CARTOLINE DAL PRIMAVERA SOUND 2014

Testo e foto © Lino Brunetti

C’è chi lo definisce il Coachella europeo, ed in effetti non ci sono grossi dubbi circa il fatto che il Primavera Sound di Barcellona sia nel tempo diventato il più importante festival musicale d’Europa, quantomeno di quella continentale, capace di rivaleggiare anche con i grossissimi festivals inglesi ed americani. Era un successo annunciato quello di questa quattordicesima edizione, iniziato con l’originalissimo modo con cui ne avevano annunciato la line up (il film “Line Up” appunto) e concretizzatosi definitivamente con le oltre 190.000 persone che hanno affollato gli spazi del Parc Del Forum e i suoi quasi 350 concerti. Un pubblico – per il 40% fatto di stranieri, tra di essi moltissimi italiani – che cresce di anno in anno in maniera spaventosa, ma incapace di far vacillare un’organizzazione evidentemente efficientissima ed altamente professionale, capace di tenere assieme un numero impressionante di eventi e di saper gestire in maniera sempre più efficace sia il suo pubblico (con la possibilità, attraverso l’acquisto di pacchetti VIP, di assistere da posizioni privilegiate i vari concerti) che il solito enorme numero di professionisti e giornalisti accreditati, riducendo al minimo code ed intoppi. Musicalmente parlando, pur mantenendo una vocazione che potremmo definire vagamente indie, il Primavera Sound è da tempo un festival orientato all’eclettismo più sfrenato. Forse mai eterogeneo come quest’anno, stavolta davvero qualsiasi genere e tendenza era rappresentata, attraverso, tra l’altro, la consueta abilità di far ondeggiare il cartellone tra grossi nomi paladini del grande pubblico, musicisti storici amatissimi, cult-heroes e astri nascenti, senza dimenticare il grosso drappello di musicisti spagnoli e tutte quelle piccole bands provenienti un po’ da ogni dove a cui viene data la possibilità di esibirsi in quest’enorme kermesse (ben quattro quest’anno gli italiani: C+C=Maxigross, Junkfood, The Vickers, LNRipley). Ad ogni edizione, inoltre, aumentano pure i palchi e i vari e possibili appuntamenti anche al di fuori del Parc Del Forum, in giro per i locali di Barcellona e per la città stessa. Una monumentale festa della musica, insomma, a cui, pur con tutta la fatica (fisica soprattutto) che comporta e lo stress dettato dal dover prendere decisioni impossibili, è sempre un piacere partecipare. Il report completo sarà sul numero di luglio/agosto del Busca. Qui, la consueta galleria d’immagini.

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Full Blast

Full Blast

The Ex

The Ex

Shellac

Shellac

The Brian Jonestown Massacre

The Brian Jonestown Massacre

Colin Stetson

Colin Stetson

Julian Cope

Julian Cope

Rodrigo Amarante

Rodrigo Amarante

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Pond

Pond

Warpaint

Warpaint

Chrome

Chrome

Arcade Fire

Arcade Fire

Arcade Fire

Arcade Fire

Drive By Truckers

Drive By Truckers

Mick Harvey

Mick Harvey

Dr. John

Dr. John

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Sharon Van Etten

Sharon Van Etten

The War On Drugs

The War On Drugs

Slint

Slint

Slint

Slint

Jesu

Jesu

Wolf Eyes

Wolf Eyes

Silvia Pérez Cruz & Raul Fernandez Mirò

Silvia Pérez Cruz & Raul Fernandez Mirò

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Hebronix

Hebronix

Islands

Islands

Courtney Barnett

Courtney Barnett

Superchunk

Superchunk

Caetano Veloso

Caetano Veloso

Caetano Veloso

Caetano Veloso

Godspeed You! Black Emperor

Godspeed You! Black Emperor

Sean Kuti & Egypt 80

Sean Kuti & Egypt 80

Junkfood

Junkfood

Junkfood

Junkfood

Black Lips

Black Lips

Hospitality

Hospitality

Mark Eitzel

Mark Eitzel

Dum Dum Girls

Dum Dum Girls

Joana Serrat

Joana Serrat

Grouper

Grouper

Juana Molina

Juana Molina

Angel Olsen

Angel Olsen

Cloud Nothings

Cloud Nothings

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ESMERINE “Dalmak”

