BEST OF THE YEAR 2012 – Lino Brunetti

Come è tipico di ogni fine anno, è giunto il momento dei bilanci. E dunque, come è stato questo 2012 in musica? Partiamo da una considerazione generale: ormai da tempo è impossibile identificare, non dico un album, ma anche solo uno stile, che possa essere rappresentativo dell’anno appena trascorso. Le tendenze musicali, che sono comunque propense a ripetersi ciclicamente, sono da tempo esplose in miriadi di rivoli che, lungi dal potersi (se non in sporadici casi) definire nuovi, hanno perso pure la loro capacità di caratterizzare un’epoca. Se un lascito ci rimarrà di questi anni di download selvaggio e strapotere della Rete, sarà quello di un azzeramento dell’asse temporale, non più verticale bensì orizzontale, dove passato, presente e futuro convivono allegramente assieme in una bolla dove non c’è più nessuna vera differenziazione. Lo si evince dall’enorme numero di ristampe, deluxe edition, cofanetti celebrativi, ma pure dalle musiche contenute nei dischi dei cosidetti artisti “nuovi”, talmente nuovi che a volte suonano esattamente come i loro omologhi di quarant’anni fa. In questo scenario, le cose migliori nel 2012 sono arrivate in larga parte proprio dai grandi vecchi o comunque da artisti sulle scene ormai da parecchio tempo. Bob Dylan è tornato con un disco stupendo, Tempest, celebrato (giustamente) ovunque. Non gli è stato da meno Neil Young che, assieme ai Crazy Horse, ha assestato due zampate delle sue, prima con le riletture di Americana, poi con le cavalcate elettriche di Psychedelic Pill. Dopo due ciofeche quali Magic Working On A DreamBruce Springsteen se ne è uscito finalmente con un disco vitale, intenso, potente sotto tutti i punti di vista. Magari imperfetto, di sicuro non un capolavoro, Wrecking Ball è comunque un album di grandissimo livello, che ha riposizionato il Boss ai livelli che gli competono. Rimanendo sui classici, bellissimo il nuovo Dr. John (Logged Down), splendido il Life Is People di Bill Fay, di gran classe il Leonard Cohen di Old Ideas (un disco che comunque io non ho amato pazzamente come altri hanno fatto), mentre solo discreto è stato il Banga di Patti Smith. Per la serie “e chi se l’aspettava?”, credeteci o no, è ottimo invece il nuovo ZZ TopLa Futura, band a cui la produzione di Rick Rubin ha fatto un gran bene. Ma non solo i “grandi vecchi” ci sono stati, anche se sempre tra i veterani  si è dovuto andare a cercare le cose migliori. Partiamo da quello che è senza dubbio il mio disco dell’anno, The Seer degli Swans, un triplo LP magnetico, ottundente, potentissimo e visionario. Poi, in ordine sparso, il sorprendente ritorno sulle scene dei Godspeed You! Black Emperor (‘Hallelujah! Don’t Bend! Ascend!), i Giant Sand sempre più Giant di Tucson, i loro fratelli Calexico con Algiers, i Dirty Three di Towards The Low Sun, gli Spiritualized di Sweet Heart Sweet Light, i Sigur Ros di Valtari, i Lambchop di Mr Mil Mark Stewart di The Politics Of Envy, i redivivi Spain di The Soul Of Spain, i Mission Of Burma di Unsound, gli Om  di Advaitic Songs, Dirty Projectors di Swing Lo Magellan. Deludente il ritorno dei PiL, decisamente buoni quelli di Jon Spencer Blues ExplosionLiars, EarthBeach House (sia pur meno efficace degli album precedenti), Six Organs Of AdmittanceAnimal CollectiveNeurosis, UnsaneThe Chrome CranksThee Oh SeesGuided By Voices (ben tre dischi!), Woven HandGrizzly BearPontiak (memorabile il loro Echo Ono, e non solo perché hanno avuto la bontà di mettere una mia foto sulla copertina della versione in vinile), la doppietta Clear Moon/Ocean Roar dei Mount Eerie, il Moon Duo di Circles, i Tu Fawning di A Monument, i Peaking Lights di Lucifer. Dagli artisti solisti non moltissimi dischi da ricordare a mio parere: di sicuro lo è quello di Hugo Race & Fatalists (We Never Had Control), tra le cose migliori dell’annata, anche superiore al Blues Funeral della Mark Lanegan Band (comunque bello), ma lo sono pure la doppietta di Chris Robinson Brotherhood, i due dischi di Andrew Bird (soprattutto Break It Yourself), l’esordio del leader dei Castanets come Raymond Byron & The White Freighter (Little Death Shaker) ed il The Broken Man di Matt Elliot. Ancora meglio ha fatto il gentil sesso: per una Cat Power a fasi alterne (Sun, solo parzialmente riuscito), ci sono state una Fiona Apple in odor di capolavoro (The Idler Wheel…), una grandissima Ani Di Franco (Which Side Are You On?), la sorprendente Gemma Ray (Island Fire), le sorelline svedesi First Aid Kit (The Lion’s Roar), la Beth Orton di Sugaring Season. Tra le nuove band, la palma di rivelazione dell’anno se la beccano i grandissimi Goat di World Music, seguiti a ruota dai The Men di Open Up Your Heart, dai Big Deal di Lights Out, dagli Islet di Illuminated People, dai Fenster di Bonesdagli Allah-Las e dalla Family Band di Grace & Lies. Tra le cose più sperimentali, vetta incontrastata allo Scott Walker di Bish Bosch, un disco per nulla facile ma di una intensità rarissima. In campo improvvisativo, grandi cose sono arrivate dagli svizzeri Tetras (Pareidolia il titolo del loro album). Altri dischi da non dimenticare, Effigy dei Pelt, msg rcvd dei Neptune, Fragments Of The Marble Plan degli AufgehobenWe Will Always Be di Windy & Carl. E l’Italia? Certo, anche l’Italia ci ha dato grandi cose. Gli Afterhours hanno pubblicato uno dei loro dischi più belli di sempre, Padania. Potente e visionaria l’opera in due parti degli Ufomammut, così come Il Mondo Nuovo de Il Teatro Degli Orrori. E poi: Sacri Cuori (Rosario), King Of The Opera (Nothing Outstanding), Father Murphy (Anyway, Your Children Will Deny It), Paolo Saporiti (L’ultimo Ricatto), Ronin (Fenice), Mattia Coletti (The Land), manZoni (Cucina Povera), Xabier Iriondo (Irrintzi), Sparkle In Grey (Mexico), Guano Padano (2), Calibro 35. E chissà quante altre cose mi son perso o avrò dimenticato! Qui sotto, la selezione della selezione. Ed ora, prepariamoci al 2013!

