ROBERT WYATT “His Greatest Misses”

ROBERT WYATT
HIS GREATEST MISSES

Domino Recordings LP

Difficile che una singola selezione di brani possa essere considerata rappresentativa di una personalità complessa e di un percorso artistico articolato quanto quelli di Robert Wyatt, ma in questo senso His Greatest Misses è probabilmente la migliore e non di meno una delle tante possibili o almeno la più esauriente introduzione all’opera che riguarda la carriera solista dell’iconico cantautore inglese.

Pubblicata nel 2004 esclusivamente per il mercato giapponese oggi viene ristampata in un doppio vinile che raccoglie 17 tracce estratte dal catalogo dell’artista, documentando il periodo che va da Rock Bottom del ’74 fino a Cockooland del 2003. Assecondando il carattere eccentrico del personaggio, la collezione si intitola Le Sue Più Grandi Sconfitte, prendendo spunto dal fatto che Robert Wyatt non è mai stato un artista da successi in classifica, anche se é evidente che molte di queste canzoni farebbero la differenza nel repertorio di qualsiasi musicista e avrebbero meritato tutt’altra attenzione da parte del grande pubblico.

Del resto Wyatt è una delle voci più sensibili del cantautorato britannico e la sua musica è una complessa combinazione di rock canterburiano, pop, folk, jazz e avanguardia che sfugge qualsiasi classificazione commerciale come testimoniano l’immensa Sea Song, una canzone che da sola dovrebbe valere la gloria al suo autore anche se non avesse composto altro o la stupenda Shipbuilding, scritta per lui da Elvis Costello e interpretata come nessun altro saprebbe.

Non ci sono inediti, ma le rarità e le curiosità non mancano, tra queste la versione di I’m A Believer di Neil Diamond inclusa in un singolo di inizio carriera o i 52 secondi di stranianti vocalizzi di Muddy Mouse (b), in ordine sparso gran parte del resto è prossimo al capolavoro a partire da Free Will And Testament, una magnifica ballata dall’aura folk rock presa da Shleep del ’97, passando per la progressiva Little Red Robin Hood Hit The Road da Rock Bottom, per il jazz rock canterburiano di Solar Flares, per l’esotismo di Arauco e della percussiva Alien, fino all’elegante duetto swing con Karen Mantler di una struggente Mister E da Cuckooland.

Perfetta introduzione per il neofita al meraviglioso mondo di Robert Wyatt, per tutti gli altri His Greatest Misses è l’occasione per riscoprire alcuni classici di uno degli autori più influenti e rispettati dell’intero rock britannico, specialmente in un momento in cui sembra aver purtroppo rallentato la produzione.

Luca Salmini

PETER PERRETT “Humanworld”

PETER PERRETT
HUMANWORLD
DOMINO

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Personalmente avevo accolto con grande favore il ritorno in pista di Peter Perrett, frontman di quei The Only Ones rimasti nel cuore di ben più di un appassionato di rock inglese (e non solo, vista la connessione che la loro musica aveva con quella di artisti quali Lou Reed o Television). Artista di culto nel vero senso della parola, con How The West Was One Perrett emergeva da trent’anni di quasi assoluta assenza dalle scene dovuta a problemi personali e dipendenze da droghe varie. A rendere agevole e proficuo quel ritorno era stata la presenza nella band dei figli Jamie e Peter Jr, il primo alla chitarra e il secondo al basso, i quali si erano dimostrati perfetti comprimari e ottimi musicisti. Squadra che vince non si cambia e così i due ragazzi, con tutto il resto della band – Jake Woodward alla batteria, Jenny Maxwell a tastiere, viola e backing vocals e Lauren Moon a tastiere, percussioni e backing vocals – sono a fianco del padre anche in questo nuovo Humanworld, album che consolida una ripresa di carriera oggi ancor più solida. Perrett, a proposito di questo nuovo album, ha parlato di una maggiore urgenza e di canzoni più concise, ma è chiaro che, al netto delle ovvie differenze fra un disco e l’altro, grossi rivoluzionamenti non ce ne sono. Non può più contare sull’effetto sorpresa, ma qui Perrett dimostra ancora una volta di avere buona mano nello scrivere grandi canzoni classicamente rock, pezzi dove rivitalizzare per l’ennesima volta l’eterno riff di Sweet Jane (The Power Is In You), di risvegliare il mai sopito amore per i sixties (Love Comes On Silent Feet) o di piazzare qualche ballata avvolta dalle chitarre (Heavenly Day, Carousel) in mezzo a irresistibili affondi rock (Once Is Enough, una Believe In Nothing arricchita dalla viola, la potente e ottima War Plan Red, fra le altre). Il sound è come dicevamo classico, ma privo di maniera. Il tutto suona anzi sempre piuttosto fresco e vitale e si sente chiaramente l’impegno infuso dal suo autore. Ce n’è quanto basta per ritenersi più che soddisfatti e perché il culto continui, insomma.

Lino Brunetti