ESMERINE

Dalmak

Constellation/Goodfellas

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Col nucleo centrale formato da Bruce Cawdron e Rebecca Foon, gli ESMERINE si pongono quale ennesima costola di collettivi quali Godspeed You! Black Emperor e Silver Mt. Zion (Bruce sta nei primi, Rebecca nei secondi). Reclutati per l’occasione il percussionista Jamie Thompson ed il multistrumentista Brian Sanderson, Cawdron e la Foon sono volati dal Canada fino a Istanbul, dove gran parte di questo nuovo Dalmak – verbo turco che indica all’incirca lo stare in contemplazione, ma anche lo stare immersi, l’essere assorbiti – è stato registrato in compagnia di un nutrito gruppo di musicisti locali. I tipici movimenti cameristici a cui ci hanno abituato molti dischi targati Constellation, si mescolano così alle suggestioni mediorientali apportate da strumenti quali bendir, darbuka, erbane, meh, barama, saz. Come suggerito dal titolo, il mood rimane essenzialmente contemplativo e meditativo, giusto qua e là scosso da qualche movimento che verrebbe quasi da definire rock. Il risultato è denso di fascino e, anche se ormai dovremmo esserci abituati ai suoni che questa incredibile fucina di musicisti da anni ci offre, l’incanto si ripropone intatto, visto anche come, ciascuna band, di volta in volta, sia comunque capace di affrontare certi suoni da angolazioni sempre diverse. Un gran bel disco!

Lino Brunetti

HOW MUCH WOOD WOULD A WOODCHUCK CHUCK IF A WOODCHUCK COULD CHUCK WOOD? “HMWWAWCIAWCCW?”

HMWWAWCIAWCCW?

HMWWAWCIAWCCW?

Boring MachinesAvant!

Pic by Tanya Mar

Pic by Tanya Mar

Non che corressero il rischio, ma con un nome quale HOW MUCH WOOD WOULD A WOODCHUCK CHUCK IF A WOODCHUCK COULD CHUCK WOOD?, i tre torinesi (Gher, Coccolo e Iside) che si nascondono dietro questa sigla, ho idea che possano scordarsi la possibilità di diventare delle star. Sono partito scherzando, ma è invece serissimo questo progetto che, dopo una manciata di CDr ed uno split coi Father Murphy, arriva oggi all’esordio con questo omonimo album, pubblicato solo in vinile. Poca luce e molta oscurità nelle sei tracce che lo compongono: For Nobody inizia con un plumbeo arpeggio di chitarra in primo piano, mentre sotto di esso una voce mormora chissà cosa ed in lontananza si odono malefiche folate noise. Joy And Rebellion, che ha il passo catatonico degli Earth più malati, ci aggiunge giusto un rintoccare percussivo mortuario, mentre Save Us punta più sulla distorsione ma, nonostante il titolo, non c’è nulla di liberatorio in essa. Davvero ottima la lunga In Aria, che apre la side B: un arpeggio che pare estrapolato da un vecchissimo disco dei Cure, ma come suonato dai Sunn O))), la voce narrante filtrata, agghiaccianti brusii noise dalle retrovie, un pezzo davvero magistrale. Leggermente più convenzionale le ultime due tracce: Oh Dark scopiazza spudoratamente il Michael Gira cantautorale più dark, The Rock, con la voce che borbotta disturbante, ha delle chitarre quasi epiche, a modo loro sulla scia dei Godspeed You! Black Emperor. Un bel disco, per gli amanti delle cose più underground.

