THE SLAPS “Declaration Of Loss”

THE SLAPS
Declaration Of Loss
Dischi Soviet Studio

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Originari di Cittadella, nella provincia di Padova, The Slaps sono una band in circolazione dal 2012 quando, ancora sedicenni, affilavano i propri strumenti a suon di garage-punk. Il loro primo parto è un EP omonimo uscito nel 2014, poi il cambio del batterista e un’intensa attività live – oltre cento concerti e la partecipazione a tutti i festival della loro zona – li porta ad indurire il suono e a maturare in termini di scrittura ed esecuzione. Due cose che oggi si sentono in Declaration Of Loss, il loro esordio in lungo, uscito sul finire del 2016, il quale dimostra in pieno le indubbie capacità del quartetto formato da Paolo Simioni (voce, chitarra), Piercarlo Michielin (chitarra solista), Marco Lucietto (basso) e Sebastiano Facco (batteria). Per quanto nei primi anni ’90 i quattro non fossero neppure nati, è nella musica in voga in quegli anni che risiedono le radici del loro suono attuale, in quello di band come Smashing Pumpkins, Nirvana, Weezer, con propaggini nel power pop di una band come i Nada Surf più chitarristici o di gruppi guitar oriented più attuali come i Cloud Nothing. Nonostante non si possano proprio definire originali – come del resto il 99% delle cose che vengono pubblicate – le canzoni dei The Slaps hanno comunque il pregio di colpire fin dal primo ascolto attraverso un sound davvero potente; un’esecuzione perfetta, fresca, del tutto professionale; soprattutto attraverso una scrittura per nulla di seconda schiera, ma anzi brillante melodicamente e assai scafata nel giostrare arrangiamenti e suoni nel modo più efficace. Ottima anche la registrazione, visto il modo in cui valorizza la grana e i toni di chitarre sfavillanti, così come l’impatto di una sezione ritmica precisa ed arrembante. E in questo modo che hanno modo di rifulgere canzoni come You Are Nothing, messa in apertura e dalle sonorità rugginose; Surf 1975, melodica, distorta e con qualche spigolo chitarristico; la bellissima Waves, divisa tra parti a tamburo battente e il chorus aperto in sognante psichedelia grunge; la power ballad No Place To Go; l’hardcore melodico di Run; la malinconia affogata tra lamine di distorsione di My Lack Of Will. In I’m To Blame si affidano solo alle voci (leggermente out of tune, in modo d’aggiungere un pizzico di feeling sgangherato) e ad una chitarra acustica, con giusto qualche inserto elettrico sul finale, mentre dimostrano il loro essere tutt’altro che sprovveduti in un’esaltante The Sand, pezzo pumpkinsiano che quando sembra stia sfumando muta in una seconda parte disperata e sepolta dalle chitarre. Chiude il tutto Get A Chance, siglando una mezz’ora di musica – azzeccata anche la scelta di non esagerare con la durata – che gli appassionati di queste sonorità non dovrebbero proprio perdersi. Da tenere d’occhio insomma!

Lino Brunetti

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LIMONE “Spazio, Tempo e Circostanze”

LIMONE

Spazio, Tempo e Circostanze

Dischi Soviet/Audioglobe

Limone

 

Basta uno sguardo fugace al disegno di copertina – opera di Silvia Bresolin – per iniziare a farsi un’idea dei possibili contenuti di questo disco d’esordio di LIMONE, giovane cantautore del Nordest, il cui vero nome è Filippo Fantinato. Ho parlato d’esordio, però non è esattamente alla sua prima esperienza Filippo: inanzitutto ha fatto parte di diverse rock bands del suo territorio (come compositore, cantante e chitarrista) e poi ha sempre messo in piedi tonnellate di registrazioni casalinghe, utilizzate come un vero e proprio sfogo, dovuto all’esigenza di chiarirsi le idee e dare una forma musicale a pensieri e sensazioni sul mondo circostante. Quest’ultima cosa rimane un po’ il leit motiv anche delle canzoni di Spazio, Tempo e Circostanze: i testi di questi brani appaiono sempre, quantomeno apparentemente, molto intimi e personali, e riescono ad essere profondi e sensibili, pur utilizzando un tono ed uno stile spesso svagato, leggero e naif. Sulla stessa linea si muove la parte musicale del lavoro, orientandosi verso un pop limpido e giocoso, per buona parte caratterizzato da sonorità electro, con synth e batterie elettroniche a farla da padrone (manovrate dal co-produttore Leslie Lello). In questi pezzi si parla degli effimeri discorsi da aperitivo, dei sogni di gloria tarpati dal mercato discografico, di condoni edilizi e di quanto è bello abbandonarsi agli amori primaverili. Personalmente, i brani che preferisco sono quelli più introspettivi, anche musicalmente (Proiettile Di LanaChi Sono Io?, per dirne due), ma nell’insieme, pur essendo anni luce dai miei gusti musicali, devo ammettere che quest’album di frecce al proprio arco ne ha diverse. Gli amanti del Samuele Bersani più volatile o del Dente meno malinconico, potrebbero fare con questo disco una nuova scoperta.

Lino Brunetti