SWANS “THE SEER”

GOAT “WORLD MUSIC”

FIONA APPLE “THE IDLER WHEEL…”

PONTIAK “ECHO ONO”

GODSPEED YOU! BLACK EMEPEROR “‘ALLELUJAH! DON’T BEND! ASCEND!”

AFTERHOURS “PADANIA”

TETRAS “PAREIDOLIA”

MOUNT EERIE “CLEAR MOON/OCEAN ROAR”

HUGO RACE FATALISTS “WE NEVER HAD CONTROL”

THE MEN “OPEN UP YOUR HEART”

SCOTT WALKER “BISH BOSCH”

BRUCE SPRINGSTEEN “WRECKING BALL”

BOB DYLAN “TEMPEST”

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE “AMERICANA/PSYCHEDELIC PILL”

FIRST AID KIT “THE LION’S ROAR”

GIANT GIANT SAND “TUCSON”

BOX SET: CAN “THE LOST TAPES”

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Nelle terre dei SACRI CUORI – Intervista ad ANTONIO GRAMENTIERI

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Non c’è bisogno di tirare in ballo Francesco Guccini – celeberrimo il suo album dal vivo, Fra La Via Emilia e Il West, le cui note v’invito di andare a rileggere – per attestare una sorta di corrispondenza tra la pianura Padana dell’Emilia Romagna e le terre del Sud Ovest americano. Chissà, forse perché trattasi di una terra di sognatori, in qualche modo continua ad esserci un legame forte tra questi due luoghi che, negli ultimi anni, è stato rinverdito da un gruppo di musicisti autodenominatosi Sacri Cuori. Un nome evocativo, quasi misterioso questo, le cui fila sono principalmente tirate dal chitarrista e songwriter Antonio Gramentieri. Forse alcuni di voi si ricorderanno di Antonio quale una delle firme apparse anche sul Buscadero, qualcun altro, invece, si ricorderà del fatto che è lui l’eminenza grigia dietro quello spettacolare festival chiamato Strade Blu; a fianco di queste attività, però, da sempre ha coltivato quella del musicista, che lo ha visto passare dai territori del blues a questa cosa, per certi versi non più facilmente definibile, che sono i Sacri Cuori. La prima volta che si sentì questo nome fu, all’incirca, un paio d’anni fa, quando uscì Douglas & Dawn, il loro esordio, inizialmente pubblicato solo in vinile da Interbang Records, poi ristampato, con tre bonus tracks, da Gustaff l’anno seguente. Era un disco fortemente cinematico quello, tranne che nella cover di Shelter From The Storm di Dylan, completamente strumentale; un disco fatto di polvere del deserto, notti al chiaro di luna, allucinazioni quasi pinkfloydiane da colpo di sole, il tutto tradotto in una musica in qualche modo affratellata a quella dei primi Calexico o dei Friends Of Dean Martinez. Del resto, all’epoca di quel disco, i musicisti che avevano aiutato Gramentieri a realizzarlo, si chiamavano Howe Gelb, John Convertino, Nick Luca, Thoger Lund, e molti altri erano gli ospiti stranieri presenti in quelle canzoni. Anche tra gli addetti ai lavori, si fece strada l’idea che Sacri Cuori fosse una sorta di progetto occasionale, da una botta e via. Ovviamente le cose non stavano così, tanto che Antonio oggi ci racconta meglio come stavano le cose: Sacri Cuori era un’idea nata in maniera estemporanea, nel 2007, con una commissione per una colonna sonora (The Gilgames’ Tale di Heriz Bhodi Anam N.d.A.), diventato poi un disco ed un progetto, un progetto di collettivo centrato sulle mie composizioni. Non c’era l’intenzione di centrarlo sugli ospiti. L’idea era semplicemente di andare a prendere un suono dalla fonte… Comprensibilmente l’etichetta mise il parco ospiti molto in primo piano nella