 Lino Brunetti

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ORNAMENTS “Pneumologic”

ORNAMENTS

Pneumologic

Tannen Records/Audioglobe

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Quartetto formato da membri di The Death Of Anna Karina, Nicker Hill Orchestra e Workout, gli ORNAMENTS si erano fatti conoscere attraverso l’attività live ed un demo venduto ai concerti, stampato in mille copie. L’esordio vero e proprio arriva oggi con Pneumologic, disco assai interessante, a partire dalla curatissima confezione in cartoncino e dallo splendido artwork di Luca Zampriolo. In quasi un’ora di durata, i quattro – coadiuvati da qualche ospite – danno vita a sette, mediamente lunghe composizioni, fatta eccezione che per due episodi, interamente strumentali. Partiamo da questi ultimi: in Breath, il cantato scuro ed affascinante di Silvia Donati, dona sfumature notturne e fumose, quasi mitteleuropee, al sound del quartetto. Diverso il contributo di Tommaso Garavini, autore anche del testo, in L’ora Del Corpo Spaccato, un urlo neurosisiano in bilico tra potenza e rabbia trattenuta. I restanti pezzi stanno tra pesanti reminiscenze post-rock – genere a cui gli Ornaments senza dubbio appartengono – e deviazioni pulsanti in odor di doom: le cavalcate elettriche post sono in prima linea in pezzi ipnotici come Pulse, Aer e Galeno – le ultime due vicine anche a certa epica Godspeed You! Black Emperor – mentre soprattutto in Pneuma le chitarre si inspessiscono riffeggiando metalliche e plumbee. Non è un suono inedito quello degli Ornaments, ma la materia la sanno maneggiare bene, tanto che Pneumologic si rivela un must per gli appassionati dei generi citati.

