BEST OF THE YEAR 2013 – LINO BRUNETTI

E così eccoci qui anche quest’anno, proprio appena s’affaccia il 2014, impegnati nel solito giochetto dei migliori dischi usciti nei dodici mesi appena passati. Una rassegna – così come sottolineato nella propria dall’amico Zambo – che non può che essere che la risultante dei gusti e degli ascolti solo di chi scrive. Non rappresentativa quindi del Buscadero – quella la troverete sul numero di gennaio della rivista – e alla fine neppure di questo blog – auspico però, che almeno il buon Daniele Ghiro voglia dire la sua su questa pagina. Che anno è stato, musicalmente parlando, dunque, il 2013? Per quel che mi riguarda, molto buono direi. Non sono mancati i dischi belli e, anzi, il problema è stato il solito di questi tempi impazziti, ovvero il districarsi tra le mille uscite che invadono un mercato, magari asfittico dal punto di vista delle vendite, ma sicuramente vivace per numero e qualità delle uscite. E se è vero che manca il disco rappresentativo e che i capolavori veri latitano – ma è così facile poi riconoscere all’istante un disco che rimarrà nel tempo? – e che la musica del presente mai era sembrata così pesantemente rivolta ai vari passati della popular music, è anche vero che un appassionato curioso di muoversi fra i generi, di dischi in cui perdersi, nel 2013, ne ha potuti trovare molti.

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I RITORNANTI

Parallelamente all’immenso mercato di ristampe e box retrospettivi – vera e propria gallina dalle uova d’oro per l’industria musicale nell’ultimo decennio, ne parleremo brevemente più avanti – il 2013 ha visto il ritorno discografico di un nutritissimo numero d’artisti e bands che, chi più chi meno, mancavano dalle scene da tempo innumerevole. Uno dei dischi più favoleggiati degli ultimi vent’anni, il terzo album dei My Bloody Valentine, ha finalmente visto la luce: MBV non ha deluso le apettative, proponendosi sia quale sunto della ventennale attività misteriosa della band di Kevin Shields, che come punto di ripartenza, nuovamente ardito ed originalissimo (gli ultimi tre, quattro pezzi). Altro gruppo di culto, i Mazzy Star, con Seasons Of Your Day, hanno ripreso il discorso interrotto diciassette anni fa, facendoci riprecipitare fra le loro ballate oppiacee, fatte di country, folk e psichedelia velvettiana. Gran disco! Che dire poi di The Argument dell’ex Hüsker Dü Grant Hart, se non che è un’opera coi controfiocchi? Hart, rispetto all’ex compagno Bob Mould, è sempre stato visto come il “Brutto Anatroccolo”, quello sfortunato, il junkie: il suo nuovo album è invece un disco ambizioso e creativo, colmo di bellissime canzoni, servite tramite un mix di raffinata ruvidezza, che come non mai ci mostra Hart autore vario e sopraffino. Mai stato un grande fan di David Bowie, eppure devo dire che il suo The Next Day l’ho apprezzato non poco. Probabilmente non lo metterei tra i miei dischi dell’anno, ma almeno tre/quattro delle sue canzoni svettano in una scaletta che comunque non ha cadute di tono. Uno su cui invece non ho mai avuto dubbi è Roy Harper: il suo nuovo album, parzialmente prodotto da Jonathan Wilson, è un gioiello, magari non per tutti, però dal fascino senza tempo e disco di quelli che non si trovano tutti i giorni. Devo ammetterlo, non ci avrei scommesso un euro circa la bontà del rientro discografico dei riformati Black Sabbath: invece 13 è davvero niente male! I riff, le atmosfere, in parte anche la voce di Ozzy, sono quelli dei primi lavori; nessuna vera novità, però una scrittura ben più che dignitosa, al servizio di un sound che ha fatto epoca ed è ormai leggendario. Come diceva qualcuno, nessuno fa i Black Sabbath meglio dei Black Sabbath stessi! Potremmo aggiungere, nessuno fa gli Stooges come gli Stooges: il loro Ready To Die non è un capolavoro, però è l’ennesimo sputacchio punk che ha permesso ad Iggy e compagni di tornare a sculettare selvaggiamente sui palchi di mezzo mondo e questo ci basta. Mi aspettavo grandi cose invece dai rinnovati Crime & The City Solution e così è stato: American Twilight è un ottimo album di rock vetriolitico e di blues allucinato, in cui il contributo prezioso di Mr. Woven Hand si sente e accresce il feeling gotico emanato da questi solchi. La palma di ritorno più inaspettato e bizzarro è però quello di Dot Wiggin, un tempo nelle famigerate Shaggs, la “peggior band della Storia del Rock”. Garage rock intinto di irresistibile freschezza naif, che ha fatto felice i cultori di questa favolosa leggenda underground. Che altro rimane da citare in questa sezione? Il fascinoso libro/CD delle Throwing Muses, Purgatory/Paradise e, alla voce mezze delusioni, lo sciapo, nuovo EP dei Pixies ed il dignitoso, ma lontano dai vecchi fasti, Defend Yourself dei Sebadoh.

