AFTERHOURS “Hai Paura Del Buio? – Edizione Speciale”

AFTERHOURS

Hai Paura Del Buio? – Edizione Speciale

Universal 2CD

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Stanno attraversando un momento particolare gli Afterhours alla metà degli anni novanta. Dopo un pugno di album cantati in inglese, che mai li hanno fatti realmente uscire dall’underground, tentano coraggiosamente il passaggio all’italiano, utilizzando in maniera intelligente la tecnica del cut up, e miscelando in maniera sfavillante una musica che sia connubio di melodia e rumore chitarristico; l’esperimento paga e Germi diventa un autentico snodo nella loro carriera e, in qualche modo, anche per il rock italiano. Nel 1997, Manuel Agnelli, Xabier Iriondo e Giorgio Prette – all’epoca il nucleo della formazione – sono pronti a dargli un seguito, ma il fallimento della Vox Pop, l’etichetta presso cui erano accasati, li lascia nella scomoda situazione di doversi trovare una nuova label. A credere in loro arriverà la Mescal. Hai Paura Del Buio? si riconnette non poco alle atmosfere di Germi, ma in maniera ancora più sostanziale affresca una forma rock capace di essere ruvida e distorta, spigolosa, e nello stesso tempo incredibilmente melodica, pop per certi versi. La metà degli anni novanta stanno vedendo un fiorire notevole di gruppi italiani che stanno facendo uscire l’indie-rock italico dagli scantinati – pensiamo al successo dei CSI, dei Marlene Kuntz, dei La Crus o dei Massimo Volume – ma è probabilmente proprio Hai Paura Del Buio? il disco simbolo di questa emersione, tanto da meritarsi l’appellativo di miglior disco indipendente degli ultimi 20 anni. Anche perché, ed è questa la cosa importante, la qualità dell’album è tale da giocarsela non tanto entro gli asfittici confini del nostro stivale ma, quantomeno in linea teorica, con le più grandi bands del grunge e del post-grunge dell’epoca. Avevamo finalmente i nostri Nirvana o, come suggerì qualcuno (forse lo stesso Agnelli), i nostri Smashing Pumpkins (il paragone fu con Mellon Collie!). Mix di ballate conturbanti, di attacchi punk al fulmicotone e di altri pezzi non meglio definibili univocamente, Hai Paura Del Buio? viene oggi ripubblicato in un edizione speciale, anche in occasione di un tour di undici date che, lungo il mese di marzo, attraverserà l’Italia ed in cui l’intero album verrà riproposto integralmente. Al CD originale, opportunamente rimasterizzato, viene aggiunto un secondo CD in cui tutto il disco è stato rivisto risuonato con la collaborazione di ospiti importanti. E se alcune versioni rimangono sostanzialmente fedeli o quasi agli originali – la sempre bellissima Male Di Miele con gli Afghan Whigs; Pelle, con un quasi irriconoscibile Mark Lanegan alla voce ed un bel solo di piano a chiuderla; la potentissima Dea col Teatro Degli Orrori; una solo leggermente più alleggerita Voglio Una Pelle Splendida con Samuel Romano; le punkettose Sui Giovani d’Oggi Ci Scatarro Su coi Ministri e Veleno con Nic Cester – altre riletture si discostano abbastanza. Penso ad esempio alla canzone che dà il titolo all’album, prima solo un grumo di rumore, oggi una sorta di delirio impro-jazz con Damo Suzuki alla voce; alla 1.9.9.6. rivista in chiave folk-rock da Edoardo Bennato, che aggiunge anche qualche riga di testo; alla Elymania molto ritmica, tra il sexy e l’allucinato, approntata coi Luminal; alla Senza Finestra pianistica e stilizzata di Joan As Police Woman; alla notevole Simbiosi con Le Luci Della Centrale Elettrica alla voce  e Der Mauer ad aggiungerci fiati funerei; all’Eugenio Finardi che vira in pezzo cantautorale Lasciami Leccare l’Adrenalina; all’intensità asciutta dei Bachi Da Pietra, tra i migliori in scaletta, in Punto G; alla visionarietà di John Parish in Terrorswing e dei Fuzz Orchestra con Vincenzo Vasi in Questo Pazzo Pazzo Mondo Di Tasse; all’intimismo folk di Piers Faccini in Come Vorrei; all’eleganza pop dei Marta Sui Tubi in Musicista Contabile o di Rachele Bastreghi in Mi Trovo Nuovo. Rimane da citare giusto Rapace coi Negramaro (con un a me indigesto cantato super enfatico) e due bonus track: l’ottima Televisione, pezzo in origine non presente sull’album bensì su un singolo, in cui compaiono Cristina Donà e The Friendly Ghost Of Robert Wyatt e una seconda Male Di Miele, con un Piero Pelù gigione quanto mai. In pratica all’album originale – su cui mi sono soffermato poco, dando per scontato che lo conosciate – è stato aggiunto un vero e proprio disco tributo allo stesso. E se il primo si merita sempre e comunque il massimo dei voti, per il secondo, riuscito ma non a quei stratosferici livelli, tre stelle e mezza dovrebbero bastare. Ad ogni modo, il giusto tributo ad uno dei dischi più importanti del nostro rock. E ci si rivede sotto il palco!