Lino Brunetti

BEST OF THE YEAR 2012 – Lino Brunetti

Come è tipico di ogni fine anno, è giunto il momento dei bilanci. E dunque, come è stato questo 2012 in musica? Partiamo da una considerazione generale: ormai da tempo è impossibile identificare, non dico un album, ma anche solo uno stile, che possa essere rappresentativo dell’anno appena trascorso. Le tendenze musicali, che sono comunque propense a ripetersi ciclicamente, sono da tempo esplose in miriadi di rivoli che, lungi dal potersi (se non in sporadici casi) definire nuovi, hanno perso pure la loro capacità di caratterizzare un’epoca. Se un lascito ci rimarrà di questi anni di download selvaggio e strapotere della Rete, sarà quello di un azzeramento dell’asse temporale, non più verticale bensì orizzontale, dove passato, presente e futuro convivono allegramente assieme in una bolla dove non c’è più nessuna vera differenziazione. Lo si evince dall’enorme numero di ristampe, deluxe edition, cofanetti celebrativi, ma pure dalle musiche contenute nei dischi dei cosidetti artisti “nuovi”, talmente nuovi che a volte suonano esattamente come i loro omologhi di quarant’anni fa. In questo scenario, le cose migliori nel 2012 sono arrivate in larga parte proprio dai grandi vecchi o comunque da artisti sulle scene ormai da parecchio tempo. Bob Dylan è tornato con un disco stupendo, Tempest, celebrato (giustamente) ovunque. Non gli è stato da meno Neil Young che, assieme ai Crazy Horse, ha assestato due zampate delle sue, prima con le riletture di Americana, poi con le cavalcate elettriche di Psychedelic Pill. Dopo due ciofeche quali Magic Working On A DreamBruce Springsteen se ne è uscito finalmente con un disco vitale, intenso, potente sotto tutti i punti di vista. Magari imperfetto, di sicuro non un capolavoro, Wrecking Ball è comunque un album di grandissimo livello, che ha riposizionato il Boss ai livelli che gli competono. Rimanendo sui classici, bellissimo il nuovo Dr. John (Logged Down), splendido il Life Is People di Bill Fay, di gran classe il Leonard Cohen di Old Ideas (un disco che comunque io non ho amato pazzamente come altri hanno fatto), mentre solo discreto è stato il Banga di Patti Smith. Per la serie “e chi se l’aspettava?”, credeteci o no, è ottimo invece il nuovo ZZ TopLa Futura, band a cui la produzione di Rick Rubin ha fatto un gran bene. Ma non solo i “grandi vecchi” ci sono stati, anche se sempre tra i veterani  si è dovuto andare a cercare le cose migliori. Partiamo da quello che è senza dubbio il mio disco dell’anno, The Seer degli Swans, un triplo LP magnetico, ottundente, potentissimo e visionario. Poi, in ordine sparso, il sorprendente ritorno sulle scene dei Godspeed You! Black Emperor (‘Hallelujah! Don’t Bend! Ascend!), i Giant Sand sempre più Giant di Tucson, i loro fratelli Calexico con Algiers, i Dirty Three di Towards The Low Sun, gli Spiritualized di Sweet Heart Sweet Light, i Sigur Ros di Valtari, i Lambchop di Mr Mil Mark Stewart di The Politics Of Envy, i redivivi Spain di The Soul Of Spain, i Mission Of Burma di Unsound, gli Om  di Advaitic Songs, Dirty Projectors di Swing Lo Magellan. Deludente il ritorno dei PiL, decisamente buoni quelli di Jon Spencer Blues ExplosionLiars, EarthBeach House (sia pur meno efficace degli album precedenti), Six Organs Of AdmittanceAnimal CollectiveNeurosis, UnsaneThe Chrome CranksThee Oh SeesGuided By Voices (ben tre dischi!), Woven HandGrizzly BearPontiak (memorabile il loro Echo Ono, e non solo perché hanno avuto la bontà di mettere una mia foto sulla copertina della versione in vinile), la doppietta Clear Moon/Ocean Roar dei Mount Eerie, il Moon Duo di Circles, i Tu Fawning di A Monument, i Peaking Lights di Lucifer. Dagli artisti solisti non moltissimi dischi da ricordare a mio parere: di sicuro lo è quello di Hugo Race & Fatalists (We Never Had Control), tra le cose migliori dell’annata, anche superiore al Blues Funeral della Mark Lanegan Band (comunque bello), ma lo sono pure la doppietta di Chris Robinson Brotherhood, i due dischi di Andrew Bird (soprattutto Break It Yourself), l’esordio del leader dei Castanets come Raymond Byron & The White Freighter (Little Death Shaker) ed il The Broken Man di Matt Elliot. Ancora meglio ha fatto il gentil sesso: per una Cat Power a fasi alterne (Sun, solo parzialmente riuscito), ci sono state una Fiona Apple in odor di capolavoro (The Idler Wheel…), una grandissima Ani Di Franco (Which Side Are You On?), la sorprendente Gemma Ray (Island Fire), le sorelline svedesi First Aid Kit (The Lion’s Roar), la Beth Orton di Sugaring Season. Tra le nuove band, la palma di rivelazione dell’anno se la beccano i grandissimi Goat di World Music, seguiti a ruota dai The Men di Open Up Your Heart, dai Big Deal di Lights Out, dagli Islet di Illuminated People, dai Fenster di Bonesdagli Allah-Las e dalla Family Band di Grace & Lies. Tra le cose più sperimentali, vetta incontrastata allo Scott Walker di Bish Bosch, un disco per nulla facile ma di una intensità rarissima. In campo improvvisativo, grandi cose sono arrivate dagli svizzeri Tetras (Pareidolia il titolo del loro album). Altri dischi da non dimenticare, Effigy dei Pelt, msg rcvd dei Neptune, Fragments Of The Marble Plan degli AufgehobenWe Will Always Be di Windy & Carl. E l’Italia? Certo, anche l’Italia ci ha dato grandi cose. Gli Afterhours hanno pubblicato uno dei loro dischi più belli di sempre, Padania. Potente e visionaria l’opera in due parti degli Ufomammut, così come Il Mondo Nuovo de Il Teatro Degli Orrori. E poi: Sacri Cuori (Rosario), King Of The Opera (Nothing Outstanding), Father Murphy (Anyway, Your Children Will Deny It), Paolo Saporiti (L’ultimo Ricatto), Ronin (Fenice), Mattia Coletti (The Land), manZoni (Cucina Povera), Xabier Iriondo (Irrintzi), Sparkle In Grey (Mexico), Guano Padano (2), Calibro 35. E chissà quante altre cose mi son perso o avrò dimenticato! Qui sotto, la selezione della selezione. Ed ora, prepariamoci al 2013!

