SWANS @ Alcatraz, Milano, 12 ottobre 2014

SWANS

ALCATRAZ

MILANO

12 OTTOBRE 2014

Manco si trattasse del Luna Park maledetto de “Il Popolo Dell’Autunno” di Bradbury, gli Swans di Michael Gira ricalano in Italia per un pugno di date fatte a supporto del loro recente To Be Kind. A Milano arrivano una domenica sera di una settimana, tanto per cambiare, piovosa e grigia. La data, al contrario di altre venue, non è sold out, ma c’è anche da dire che l’Alcatraz, sia pur diviso a metà, non è certo piccolo e che la musica della band americana è una delle più oltranziste ed ostiche in cui possiate imbattervi al giorno d’oggi, quantomeno a questi livelli di popolarità. Avendoli visti più volte, da parte mia c’era una forte curiosità nel vedere quanto e come avrebbero mutato pelle, se avrebbero insomma continuato con la potenza annichilente del tour precedente o se avrebbero proposto qualcosa di diverso. Alla fine ne sono uscito soddisfatto, perché quello che hanno fatto è stato mutare nella continuità. Caratterizzato ancora una volta da volumi insostenibili, atti ad abbattere inesorabilmente qualsiasi difesa da parte dell’ascoltatore, il suono degli Swans si è fatto qui più propenso ad adagiarsi su una forma di dilatatissimo, malsano, oscuro e macilento blues (ovviamente in senso più attitudinale e d’intenzione che non sonoro), lasciando parzialmente da parte il martellamento industrial del passato, in favore appunto di vibrazioni più atmosferiche. La parte più debole dello show – quella centrale – è stata infatti quella in cui, riprendendo The Apostate da The Seer, hanno riproposto con un fare fin troppo meccanico, le intuizioni del tour precedente (anche se magari questa è una considerazione fatta a causa delle numerose volte in cui mi sono imbattuto in loro). Superlativo invece tutto il resto, a partire da una Frankie M introdotta da 15 minuti di pura avanguardia, con Thor Harris e Phil Puleo intenti a percuotere gong e percussioni, presto fusi in forma di drone, prima che l’ingresso di tutta la band spedisse tutto in direzione di un deliquio estatico ed allucinatorio durato ben tre quarti d’ora. Tre i pezzi tratti dall’ultimo lavoro: prima un’incalzante A Little God In My Hands, uno dei momenti più tradizionalmente coagulati in forma canzone del concerto, potente e dagli squarci free; poi un’allungatissima discesa negli inferi blues con Just A Little Boy; infine una Bring The Sun – introdotta da un Gira che urlava Amore, Amor! – spogliata dalla sua seconda parte Toussaint L’Ouverture, ma unita ad una assolutamente stratosferica Black Hole Man, vicinissima al verbo kraut-rock ed oasi quasi pop dopo quello che c’era stato prima (tra cui rimane da citare la nuova Don’t Go, ipnotica e salmodiante). Oltre due ore e mezza di concerto, in cui gli Swans hanno come sempre cercato di spingere gli ascoltatori verso l’estasi della luce, attraverso il dolore e l’oscurità. E quando, alla fine, Gira presenta i musicisti storpiandone simpaticamente i nomi in forme tutte italiane, con tutti che s’inchinano riconoscenti di fronte al proprio pubblico, viene fuori anche l’umanità di una band che, ancora oggi, dopo oltre trent’anni dagli esordi, in qualche modo continua ad intimidire. I loro concerti rimangono un’esperienza sensoriale a 360°, sicuramente non per tutti ed oltre il concetto di musica tradizionale, è chiaro; ma sono, altrettanto chiaramente, uno degli act più intensi in cui possiate imbattervi.

Lino Brunetti

Swans © Rodolfo Sassano

Swans © Rodolfo Sassano

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MOGWAI live @ Alcatraz, Milano – 31 marzo 2014

