ROCK CONTEST 2014, Auditorium Flog, Firenze, 13 dicembre 2014

10151345_514051792040098_1876355640482389824_n-1

Tutte le foto © Lino Brunetti

Giunto alla sua ventiseiesima edizione consecutiva, il Rock Contest di Firenze, come sempre organizzato impeccabilmente dai tipi di Controradio, col contributo del Comune del capoluogo toscano, si conferma più che mai una delle manifestazioni musicali, riservate ad artisti emergenti, tra le più importanti in Italia. Negli anni, tanti i nomi, poi diventati conosciuti tra gli appassionati, usciti da qui. La partnership con l’associazione KeepOn (circuito che raggruppa promoter, direttori artistici e manager di oltre un centinaio di locali dislocati in tutta Italia) – attraverso la quale i gruppi finalisti vengono inseriti nel circuito della musica live – e la possibilità, per il vincitore, di registrare un album in uno studio professionale (tra i migliori in Italia) come il Sam Recording Studio, sono solo alcuni dei motivi che ogni anno spingono centinaia di band ad iscriversi al contest. Da questo punto di vista, il 2014 è stato forse l’anno dei record: oltre seicento i demo giunti agli organizzatori, da cui sono stati estrapolati i 36 gruppi che si sono fronteggiati nelle eliminatorie, definitivamente ridotti a 6 nella serata conclusiva, come sempre svoltasi all’Auditorium Flog, sotto l’occhio attento non solo del numeroso e caloroso pubblico (chiamato al voto), ma pure sotto quello di una giuria tecnica, quest’anno presieduta da Manuel Agnelli degli Afterhours e con al suo interno giornalisti ed operatori del settore (tra cui anche il sottoscritto), ma anche musicisti come Piero Pelù e Max Collini degli Offlaga Disco Pax che, proprio da qui, dieci anni fa, iniziarono la loro fulgida carriera. Delle band arrivate in finale, aldilà di una qualità media in effetti piuttosto alta, pur nell’incredibile eterogeneità di generi, a colpire è stata soprattutto la padronanza tecnica e la professionalità con cui hanno affrontato pubblico e palco, con una sicurezza da formazioni scafatissime, non certo da esordienti.

Lo Straniero

Lo Straniero

I primi ad esibirsi sono stati i piemontesi Lo Straniero, autori di un pop-rock dalle inflessioni wave e con qualche influsso electro-pop, che in alcuni frangenti mi hanno ricordato certe cose ai tempi pubblicate dai Dischi del Mulo, e quindi con più di un contatto col mondo CCCP/CSI, di cui i ragazzi sicuramente saranno fan. Davvero niente male.

Beyond The Garden

Beyond The Garden

Dopo di loro, quelli che alla fine risulteranno essere i vincitori dell’edizione 2014, i fiorentini Beyond The Garden. Il loro è un misto d’indie-rock e post-punk, con l’accento posto fortemente sul ritmo e su un suono sì capace di qualche spigolo, ma sicuramente anche molto accattivante. Immaginatevi dei Liars meno estremi e più pop ed inizierete a farvi almeno un’idea. Di sicuro risentiremo parlare di loro, perché mi sono parsi assai determinati e consci delle loro possibilità. Grande tenuta del palco e brillante l’idea di terminare il proprio set coi tamburi in mezzo ad un pubblico già adorante.

Plastic Light Factory

Plastic Light Factory

Arrivavano invece da Mantova i Plastic Light Factory – si piazzeranno al secondo posto – giovanissimo trio in bilico tra lisergici flash shoegaze e acide escursioni rock psichedeliche tinte di rumore. Abbigliamento vintage d’ordinanza e buona padronanza strumentale messa al servizio di canzoni di grande pregnanza elettrica, magari non ancora personalissime ma di certo indirizzate sulla retta via.

Mefa

Mefa

Ad ulteriore dimostrazione dell’eclettismo perpetrato dal Rock Contest, la performance dell’altro fiorentino in gara, il rapper Mefa. Apparentemente un pesce fuor d’acqua, con la grinta e la sfacciataggine dei suoi 16 anni, Mefa ha pungolato il pubblico con liriche a mitraglia ed un piglio da autentico veterano, cosa che ci porta a credere che l’hip hop italiano potrebbe aver trovato qui un nuovo protagonista.