comunicazione e così mi trovai in questa situazione un pò strana in cui tutti lodavano il disco ma sembravano intenderlo come un one/off, nato intorno a Strade Blu, mentre invece era il primo passo di un progetto mio, da musicistalavoro che facevo da molto prima di inventare Strade Blu. In qualche modo era una specie di punto di maturazione per la mia attività di musicista, un deciso passo in avanti nella direzione di ciò che volevo fare. Agli inizi Sacri Cuori era soprattutto un gruppo condiviso da me e Diego Sapignoli, oggi è un sestetto a rotazione, nel senso che dal vivo a suonare siamo generalmente in quattro. Non un qualcosa di estemporaneo quindi, e tanto meno un progetto chiuso: anche nell’ultimo album i musicisti ospiti sono numerosi, ma i Sacri Cuori stessi hanno iniziato a mettersi al servizio di altri artisti che portano i nomi di Hugo Race (i Fatalists dei suoi ultimi dischi altro non sono che proprio loro), Dan Stuart, Richard Buckner, Woody Jackson, Robyn Hitchcock, Pan Del Diavolo. Un’attività intensa, riverberatasi in qualche modo sul nuovo album, Rosario, che è un bel passo avanti nella definizione di un suono sempre più personale. Rosario nasce da un percorso nella memoria personale che ho fatto negli ultimi tempi. Segna il riappropriarsi di una cultura musicale rimasta a lungo sopita dentro di me e che in qualche modo caratterizza una rinnovata italianità del nostro suono. L’andare a riscoprire le colonne sonore di Morricone, tra l’altro quello meno western, il Nino Rota felliniano, ma pure le musiche di grandissimi compositori quali Piccioni, Umiliani, è stato come un lungo viaggio dentro dei suoni che erano dentro di me e che andavano solo riscoperti. La fusione tra le più tipiche sonorità americane e le suggestioni derivanti da questi ascolti ci ha portato alla realizzazione di un album senz’altro diverso da quello d’esordio. Tieni poi presente che mentre Douglas & Dawn era un disco che si concentrava soprattutto sui suoni, questo è, nelle nostre intenzioni, quello dove affrontare più di petto la composizione di canzoni, dando un maggior peso alle melodie, agli arrangiamenti. Ed è proprio vero, le canzoni del nuovo disco paiono mettere in atto una sorta di cortocircuito tra i suoni dell’Ovest americano e quelli appartenenti alla cultura musicale nostrana. E’ buffo perché una volta, parlando con Howe Gelb e John Convertino, venne fuori che pure per loro, il suono western è quello delle colonne sonore di Morricone e degli spaghetti western. E’ chiaro che, per buona parte, l’America che viene fuori dai nostri dischi è quella del Mito, quella vista con occhi europei e quella filtrata da anni ed anni di ascolti, letture, visioni. La nostra musica è senza dubbio percepibile come musica di Frontiera; quella tra Messico e Stati Uniti senz’altro, ma pure, in maniera più sottile ma più profonda, quella tra noi e la nostra idea d’America. I cortocircuiti culturali che si mettono in atto suonando con musicisti americani, facendo tour in quei luoghi, registrando nei loro studi, sono ulteriore linfa per la nostra musica. Registrare a Los Angeles, ad esempio, è stato per noi anche un modo per riconettersi ai luoghi dove John Fante ha fatto vivere le storie di Arturo Bandini, o dove David Lynch ha dato corpo alle sue allucinazioni in capolavori come “Inland Empire” o “Mullholland Drive”.

