HATER “Red Blinders”

HATER
Red Blinders
Fire

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Hanno esordito in lungo, giusto ad inizio anno, con un disco, You Tried, pubblicato dalla piccolissima PNKSLM Recordings. Ora provano a farsi conoscere al di fuori della loro natia Svezia, approdando sulla ben più strutturata Fire Records, per la quale hanno preparato questo Red Blinders, EP di quattro brani per una quindicina circa di minuti. La musica del quartetto guidato dalla cantante Caroline Landhahl è piuttosto facilmente inseribile nel filone dream pop. Proprio a quelle sonorità fa pensare la Blushing messa in apertura, con la sua soave melodia sognante, il tintinnare delle chitarre, l’ipnotico srotolarsi di basso e batteria; se il tutto fosse un pizzico più saturo, saremmo ad un passo anche dallo shoegaze. La successiva Rest se la gioca attraverso una melodia frizzante e solare, ineffabilmente pop, mentre il pezzo che dà il titolo all’EP tira in ballo un sentire maggiormente wave e fa venire in mente la musica di una band contemporanea quale gli Alvvays. In chiusura, Penthouse si fa più serrata ed incalzante, senza comunque perdere quel sottile e limpido tono onirico e agrodolce che caratterizza un po’ tutta la musica del quartetto. Per i fan del genere, un assaggio veloce per fare la conoscenza di questa nuova band.

Lino Brunetti

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BLANK REALM “Grassed Inn”

BLANK REALM

Grassed Inn

Fire Records/Goodfellas

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Solare, ricercato, naif, pop: eccovi qui presentato il nuovo album dei Blank Realm. Il gruppo è formato dai tre fratelli Daniel Spencer (voce, batteria), Sarah Spencer  (voce, synth), Luke Spencer (basso) e dal chitarrista Luke Walsh, provenienti da Brisbane, in Australia. Se si pensa ai loro lavori precedenti, non è difficile notare il cambiamento  avvenuto con Grassed Inn, dove i baccanali noise lasciano spazio ad un suono (non sempre impeccabile ma sicuramente interessante) più vivace, festoso e, come già detto, pop, con elementi di psichedelia che in molti casi prendono il sopravvento. Queste caratteristiche sono subito riscontrabili nell’iniziale Back to The Flood e nella deliziosa psichedelia di Falling Down The Stairs, con l’organetto padrone indiscusso; i Blank Realm, oggi, non sembrano suonare più come i Sonic Youth, bensì come i Modern Lovers. Vero, ma fino ad un certo punto, visto che i “giovani sonici” sono stati presenza ingombrante in tutta la loro discografia e non potevano mancare neanche in questo nuovo album, basti pensare a Bulldozer Love, con le chitarre che poco alla volta si fanno sempre più distorte, seguite nel loro incedere da un organo spaziale. I fratelli australiani ci mettono dentro anche un pizzico di elettronica in Violet Delivery, mentre la ballata noise di Baby Closes The Door è un chiaro richiamo ai Velvet Underground, altro gruppo molto caro ai nostri. Anche lo stomp elettronico di Even The Score, sfociante in un incursione noise -psichedelica, non può far altro che portare di nuovo alla mente i Velvet Underground. In questo articolato insieme di suoni non mancano anche le più morbide, ma non meno noiseggianti, visioni psichedeliche di Bell Tower e della finale Reach You On The Phone, dove il synth prende vita un po’ alla volta fino a dominare la scena. Grassed Inn si può certamente definire un buon disco, anche se non esente da evidenti cadute di tono, vedi l’incedere a volte troppo confusionario e le traballanti doti vocali. Detto questo, in un momento in cui gran parte delle band rifanno se stesse album dopo album, i Blank Realm sono riusciti ad attuare un interessante cambio di rotta, intelligente e non privo di originalità.

Alessandro Labanca

LOWER PLENTY “Hard Rubbish”

