in linea con le velature psichedeliche di un’altra cantautrice folk sui generis quale Marissa Nadler. Laddove quella è però quasi sempre gentile e sognante, la Harding è capace di imprimere ai suoi pezzi un tono più conturbante, profondo, venato d’oscurità (e in questo senso, l’approdo su 4AD appare più che logico). Anche nel suo modo di porsi on stage, ha un che di austero la Harding: la sua mimica facciale assume connotati al limite del teatrale e lo stesso fanno i suoi movimenti rallentati, la loro studiata compostezza. Allo stesso modo la sua musica vive in bilico tra algido rigore e un’intensità che può essere straziante, con le linee vocali capaci di essere filiformi o scivolare verso più gotici abissi. Accompagnata dallo stesso Hawkline al basso e dal multistrumentista Invisible Familiars, per poco più di un’ora la Harding ha trasformato lo Spazio 211 nel Bang Bang Bar, il locale in cui, nella nuova stagione di Twin Peaks, alla fine di ogni puntata si esibisce una band. Canzoni bellissime come Imagining My Man o la stessa Party, per non citarne che due tra quelle eseguite stasera, avrebbero potuto benissimo rientrare nell’immaginario e nel mood dell’opera di Lynch e vi basti questo per farvi capire la magia della serata, intaccata appena, sul finale, dall’arrivo di barbari pronti a tuffarsi nella lunga notte di Halloween. Noi, le ombre e gli spettri (dell’anima) avevamo avuto modo di frequentarli un attimo prima.

Lino Brunetti
Tutte le foto © Lino Brunetti

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TONY COLEMAN & HENRY CARPANETO QUINTET per il Gaslini

EVENTO BENEFICO A FAVORE DELL’OSPEDALE PEDIATRICO GASLINI DI GENOVA
9 NOVEMBRE 2017 – TEATRO CANTERO – CHIAVARI – ORE 21

locandina evento

Come ogni anno l’Entella, società di calcio di Chiavari, organizza uno spettacolo solidale al fine di raccogliere fondi destinati al reparto di Neurochirurgia dell’ospedale pediatrico “G. Gaslini” di Genova.
Questa volta si è scelto di affidare la serata a due grandi artisti blues di livello mondiale: Tony Coleman, batterista di B. B. King nonché grande showman ed Henry Carpaneto, pianista ligure ormai approdato ad una fama di livello internazionale, accompagnati dalla loro band. Coleman, che negli anni ha condiviso il palco con altri grandi nomi della scena mondiale (Johnnie Taylor, Albert King, Etta James, Buddy Guy) è Music Director della BB Kings Blues Clubs e Cruises ed è stato incoronato “Miglior Batterista Blues” nel 2015 e nel 2016. Coleman lo scorso gennaio ha pubblicato il suo ultimo progetto dal nome “Take me as i am”. 

Carpaneto, nominato “Miglior pianista blues europeo” dalla rivista “Blues Feelings”, ha incantato il bluesman Bryan Lee che ha voluto co-produrre l’album “Voodoo Boogie” terminato poi da Raffaele Abbate per la OrangeHomeRecords (GE). Il disco, oltre a Tony Coleman, vede la preziosa partecipazione del bluesman Otis Grand. La serata costituirà la prima data italiana dell’ EUROPEAN TOUR 2017 di Tony Coleman con Henry Carpaneto.

L’evento si terrà il 9 novembre 2017 alle ore 21 presso il magnifico Teatro Cantero di Chiavari (GE). Presenta la serata, la conduttrice Federica Ruggero.