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Poche esitazioni, il 2013, sul versante cantautorale, ha dato non poche soddisfazioni. Eletto da più parti (a ragione) disco dell’anno, Push The Sky Away è uno dei migliori Nick Cave degli ultimi tempi. Un disco di ballate straordinarie, intense, toccanti; soprattutto un disco che ci mostra un Cave ancora in movimento, ancora desideroso di cercare strade nuove, fortunatamente lontano dal manierismo che iniziava a far capolino in alcuni dei suoi più recenti lavori. Altro nome capace di mettere d’accordo pubblici anche diversi fra loro, il già citato precedentemente Jonathan Wilson. Vecchio? Prolisso? Può darsi, però anche incredibilmente creativo ed evocativo, il suo Fanfare è un vero tuffo in un verbo rock d’altri tempi, ancora affascinante oggi, grazie soprattutto a grandi canzoni, un suono strabiliante e arrangiamenti sofisticati, serviti inoltre da una band che sa decisamente il fatto suo. Mathew Houck aka Phosphorescent se n’è uscito con quello che è forse il suo miglior lavoro, Muchacho, ottima sintesi di tradizione e modernità, quindi con un occhio al classico ed uno al pubblico independente. Altro grandissimo lavoro è Dream River di Bill Callahan: l’uomo un tempo conosciuto come Smog, è tornato con un disco asciutto ma caldo, fatto di vivide ballate segnate dalla sua inconfondibile personalità e da un’autorevolezza qui al meglio della sua forma. Niente male anche il nuovo Kurt Vile, Wakin On A Pretty Daze, disco fluviale sempre in bilico tra scrittura classica e retaggio indie. Forse giusto solo un po’ monocorde, ma da sentire. Ancora più interessanti mi son sembrati due dischi usciti (forse) sul finire del 2012, ma di cui tutti hanno finito col parlarne nel 2013: Big Inner di Matthew E. White ci ha rivelato tutto il talento di un cantautore con molto da dire e decisamente originale, protagonista tra l’altro di un paio dei più bei momenti live vissuti quest’anno dal sottoscritto; le ballate tormentate di John Murry e del suo The Graceless Age sono uno dei passaggi obbligati di quest’annata, straordinarie per intensità, scrittura e sincerità, la classica situazione in cui la vita vera pare prendere forma sul pentagramma. Ben due i dischi di Mark Lanegan usciti nel 2013, ma mentre il Black Pudding fatto in coppia con Duke Garwood è un disco crudo, disossato e denso di nudo pathos, meno convincente è parso Imitations, secondo disco di covers della sua carriera, purtroppo del tutto privo della potenza di I’ll Take Care Of You e, in più d’un passaggio, piuttosto di maniera e un po’ bolso, quasi come quel jazz da salotto che viene ancora scambiato per musica. Nella migliore delle ipotesi, abbastanza inutile. Il nome è quello di una band, Willard Grant Conspiracy, ma si sa che è quasi interamente sempre stata faccenda del solo Robert Fisher: l’ultimo Ghost Republic è un disco scarno e forse per pochi, però è anche uno di quelli che, se opportunamente sintonizzati su malinconiche frequenze, capace di elargire magia pura. Tutti lo conoscevano quale uno dei più visionari ed originali registi degli ultimi trent’anni: da un po’ di tempo a questa parte, pare però sia diventata l’attività di musicista quella principale per David Lynch. The Big Dream è il suo secondo lavoro, un disco di blues mesmerico e sognante, ovviamente profondamente lynchiano nelle sue conturbanti movenze. Per quello che riguarda le voci femminili, è stata probabilmente Lisa Germano quella che ha allestito il disco più particolare dell’annata, No Elephants, album in cui il suo cantautorato intimo si palesa attraversa un suono minimale e un pizzico di intrigante lateralità. Altro nome che ha avuto un certo eco nel 2013 è stato quello di Julia Holter: il suo Loud City Song se ne sta in bilico tra carnalità e sonorità eteree, tra scampoli di reminiscenze 4AD, pop, qualche inserto cameristico ed un pizzico d’elettronica. Un nome che, per certi versi, potrebbe esserle affiancato è quello di Zola Jesus, il cui passato sperimentale ed underground si riverbera oggi nelle reinterpretazioni ben più pop e “classiche” di Versions. Ma sono altri i dischi da ricordare veramente: il definitivo ritorno a standard altissimi di Josephine Foster con I’m A Dreamer, la brillantezza di Personal Record di Eleanor Friedberger, l’intensa maturità della Laura Marling di Once I Was An Eagle, lo sfavillio di Pushin’ Against The Stone di Valerie June, le ruvidezze di Shannon Wright in In Film Sound, nonché quelle di Scout Niblett in It’s Up To Emma o, per contro, la dolcezza folk-pop delle esordienti Lily And Madeleine.