LOWER PLENTY

Hard Rubbish

Fire Records/Goodfellas

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Continua l’esplorazione, da parte della Fire Records, del nuovo rock australiano. Gli ultimi a finire sotto contratto per la label londinese, sono i LOWER PLENTY, quartetto di Melbourne formato da ex membri di bands quali Deaf Wish, Total Control, UV Race e The Focus. Hard Rubbish è il loro esordio e, dopo aver raccolto bei consensi in patria (lì è stato pubblicato l’anno scorso), oltrepassa i confini della terra dei canguri, per farsi conoscere dal mondo intero. Quelle dei Lower Plenty sono pigre ballate lo-fi, a volte impregnate di psichedelia attonita e sognante, altre di quella ruvida precarietà tipica dei gruppi bazzicanti l’alternative country (qui e là potrebbero ricordare i primi Silver Jews). Sempre attraversate da un feeling dimesso e malinconico, alternativamente cantate da voce maschile e femminile, difficilmente troppo rifinite, ma proprio per questo dirette e coinvolgenti, quelle di Hard Rubbish sono canzoni che circuiscono con fare discreto, che attirano col piglio naif di brevi bozzetti capaci di aprire squarci sulle vite ai margini. Ascoltatevi canzoni come Strange Beast, come la più mossa Dirty Flowers, come How Low Can A Punk Get, come la visionaria Close Enough, per testare le loro capacità. Il disco è brevissimo, non dura neanche mezz’ora, ma senz’altro merita di non passare sotto silenzio.

Lino Brunetti

JACKIE-O MOTHERFUCKER “Flags Of The Sacred Harp”

JACKIE-O MOTHERFUCKER

Flags Of The Sacred Harp

Fire Records/Goodfellas

Per il loro nono album – non contando live e split  – i Jackie-O Motherfucker andarono diretti alle più antiche radici del folk sudista americano, andandosi a riallacciare nientemeno che alla tradizione del Sacred Harp, famosissimo songbook di inni sacri e canti corali da eseguire a cappella, raccolti e pubblicati da Benjamin Franklin White e Elisha J. King nel 1844. Antenata del Gospel, la tradizione legata a questi canti è tutt’ora viva tra le comunità protestanti del Texas, della Florida, della Carolina, dell’Alabama e della Georgia, gli stati in cui nacque e prosperò. Il gruppo di Tom Greenwood (voce, chitarra e giradischi) – come al solito attorniato da molti e variabili musicisti, tra cui, in quest’occasione, si distinguevano per importanza vecchie conoscenze come Honey Owens (chitarra, voce e tastiere) e Nester Bucket (voce e fiati), nonché il chitarrista Adam Forkner – è stato da sempre vicino alle tradizioni più ancestrali della musica americana, fosse esso il folk, il blues, il country, il jazz, generi centrifugati e rimescolati in una musica unica, spesso per nulla facile ed anzi piuttosto ostica, specie per chi non abituato a frequentare molto i territori del rock più avanguardistico. Flags Of The Sacred Harp, che non diremmo certo un disco tradizionale o “pop”, si segnalo però all’epoca come il loro album maggiormente song oriented, il loro più “avvicinabile”, quello che in qualche modo diede il via ad opere più “malleabili” come i seguenti Valley Of Fire e Ballads Of The Revolution. Soprattutto, ed è ciò che più conta, era ed è un disco bellissimo, probabilmente il loro capolavoro. Come si diceva, questa non era la prima volta che i JOMF guardavano al passato remoto; già uno dei loro dischi più belli, “Fig.5”, per portare un esempio eclatante, conteneva la loro rilettura di due classici del gospel e del folk quali Amazing Grace e Go Down Old Hannah. Proprio quest’ultima si rifaceva quasi alla lettera allo stile delle Sacred Harp Songs, cosa che, parrebbe un paradosso ma non lo è, non avviene in questo album, dove quella tradizione viene ripescata più come attitudine, senso di spiritualità, purezza d’intenti, che non come “lettera” (anche se quattro pezzi su sette sono traditional). Rispetto agli altri dischi la novità più grossa – oltre alla presenza, per la prima volta, di un co-produttore, Mark Bell, in passato dietro alla consolle per gente come Radiohead, Depeche Mode, Bjork (non lasciatevi ingannare da questi nomi, qui il suono è distante anni luce da questi artisti) – stava nei bellissimi duetti tra Greenwood e la Owens, in magmatici pezzi di country-rock psichedelico ed espanso come l’iniziale, stupefacente Nice One o come in altre bellissime canzoni come Rockaway o Hey! Mr Sky. Un pezzo come Good Morning Kaptain sembra una sorta di blues antidiliviuno, ripetitivo, ipnotico, calato in una specie di ossessiva circolarità. Rimangono poi i pezzi più sperimentali, lunghi mantra psichedelici, allucinazioni mentali pinkfloydiane, trip acidi di carattere quasi metafisico; il crescendo mistico di Spirits, l’espansa visionarietà con cui vengono trattati due traditionals come Loud And Mighty o come The Louder Roared The Sea, attraversata da speziature elettroniche di sapore cinematico. Un grandissimo disco Flags Of The Sacred Harp, uscito sul finire del 2005 per ATP Recordings e che a metà luglio, la sempre più benemerita Fire Records, riporterà nei negozi con una fiammante ristampa (nessuna bonus track). Prenotate fin da ora la vostra copia!

Lino Brunetti