Mefa

El Xicano

Tutt’altre atmosfere con il cantautore romagnolo El Xicano, probabilmente il più coraggioso fra tutti, visto che si è presentato sul palco forte della sola essenza delle sue canzoni, offerte tramite sola voce e piano. Non è facile mantenere desta l’attenzione del pubblico se sei uno sconosciuto e stai proponendo brani intimi, personali e minimalisti: il fatto che El Xicano ce l’abbia fatta ci dice di un autore bravo e con qualcosa da dire.

Sofia Brunetta

Sofia Brunetta

Ultima infine a salire sul palco tra gli artisti in gara, la salentina Sofia Brunetta, in questo caso accompagnata da una band (si classificherà al terzo posto). Rock, soul e funk per lei, in canzoni pimpanti e tutte da ballare, con una sezione ritmica pulsante, un chitarrista tendente a ficcanti assoli anche dissonanti e, soprattutto, indubbie doti vocali da parte della titolare della band. Bravi anche loro, insomma.

...a Toys Orchestra

…a Toys Orchestra

Mentre la giuria si riuniva per eleggere il vincitore, on stage intanto salivano gli ospiti della serata, gli ormai famosi …A Toys Orchestra, sempre bravissimi dal vivo e qui intenti a presentare soprattutto le canzoni del loro recente, ottimo Butterfly Effect. Tra il loro set ed i bis, la premiazione dei primi tre gruppi e l’assegnazione del premio intitolato ad Ernesto De Pascale che, ormai da qualche anno, viene dato alla miglior canzone cantata in italiano. A vincerlo quest’anno i Lefebo, eletti tramite un messaggio video da Cristina Donà.

Lino Brunetti

Annunci

AFTERHOURS live @ Alcatraz, Milano – 25 marzo 2014

AFTERHOURS

ALCATRAZ

MILANO

25 MARZO 2014

A compendio della recente ristampa (con bonus disco-tributo) del loro album più celebre e celebrato, Hai Paura Del Buio?il miglior disco rock indipendente italiano è stato definito – durante il mese di marzo, gli Afterhours sono andati in tour riproponendo per intero proprio la scaletta di quel disco. Operazione che negli ultimi anni è stata fatta spesso questa, dagli artisti più disparati, e se c’era anche una sola band in Italia a potersi permettere di farlo, questi non potevano che essere proprio gli Afterhours. Ovvio ed adeguato il successo di pubblico, che ha premiato l’operazione lungo tutte e undici le date programmate, con la loro Milano adeguatamente omaggiata da due date andate praticamente subito sold out. Hai Paura Del Buio? è, per gli appassionati del rock anni novanta, una vera e propria pietra miliare, un disco capace di giocarsela con i più titolati lavori degli artisti internazionali dell’epoca: chi ha visto gli After dal vivo lo sa, sono una macchina da guerra. Era ovvio poi che, con una scaletta fatta praticamente solo di classici, il godimento non potesse far altro che raddoppiare. E così è stato: pezzi come Male Di Miele, Pelle, Voglio Una Pelle Splendida, Sui Giovani d’Oggi Ci Scatarro Su, tra gli altri, vengono accolti con boati e celebrati com’è giusto che sia. Ma se omaggio doveva essere, avranno pensato Agnelli e soci, lo doveva essere fino in fondo: ecco così che terminato il set dedicato ad Hai Paura Del Buio?, c’è spazio ancora per tre devastanti pezzi tratti dall’altrettanto mitico GermiGermi, Siete Proprio Dei Pulcini, Plastilina, eseguiti ovviamente vestiti da donna – per quattro tratti dal loro disco più recente, il bellissimo PadaniaSpreca Una Vita, Costruire Per Distruggere, Io So Chi Sono, Padania – quasi come a rimarcare che, va bene un po’ di nostalgia, ma il presente è ancora all’insegna della più alta creatività, ed infine per una notevolissima Televisione, pezzo che all’epoca era rimasto fuori da HPDB? e che qui viene porposta in tutta la sua visionaria potenza. Grandissima band, bellissimo concerto. La serata del 25, quella a cui ho assistito, è stata filmata con l’intenzione di farne un DVD.

