FABRIZIO TESTA “Bestiario”

FABRIZIO TESTA
Bestiario
Autoprodotto

DSC_4397

Con Bestiario, FABRIZIO TESTA conclude la sua trilogia di album iniziata nel 2013 con Mastice e proseguita l’anno seguente con Morire (del primo avevamo scritto qui, del secondo nel Backstreets cartaceo sul Buscadero). Una trilogia intensa, fatta d’espressionismo terso e poetico, che non dispiacerebbe veder riunita in una sola confezione, magari dalla più ampia diffusione rispetto a questi CD autoprodotti. Come il suo titolo fa intuire, Bestiario si concentra sul rapporto tra il nostro mondo e quello animale, con passaggi lirici fra l’ironico ed il disturbante, in cui viene evocato in un continuo intrecciarsi di temi e suggestioni, sempre tutt’altro che banali, sia lo sfruttamento da noi perpetrato nei confronti del mondo animale, con le bestie spesso viste solo come vera e propria carne da macello, che alcune sostanziali similitudini, non ultimo il destino comune, fra noi e loro. Il disco, aperto e chiuso dalla lettura di due poesie lette da Gianni Mimmo (La Bestia Morente di Ivano Ferrari e Io Spero Che Un Giorno di Francesco Toma), si sviluppa attraverso quattro canzoni e due interludi strumentali per sole percussioni, il primo ad opera di Ingar Zach, il secondo di Stefano Giust. L’unico pezzo cantato da Testa – autore di testi e musiche ed impegnato a piano e synth – è Bestiario, in cui la sua riconoscibilissima voce baritonale si stende sulle pennellate di violoncello di Simona Colonna. Macello si pone al confine tra blues astratto e virulenza punk, soprattutto grazie alla viscerale ed allucinata interpretazione vocale di Federico Ciappini, presente più avanti anche nella più elegiaca e drammatica narrazione avant di San Lorenzo. In tutto l’album, fortemente incentrato sulle percussioni, furoreggia dietro ai tamburi un grande Francesco Cusa che, con l’aiuto del contrabbasso di Fabio Sacconi ed il pigiare i tasti bianchi e neri di Testa, in Purosangue dà vita ad una partitura fortemente jazzata, su cui Gianmarco Busetto ha modo di srotolare la sua stranita narrazione in bilico tra declamazione didattica d’altri tempi e urlo animale non trattenuto. Un disco che ancora una volta, sia pur con il solito minutaggio ristretto, neppure venti minuti, conferma la lucidità poetica ed il talento multiforme di Fabrizio Testa. Per qualsiasi ulteriore info, questo è il sito di riferimento.

Lino Brunetti

Annunci

FABRIZIO TESTA “Mastice”

FABRIZIO TESTA

Mastice

Autoprodotto

mastice-cover-294x300

Cosa fare quando ci si trova di fronte ad un’opera spiazzante e molto intensa, tirata in sole cento copie numerate ed inserita in una confezione hand made (realizzata da Elisa Alberghi)? Custodirla gelosamente come un piccolo esoterico segreto o renderne conto nel miglior modo possibile, in modo da condividerla con quanti riusciranno poi ad agguantarla o sentirla? Fabrizio Testa si è fatto conoscere tramite il dark-folk oscuro de Il Lungo Addio e tramite i dischi pubblicati attraverso la sua Tarzan Records, fino ad oggi sempre molto interessanti. Oggi esordisce con questo particolarissimo Mastice, album difficilmente classificabile, in bilico tra racconto e poesia espressionista, avanguardia e canzone d’autore sui generis. Come se si trattasse di un’opera unitaria a più voci, Fabrizio ha chiamato qui a collaborare molti amici musicisti, in larga parte ciascuno intento a donare la propria espressività attoriale alle sette tracce in scaletta. Troviamo così Roberto Bertacchini e le sue declamazioni da teatro dell’assurdo, in una Alce E Martello in cui rifulge pure il sax di Gianni Mimmo, Alessandro Camilletti recitante sul drone spaziale di Marco Pierantoni (amico girovago di Testa, a cui tutto il disco è dedicato) e sui detriti quasi industrial di Cesenautico, Luca Barachetti dar vita all’inquietante Le Terme, un brano in cui la nebulosa e sospesa parte strumentale, concorre non poco a creare una decadente e fantasmatica atmosfera a là “Shining”, Cesare Malfatti affrontare il canto in una notturna e plumbea Senza Orfanità, Alessio Gastaldello far perdere le propria urla tra i suoni di gabbiani, le interferenze e i suoni in reverse di Mastice. Testa che, oltre a scrivere tutti i testi, suona chitarra, tapes, synth, field recording, oggetti e record player, si tiene per sé il momento più musicale di tutto l’album, la crooneristica e tutt’altro che serena Crudo, graziata dal suggestivo pianoforte di Miro Snejdr e con al suo interno la voce e alcune frasi, come sempre pregnanti, di Pasolini. Un disco complesso e chiaramente di non facile ascolto, probabilmente non per tutti. Allo stesso tempo, delirantemente affascinante. Per info: fabritesta@tiscali.it

Lino Brunetti