(PS devo sentire ancora in modo appropriato il nuovo Billy Bragg, di cui ho letto un gran bene; mentre da ciò che ho orecchiato, John Grant non fa proprio per me).

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BANDS

E’ sempre difficile essere categorici, ma la mia Palma di disco dell’anno se la beccano i Primal Scream di More Light, creativi e potenti come non gli capitava da tempo, calati nei nostri tempi tramite testi ultra politicizzati e musicalmente vari ed esaltanti. Un capolavoro! Politicizzati lo sono sempre stati anche gli svedesi The Knife, di ritorno quest’anno con un mastodontico triplo LP di elettronica livida, oscura ed ostica, che solo labili tracce del loro passato pop continua a mantenere. Disco coraggiosissimo, così come a suo modo coraggioso era il loro spettacolo “live”, di cui potete leggere le mie tutt’altro che entusiastiche impressioni qui sul blog. Livido, oscuro ed ostico sono ottimi aggettivi per un altro album amatissimo dell’anno appena trascorso, il visionario The Terror dei Flaming Lips, recentemente ancora nei negozi anche con l’EP Peace Sword, ennesima dimostrazione dell’inarrestabile stato di grazia della formazione americana. Stato di grazia che continuano ad avere anche i Low con The Invisible Way: è il loro disco più sereno, più arioso, in larga parte costruito sul pianoforte, un disco che non smette di perpetrare l’incanto tipico di buona parte della loro produzione. Non sono gli unici veterani ad aver fatto vedere belle cose: non male, anche se a mio parere inferiore alle loro ultime uscite, Change Becomes Us dei Wire, Re-Mit dei Fall, Fade degli Yo La Tengo, Vanishing Point dei Mudhoney e, soprattutto, Tres Cabrones firmato da dei Melvins in grandissima forma. Uno dei dischi più discussi è stato l’ultimo Arcade Fire, Reflektor: chi lo ha valutato quale capolavoro, ha dovuto scontrarsi con quanti l’hanno visto quale ciofeca inenarrabile. Io mi metto nel mezzo, nel senso che lo considero un album discreto, con qualche buona canzone, un paio ottime e un bel po’ di roba di grana un po’ grossa. Ammetto anche, però, di non avergli ancora dedicato la giusta attenzione, prendete quindi queste considerazioni per quello che sono, impressioni più che altro. Grande credito presso la critica hanno avuto pure AM degli Arctic Monkeys e Trouble Will Find Me dei National, due band che apprezzo ma per cui non stravedo. Non sono invece rimasto deluso dall’evoluzione e dai cambiamenti in casa Midlake: è vero, in Antiphon il prog è pericolosamente protagonista, ma l’insieme mi piace parecchio e, anzi, penso sia questo il miglior lavoro della band americana. Bello ed ambizioso anche l’ultimo Okkervil River, The Silver Gymnasium, così come da sentire è anche il disco di cover dei loro cugini Shearwater, Fellow Travellers. Come sempre di grande livello il ritorno dei Califone con Stitches, mentre il poco invidiabile primato di schifezza dell’anno se lo beccano senza esitazione i Pearl Jam: il loro Lightning Bolt non si può proprio sentire! Come sempre, grandi soddisfazioni arrivano dalle bands dedite alla psichedelia: dagli immensi Arbouretum di Coming Out Of The Fog ai Black Angels di Indigo Meadows, dalle molte incarnazioni di Ty Segall (Fuzz in testa) ai soliti ma sempre esaltanti Wooden Shijps, passando poi per Grim Tower, Dead Meadow e White Hills fra le tante cose sentite. Tra i gruppi più o meno nuovi, da non dimenticare New Moon  dei The Men, i debutti delle Savages, dei Rose Windows e degli Strypes, l’ottimo General Dome di Buke And Gase, Threace dei CAVE e il folle Make Memories dei Foot Village. Tra le cose, diciamo così, più sperimentali o comunque meno rock, l’immenso Colin Stetson di New History Warfare Vol.3 – To See More Light, le doppietta Fire!/Fire! Orchestra, (without noticing)/Exit!, All My Relations di Black Pus, i Boards Of Canada di Tomorrow’s Harvest, i Wolf Eyes di No Answer: Lower Floor, i Matmos di The Marriage Of True Minds e i Fuck Buttons di Slow Focus.

