KAZU “Adult Baby”

KAZU
ADULT BABY
ADULT BABY RECORDS/!K7

Kazu_AdultBaby

Kazu Makino è la punta femminile di quel triangolo musicale che da più di venticinque anni si chiama Blonde Redhead. Nella loro ormai lunga carriera il trio è passato dall’affilato e rumoroso rock sonicyouthiano degli inizi, a una musica sempre più avvolgente, pop, meno facilmente definibile e senz’altro più personale. Con la band ferma al non del tutto convincente Barragan del 2014, la cantante di origini giapponesi decide oggi di esordire in proprio con un disco lungamente annunciato. Ed è solo per una fortuita coincidenza che Adult Baby arrivi quasi in contemporanea con un altro esordio solista, quello imminente di Kim Gordon, che, coi Sonic Youth, dei Blonde Redhead fu, come dicevamo, non solo ispiratrice, ma di fatto madrina. Come in quello della Gordon (lo si vedrà), anche il disco di Kazu affronta territori parzialmente diversi da quelli con cui si è più fatta conoscere, pur mantenendo attiva una certa connessione, qui evidentemente identificabile con una voce e un modo di cantare unico e immediatamente riconoscibile. Adult Baby, concepito nell’Isola D’Elba, dove l’artista vive quando non sta a New York, e registrato tra New York, Berlino e Milano con la collaborazione del produttore Sam Griffin Owens e musicisti del calibro di Ryuichi Sakamoto, Mauro Refosco e Ian Chang, è un disco dalle ammalianti atmosfere oniriche e cinematiche, capace di prendere il versante più pop e malinconico della musica dei Blonde Redhead per portarlo in un più intimo e personale universo dream pop, caratterizzato dalle splendide melodie cantate da Kazu e da musiche allestite con synth e tastiere di tutti i tipi e da un tessuto ritmico che quando c’è movimenta il tutto con efficacia. Non immaginatevi però un disco d’elettronica, perché il mood dominante è quello di un avvolgente canzone pop, a volte struggente per via di una sontuosa orchestralità da soundtrack anni 60 (pezzi stupendi come Come Behind Me, So Good!, Meo, Adult Baby, Undo), altre volte più platealmente calata in un universo sognante e circuente, fatto di sgocciolanti pennellate impressioniste (la bella Salty, l’ondivaga Name And Age, la reiterativa Unsure In Waves). In un caso come nell’altro musica di grandissimo fascino, sempre più convincente ascolto dopo ascolto. Una piccola curiosità, l’immagine di copertina è a opera del fotografo italiano Stefano Masselli.

Lino Brunetti

Kazu presenterà le canzoni del suo album il 16 novembre al Monk di Roma e il 19 novembre al Santeria Toscana 31 di Milano.

TWOAS4 “Audrey In Pain English”

TWOAS4

Audrey In Pain English

twoas4

La prima cosa che salta all’occhio – specie considerando che si tratta di un’auotoproduzione – è l’estrema cura data all’oggetto: il CD è inserito in una confezione in cartoncino, a sua volta posta all’interno di una busta tipo carta da pacchi. Ad accompagnare il tutto, un corposo libretto colmo d’appunti, atti ad integrare la parte musicale, compito riservato anche ad un’ulteriore foglio apribile a fisarmonica, dove sono riprodotti dei disegni, uno per ciascuna delle 10 canzoni. Credono in quello che fanno i twoas4 Oscar Corsetti (voce, chitarra, basso) e Alan Schiaretti (batteria e tastiere), più alcuni ospiti – che qui esordiscono con un disco prodotto da Paolo Mauri. Il loro suono sta da qualche parte tra la New Wave dark anni ’80, da cui ereditano un certo romanticismo e certe linee di basso e chitarra, ed il binomio Sonic Youth/Blonde Red Head. Registrato quasi interamente live, Audrey In Pain English, sconta al momento una scrittura ancora piuttosto acerba, specie in rapporto all’evidente disegno ambizioso. Le cose migliori, curiosamente, vengono da un quartetto di canzoni messe una in fila all’altra: la sentita ed elegiaca If I Had Now, il duetto con Christina Lubrani in Simplicity, il vigore ed il fraseggio pianistico di Amazing Lie, la psichedelia elettrico-rumorista, stile primi Mercury Rev, di So Captured. Il resto, invece, fatica un po’ ad emergere realmente e, spesso, suona un po’ monocorde e non del tutto a fuoco. Una piccola considerazione per concludere: ok autodefinirlo pain english, ma l’inglese con cui sono cantate quasi tutte queste canzoni, è, nell’insieme, solo imbarazzante.

Lino Brunetti