ESMERINE “Dalmak”

ESMERINE

Dalmak

Constellation/Goodfellas

esmernews1

Col nucleo centrale formato da Bruce Cawdron e Rebecca Foon, gli ESMERINE si pongono quale ennesima costola di collettivi quali Godspeed You! Black Emperor e Silver Mt. Zion (Bruce sta nei primi, Rebecca nei secondi). Reclutati per l’occasione il percussionista Jamie Thompson ed il multistrumentista Brian Sanderson, Cawdron e la Foon sono volati dal Canada fino a Istanbul, dove gran parte di questo nuovo Dalmak – verbo turco che indica all’incirca lo stare in contemplazione, ma anche lo stare immersi, l’essere assorbiti – è stato registrato in compagnia di un nutrito gruppo di musicisti locali. I tipici movimenti cameristici a cui ci hanno abituato molti dischi targati Constellation, si mescolano così alle suggestioni mediorientali apportate da strumenti quali bendir, darbuka, erbane, meh, barama, saz. Come suggerito dal titolo, il mood rimane essenzialmente contemplativo e meditativo, giusto qua e là scosso da qualche movimento che verrebbe quasi da definire rock. Il risultato è denso di fascino e, anche se ormai dovremmo esserci abituati ai suoni che questa incredibile fucina di musicisti da anni ci offre, l’incanto si ripropone intatto, visto anche come, ciascuna band, di volta in volta, sia comunque capace di affrontare certi suoni da angolazioni sempre diverse. Un gran bel disco!

Lino Brunetti

Annunci

GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR “Allelujah! Don’t Bend! Ascend!”

GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR

‘Allelujah! Don’t Bend! Ascend!

Constellation/Goodfellas

Spero che mi scuserete se, per una volta, parlando del nuovo disco dei Godspeed You! Black Emperor sfocerò in parte nel personale. Non posso fare altrimenti però, perché c’è stato un tempo – sarà successo anche voi, con altri nomi ovviamente – in cui ero veramente ossessionato dai dischi della compagine canadese. Un tempo in cui non passava giorno senza che li ascoltassi, un tempo in cui mi sobbarcavo delle belle sgroppate in macchina per andarli a vedere dal vivo, anche se magari di lì a poco avrebbe suonato pure dietro casa. Naturalmente ero stato conquistato dalla loro musica: in piena era post-rock avevano portato un mirabolante senso dell’epica, capace di passare dalla più inquieta malinconia alla più catartica delle esplosioni rock, inglobando inoltre elementi cameristici, dissonanze provenienti da ambiti più avanguardisti, la capacità di narrare senza far uso delle parole, se non di qualche voce raccolta per le strade, chissà dove. C’era poi tutta la questione delle loro indipendenza e del loro essere estremamente politicizzati: ve li ricordate gli screzi col regista Danny Boyle, colpevole di essersi fatto distribuire un film (per il resto indipendente) da una major, un film nella cui colonna sonora c’erano proprio dei pezzi dei GYBE? Oppure, ancora meglio, andate a riguardarvi il grafico sul retro copertina di Yanqui U.X.O., dove venivano ben visualizzate le connessioni tra le multinazionali discografiche e l’industria bellica.  Ce n’era d’avanzo per la creazione di un mito, per me come per molti altri. Poi, ad un certo punto, senza in realtà sciogliersi mai, scomparvero. Brandelli della loro musica e alcuni loro musicisti continuarono a far sentire la loro voce nei molti dischi targati Constellation – i Silver Mt. Zion, i due album con Vic Chesnutt, ad esempio – e, in fondo, al ritorno dei Godspeed non ci si pensava proprio più. Ed invece, in sordina, com’è loro abitudine, prima un tour mondiale che li ha visti passare anche dall’Italia (nel 2010) ed ora un disco nuovo, in uscita proprio a metà ottobre senza troppi proclami. ‘Allelujah! Don’t Bend! Ascend! è un disco che fa finta che non siano passati dieci anni dall’ultima volta. Anzi, volutamente si riconnette a dove si erano interrotti, riprendendo e sviluppando due pezzi composti nel 2003, suonati a volte dal vivo, ma mai incisi fino ad ora. Conosciute un tempo come Albanian e Gamelan, queste due composizioni appaiono oggi rinnovate e reintitolate Mladic e We Drift Like Worried Fire: sono la parte più consistente e pulsante del nuovo album, due brani che si spingono oltre i venti minuti di durata ciascuno, ponendosi come uno dei momenti più intensamente rock della loro carriera (la prima, tra scansioni kraute, melodie dal sapore mediorientale, massimalismo epico chitarristico) e affrontando il consueto lirismo fatto di momenti attendisti, alternati ad altri più “sinfonici” (la seconda). L’album è poi completato da altri due brani che ne allungano di un altro quarto d’ora la durata, due drones minimalisti e dal sapore intensamente cinematico. Sarebbe facile criticare quest’album come un puro, nostalgico tuffo nel passato. In parte, ovviamente, così è. Però, allo stesso tempo, al di là del fatto che di musica comunque splendida stiamo parlando, a me piace pensare che i GYBE abbiano deciso di tornare proprio adesso, in questo 2012 di crisi mondiale, perché della loro energia, delle loro idee, del loro rifiuto di un sistema che è sempre più solo un ingranaggio stritolante, c’era un gran bisogno. I Godspeed sono tornati, evviva!

Lino Brunetti