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ITALIANI

Nessun italiano in questa classifica? Eccoli qui! Per il sottoscritto il titolo italiano dell’anno è Aspettando I Barbari dei Massimo Volume, intenso, scuro e potente. Bellissimo come sempre il nuovo Cesare Basile (con un disco omonimo), così come anche Quintale dei Bachi Da Pietra, sorta di svolta “rock” per il duo. Ambiziosissimo, monumentale, straordinario, il nuovo Baustelle, Fantasma. Tra le altre cose da recuperare assolutamente, lo splendido esordio dei Blue Willa, il recente album di Saluti Da Saturno, Post Krieg di Simona Gretchen, Without dei There Will Be Blood, il nuovo Sparkle In Grey e Hazy Lights di Be My Delay.

WATERBOYS

RISTAMPE

Se possibile, escono ancora più ristampe e cofanetti retrospettivi che dischi nuovi. Questa sezione potrebbe pertanto essere la più lunga di tutte. Voglio però limitarmi a citarne solo due, perché sono state quelle per me più importanti e significative dell’annata. Non potrebbero essere più diverse l’una dall’altra e questa è un’altra cosa che mi stuzzica non poco. Inanzitutto il box in sei CD sulle session di Fisherman’s Blues dei Waterboys: Fisherman’s Box è uno scrigno colmo di tesori, un oggetto a cui tornare e ritornare più e più volte, con tanta di quella musica immensa dentro che quasi non ci si crede. A lui affianco la ristampa (rigorosamente in vinile) di ½ Gentlemen/Not Beasts degli Half Japanese, uno dei dischi più rumorosi, grezzi, folli, infantili, per molti versi agghiacciante dell’intera storia del rock. Per farla breve, un capolavoro!

Qui sotto i miei venti dischi dell’anno, in rigoroso ordine alfabetico. E’ tutto, buon 2014!

ARBOURETUM – COMING OUT OF THE FOG

BLACK ANGELS – INDIGO MEADOWS

BILL CALLAHAN – DREAM RIVER

NICK CAVE & THE BAD SEEDS – PUSH THE SKY AWAY

THE FLAMING LIPS – THE TERROR

FUZZ – FUZZ

LISA GERMANO – NO ELEPHANTS

ROY HARPER – MAN AND MYTH

GRANT HART – THE ARGUMENT

THE KNIFE – SHAKING THE HABITUAL

LOW – THE INVISIBLE WAY

MASSIMO VOLUME – ASPETTANDO I BARBARI

MAZZY STAR – SEASONS OF YOUR DAY

MELVINS – TRES CABRONES

JOHN MURRY – THE GRACELESS AGE

MY BLOODY VALENTINE – MBV

PHOSPHORESCENT – MUCHACHO

PRIMAL SCREAM – MORE LIGHT

MATTHEW E. WHITE – BIG INNER

JONATHAN WILSON – FANFARE

BOX SET: THE WATERBOYS – FISHERMAN’S BOX

ORCHID “THE ZODIAC SESSIONS”

