SUMIE “Lost In Light”

SUMIE
Lost In Light
Bella Union
35458659340054Figlia di padre giapponese e madre svedese – nonché sorella di Yukimi Nagano dei Little Dragon – Sandra Sumie Nagano è una cantautrice di base a Göteborg in Svezia, già autrice di un bell’esordio omonimo di ormai quattro anni fa, disco che la vedeva debuttare quasi quarantenne dopo un paio di EP su Bandcamp e frutto di alcuni anni di praticantato autarchico. Come anche la sua musica fa intuire, Sumie è una che se la prende calma, che attinge, per creare la sua musica, dalle piccole cose di tutti i giorni, dalle sue letture, da un immaginario costruito un poco alla volta. Col nuovo album l’intenzione era di lasciarsi andare ad atmosfere il più possibile misteriose, fatate ed evocative e, a leggere i titoli delle canzoni, lasciandosi cullare dal loro suono, direi che ci è riuscita. Punto di partenza, un poema dello svedese Daniel Klevheden, tradotto in inglese e musicato in Divine Wind: posta al centro dell’album, con la partecipazione di Peter Broderick, la canzone si dipana onirica e cinematica, con la voce fantasmatica di Sumie avvolta da un dolce tintinnare di chitarra. Attorno ad essa si raccolgono un pugno di ballate sempre piuttosto rarefatte, capaci di portare alla mente un’autrice come Hope Sandoval (Fortune), di evocare un valzer mitteleuropeo nel quale infilare l’eco di una tromba (Night Rain), di mettere in campo un sentire folk gotico (Blue Lines), di perdersi tra paesaggi fatati (Pouring Down) o tra sprazzi di languida malinconia (frö, una Leave Me melodicamente pop, la mossa The Only Lady, la conclusiva Walk Away). Con l’aiuto delle chitarre di Karl Vento e Albert Ekenstam, degli archi di Emma Strååt e Kajsa Persson, della tromba di Max Lindhal, nonché del produttore Filip Leyman, Sumie ha messo in piedi una raccolta di canzoni intime e raccolte, perfette per la stagione in cui stiamo entrando.

Lino Brunetti

 

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PINS “Girls Like Us” + LA LUZ “It’s Alive”

PINS

Girls Like Us

Bella Union/[COOP]

LA LUZ

It’s Alive

Hardly Art/Audioglobe

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Già chiacchieratissimo prima ancora di essere sentito – grazie all’EP che l’aveva preceduto e alle esibizioni live – il debutto delle PINS, quartetto tutto al femminile da Manchester, arriva finalmente nei negozi. E’ un disco che non s’inventa nulla Girls Like Us, ma siamo pronti a scommettere che, magari per una sola stagione, il suo segno in effetti lo lascerà. E non solo per una questione di immagine delle ragazze: le loro canzoni sono un sapido melange di garage rock abrasivo, punk velvettiano, surf music tarantiniana, guitar pop virato wave, reminiscenze Jesus & Mary Chain. Con canzoni che raramente superano i tre minuti, anzi, che a volte stanno sotto i due, Girls Like Us è un disco diretto ed eccitante, minimale e stilizzato, colmo in ogni suo angolo di canzoni contrassegnate dalla tipica urgenza giovanile e che a modo loro potrebbero essere tutti singoli perfetti. Sta soprattutto in questo, nella bontà dei loro pezzi killer, la forza delle Pins. Provare per credere!

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Altro quartetto femminile, stavolta però californiano, sono le LA LUZ. Anche loro al debutto, ed anch’esse forti dell’appoggio della stampa locale, con It’s Alive mettono a punto un album con qualche punto di contatto con quello delle Pins, anche se alla fine più platealmente di genere. Riprendono in mano la lezione di gruppi quali Ronettes e Crystals e la inseriscono in elettriche canzoni surf dove ad essere protagonista sono chitarre twanging, strati d’organo e ritmi minimali. Le melodie angeliche poste su ronzii elettrici, a volte, spostano l’asse quasi verso il dream pop (vedi Morning High o What Good Am I?, dove la voce pare essere quasi quella della Sandoval) ma, nell’insieme, a segnare l’album sono le chitarre tremolanti e a rotta di collo di una It’s Alive e le melodie sixties di una memorabile Call Me In The Day. Niente male, ad ogni modo.