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A questo punto della conversazione, chiedo ad Antonio, un’entusiasta, fluviale e sempre piacevole conversatore, qualcosa di più sulla realizzazione pratica di Rosario. In tutto l’album ci sono composizioni scritte, suonate e registrate nell’ultimo anno solare. Le registrazioni sono state fatte tra Los Angeles, Richmond e Lido di Dante. Durante le session americane abbiamo avuto l’opportunità di avere in studio vecchi amici e musicisti con cui forse mai avrei sognato di poter suonare. Ad esempio, Diego, il nostro batterista, era in procinto di diventare papà, e non potè chiaramente seguirci negli Stati Uniti. Ci saremmo così potuti trovare negli studi di Woody Jackson, a Richmond, ad aver bisogno di un batterista; John Convertino, una volta saputolo, si offrì subito di raggiungerci, in cambio solo del biglietto aereo, e Woody ci fece avere in studio nientemeno che Jim Keltner, senza dubbio un mio eroe, uno che ha suonato in moltissimi dischi che semplicemente adoro! Alla fine di batteristi ne avemmo tre, visto che venne con noi anche il “nostro” Enrico Mao Bocchini. Stessa cosa per Stephen McCarthy, un musicista che non avremmo mai potuto permetterci ma che, quasi miracolosamente, un giorno si presentò in studio armato di banjo e lapsteel. Il disco si apre con una canzone cantata da Isobel Campbell. Al contrario di quello che si potrebbe pensare, è stata lei a contattare noi. Ci eravamo conosciuti in Italia, in occasione di un suo tour, ed eravamo rimasti in contatto, con l’idea di fare forse qualcosa assieme in futuro. Non so come, ha saputo che eravamo a Los Angeles e così ci siamo sentiti. “Silver Dollar”, una delle due canzoni che canta nel disco, era nata come pezzo strumentale, ma fin troppo chiaramente si adattava a diventare una canzone nello stile di Lee Hazelwood con Nancy Sinatra. Ecco, alla fine, Isobel è stata la nostra fantastica Nancy Sinatra. Il disco ha tre bonus tracks in coda, non poi così slegate dal resto dell’album, suonate tra l’altro da una band stellare, con dentro, tra gli altri, Marc Ribot e David Hidalgo alle chitarre. Come mai non sono considerate parte integrante dell’album? Quelle tre tracce, fanno parte di una session isolata ed un po’ più vecchia. Tra l’altro i pezzi sono stati mixati da JD Foster ed hanno un sound più spigoloso rispetto agli altri. Mi rendo ben conto però che, non sapendolo, risaltano magari di più gli elementi unificanti che non quelli che li rendono sezione a parte rispetto al resto. L’idea era di farne un EP, però poi l’etichetta ha insistito parecchio perché venissero messi in coda al nuovo disco. Alla fine abbiamo ceduto e li abbiamo accontentati.  Tornando per un momento a parlare delle nuove sfumature presenti in Rosario, faccio notare ad Antonio quanto io consideri fondamentale l’apporto alle nuove canzoni di un multistrumentista (piano, hammond, clarinetto, tastiere varie, sax, chitarra) quale Christian Ravaglioli. Senz’altro! Christian, che in minima parte stava già sul primo album, è un musicista di grande talento. Forse, nella band, è quello col background musicale più dissimile al nostro, è quello con la formazione più classica. Proprio per questo, però, è in grado di suonare magistralmente e con gran fantasia qualsiasi tipo di partitura gli dia in mano, mettendoci pure la sua grande professionalità. Come dicevamo all’inizio, Gramentieri e i Sacri Cuori, in questi anni, si sono messi al servizio anche di numerosi altri musicisti, sia italiani che stranieri. La curiosità di sapere quale sia il loro apporto in questi dischi, sposta la conversazione in questa nuova direzione. La prendo un po’ alla lontana per far capire bene come stanno le cose. Una volta lessi un’illuminante intervista a T Bone Burnett, in cui gli si chiedeva circa i suoi metodi produttivi. Ebbene, rispose