Lino Brunetti

AFTERHOURS “Hai Paura Del Buio? – Edizione Speciale”

AFTERHOURS

Hai Paura Del Buio? – Edizione Speciale

Universal 2CD

afterhours-ristampa-e-tour-hai-paura-del-buio

Stanno attraversando un momento particolare gli Afterhours alla metà degli anni novanta. Dopo un pugno di album cantati in inglese, che mai li hanno fatti realmente uscire dall’underground, tentano coraggiosamente il passaggio all’italiano, utilizzando in maniera intelligente la tecnica del cut up, e miscelando in maniera sfavillante una musica che sia connubio di melodia e rumore chitarristico; l’esperimento paga e Germi diventa un autentico snodo nella loro carriera e, in qualche modo, anche per il rock italiano. Nel 1997, Manuel Agnelli, Xabier Iriondo e Giorgio Prette – all’epoca il nucleo della formazione – sono pronti a dargli un seguito, ma il fallimento della Vox Pop, l’etichetta presso cui erano accasati, li lascia nella scomoda situazione di doversi trovare una nuova label. A credere in loro arriverà la Mescal. Hai Paura Del Buio? si riconnette non poco alle atmosfere di Germi, ma in maniera ancora più sostanziale affresca una forma rock capace di essere ruvida e distorta, spigolosa, e nello stesso tempo incredibilmente melodica, pop per certi versi. La metà degli anni novanta stanno vedendo un fiorire notevole di gruppi italiani che stanno facendo uscire l’indie-rock italico dagli scantinati – pensiamo al successo dei CSI, dei Marlene Kuntz, dei La Crus o dei Massimo Volume – ma è probabilmente proprio Hai Paura Del Buio? il disco simbolo di questa emersione, tanto da meritarsi l’appellativo di miglior disco indipendente degli ultimi 20 anni. Anche perché, ed è questa la cosa importante, la qualità dell’album è tale da giocarsela non tanto entro gli asfittici confini del nostro stivale ma, quantomeno in linea teorica, con le più grandi bands del grunge e del post-grunge dell’epoca. Avevamo finalmente i nostri Nirvana o, come suggerì qualcuno (forse lo stesso Agnelli), i nostri Smashing Pumpkins (il paragone fu con Mellon Collie!). Mix di ballate conturbanti, di attacchi punk al fulmicotone e di altri pezzi non meglio definibili univocamente, Hai Paura Del Buio? viene oggi ripubblicato in un edizione speciale, anche in occasione di un tour di undici date che, lungo il mese di marzo, attraverserà l’Italia ed in cui l’intero album verrà riproposto integralmente. Al CD originale, opportunamente rimasterizzato, viene aggiunto un secondo CD in cui tutto il disco è stato rivisto risuonato con la collaborazione di ospiti importanti. E se alcune versioni rimangono sostanzialmente fedeli o quasi agli originali – la sempre bellissima Male Di Miele con gli Afghan Whigs; Pelle, con un quasi irriconoscibile Mark Lanegan alla voce ed un bel solo di piano a chiuderla; la potentissima Dea col Teatro Degli Orrori; una solo leggermente più alleggerita Voglio Una Pelle Splendida con Samuel Romano; le punkettose Sui Giovani d’Oggi Ci Scatarro Su coi Ministri e Veleno con Nic Cester – altre riletture si discostano abbastanza. Penso ad esempio alla canzone che dà il titolo all’album, prima solo un grumo di rumore, oggi una sorta di delirio impro-jazz con Damo Suzuki alla voce; alla 1.9.9.6. rivista in chiave folk-rock da Edoardo Bennato, che aggiunge anche qualche riga di testo; alla Elymania molto ritmica, tra il sexy e l’allucinato, approntata coi Luminal; alla Senza Finestra pianistica e stilizzata di Joan As Police Woman; alla notevole Simbiosi con Le Luci Della Centrale Elettrica alla voce  e Der Mauer ad aggiungerci fiati funerei; all’Eugenio Finardi che vira in pezzo cantautorale Lasciami Leccare l’Adrenalina; all’intensità asciutta dei Bachi Da Pietra, tra i migliori in scaletta, in Punto G; alla visionarietà di John Parish in Terrorswing e dei Fuzz Orchestra con Vincenzo Vasi in Questo Pazzo Pazzo Mondo Di Tasse; all’intimismo folk di Piers Faccini in Come Vorrei; all’eleganza pop dei Marta Sui Tubi in Musicista Contabile o di Rachele Bastreghi in Mi Trovo Nuovo. Rimane da citare giusto Rapace coi Negramaro (con un a me indigesto cantato super enfatico) e due bonus track: l’ottima Televisione, pezzo in origine non presente sull’album bensì su un singolo, in cui compaiono Cristina Donà e The Friendly Ghost Of Robert Wyatt e una seconda Male Di Miele, con un Piero Pelù gigione quanto mai. In pratica all’album originale – su cui mi sono soffermato poco, dando per scontato che lo conosciate – è stato aggiunto un vero e proprio disco tributo allo stesso. E se il primo si merita sempre e comunque il massimo dei voti, per il secondo, riuscito ma non a quei stratosferici livelli, tre stelle e mezza dovrebbero bastare. Ad ogni modo, il giusto tributo ad uno dei dischi più importanti del nostro rock. E ci si rivede sotto il palco!

