TIEDBELLY & MORTANGA “Old Joe Gravy & Three More Songs”

TIEDBELLY & MORTANGA
Old Joe Gravy & Three More Songs
Bandcamp

Chiusi in casa per gli effetti della pandemia, sono tanti i musicisti che hanno provato a far sentire la propria voce o a sentirsi vivi nonostante l’isolamento della quarantena: c’era chi cantava dal balcone, chi impartiva lezioni di chitarra dalla cucina, chi improvvisava concerti in salotto e chi come il duo blues Tiedbelly & Mortanga, metteva a fuoco il materiale per un disco, un EP per essere precisi, dall’ispiratissimo titolo Old Joe Gravy & Three More Songs.

Del resto in un periodo in cui angosce, paure e incertezze sono all’ordine del giorno, c’è sempre una buona ragione per del blues, una musica che accompagna i momenti bui e difficili della vita e dell’umanità fin da quando Skip James cantava Hard Time Killin’ Floor o Robert Johnson Hellhound On My Trail. È a quegli spettri, a quell’immaginario e all’effetto che fanno quelle note scolpite nella storia della musica che si ispira il duo romano, anche se le chitarre di Tiedbelly e i tamburi di Morganta ne combinano lo spirito con l’elettricità e la rivoluzione del garage rock, dando vita a un crudo e febbrile rifferama che fa venire in mente una folle serata in un jukejoint del Mississippi più che “la dolce vita” di Trastevere.

Disponibile in formato digitale per l’ascolto o il download dalla loro pagina Bandcamp, Old Joe Gravy & Three More Songs comincia dal punto in cui si era interrotto Satan Built A House, l’esordio lungo dello scorso anno, lustrando a dovere le lapidi di Blind Lemon Jefferson, Charly Patton o Leadbelly con quattro rauche parabole ispirate al loro vangelo e trattate con tutta la furia del punk, a partire dal boogie apocalittico di Old Joe Gravy, passando per l’adrenalinico urlo rock’n’roll dell’esplosiva Honey Honey, per il selvatico rollio hillbilly di una anfetaminica Call Me Ray, fino alle ipnotiche cadenze blues di The Chain.

Magari non inventano nulla Tiedbelly & Mortanga, ma è probabile che siano i primi a rendersene conto e che nemmeno ne avessero le intenzioni quando provavano a sconfiggere la noia della quarantena con un pugno di nuove registrazioni, ma l’anima e il sangue che buttano in queste canzoni e il temperamento feroce con cui le interpretano, fanno in modo che Old Joe Gravy & Three More Songs suoni autentico e sincero come fosse appena esalato da un sobborgo di Detroit o dalle paludi del profondo Delta (che si tratti di quello del Mississippi o di quello del Tevere ha davvero poca importanza). 

Luca Salmini

WES TIREY “I Stood Among Trees”

WES TIREY

I Stood Among Trees

Bandcamp

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Non è difficile immaginare quanto un territorio enorme quale quello del Midwest statunitense sia ricco di talentuosi e misconosciuti songwriters, che forse mai arriveranno ad un pizzico di fama o, ancora più semplicemente, a raggiungere le nostre comunque sempre attente orecchie (quanti di loro sono stati portati alla luce sulle pagine del Buscadero?). E’ stato l’amico Giuseppe Marmina a farmi conoscere Wes Tirey e qui, pubblicamente, voglio ringraziarlo. Wes arriva da Dayton, Ohio, nel pieno cuore di quello sterminato Midwest che abbiamo appena citato. Nelle sue canzoni gli ampi confini di quel territorio, che l’occhio stenta a contenere, si respirano tutti, così come si avverte la desolazione della vita di provincia, il tentativo di arrivare a cristallizzare i propri sentimenti attraverso un’introspezione a volte sofferta, a volte dolcemente malinconica. Armato solo di una chitarra acustica, di un banjo e di un Fender Rhodes, e con un pugno di storie da raccontare, Wes Tirey, in questo EP intitolato I Stood Among Trees, ci consegna cinque vividi scorci sul suo mondo, dove sono di casa scenari da Gotico Americano, come nella bellissima Wild Beasts, racconti piccoli eppur così toccanti (la dolce The Evening Tide, The Time Leaves So Soon), pezzi in cui irrompe la cruda realtà, screziata giusto un po’ da un pizzico di necessaria visionarietà (Final Resting Place). Qualsiasi turbamento interiore ha sempre modo di sciogliersi però, magari nella contemplazione estatica della bellezza del mondo, nel rassenerante fulgore di un paesaggio infinatamente più grosso di qualsiasi nostra pena; è un po’ quello che evoca la conclusiva When Your Eyes See The Valley, un bellissimo strumentale per sola chitarra acustica che, se da una parte risveglia, per l’ennesima volta, il sempiterno fantasma di John Fahey o il ricordo di quando David Pajo si faceva chiamare Papa M, dall’altra ci fa capire che Wes Tirey, probabilmente, non è solo l’ennesimo cantautore del Midwest americano.

Lino Brunetti

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