che una volta scelti i musicisti, il lavoro era sostanzialmente fatto. Nel mio piccolo, non è che mi voglio paragonare a Burnett,  questa è la mia stessa idea. In tutti i dischi in cui abbiamo suonato, mai lo abbiamo fatto con l’approccio dei sessionmen. Hugo Race, con cui il legame è ormai fortissimo, ci ha cercato per il lato oscuro del nostro sound, per il versante più impressionistico e meno tradizionale. Dan Stuart, che ancora oggi considero un songwriter eccezionale e che coi Green On Red è stato uno dei musicisti più importanti per la mia formazione musicale, al contrario, credo ci abbia voluto con sé perché suonassimo nella maniera più classica di cui siamo capaci. Negli ultimi due dischi di Dan, ho curato completamente io arrangiamenti e produzione. Lui è uno che arriva in studio con le canzoni e la chitarra acustica e lascia agli altri il resto. La mia idea dei Sacri Cuori, al di fuori dei nostri dischi, è quella di una sorta di “house band” capace di mettersi al servizio di musicisti differenti, adattandosi, ma pure portando del proprio ai dischi degli stessi. I lettori di una rivista come il Busca mi capiranno se cito, a mò d’esempio, una band quale Booker T & The Mg’s, presente in una miriade di dischi e con un curriculum tale da essere quasi ineguagliato. E non sono i soli, chiaramente; molti dischi degli anni sessanta erano contrassegnati da un manipolo di musicisti che, parallelalmente alle loro carriere, contribuivano alla realizzazione di un suono, lavorando magari in tutti i dischi di una data etichetta. Per continuare nella risposta alla tua domanda, per altri versi è stato interessantissimo anche andare in tour, come musicisti aggiunti, coi Pan Del Diavolo, una band giovane, con un pubblico completamente diverso da quello a cui siamo abituati, che magari neppure ha mai sentito nominare quelli che sono i miei eroi musicali, ma che ha dentro di sé quel qualcosa, magari in maniera inconscia, che porta avanti un discorso con radici lontane. Una gran bella esperienza. Queste ultime parole, imprimono un’ulteriore sterzata alla conversazione: s’inizia a parlare della sovrabbondanza di offerta musicale a fronte di un pubblico che si restringe sempre più, dei problemi (rispetto a soli dieci anni fa), nel trovare luoghi dove suonare dal vivo, del conservatorismo di un settore che predilige il cancro reazionario delle cover bands alla pluralità (politica) portata dai gruppi che suonano le proprie cose, al fatto che oggi, qualsiasi sia la musica suonata, anche le bands italiane devono confrontarsi su di un palcoscenico internazionale e non più puntare al proprio orticello, magari suonando come la miglior blues band dell’area di Modena, al fatto che i vari pubblici dovrebbero cercare di uscire dalle loro ormai asfittiche nicchie. Traspare una certa disillusione dalle sue parole, ma una disilluzione comunque costruttiva; è un musicista lucido Antonio Gramentieri, uno che ha delle cose da dire e che le dice con convinzione e con cognizione di causa. Per concludere gli chiedo se è venuta meno la sua attività di organizzatore di concerti (Non voleva essere una verà attività. All’inizio “Strade Blu” era nato con la volonta di far suonare dei musicisti amici miei, che poi col tempo si è ingrandita ben oltre quelle che erano le nostre aspettative. Oggi io continuo a scegliere il cast, lasciando ad altri gli oneri organizzativi.) e quali siano le sue prossime mosse (Stiamo per partire in tour con Hugo Race in Est Europa, dove abbiamo un fitto calendario di date per un mese. Al termine di esso, credo inizieremo a portare in giro il nuovo album dei Sacri Cuori.). In attesa che passino dalle vostri parti, voi intanto iniziate a far la conoscenza di Rosario e degli altri dischi in cui sono presenti– recensioni qui attorno – tutti album sicuramente da non perdere.