Lino Brunetti

L’album uscirà in tre formati: doppio CD  (CD  cover più la versione rimasterizzata dell’album originale); l’album in digitale con, in esclusiva per iTunes, il branoVoglio Una Pelle Splendida feat. Daniele Silvestri; box edizione deluxe in tiratura numerata e limitata (1000 copie) contenente due doppi vinili da 180 gr.  più il doppio CD (stesso contenuto su entrambi i formati). Qui sotto le date del tour:

  • 07.03 NONANTOLA (MO) – Vox Club (data Zero)
  • 14.03 MANTOVA, Palabam
  • 15.03 RIMINI, Velvet
  • 18.03 TORINO, Teatro Della Concordia
  • 21.03 BOLOGNA, Estragon
  • 22.03 S.BIAGIO CALLALTA (TV), Supersonic Arena
  • 24.03 MILANO, Alcatraz
  • 25.03 MILANO, Alcatraz
  • 26.03 FIRENZE, Obihall
  • 28.03 ROMA, Orion
  • 29.03 BARI, Demodè

CESARE BASILE @ Bloom, Mezzago 5 maggio 2013

Cesare Basile Foto © Lino Brunetti

Cesare Basile
Foto © Lino Brunetti

Nel contesto di una qualsiasi conversazione riguardo lo stato della musica italiana, è probabile che il nome di Cesare Basile sollevi nient’altro che espressioni di perplessità, eppure il cantautore siciliano è uno dei pochi artisti italiani di caratura internazionale (al momento il solo altro nome che mi viene in mente è quello di Vinicio Capossela), con una discografia ed un repertorio senza il minimo calo d’ispirazione: forse l’unica cosa che manca a Basile è proprio una carriera, anche se in tutti i modi ha cercato di costruirsela, formando e disfando rock’n’roll band, lasciando l’amata Catania per Roma, Berlino ed infine Milano, lavorando con John Parish e Hugo Race e pubblicando dischi come Gran Calavera Elettrica, Storia di Caino o l’ultimo omonimo, di certo annoverabili tra i momenti più ispirati della canzone italiana degli ultimi anni. Eppure nell’arco di un ventennio, a stento è riuscito ad uscire dall’anonimato, custodito come un segreto da un piccolo pubblico di appassionati che hanno saputo cogliere la poesia delle sue parole spesso dolenti, amare e scomode, così come il fascino di quei suoni magici e misteriosi, sospesi tra l’America e la Sicilia, tra una tarantella ed un disco dei Giant Sand. La tenacia comunque non sembra mancare a Cesare Basile e per promuovere l’ultimo splendido lavoro di studio, giustamente mette insieme una formazione straordinaria, composta dalle tastiere di Manuel Agnelli e dal violino di Rodrigo D’Erasmo degli Afterhours; dalle ance di Enrico Gabrielli; dal basso di Luca Recchia e dalla batteria di Massimo Ferrarotto, per una manciata di date nelle principali città italiane. In Lombardia la location prescelta è il Bloom di Mezzago, ma seppur affollata, la sala non registra il sold-out che la musica di Basile meriterebbe e che la presenza di una parte degli Afterhours lasciava supporre: chi invece non ha deluso le aspettative sono stati i sei musicisti sul palco che hanno suonato un concerto fantastico, giusto al limite della perfezione, con un meraviglioso impasto di suoni sospeso tra rock, blues e musica popolare. Tra polverose atmosfere folk e furiose tempeste rock, Basile ha cantato di peccati e malinconia, di disagio e morte, d’amore e politica, alternando l’uso schietto e a volte crudo della lingua italiana alla musicalità del dialetto siciliano, una cadenza con cui ha pensato buona parte del suo ultimo disco. Gentile e generoso, Cesare Basile è un folksinger profondo ed intenso, ma anche un rocker trascinante e dall’animo scuro, assecondato dal superlativo violino di D’Erasmo, capace di lirici stacchi come di improvvise esplosioni soniche; dai mille superlativi fiati di Gabrielli; dal corposo basso di Recchia e dai precisi tamburi di Ferrarotto, mentre Agnelli da fondopalco riversa fraseggi di tastiera e cori sulle canzoni. Si parte con la nenia folk Presentazione e Sfida e un paio d’ore passano in un lampo tra momenti che evocano le atmosfere sghembe e desertiche di Howe Gelb; tra parole che seducono o commuovono come poesie, quasi fossero state messe in fila da Fabrizio De Andrè; tra sfuriate elettriche che profumano di oscurità e di Cattivi Semi, quando in sala risuonano le note della potente e bellissima Parangela; dell’aspra Canzone Addinucchiata, dell’impegnata Nunzio e La Libertà; della lirica A tutte ho chiesto meraviglia; della toccante ed intensissima ballata I Camminanti, di un’ombrosa Dite al Corvo che va tutto bene e di una grandiosa versione elettrica della splendida Fratello Gentile. In sala scrosciano gli applausi e Manuel Agnelli, dopo aver letto una poesia dello scrittore John Dos Passos, uno dei momenti più alti dello show, a sottolineare l’impegno che affiora in molte canzoni di Basile, guadagna il proscenio e regala alla platea Ballata per la mia piccola iena dei suoi Afterhours, con Cesare seduto alla batteria. Fosse nato a Londra o a Brooklyn, Cesare Basile sarebbe forse una rock’n’roll star; nel nostro curioso paese riesce almeno ad essere la voce più forte e profonda dell’underground italiano.