Lino Brunetti

L’album uscirà in tre formati: doppio CD  (CD  cover più la versione rimasterizzata dell’album originale); l’album in digitale con, in esclusiva per iTunes, il branoVoglio Una Pelle Splendida feat. Daniele Silvestri; box edizione deluxe in tiratura numerata e limitata (1000 copie) contenente due doppi vinili da 180 gr.  più il doppio CD (stesso contenuto su entrambi i formati). Qui sotto le date del tour:

  • 07.03 NONANTOLA (MO) – Vox Club (data Zero)
  • 14.03 MANTOVA, Palabam
  • 15.03 RIMINI, Velvet
  • 18.03 TORINO, Teatro Della Concordia
  • 21.03 BOLOGNA, Estragon
  • 22.03 S.BIAGIO CALLALTA (TV), Supersonic Arena
  • 24.03 MILANO, Alcatraz
  • 25.03 MILANO, Alcatraz
  • 26.03 FIRENZE, Obihall
  • 28.03 ROMA, Orion
  • 29.03 BARI, Demodè

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AFTERHOURS “Padania”

AFTERHOURS

Padania

Germi/Artist First

Per penetrare questo nono album degli Afterhours – semplicemente, la più grande rock band italiana da vent’anni a questa parte – bisogna soffermarsi un momento sulla sua copertina: sopra vi è raffigurato un cancello che si apre su di un paesaggio gelido e nebbioso, un cancello che si apre su un nulla agghiacciante. Padania – titolo provocatorio che non allude certo (o comunque se lo fa, lo fa in sottile maniera metaforica) alla inventata patria dei tanti, farneticanti discorsi di una Lega Nord sempre più scollegata dalla realtà – parla di quel nulla. Le quindici canzoni di questo disco vanno a comporre i tanti tasselli di un unico discorso, tanto che questo lo si può senza troppi tentennamenti definire un concept album. Come accadeva per il Nebraska springsteeniano, anche qui, un cosiddetto luogo geografico diventa in realtà metafora di un malessere interiore, di un gelo che arriva a pervadere l’anima e ci rende sempre più distaccati da noi stessi. Non cito a caso il capolavoro del Boss, non tanto perché ci sia alcunché di springsteeniano a livello musicale in queste canzoni – lo vedremo – quanto piuttosto perché i temi che queste affrontano, hanno una comunanza evidente con la sensazione di impotenza e di smarrimento che i personaggi di Nebraska si trovavano a fronteggiare. Non dimentichiamoci poi che per anni gli Afterhours, dal vivo, hanno suonato una versione notevole di State Trooper, e vorrà pur dire qualcosa questo. Padania parla dello smarrimento che si prova quando vengono a mancare completamente delle coordinate in cui muoversi, del panico causato da una situazione che ci spinge ad inseguire desideri futili ed irrealizzabili, che non fanno altro che spingerci a diventare qualcosa di diverso da ciò che siamo realmente. Parla dei meccanismi stritolanti che tutte queste cose mettono in atto, dalla sensazione di totale impotenza, all’odio livido che s’innesta nell’animo umano. E’ senza dubbio un disco politico questo, un disco che racconta la nostra epoca e che, una volta tanto, per fare ciò non utilizza patetici slogan, non si gioca la carta facile dell’appartenenza ad uno schieramento o ad un altro, ma porta avanti un discorso tramite un linguaggio evocativo, poetico, denso di immagini vivide e ben più forti di qualsiasi retorica presa di posizione. Ma non solo per i suoi bellissimi testi Padania è un disco importante. A venticinque anni dall’esordio, anche musicalmente, gli Afterhours non hanno smesso la voglia di sperimentare. Con in formazione un gruppo di personalità artistiche tutte rilevanti – oltre al leader Manuel Agnelli, l’ormai stabilmente in formazione Rodrigo D’Erasmo (violino), i chitarristi Giorgio Ciccarelli e Xabier Iriondo (rientrato nella band dopo anni di distacco), il bassista Roberto Dellera, il batterista Giorgio Prette – del resto non potrebbe che essere così e questo disco, probabilmente, spiazzerà più d’un fan della formazione. In effetti forse mai erano stati così ostici e sperimentali, con molte delle canzoni attraversate da dissonanze, ritmi spezzati, destrutturazioni, stridori metallici ed esplosioni sonore. Nella bellissima Metamorfosi, che apre il disco, Agnelli spinge la propria voce andando a risvegliare il fantasma degli Area, mentre la musica è tutta un saliscendi guidata dagli archi allucinati di D’Erasmo. Proprio gli archi caratterizzano molte delle canzoni in scaletta, anche se, come è facile immaginare, non sono certo usati in maniera tradizionale per smussare gli angoli, quanto piuttosto per renderli ancora più acuminati. Canzoni al vetriolo come Spreca Una Vita, Fosforo E Blu, Giù Nei Tuoi Occhi, colpiscono come arroventati proiettili sonici, un pezzo memorabile ed illividito come Io So Chi Sono espone un beat marcato quasi funk, su cui s’aggiungono dei fiati al confine col free, in Ci Sarà Una Bella Luce un’andamento tutt’altro che lineare è lo specchio di un blues visionario, dove sono di casa grumi di distorsione rock, passaggi jazzati, squarci di melodia. Rientrano poi, un po’ di più nel canone Afterhours, un gruppo di canzoni bellissime come le potenti Terra Di Nessuno e La Tempesta In Arrivo, ballate di grande intensità come Costruire Per Distruggere (gran titolo), Padania, la conclusiva, lirica La Terra Promessa Si Scioglie Di Colpo. E’ un album che intriga ed affascina fin dai primi ascolti Padania, un disco che però, probabilmente, solo col tempo saprà dispiegarsi in tutta la sua fulgida bellezza. Ed intanto, rimaniamo incantati dal fatto che gli Afterhours possano ancora viaggiare a questi livelli. Enormi!

Lino Brunetti

PADANIA