Lino Brunetti

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SACRI CUORI “Rosario”

SACRI CUORI

Rosario

Decor CD – Interbang LP/Audioglobe

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Il primo album dei romagnoli Sacri Cuori, registrato nei Wavelab Studios di Tucson, Arizona nel 2008, ed uscito nella seconda metà del 2010, era stato uno di quei gioiellini a cui era davvero difficile resistere. Nella loro musica si mescolavano folk, blues, psichedelia, sonorità da soundtrack western ed un pizzico di astrattismo cinematico ed ambientale, tutti elementi fusi in un sound che da un lato evocava le traiettorie sperimentate dai primi Calexico o da una band quale Friends Of Dean Martinez (per non dire di certe cose Giant Sand, con Howe Gelb fattivamente coinvolto nella realizzazione dell’album) e dall’altro evidenziava già una personalità marcata, oggi più che mai evidente nel nuovo lavoro. Come ben sintetizza, nell’intervista pubblicata qui sul blog, Antonio Gramentieri, deus ex machina della formazione – oggi assestatasi a sestetto, con Gramentieri accompagnato da Diego Sapignoli (batteria e percussioni), Francesco Giampaoli (basso e contrabbasso), Christian Ravaglioli (tastiere varie e fiati), Denis Valentini (tuba, flugelhorn) e Enrico Mao Bocchini (batteria e percussioni) – il nuovo album segna uno scarto rispetto al passato, passando dalla ricerca impressionista sul suono del primo album, ad una maggiore concretezza melodica e strumentale, dai confini però sempre meno definiti, anche e soprattutto geograficamente parlando. Non è più possibile, non solo almeno, inserire la musica dei Sacri Cuori in un ipotetico scenario da colonna sonora western; il riappropriarsi delle suggestioni derivate dalla riscoperta dei più grandi compositori italiani di colonne sonore, l’allargamento a suoni provenienti dai più disparati ambiti (il surf ed il rock strumentale dei sixties, la torch song, qualche passaggio di gusto circense), fanno si che la loro sia oggi musica dalle caratteristiche sempre più imprevedibili. Il disco si apre con una stupenda ballata, Silver Dollar, riccamente arrangiata, dove alla voce appare una diafana ed ammalliante Isobel Campbell, e dove figurano musicisti quali Stephen McCarthy, JD Foster, Woody Jackson, per un pezzo che porta alla memoria le splendide canzoni fatte da Lee Hazelwood con Nancy Sinatra. E’ l’inizio di un viaggio che oltre ai soliti scenari desertici e da Sud Ovest americano (la bellissima Fortuna, gli ampi spazi evocati da Garrett, West e Where We Left, i colori accesi di Sundown, Rosa, una El Gone magistrale ed atmosferica), prevede fermate tra le volte di una soundtrack seventies (ma non western) dettata dall’organo di Ravaglioli e dai vocalizzi di Eloisa Atti (Quattro Passi), tra le avvolgenti spire di una Out Of Grace graziata da un languido sassofono, nel rimbalzante e circense svolgersi della felliniana Sipario!. Come dicevamo, a volte si fanno più presenti speziature sixties, vedi brani frizzanti e briosi come Teresita, El Conte, la divertente Lee-Show, quest’ultima parente di certe cose dei Guano Padano, altre volte i toni si fanno più intimi ed evocativi (Garrett, East, ancora con la Campbell, l’affascinante e languido tango Lido), altre volte diventano semplicemente una cosa a sé (la stranita Non Tornerò). Non dovesse bastarvi tutto ciò, in un disco che già vede la presenza di musicisti come Jim Keltner e John Convertino, al termine del programma ci sono tre bonus tracks, provenienti da una session con Marc Ribot e David Hidalgo e mixata da JD Foster: due versioni alternative di Teresita e Lido, più un bizzarro blues, Steamer, che potrebbe capitarvi d’incontrare in un film di David Lynch. Bellissimo disco!