ORCHID

The Zodiac Sessions

Nuclear Blast

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Amo gli Orchid, incondizionatamente. Sono gli unici, dopo i mitici Witchfinder General, ad avermi dato le stesse sonorità dei Black Sabbath di inizio carriera. E non stò parlando di influenze, stò proprio parlando della fedele riproposizione di quel suono, di quelle atmosfere e praticamente delle stesse canzoni, al limite del plagio. Anzi, senza limite, sono proprio uguali ai BS di Sabbath Bloody Sabbath e Sabotage. Ma le canzoni sono perfette, l’attitudine dei californiani (San Francisco) è pura al 100%, con contorno di pantaloni a zampa, baffoni e capigliatura seventies. Questo Zodiac Session raccoglie il primo EP (Through The Devils Doorway) e il primo album (Capricorn) rimasterizzati per l’occasione, visto il discreto successo dell’ultimo, fenomenale, The Mouths Of Madness. Come già detto molte band ci hanno provato, ma in pochi hanno saputo trovare il giusto feeling con queste sonorità e loro sono tra quelli perché, fondamentalmente, sanno scrivere delle grandi canzoni. La voce di Theo Mindell è meno acuta di quella di Ozzy ma il suo modo di cantare lo ricorda molto, Mark Thomas Baker alla chitarra si è studiato Tony Iommi fino al midollo e Keith Nickel (basso) e Carter Kennedy (batteria) si compattano in una sezione ritmica senza iperboli ma dura e granitica. Ci sono tante belle canzoni ma vi segnalo solo i primi due brani: Eyes Behind The Wall e Capricorn fanno letteralmente balzare sulla sedia tanto sono pesanti e presenti nonostante il suono chiaramente derivativo. Se li avete visti dal vivo saprete già che in loro non c’è nulla di costruito, sembra veramente di sprofondare nella Birmingham chè fù e quindi, se siete fan del sabba nero, non esitate e fateli vostri, non ne rimarrete delusi.

Daniele Ghiro

BLACK SABBATH “13”

BLACK SABBATH
13

Vertigo/Universal

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Non voglio parlare di quello che è stato. Non voglio parlare del senso di una reunion che magari una quindicina d’anni fa avrebbe avuto più forza, voglio solo parlare di quello che sono, anno 2013, i Black Sabbath. E sono, ne più ne meno, i profeti del metal, quelli che ne hanno scritto la storia, quelli che hanno creato praticamente tutto il movimento, a sessant’anni. Lascio da parte tante cose, una su tutte la triste diatriba con Bill Ward, lascio da parte soldi e contratti (l’hanno fatto per i soldi, dicono, come se non ne avessero abbastanza, dai…), lascio da parte insomma praticamente tutto e mi concentro solo sulle 8 tracce (+ 3 nella deluxe, + 4 nella best buy) e viene fuori, non ci posso credere, un gran bel disco. Con il fatto, chiaro, che c’è un uomo solo al comando. Brad Wilk è un martello metronomico, il meglio dei turnisti ultralusso che potessero scegliere, Geezer Butler è valorizzato oltremisura dalla ricca produzione di Rick Rubin e non è certo un comprimario, Ozzy Osbourne dopo incendi da dementi alla casa, problemi alla gola, inopinate e tristissime serie televisive ritorna con una voce settata su toni nettamente più bassi, arrochita, ma sempre e comunque da brividi lungo schiena. E poi viene lui, sua maestà Tony Iommi, l’uomo riff, o la chitarra fatta persona, vedete voi, che imperversa come uno schiacciasassi per tutta la durata dell’album. Quante volte abbiamo sentito il riff dell’iniziale The End Of The Beginning? Centinaia, certo, ma l’originale è suo e quindi giù il cappello, zitti e basta. Lui ha il marchio, può fare quello che vuole e non mi importa un fico secco che la canzone è praticamente costruita tale e quale a Black Sabbath (anche se la parte finale è tipicamente ozzyana): è un gran pezzo e tanto mi basta. Prendete il suo assolo in punta di dita di Zeitgeist, e stramazzate al suolo dopo aver ascoltato quello che combina in Age Of Reasons. Il cancro se ne può andare affanculo, e se ritornerà sarà solo per prendersi la sua anima nera, come la pece, come i suoi riff catacombali che sforna senza la minima coscienza, senza soluzione di continuità. Non c’è nulla di sbagliato in questo disco, i detrattori possono dire quello che vogliono, ma la musica è inattaccabile perché è quella che hanno sempre sfornato, se avreste il coraggio di eliminare tutto il contorno e concentrarvi solo su questa manciata di canzoni non avreste argomenti per obiettare, perché esse suonano esattamente come dovrebbero suonare delle canzoni dei Black Sabbath, quindi tutto il resto sono solo chiacchiere. Vecchi? Si. Ricchi? Si. Permalosi? Si. Bastardi (con Bill)? Si. Grandi? Si. Punto.