MOGWAI

ALCATRAZ

MILANO

31 MARZO 2014

Negli anni, mi è capitato di vedere dal vivo gli scozzesi Mogwai diverse volte, fin dai loro esordi, ma quando penso ad un loro concerto, inevitabilmente me ne viene in mente uno che tennero all’ormai defunto Rainbow di Milano, ormai tanti anni fa: i volumi di suono e la potenza che vennero sprigionati dal palco in quell’occasione furono tali che, ricordo bene ancora oggi, il pubblico un po’ alla volta si spostò verso il fondo del locale, nel tentativo di difendersi dalle sciabolate di white noise provenienti dal palco. Un’esperienza sensoriale al limite del dolore vero, una di quelle cose che provata una volta non la dimentichi più. Oggi, quei Mogwai lì non esistono quasi più, se non a tratti, quasi a testimoniare il fatto che, al contrario del luogo comune che li vuole sempre uguali a loro stessi, negli anni la loro musica ha continuato a cambiare e ad affinarsi, magari tramite la politica dei piccoli passi. Il recente, ottimo Rave Tapes, addirittura rinuncia quasi totalmente alle loro ondate e ai loro crescendo mastodontici, lavorando per sottrazione, giocando più sulla creazione di atmosfere che non possono che essere definite introspettive. In qualche modo, è quello che si è visto anche sul palco dell’Alcatraz, dove il quintetto di Glasgow ha offerto le varie facce della propria espressione musicale, ricorrendo però meno che al solito all’offensiva chitarristica. Scaletta varia che, pur concentrandosi soprattutto sugli ultimi due album – quattro pezzi ciascuno – ha finito col saccheggiare quasi tutta la propria discografia. In alcuni momenti – diciamo quelli più pop, i rari in cui compare la voce – a livello di mood si sono avvicinati a certe cose a là Sigur Ros. Ottimo il modo in cui in diversi pezzi hanno lavorato sui suoni, miscelando con chirurgica precisione chitarre, tastiere, ritmi ed elettronica. I momenti a mio parere più emozionanti sono stati però tre ben precisi: il crescendo epico, sia pur privo di rumore, ed anzi affidato alle tastiere, della bellissima Remurdered; il vibrare potentissimo di tre chitarre e un basso distorti in Rano Pano, arrivato ad interrompere una sequenza iniziale più atmosferica; i classicissimi pianissimo/fortissimo di una sempre sconvolgente Mogwai Fear Satan, anche in un caso come questo in cui s’è fermata sui dieci minuti anziché andare avanti almeno per il doppio del tempo, come accaduto in altre occasioni. Un’ora e quaranta di grande musica, che ancora non smette di essere visionaria ed evocativa, oggi come oltre quindici anni fa.

Lino Brunetti

mogwai

AFTERHOURS live @ Alcatraz, Milano – 25 marzo 2014

AFTERHOURS

ALCATRAZ

MILANO

25 MARZO 2014

A compendio della recente ristampa (con bonus disco-tributo) del loro album più celebre e celebrato, Hai Paura Del Buio?il miglior disco rock indipendente italiano è stato definito – durante il mese di marzo, gli Afterhours sono andati in tour riproponendo per intero proprio la scaletta di quel disco. Operazione che negli ultimi anni è stata fatta spesso questa, dagli artisti più disparati, e se c’era anche una sola band in Italia a potersi permettere di farlo, questi non potevano che essere proprio gli Afterhours. Ovvio ed adeguato il successo di pubblico, che ha premiato l’operazione lungo tutte e undici le date programmate, con la loro Milano adeguatamente omaggiata da due date andate praticamente subito sold out. Hai Paura Del Buio? è, per gli appassionati del rock anni novanta, una vera e propria pietra miliare, un disco capace di giocarsela con i più titolati lavori degli artisti internazionali dell’epoca: chi ha visto gli After dal vivo lo sa, sono una macchina da guerra. Era ovvio poi che, con una scaletta fatta praticamente solo di classici, il godimento non potesse far altro che raddoppiare. E così è stato: pezzi come Male Di Miele, Pelle, Voglio Una Pelle Splendida, Sui Giovani d’Oggi Ci Scatarro Su, tra gli altri, vengono accolti con boati e celebrati com’è giusto che sia. Ma se omaggio doveva essere, avranno pensato Agnelli e soci, lo doveva essere fino in fondo: ecco così che terminato il set dedicato ad Hai Paura Del Buio?, c’è spazio ancora per tre devastanti pezzi tratti dall’altrettanto mitico GermiGermi, Siete Proprio Dei Pulcini, Plastilina, eseguiti ovviamente vestiti da donna – per quattro tratti dal loro disco più recente, il bellissimo PadaniaSpreca Una Vita, Costruire Per Distruggere, Io So Chi Sono, Padania – quasi come a rimarcare che, va bene un po’ di nostalgia, ma il presente è ancora all’insegna della più alta creatività, ed infine per una notevolissima Televisione, pezzo che all’epoca era rimasto fuori da HPDB? e che qui viene porposta in tutta la sua visionaria potenza. Grandissima band, bellissimo concerto. La serata del 25, quella a cui ho assistito, è stata filmata con l’intenzione di farne un DVD.