Luca Salmini

Rodrigo D'Erasmo Foto © Lino Brunetti

Rodrigo D’Erasmo
Foto © Lino Brunetti

Enrico Gabrielli Foto © Lino Brunetti

Enrico Gabrielli
Foto © Lino Brunetti

Manuel Agnelli Foto © Lino Brunetti

Manuel Agnelli
Foto © Lino Brunetti

 

APPINO “Il Testamento”

APPINO

Il Testamento

La Tempesta Dischi/Universal

526695_417809888288939_312280061_n

Chiunque sia stato negli ultimi anni ad un concerto degli Zen Circus, si sarà facilmente reso conto di un paio di cosette: primo, che razza di eccezionale live band essi siano, secondo, quanto la loro popolarità sia ormai cosa assodata e consolidata. Da sempre degli infaticabili operai del rock, perennemente on the road, per il 2013 gli Zen hanno deciso di prendersi una piccola pausa di riposo. Che vuol dire, di solito, pausa di riposo per musicisti come loro? Significa continuare a fare musica con progetti diversi. Ha iniziato Karim, il batterista, con i suoi La Notte Dei Lunghi Coltelli, ma è abbastanza prevedibile che il disco più atteso fosse questo di Appino, cantante, chitarrista e autore principale delle canzoni della band pisana. Il Testamento è un disco interessante a più livelli: senza dubbio conferma quanto Appino sia un autore di testi graffianti e capace di racchiudere mondi in pochi versi, nonché quanto sia abile a creare melodie e canzoni in grado di imporsi con rarissima efficacia. Dal suo esordio solista, musicalmente parlando, ci si poteva forse attendere un qualcosa orientato a sonorità più cantautorali; quello che invece ha messo in piedi, con la collaborazione di Giulio Ragno Favero (basso e produzione) e Franz Valente (batteria), entrambi de Il Teatro Degli Orrori, oltre che con ospiti quali Rodrigo D’Erasmo (Afterhours), Marina Rei, Tommaso Novi e altri, è il disco più livido, duro e prepotentemente rock della sua intera carriera. I temi principali dell’album sono il rapporto con la famiglia, il proprio ego, la schizofrenia. Appino stesso così ha presentato l’album: E’ la totale liberazione dei miei dolori più profondi, la vera e difficile storia della mia famiglia usata come veicolo per una terapia di gruppo, necessaria e a tratti violenta. In queste canzoni, spesso veramente toccanti, manca un po’ l’ironia tipica della pagine più conosciute degli Zen, ma non il disincanto e la capacità di parlare di cose profondissime senza patetismi ed evitando di fare la morale a chicchessia. Si prende qualche rischio, qui dentro, Appino: un pezzo come Specchio Dell’Anima, sorta di meditazione sull’affrontare il nostro peggior nemico, noi stessi, esagera con qualche durezza di troppo e con qualche tastiera indigesta, brani come Solo Gli Stronzi Muiono o Schizofrenia si spingono quasi verso confini hardcore (la seconda però ha un bell’intro western-morriconiano), 1983, che ha uno dei testi più belli mai scritti da Appino, in coda volge verso un inatteso electro-pop. Sono gli episodi più discutibili di un disco che, nell’insieme, però, può ben dirsi assai riuscito, a partire dalla title-track posta in apertura, una neanche troppo velata dedica alla scelta di chiamarsi fuori dalla vita di Mario Monicelli, passando per una filastrocca nera come Che Il Lupo Cattivo Vegli Su Di Te o per il rock sottilmente attraversato da un filo di malinconia di Passaporto. Niente male Fuoco!, con una delle melodie più Zen Circus di tutto il disco, ma è La Festa Della Liberazione, un folk-rock dylaniano, uno degli apici del disco, per parole (da sentire, straordinarie) e musica. Tristissima la storia narrata in Questione d’Orario, un bel brano rock attraversato dal piano e dal violoncello, dal bel drive chitarristico Fiume Padre, brano che ribalta la retorica rock della fuga, sostanzialmente cantautorale, anche se arrangiata con piglio moderno, I Giorni Della Merla, mentre Tre Ponti ha un feeling folk-rock sixties, con archi e twang guitars, e Godi (Adesso Che Puoi) ha le sembianze di una confessione intima, per voce e due chitarre. E’ un disco molto personale e sentito Il Testamento, che a volte si scherma con la potenza di un rock ottundente, quasi col timore di andare veramente troppo in là nell’esporsi di fronte agli altri. I numerosi fan degli Zen Circus comunque lo apprezzeranno parecchio e noi, ovviamente, con loro.