Lino Brunetti

SPAIN @ Teatro Dal Verme – 29 novembre 2012

Una bella rassegna “Music Club” che, per l’ennesima volta, ha allietato i pomeriggi di quanti potevano permettersi di andare al Teatro Dal Verme di Milano, in un orario normalmente destinato agli aperitivi, anziché per sorseggiare un cocktail, per assistere a dei gran bei concerti, con artisti quali Mick Harvey, Josephine Foster, Thony, tra gli altri. Il 29 novembre è stata la volta dei rinnovati Spain di Josh Haden, tornati al disco e ai tour dopo una pausa durata oltre dieci anni. Ma andiamo con ordine: ad aprire la serata c’era il bravo cantautore siciliano Fabrizio Cammarata, che alcuni ricorderanno anche col nome The Second Grace. Voce, chitarra acustica e tamburello, per un set che ha saputo emozionare attraverso un pugno di canzoni che, al cantautorato nostrano, aggiungono suggestioni latine (ha eseguito anche una bellissima versione di La Llorona) e provenienti dagli Stati Uniti (il suo ultimo disco è prodotto da JD Foster e vede alcuni Calexico collaborare). Giustamente un po’ emozionato – era la prima data di un tour tutto di spalla agli Spain in Europa – ha convinto attraverso una voce sicura e a suo agio sia nel sussurro che nell’urlo e grazie ad un’umanità evidente. Cammarata è sceso dal palco da pochi minuti, che ecco prontamente sopra di esso gli Spain. La formazione è quella dell’ultimo album, l’ottimo The Soul Of Spain, quindi con Haden a voce e basso, Daniel Brummel alla chitarra elettrica, Randy Kirk a tastiere e seconda chitarra e Matt Mayhall alla batteria. L’idea di questo nuovo tour è quello non solo di presentare le canzoni dell’ultimo album ma, pure, di fare un completo excursus sulla loro produzione discografica. Ed è a questo che abbiamo assistito durante lo show. L’attacco è quasi tutto ad appannaggio dei brani più recenti ma, ben presto, iniziano ad arrivare anche quelli tratti dai primi tre album, in particolare dall’immortale The Blue Moods Of Spain. Sul palco i quattro non è che siano proprio vivaci. Haden è forse il più improbabile frontman che abbia mai visto: ha la verve di un bradipo, quando parla, giochicchiando un po’ con la sua mancata vena di entertainer, dice una parola ogni tre secondi e appare quantomeno bizzarro. Gli altri musicisti non sono particolarmente più calorosi, ma dai loro strumenti sanno come distillare turbamenti. E’ infatti tutto da una musica che una volta era slowcore, ma che oggi è semplicemente un blues notturno ed avvolgente, che giungono le emozioni. Gli interventi di Brummel alla chitarra sono sempre incisivi e raffinati allo stesso tempo, Kirk è un musicista intelligente capace di legare con il suo Hammond, col piano ed anche, a volte, con una seconda chitarra elettrica, le varie componenti del suono Spain, mentre la sezione ritmica ha quasi sempre quel passo rallentato e narcotico che è un po’ il marchio di fabbrica della formazione. La voce di Haden è calda ed espressiva e non ha mai cedimenti, sia che si tratti delle loro tipiche ballate come Only Love, sia che stia cantando pezzi più movimentati e pop quale la bella She Haunts My Dreams. I punti più alti nel finale, quando uno via l’altra sfilano una World Of Blue, in cui finalmente la band si lascia andare al fragore degli strumenti con una coda elettrica clamorosa, ed una Spiritual letteralmente da lacrime agli occhi, un pezzo di cui anche Johnny Cash aveva riconosciuto la grandezza. Un graditissimo ritorno per una delle band culto degli anni ’90.

Lino Brunetti

Spain (Josh Haden) © Lino Brunetti

Spain (Josh Haden) © Lino Brunetti

Spain (Josh Haden & Daniel Brummel) © Lino Brunetti

Spain (Josh Haden & Daniel Brummel) © Lino Brunetti

Fabrizio Cammarata © Lino Brunetti

Fabrizio Cammarata © Lino Brunetti

TESORI DISSEPOLTI: A. A. V. V. “You Can Never Go Fast Enough”