Lino Brunetti

THE KNIFE live @ Alcatraz 29 aprile 2013

The_knife_shaking_the_habitual_artwork_2013

Non ci sono dubbi circa il fatto che Shaking The Habitual, l’ultimo album degli svedesi The Knife, sia uno dei dischi più interessanti ed artisticamente rimarchevoli tra quelli usciti negli ultimi tempi. Un moloch, in tre LP o due CD, in cui il pop elettronico del duo formato da Karin e Olof Dreijer, si atomizza fra momenti di sperimentazione isolazionista, tribalismi tutt’altro che accomodanti ed un gusto per la sottolineatura inquieta e tagliente. Un album notevole insomma, di cui potrete leggere più dettagliatamente sul numero di maggio del Busca. Sta di fatto che, proprio perché avevo apprezzato il disco così tanto – è fuori discussione, fin da adesso, il fatto che troverà un posto tra i miei migliori del 2013 – mi sono mosso subito per procurarmi un accredito per andarli a vedere dal vivo all’Alcatraz di Milano, data, tra l’altro, andata quasi subito sold out (del resto, erano ben sei anni che The Knife mancavano dal palco, sette dal disco che aveva preceduto quest’ultimo). Sono un ascoltatore eclettico; a parte pochissimi generi specifici a me indigesti, sono capace di ascoltare ed apprezzare musica proveniente dagli ambiti più disparati. Dico ciò per sottolineare che non ho nessuna preclusione nei confronti della musica elettronica, anche se magari posso ammettere che, dal vivo, la scena offerta da chitarre e batterie sia più esaltante di quella offerta da tastiere e laptop. Qualsiasi cosa potessi aspettarmi dal concerto dei The Knife, però, si è andato ad infrangere contro l’allucinante serata che mi sono trovato a vivere. Arrivo all’Alcatraz con la migliore predisposizione d’animo verso le 20.30. Fuori c’è un sacco di gente e pure dentro sta incominciando a riempirsi. Il pubblico è piuttosto giovane, ma non mancano i quarantenni. Quando sono all’incirca le 21.15 si spengono le luci, dalle nostre spalle arrivano le urla di un imbonitore che, per circa venti minuti, urlerà come un gallo strozzato sopra una base dance, nel tentativo di caricare il pubblico, inducendolo a ballare ed urlare. La faccenda non mi gasa per niente ed anzi, alla lunga, mi irrita pure un po’. Il tipo continua ad urlare: Are you alive? We are not afraid to die! e, per quanto sia ormai distratto, mi pare faccia pure una sorta di discorsetto sulla vita della gente ai tempi della crisi e sulle reazioni che possono avere le persone per tentare di cambiare le cose, intimandoci di non dimenticarcene mai. Parrebbe una cosa fuori posto, ma visto quello che è successo dopo, la cosa assume un senso. L’imbonitore smette di urlare, la musica cessa di martellare e dal palco partono fasci di luce e delle frequenze bassissime spacca cervello. Sul palco appaiono le indistinguibili silhouette della band, che si presenta con una formazione a sette. E’ A Cherry On Top ad aprire il concerto, in una versione plumbea e tutt’altro che festosa, doppiata subito dopo da un’iper percussiva Raging Lung. Ammesso e non concesso che anche quest’inizio non sia stata in realtà una finzione, il concerto finisce qui. Dal pezzo dopo, il palco viene velocemente sgomberato da tutti gli strumenti che vi si trovano sopra, e i sette iniziano a ballare. Nessuno canta, nessuno suona, quello che sentiamo, basilarmente è il CD. Non bastasse questo, le coerografie sono imbarazzanti, pare stiano facendo una lezione d’aerobica e persino male. Sembrano pure un po’ in debito d’ossigeno e mi aspetto che prima o poi qualcuno stramazzi a terra. In alcuni pezzi fanno finta di suonare strumenti immaginari o cantano palesemente in playback, in altri (ad esempio su Full Of Fire) si piantano come belle statuine a guardare impassibili il pubblico o a mimare con i gesti gli andamenti della musica, altre volte ancora non stanno neppure sul palco, lasciando il campo libero ai giochi di luce! Il mio disagio è indescrivibile, non riesco a credere a quello che sta succedendo. Attorno a me, il pubblico balla, ride e applaude felice come se sul palco ci fosse veramente una band a suonare. Ed è qui che finalmente capisco: non è quello che sta succedendo sul palco ad essere sbagliato, ma quello che sta accadendo sotto al palco! Da quella band politicizzata ed iconoclasta che sono, The Knife hanno messo in piedi un’enorme truffa, una provocazione gigante nei confronti del loro stesso pubblico, come a voler creare un’enorme metafora di quello che succede nella vita reale. Per entrare qua dentro, c’erano da pagare la bellezza di 25€, non proprio pochi al giorno d’oggi. Questo semplice passaggio sancisce un contratto: 25€ in cambio di un concerto. Ma se il concerto alla fine non avviene, se viene sostitutito da un puro surrogato, non avrebbero dovuto esserci proteste, urla, incazzature? Come nella vita reale, l’1% della popolazione si tiene tra le mani la fetta più grossa delle ricchezze del pianeta, ben sapendo che il 99% rimanente inspiegabilmente accetterà la situazione, facendo poco o nulla per cambiarla, qui sette persone hanno preso letteralmente per il culo le migliaia accorsi a vederli, i quali si son prestati al gioco ben felici, in larga parte non applicando il benché minimo senso critico ed anzi applaudendo e gioiendo beota. Se era davvero questo l’intento dei The Knife, l’esperimento (situazionista?) può dirsi riuscitissimo. In me è rimasto però un senso di sconsolata tristezza, di profonda e disillusa amarezza. Davvero non gliene frega niente a nessuno? Davvero siamo così ciechi ed addomesticati? Chi sono queste persone – che magari poche settimane prima avevano riempito lo stesso posto per i Mumford & Sons, ad esempio – che sono così platealmente cascati nella trappola dei The Knife? Che risposta dare a queste domande? Non lo so, davvero non lo so…

Lino Brunetti