Lino Brunetti

THE PHONOMETAK LABS ISSUES vol. IX e X

WALTER PRATI & EVAN PARKER/LUKAS LIGETI & JOAO ORECCHIA

Phonometak #9

PAOLO CANTU’/XABIER IRIONDO

Phonometak #10

Wallace/Audioglobe

Con i volumi IX e X (questo secondo, fresco di stampa), si chiude la cosiddetta serie gialla, messa assieme tramite lo sforzo congiunto di Wallace Records e Phonometak Labs. L’intera serie è composta da dieci split album (in vinile 10″, tiratura limitata e numerata di 500 copie), il cui unico imperativo è sempre stato la più totale libertà, senza preoccuparsi troppo di seguire una linea precostituita che non fosse, semplicemente, quella di pubblicare grande musica. Ed è così che negli otto volumi precedenti si è passati dall’avanguardia al doom, dal jazz alle sperimentazioni rock e così via, spesso all’interno dello stesso LP. Tanti i nomi importanti che si sono susseguiti, sia italiani che internazionali: gli Zu (con Iriondo) e gli IceburnMats Gustaffson Paolo Angeli, gli OvO e i Sinistri (ancora una volta con Iriondo), Damu Suzuki (con Metak Network e con gli Zu), i Talibam! e i Jealousy PartyGianni Gebbia Miss Massive Snowflake, il trio Uchihasi KazuhisaMassimo PupilloYoshigaki Yasuhiro e gli On Fillmore, gli Scarnella di Nels Cline Carla Bozulich ed i Fluorescent Pigs. Nel nono volume della serie, il primo lato è occupato dalla collaborazione tra il sassofonista (al soprano) Evan Parker ed il compositore e ricercatore musicale Walter Prati (electronics, violoncello), già in passato protagonisti pure in un progetto musicale che vedeva coinvolto Thurston Moore dei Sonic Youth. Due tracce, la prima registrata durante una performance al Vancouver Jazz Festival del 2004, la seconda, invece, a Risonanze, a Venezia, datata 1999: The Western Front espone un serratissimo fraseggio di sax, mescolato alle infiltrazioni degli electronics, in modo da dar vita ad un sound brulicante e densissimo; più nebulosa e sospesa è invece Sonanze, decisamente più cinematica ed evocativa, tanto da guidare l’ascoltatore in un paesaggio indistinto, misterioso, fumoso. Sul secondo lato ci sono invece tre tracce fuoriuscite da una session tra Lukas Ligeti (batteria, microfoni) ed il sudafricano Joao Orecchia (electronics, chitarra, armonica, voce). Tre tracce, le loro, che pongono l’enfasi sui ritmi dettati dalle bacchette di Ligeti, attorno ai quali si attorcigliano le folate soniche in bilico tra avant, jazz e sperimentazione rock di Orecchia. In un pezzo come Fox paiono farsi avanti anche delle derive etno che aggiungono ulteriore carne al fuoco. Per il capitolo finale della serie si è, giustamente, deciso di giocare in casa: i titolari dell’ultimo split sono il proprietario stesso di Phonometak Labs, l’Afterhours e molto altro Xabier Iriondo, ed il suo compagno di mille avventure (Six Minute War Madness, A Short Apnea, Uncode Duello, gli ultimi Tasaday), Paolo Cantù. Quattro tracce, sul primo lato, per quest’ultimo, due sul secondo per Iriondo. L’idea di partenza, qui, per le musiche di entrambi è simile, è sta nel far