Daniele Ghiro

SPIRITUAL BEGGARS “EARTH BLUES”

SPIRITUAL BEGGARS

Earth Blues

Inside Out

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Se si dovesse fare la somma delle capacità individuali all’interno di un gruppo come gli Spiritual Beggars non potremmo far altro che constatare di trovarci di fronte ad un supergruppo. Creati da Michael Amott (ex Carcass e poi Arch Enemy) a metà degli anni novanta hanno saputo ritagliarsi un ruolo di spicco nella scena stoner psych mondiale fino ad arrivare al capolavoro Ad Astra del 2000. Il nuovo millennio ha visto l’abbandono del cantante Janne Christofferson e il gruppo si è mosso poco sino alla ressurrezione con il nuovo cantante, di chiare origini greche, Apollo Papathanasio. Alla fine dei conti però il precedente Return To Zero si adagiava con poco nerbo in un clima di scarsa qualità lasciando presagire nubi temporalesche all’orizzonte. Con il nuovo lavoro le nubi non si sono dissipate completamente ma di certo si ha l’impressione che l’amalga con Apollo sia decisamente migliore e abbandonando la strada puramente psichedelica hanno abbracciato in pieno l’hard rock della metà degli anni settanta. Un ruolo da protagonista lo rivestono le tastiere di Per Wiberg (Opeth) a mio giudizio fin troppo ingombranti in alcuni casi, e proprio su questo strumento il parallelismo con i Deep Purple di Jon Lord è fin troppo evidente: Road To Madness e Freedom Song potrebbero benissimo essere state scritte dagli autori di Made in Japan. Poi si pesca a piene mani tra l’hard rock dei Thin Lizzy (Hello Sorrow) e le ballate blues che tanto piacevano a David Coverdale (Dreamer). In mezzo a tutto questo ci sono pochi cali di tensione ma anche pochi picchi da ricordare, fattori questi che rendono l’album leggermente monotono e meno pulsante di quanto da loro ci si aspetterebbe. Le cose migliori si hanno quando viene omaggiato alla grande lo spirito di Ronnie James Dio all’epoca gloriosa dei primi Rainbow (Legend Collapse e la stentorea Too Old To Die Young sono sintomatiche di questa tendenza), quando si gettano senza fronzoli in hard rock potenti e tirati (Wise As A Serpent) oppure nella bella Turn The Tide che sembra un mix tra Paranoid e Strange Kind Of Woman. Però intorno c’è dell’altro e non è tutto all’altezza delle aspettative, gli svedesi sono potenzialmente un gruppo devastante che non riesce a sprigionare appieno la propria forza nonostante Amott sia un chitarrista sopraffino capace di distribuire assoli impressionanti in ogni angolo del disco. Proprio per questo il bicchiere resta mezzo vuoto, ma la metà piena è riempita con ottimo vino.

Daniele Ghiro

ORCHID “THE MOUTHS OF MADNESS”