A.A.V.V.
You Can Never Go Fast Enough
Plain Recordings
“Uno spaccato dell’America come terra di nessuno […] il road movie [come] agghiacciante metafora di solitudine e di vuoto esistenziale”. Così Paolo Mereghetti, nel suo Dizionario dei Film, sintetizza il senso di Strada A Doppia Corsia (Two-Lane Blacktop), film del 1971 diretto dal grande Monte Hellman e con protagonisti Warren Oates e, i certo a voi ben noti, James Taylor Dennis Wilson. Il film narrava le gesta di due spiantati californiani girovaganti sulle strade d’ America e perennemente coinvolti in gare clandestine, impegnati appunto in una di queste con il pilota di una Ferrari GTO; posta in palio, la macchina stessa. Presto però, perderanno tutti interesse per la gara e ciascuno di loro – che nel film non hanno neanche nome – riprenderà la propria strada. A metà 2003, a due anni di distanza dall’analoga operazione I Am A Phographer, la Plain Recordings di San Francisco mise in piedi un album tributo per un film, Two-Lane Blacktop per l’appunto (dove il disco precedente lo era per Blow Up di Antonioni). Ne venne fuori un altro oggetto, per certi versi inedito o comunque difficilmente classificabile. Le musiche contenute nel CD, per la maggior parte mai pubblicate prima, furono composte dai musicisti in base alle sensazioni provocate dal film e concepite non come puro commento per le immagini, ma più come trasposizione musicale delle immagini stesse, come una sorta di doppio transfert – dall’immagine al suono e di nuovo all’immagine – e di feedback emotivo. In I Am A Photographer tutto ciò prendeva la forma di un disco quasi schizofrenico dove gli accostamenti musicali avevano del radicale, passando dal free-jazz all’elettronica, dall’avanguardia al rock, e nello stesso tempo però, riuscendo a mantenere un’unità notevole che gli impediva di sembrare una compilation raffazzonata (ovviamente anche perchè la qualità delle musiche era comunque alta). You Can Never Go Fast Enough si palesò invece come decisamente più coeso, andandosi a cristallizzare intorno ad un suono da frontiera Americana e proponendo, come ora vedremo, un cast stellare. Ad aprire le danze con uno splendido strumentale di gusto bluegrass (Little Maggie), una delle tre assolute leggende del disco, Sandy Bull. Le altre due sono Roscoe Holcomb, presente con Boat’s Up The River Leadbelly con StewballDon’t Cry Driver è un lungo pezzo country-rock, in larga parte recitato, nato dalla collaborazione tra Will Oldham e Alan Licht. Alvarius B (nome dietro il quale si cela Alan Bishop dei mitici Sun City Girls) è alle prese con un evocativo bozzetto acustico mentre i Calexico riescono, come solo a loro riesce, a catapultarci nell’immensa solitudine del deserto del South-West (No Doze, una versione strumentale del pezzo omonimo, cantato, contenuto nel loro Feast Of Wire). Un arpeggio di chitarra, delle percussioni spazzolate, un filo d’organo e il tocco di un piano su cui Jeff Tweedy canta con dolce indolenza: è la bella Old Maid dei Wilco. La Lazy Waters di Steffen Basho-Junghans è invece un’ariosa melodia faheyana che precede l’unico pezzo a mio parere un po’ fuori posto all’interno dell’album, ossia la What The Girl Didn’t Say messa assieme da Mark Eitzel Marc Capelle. Non che sia necessariamente un brutto pezzo, ma chiusa tra Basho-Junghans e Holcomb, quest’elettronica ambient-rumorista stride non poco. La Parallels dei Suntanama parte come un pezzo post-rock acustico, per poi lasciare spazio a delle aperture dal feeling agreste (post country?). I Giant Sand sono presenti con Vanishing Point, allucinata border song da insolazione psichica, mentre i Charalambides evocano fantasmi notturni persi nella polvere rovente. Strepitosa la strumentale Loop Cat dei Sonic Youth: l’orizzonte infinito, un treno in lontananza e uno struggimento difficile da contenere, l’infinitezza che si ripercuote in un futuro senza uscita, tutto in 5 minuti e 37 secondi. La radicale, disossata e coraggiosissima rilettura di Satisfaction ad opera di Cat Power la conosciamo tutti. Precede la cavalcata elettrica ad opera di Roy Montgomery, che pone sugello a questo bellissimo, intenso disco. Oggi, You Can Never Go Fast Enough, si trova ancora, magari con un pizzico di sbattimento, in qualche negozio che ne ha conservato qualche copia o in rete, dove è possibile downloadarlo o acquistarlo a prezzi decisamente contenuti (partite da qui, ad esempio). Il disco, l’avrete capito, un recupero se lo merita alla grande.

Lino Brunetti