interagire field recordings e reperti etnografici con nuova musica di matrice avant rock/elettronica. Sono assai diverse, però, le modalità che i due utilizzano: Cantù, armato di chitarre, clarinetto, batteria, sanza, organo, zither, voce, electronics e tapes, utilizza le registrazioni del passato come elementi d’arrangiamento, quindi come parti di nuove canzoni vere e proprie, ottimamente orchestrate e musicalmente d’incredibile fascino. Iriondo fa qualcosa di diverso: prende vecchie gommalacche a 78 giri, con registrazioni di vecchi jazzettini, canti delle mondine, voci e ne fa dei collage su cui poi interviene con svantagliate noise e ritmiche sfrangiate e destabilizzanti, creando dei cortocircuiti tra passato e presente di notevole impatto. Una chiusa, insomma, davvero ottima per l’intera serie che, ci auguriamo, possa essere un giorno raccolta in un unico cofanetto, magari anche in CD.

Lino Brunetti

DANIELE CELONA “Fiori E Demoni”

DANIELE CELONA

Fiori E Demoni

Nøeve Records

Giovane cantautore  di Torino, fattosi conoscere nella scena cittadina grazie ad una cospicua frequentazione live dei suoi locali, DANIELE CELONA pubblica proprio in questi giorni il suo disco d’esordio, scritto e prodotto in totale autonomia ed eseguito con Matteo De Simone al basso, Federico Puttilli alle chitarre e Alessio Sanfilippo alla batteria (mentre lui si occupa di cantare e suonare chitarre, Rhodes e basso). L’apertura di Fiori E Demoni è di quelle che fanno a dir poco drizzare le orecchie: Ninna Nanna è una livida e visionaria descrizione del nostro mondo in forma d’invettiva, esposta sotto forma di talking feroce, ironicamente ribaltato in un finale più lirico, rock e melodico. Ecco, la melodia. Se c’è una cosa che caratterizza in maniera chiara questo disco, è questa. Dotato di una voce intensa ed emozionale e dotata di una buona estensione, Celona, in praticamente tutte le canzoni, la lascia andare verso vette di lirismo epico. E così, mentre i testi, in maniera piuttosto matura, raccontano storie ed emozioni, spesso contrassegnate da risvolti sociali, fermandosi un passo prima della retorica, le musiche si orientano ad un pop-rock chitarristico e potente, anche se mai particolarmente spigoloso. Con alcuni passaggi melodici che fanno venire in mente una versione maschile di Carmen Consoli ed un tendenza allo slancio epico quasi alla U2, il risultato è quello di essere più vicino al sound mainstream di gruppi come Negramaro che al rock mercuriale degli Afterhours. In alcuni casi, tutto ciò è comunque convincente (l’hit potenziale Acqua, L’Alabastro Di Agnese, Cremisi), in altri, quando i toni si fanno più sfumati, un po’ meno (una su tutte, Starlette). Fiori E Demoni è di certo un buon disco, ben scritto ed ottimamente interpretato. Non si può però non segnalare il fatto che interesserà soprattutto quelli più propensi a seguire la musica italiana più esposta, e molto, molto meno i seguaci dell’indie duro e puro che potrebbero trovarlo, magari ingiustamente, fin troppo compromesso.

Lino Brunetti