SWANS “THE SEER”

GOAT “WORLD MUSIC”

FIONA APPLE “THE IDLER WHEEL…”

PONTIAK “ECHO ONO”

GODSPEED YOU! BLACK EMEPEROR “‘ALLELUJAH! DON’T BEND! ASCEND!”

AFTERHOURS “PADANIA”

TETRAS “PAREIDOLIA”

MOUNT EERIE “CLEAR MOON/OCEAN ROAR”

HUGO RACE FATALISTS “WE NEVER HAD CONTROL”

THE MEN “OPEN UP YOUR HEART”

SCOTT WALKER “BISH BOSCH”

BRUCE SPRINGSTEEN “WRECKING BALL”

BOB DYLAN “TEMPEST”

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE “AMERICANA/PSYCHEDELIC PILL”

FIRST AID KIT “THE LION’S ROAR”

GIANT GIANT SAND “TUCSON”

BOX SET: CAN “THE LOST TAPES”

GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR “Allelujah! Don’t Bend! Ascend!”

GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR

‘Allelujah! Don’t Bend! Ascend!

Constellation/Goodfellas

Spero che mi scuserete se, per una volta, parlando del nuovo disco dei Godspeed You! Black Emperor sfocerò in parte nel personale. Non posso fare altrimenti però, perché c’è stato un tempo – sarà successo anche voi, con altri nomi ovviamente – in cui ero veramente ossessionato dai dischi della compagine canadese. Un tempo in cui non passava giorno senza che li ascoltassi, un tempo in cui mi sobbarcavo delle belle sgroppate in macchina per andarli a vedere dal vivo, anche se magari di lì a poco avrebbe suonato pure dietro casa. Naturalmente ero stato conquistato dalla loro musica: in piena era post-rock avevano portato un mirabolante senso dell’epica, capace di passare dalla più inquieta malinconia alla più catartica delle esplosioni rock, inglobando inoltre elementi cameristici, dissonanze provenienti da ambiti più avanguardisti, la capacità di narrare senza far uso delle parole, se non di qualche voce raccolta per le strade, chissà dove. C’era poi tutta la questione delle loro indipendenza e del loro essere estremamente politicizzati: ve li ricordate gli screzi col regista Danny Boyle, colpevole di essersi fatto distribuire un film (per il resto indipendente) da una major, un film nella cui colonna sonora c’erano proprio dei pezzi dei GYBE? Oppure, ancora meglio, andate a riguardarvi il grafico sul retro copertina di Yanqui U.X.O., dove venivano ben visualizzate le connessioni tra le multinazionali discografiche e l’industria bellica.  Ce n’era d’avanzo per la creazione di un mito, per me come per molti altri. Poi, ad un certo punto, senza in realtà sciogliersi mai, scomparvero. Brandelli della loro musica e alcuni loro musicisti continuarono a far sentire la loro voce nei molti dischi targati Constellation – i Silver Mt. Zion, i due album con Vic Chesnutt, ad esempio – e, in fondo, al ritorno dei Godspeed non ci si pensava proprio più. Ed invece, in sordina, com’è loro abitudine, prima un tour mondiale che li ha visti passare anche dall’Italia (nel 2010) ed ora un disco nuovo, in uscita proprio a metà ottobre senza troppi proclami. ‘Allelujah! Don’t Bend! Ascend! è un disco che fa finta che non siano passati dieci anni dall’ultima volta. Anzi, volutamente si riconnette a dove si erano interrotti, riprendendo e sviluppando due pezzi composti nel 2003, suonati a volte dal vivo, ma mai incisi fino ad ora. Conosciute un tempo come Albanian e Gamelan, queste due composizioni appaiono oggi rinnovate e reintitolate Mladic e We Drift Like Worried Fire: sono la parte più consistente e pulsante del nuovo album, due brani che si spingono oltre i venti minuti di durata ciascuno, ponendosi come uno dei momenti più intensamente rock della loro carriera (la prima, tra scansioni kraute, melodie dal sapore mediorientale, massimalismo epico chitarristico) e affrontando il consueto lirismo fatto di momenti attendisti, alternati ad altri più “sinfonici” (la seconda). L’album è poi completato da altri due brani che ne allungano di un altro quarto d’ora la durata, due drones minimalisti e dal sapore intensamente cinematico. Sarebbe facile criticare quest’album come un puro, nostalgico tuffo nel passato. In parte, ovviamente, così è. Però, allo stesso tempo, al di là del fatto che di musica comunque splendida stiamo parlando, a me piace pensare che i GYBE abbiano deciso di tornare proprio adesso, in questo 2012 di crisi mondiale, perché della loro energia, delle loro idee, del loro rifiuto di un sistema che è sempre più solo un ingranaggio stritolante, c’era un gran bisogno. I Godspeed sono tornati, evviva!