Lino Brunetti

DIECI ANNI DOPO: JANET BEAN AND THE CONCERTINA WIRE “Dragging Wonder Lake” + LAURA VEIRS “Troubled By The Fire”

Torniamo all’appuntamento mensile con le recensioni scritte dieci anni fa: maggio 2003, i dischi di due cantautrici, Janet Bean e Laura Veirs.

JANET BEAN AND THE CONCERTINA WIRE

Dragging Wonder Lake

Thrill Jockey

LAURA VEIRS

Troubled By The Fire

Bella Union

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Non è certo una novità la nascita di una nuova cantautrice dal passato indie-rock o punk. Da Tara Jane O’Neal a Nina Nastasia, fino a a Chan Marshall, gli scaffali dei negozi di dischi sono pieni degli album di queste rockers convertitesi al cantautorato più o meno tradizionale. Prendiamo Janet Bean ad esempio. Conosciuta inizialmente come batterista degli Eleventh Dream Day, nota indie band americana, poi passata a far parte delle maggiormente country-oriented Freakwater, di cui era una delle due cantanti, arriva ora all’esordio solista, con questo album che segna un ulteriore scarto nella sua carriera. Accompagnata dai Concertina Wire, che allineano tra le proprie fila alcuni dei nomi più conosciuti e stimati della Chicago avant e post – ad esempio Fred Lonberg-Holm al violoncello e Douglas McCombs alla chitarra – e assoldato come produttore il Tortoise John McEntire, Janet assembla qui un album che è un concentrato di rock, soul, country e jazz, che sa molto di west-coast anni settanta. Album soffice e dal suono pieno, a tratti un po’ stucchevole (ad esempio nel country-soul All Fools Day e soprattutto in un pezzo come Paper Thin), altre volte fin troppo perfettino, ma capace comunque di piazzare qualche asso vincente. Toccante la cover di Randy Newman The God Song (That’s Why I Love Mankind), con le note del piano che si insinuano nella rete metallica della chitarra elettrica, così come la Soldier di Neil Young dalle tinte jazzate. La melodia struggente tratteggiata dal violoncello in One Shot è il giusto contraltare all’accorata interpretazione vocale della Bean, e il pezzo è uno di quelli che si ricordano, così come notevole è anche la cadenzata e bluesata Cutters,Dealers,Cheaters. Sia pur con le riserve espresse ed una lunghezza forse eccessiva, un disco più che piacevole. Anche Laura Veirs ha un passato da punk-girl, in oscure bands minori. Il suo presente è invece fatto di una musica che si pone in territorio Americana, un suono che ne lambisce perfettamente i territori, ponendosi in un crocevia da cui passano folk, country-rock e qualche reminiscenza indie. Con la produzione di Tucker Martin e con uno stuolo impressionante di collaboratori, generalmente apprezzati in ambito jazz e avanguardistico, tra cui ricordiamo il grande Bill Frisell, Eyvind Kang alla viola e la sassofonista Amy Denio, Laura, dopo qualche produzione di scarsa circolazione, arriva ora a pubblicare un nuovo album per la Bella Union di Simon Raymonde e Robin Guthrie. Nonostante la presenza di questi ospiti importanti, è la sua scrittura ed il suo modo di cantare a colpire. Con un suono molto più limpido e misurato rispetto al disco di Janet Bean, atto a valorizzare il puro songwriting, Troubled By The Fire colpisce anche per una maggiore eterogeneità di atmosfere. Si passa infatti da dolci quadretti folk (Bedroom Eyes) a canzoni dal sapore quasi gotico (la bellissima Songs My Friends Taught Me), da intense polaroid indie-psichedeliche (l’anti militarista Cannon Fodder) a country-folk guthrieani (The Ballad Of John Vogelin). Tom Skookum Road è un moderno bluegrass strumentale, nel quale si sfidano a duello banjo e violino, così come A Shining Lamp è un bozzetto impressionista per sola viola e violino. Ohio Clouds è un’altra bella folk song, dove inconfondibile è il fraseggio di Frisell all’elettrica, così come è stupenda la livida e moderna Devil’s Hootenanny, guidata da uno splendido hammond, dal banjo e dagli splendidi fiati di sapore Dixieland suonati da Amy Denio e Steve Moore. Se avevate in mente, per questo mese, di comprare un solo album di una cantautrice, ebbene lo avete trovato. E di Laura Veirs risentiremo parlare di certo.

Lino Brunetti