CHRISTOPHER PAUL STELLING “Best Of Luck”

CHRISTOPHER PAUL STELLING
BEST OF LUCK
Anti Records

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Visto quanto seminato (cinque dischi dal 2012 ad oggi) e quanto (poco) raccolto in temini di celebrità e successo, è probabile che per la realizzazione del nuovo album Best Of Luck, Christopher Paul Stelling non cercasse solo un produttore all’altezza della situazione, ma anche un nome in grado di offrirgli una certa visibilità e Ben Harper deve essergli sembrata la miglior combinazione possibile delle due cose. D’altro canto è evidente che Harper non deve averci messo molto ad intuire quali talenti custodisse la personalità di Stelling, almeno a giudicare dagli entusiasmi suscitati dall’esperienza – “...E’ stato come scoprire un John Fahey o un Leo Kottke che fosse anche un grande cantante…” – e da quanto si ascolta in Best Of Luck, forse il lavoro più estroverso e versatile realizzato dal giovane chitarrista nato a Daytona Beach in Florida.

Con l’aiuto di una sezione ritmica dai trascorsi importanti composta da Jimmy Paxson alla batteria e Mike Valerio al basso, Christopher Paul Stelling prova a combinare gli accordi da folksinger e le malinconie da loser con lo storytelling della canzone d’autore e qualche fiammata di rock’n’roll, dando vita ad ariose ballate elettroacustiche come la solare Have To Do For Now, a ispirate miniature country-folk come Lucky Star, al soffice soul singing di una splendida Waiting Game, fino alla verve di frizzanti hillbilly dall’aria vintage come Trouble Don’t Follow Me o a deliziose confidenze come la morbida serenata Made Up Your Mind.

Spesso Stelling dimostra doti e raffinatezza da prodigio del fingerpicking come testimoniano gli straordinari solismi dello strumentale Blue Bed o la magia acustica di una cristallina Something In Return, ma a volte prova anche a uscire dalla propria confort zone con un rauco blues come Until I Die, con il colpo di testa di un selvaggio rifferama garage come Hear Me Calling oppure con l’elegante pianismo di una romantica Goodnight Sweet Dreams.

In generale, dal punto di vista delle melodie e degli arrangiamenti Best Of Luck può sembrare forse il disco più levigato e mainstream fin qui realizzato da Christopher Paul Stelling, ma di certo è quello che meglio mette a fuoco i molteplici talenti e la straordinaria versatilità di un cantautore che fino a questo punto non ha mai ricevuto tutta l’attenzione che avrebbe meritato.

Luca Salmini

CHRISTOPHER PAUL STELLING “Labor Against Waste”

CHRISTOPHER PAUL STELLING
Labor Against Waste
Anti/Self

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Ha tutte le caratteristiche dell’hobo, del troubadour, del folksinger vecchio stampo Christopher Paul Stelling. Nato In Florida, a Daytona Beah, dopo aver mollato il college, s’è messo a vagabondare per gli Stati Uniti, soggiornando brevemente in posti quali il Colorado, Boston, Seattle, il North Carolina, per approdare infine a New York, Brooklyn per la precisione. Non che pure lì si sia fermato poi così tanto, visto l’enorme numero di concerti che si sciroppa ogni anno (quattrocento negli ultimi tre), ma diciamo che quello è il posto dove in teoria avrebbe casa. Vive on the road Stelling, ancora e sempre alla ricerca di qualcosa che dia un senso al suo vivere, che gli indichi la via per capire fino in fondo chi è se stesso. E cosa di meglio quindi della strada, dei mille incontri che offre, della necessità di adattamento a cui ti obbliga, del modo in cui ti costringe a guardare al fondo del tuo cuore e della tua anima. Musicalmente parlando, le radici da lui stesso dichiarate stanno dalle parti di bluesmen quali Skip James e Mississipi John Hurt, geni come John Fahey, grandi banjo players come Dock Boggs e Roscoe Holcomb. Noi, per buona misura, ci aggiungeremmo almeno il primo Dylan, giusto per far quadrare il cerchio. Prima di questo esordio su Anti, aveva già pubblicato due dischi, Songs Of Praise And Scorn del 2012 e False Cities del 2013, ma sarà probabilmente con questo Labor Against Waste che finirà con il lasciare il segno. E questo non perché la sua sia, come potete intuire, musica particolarmente originale, ma perché viva e pulsante, sincera nel suo amalgamare i suoni della grande tradizione americana pre war e folk con il cantautorato di personaggi come Bob Dylan e Van Morrison, sporcando il tutto con il country fuorilegge di Waylon Jennings, con un pizzico di giovanile furia punk, ma pure con quel necessario soffio “pop”, tanto da avere la possibilità di diventare beniamino anche di quanti amavano i primi Mumford & Sons. Dotato di grandissima tecnica chitarristica – ascoltare per credere – Christopher Paul Stelling ha una voce autentica e una buona mano nello scrivere canzoni efficaci, a partire dalle ruspanti Warm Enemy e Revenge, passando per una splendida ballata come Scarecrow, per un indiavolato bluegrass quale Horse, per una gotica e drammatica Death Of Influence (potreste immaginarvela nel repertorio di Dylan, come di Wovenhand o degli O’Death), per l’emozionante crescendo di corde e violino di Dear Beast. Il tutto con l’ausilio di voce, chitarre acustiche, un violino, qualche percussione e poco più. Disco fresco e pimpante, nel genere tra i migliori dell’anno.

Lino Brunetti