Lino Brunetti

GIARDINI DI MIRO’ “Good Luck”

GIARDINI DI MIRO’

Good Luck

Santeria/Audioglobe

Da sempre la band post-rock italiana per eccellenza, col tempo i GIARDINI DI MIRO’ hanno varcato con gloria i confini nazionali, tanto che negli ultimi tempi hanno suonato molto più in Europa – Germania soprattutto – che in Italia. Il loro precedente disco – bellissimo, chi non lo ha dovrebbe proprio recuperarlo – era un lavoro completamente strumentale, nato come sonorizzazione del film Il Fuoco di Giovanni Pastrone, da cui prendeva anche il titolo. Un lavoro pressoché perfetto, evocativo in maniera straordinaria, funzionante in maniera sublime come supporto alle immagini ma dotato di vita propria e dalla bellezza miracolosamente intatta anche senza di esse. Furoni in molti i commentatori che lo videro addirittura come il miglior lavoro della formazione, così che c’era una certa attesa per il loro ritorno ad un disco di canzoni. Good Luck è nato in maniera un po’ diversa dal solito modus operandi dei Giardini Di Mirò: anziché fuoriuscire da un’unica, dedicata session di lavoro, è un disco messo assieme in un periodo piuttosto lungo, attraverso diverse sessioni separate dal tempo, forse neppure concepite all’inizio come sedute per dar vita ad un nuovo disco. Come che sia, il risultato è ottimo. Seppur sempre visibili, le radici post-rock del loro suono, si sono col tempo arricchite di mille influenze, che siano esse passaggi odoranti new wave, trame d’ombroso cantautorato crepuscolare, l’attitudine a pennellare melodie di sapore pop. Il disco si apre sulle trame acustiche e malinconiche di Memories, seguita invece dalla propulsiva Spurious Love, attraversata da fantastiche chitarre Godspeed e contornata da un’epica wave primissimi U2. E se Ride espone un carattere nervoso e chitarristico, There Is A Place è una magistrale ballata al plutonio, orchestrata magistralmente attraverso il dialogo tra violino, tromba e chitarre, nonché resa memorabile dall’interpretazione di Sara Lov dei Devics. Il più puro post-rock di matrice mogweiano appare nell’unico strumentale in scaletta, la title-track, dove i topos del genere vengono ripercorsi con comunque fresca autorevolezza. Uno dei pezzi migliori in scaletta è Rome, sorta di oscura murder ballad cantautorale, con uno svolgimento tale da farla sfociare in un deliquio di lirismo ed elettricità rock. Per contrasto, la successiva Time On Time, è il pezzo più pop in scaletta, ancorché servita in salsa wave, mentre la lunga e conclusiva Flat Heart Society è il pezzo che più di tutti ingloba le atmosfere cupe e dark che facevano bella mostra in Il Fuoco, per una ballata ombrosa ed apocalittica di rara efficacia.

Lino Brunetti