ORCHID

The Mouths Of Madness

Nuclear Blast

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Potremmo stare qui a disquisire per ore sull’utilità di un disco del genere nell’anno 2013, esattamente quarantadue anni dopo l’uscita del proprio disco di riferimento, quello che in maniera indiscutibile è praticamente copiato nei suoni, nelle tematiche e nelle atmosfere dal gruppo americano, giunto alla realizzazione del secondo lavoro con questo The Mouths Of Madness. Ma sinceramente non ho nessuna voglia di invischiarmi nel vicolo cieco della guerra tra innovazione vs tradizione, prendo la musica per quello che è e vado ad ascoltare. Immaginatevi dunque di essere nel luglio del 1971 quando quattro loschi figuri inglesi a nome Black Sabbath pubblicarono il loro terzo album, Master Of Reality, un indiscusso caposaldo della musica heavy. Ora provate ad immaginarvene la reincarnazione, non quella di una reunion opinabile (spero fino a prova contraria), bensì una reincarnazione vera e propria, con quattro loschi figuri (questa volta americani di San Francisco) che suonano esattamente come i loro illustri predecessori e probabilmente loro idoli. Non a caso, proprio in quell’album un breve e struggente strumentale era intitolato Orchid e i conti tornano quindi alla perfezione, tanto più che la band non fa nulla per nascondersi, giocando a carte scoperte. Amate i Black Sabbath? Questo disco vi piacerà, senza se e senza ma, per il semplice fatto che le canzoni sono belle, la registrazione è discretamente vintage, anche se le chitarre hanno un sound più metallico, ma l’armonica che ad esempio imperversa in Marching Dog Of War è una di quelle piccole finezze che fanno grande un disco. Come già detto non stiamo qui a cercare cose nuove ma solo a provare emozioni per suoni che musicalmente ci fanno sobbalzare da tempo immemore e che ancora oggi, se ben calibrati, danno ancora brividi sulla schiena (il doom propedeutico di Silent One con quei tipici deragliamenti free negli assoli e le campane a rintocco mortuario). Nomad insegue il riff di Killing Yourself To Live, Mountains Of Steel è praticamente uguale ad A National Acrobat, con addirittura quel piano sinistro che fece di Sabbra Cadabra un autentico capolavoro, ma ad essere sinceri in ogni brano del disco ci potrebbe essere un riferimento ai maestri, così come lo era stato ad esempio per i grandissimi Witchfinder General, quindi lasciamo perdere l’elenco e affidiamoci solo alla proposta attuale che pur essendo quindi pesamente vincolata non risente in alcun modo di stanchezza compositiva o di noia del già sentito. Il merito indiscutibile del gruppo è quello di saper scrivere belle canzoni, che si lasciano piacevolmente ascoltare, a volte dure (la bellissima Wizard Of War), a volte lente (Loving Hand Of God), a volte dall’ampio respiro melodico e più psichedelico (Leaving It All Behind) brani che non stancano e che chiudendo gli occhi, con un po’ di immaginazione, riportano con gusto le lancette degli anni un bel po’ indietro. Innovatori e allergici alla polvere statene alla larga, nostalgici e amanti di quei suoni fatevi avanti che c’è pane per i vostri denti.

Daniele Ghiro

BEHOLD! THE MONOLITH “Defender Redeemist”

BEHOLD! THE MONOLITH

Defender Redeemist

Self Released

 

Los Angeles, tra Harley e birra, tra deserto e inferno si muovono questi tre corridori della brutalità. Non fine a se stessa, incanalata nello scranno infernale del doom, nella ricerca di uno stoner deviato, nella personale rivisitazione del metal classico degli anni 80, dai quali proviene come un asteroide l’intro di Guardian Procession. A quel punto Halv King materializza un thrash metal vecchia scuola con voce gracchiante e riff di metal puro. Desolizator si accaparra i riff più lenti degli Slayer era Hell Awaits. Ma da qui in poi le cose si fanno serie perché partono gli undici minuti di Redeemist che sono pregni di doom, quasi scolastico a dire il vero, ma la contrapposizione finale tra durezze metalliche e arpeggi acustici è notevole. We Are The Worm è metal, veloce, melodico, pesante, cosa che sembra anche dalle prime note di Witch Hunt Supreme fino al punto che l’atmosfera si blocca in pozza di fango putrido e la lentezza esasperante di questo pezzo sfianca anche la pazienza dei più allenati a certe non-velocità. Cast On The Black bazzica là dove i Black Sabbath hanno fatto scuola e poi i Melvins ci hanno piazzato in mezzo i loro riff tamarri: quattordici minuti ben strutturati. Sembrerebbe che sia tutto finito ma invece c’è ancora spazio per Bull Colossi che parte alla Sleep, si movimenta su puntate nello sludge dei primi Mastodon e compagnia bella, per terminare con un finale epico dopo l’intermezzo acustico centrale. Non so per quale motivo siano ancora senza contratto (almeno questo mi risulta) ma di certo sono una band da tenere sott’occhio.

Daniele Ghiro