TIEDBELLY AND MORTANGA “Satan Built A House”

TIEDBELLY AND MORTANGA
Satan Built A House
Goodfellas Records

maxresdefault

Se si è più volte dubitato delle condizioni di salute della musica rock, nessuno si è mai sognato di mettere in discussione lo stato di forma del blues, forse perchè quando c’è di mezzo il demonio non si può mai dire oppure perché c’è chi come il Buddy Guy dell’ultimo album The Blues Is Alive And Well ne ribadisce la vitalità o magari perché qualsiasi dubbio viene allontanato dall’uscita di dischi come Satan Built A House, folgorante esordio di Tiedbelly And Mortanga. In realtà, è possibile che la manifesta indifferenza alle mode e le aspirazioni all’eternità siano dovute alla natura stessa del blues, che è un sentire più che una sequenza di note, un linguaggio più che una calligrafia, tutta una storia più che una manciata di canzoni o almeno è la maniera in cui lo interpretano in maniera profonda e, è il caso di sottolinearlo, viscerale Tiedbelly And Mortanga, duo originario di Roma, che a giudicare da quanto si ascolta nel polverosissimo Satan Built A House, potrebbe essere il toponimo di una qualche ghost town del Mississippi o dell’Alabama, perchè è da quelle lontane latitudini e da quelle terre ancora infestate dagli spettri dei patriarchi che pare echeggiare la spiritata miscela di blues, folk e hillbilly che riempie questa promettente opera prima. Mascherati dietro a soprannomi da leggenda, visto che il blues ha sempre bisogno di una certa mitologia, Tiedbelly al canto e alle chitarre e Mortanga alla batteria, alle percussioni e ai cori battono i tempi sinistri di una roots music scura e indemoniata con suoni crudi e l’istintiva urgenza del buona la prima, scorticando dagli strumenti furiose fiammate elettriche come la nervosa titletrack, sordidi boogie in orbita Pussy Galore come la selvaggia Old Pa’s Advice, blues malati come la grandiosa Cannizzaro Hospital Blues, selvatici rockabilly alle anfetamine come Stretch The Line o struggenti ballate da plenilunio come la cinematografica There Is A Rider. Cantano in un inglese sporco e strascicato come fossero posseduti dallo spirito di Robert Johnson e suonano con la febbre di chi ha stretto un patto con il diavolo, perchè Tiedbelly and Mortanga sono delle autentiche anime dannate del blues e Satan Built A House è la loro eccitante penitenza.

Luca Salmini

Annunci

SULA VENTREBIANCO “Più Niente”

SULA VENTREBIANCO
Più Niente
Ikebana/Goodfellas

880e2aca-6ad3-4b90-a4a0-d9d00cdf5678

Giunti al quarto album dopo la buona prova del precedente Furente, i Sula Ventrebianco si confermano una band con più d’una freccia al proprio arco anche in questo nuovo Più Niente. Non che la band partenopea si possa dire in tutto e per tutto originale, però è abilissima a posizionare la propria musica ad un crocevia d’influenze che li potrebbe far risultare interessanti per diversi tipi d’ascoltatori. Volendo fare una sintesi brutale, quello che fanno è un alt-rock in italiano potente e chitarristico, con le radici saldamente piantate negli anni ’90. Detta così, forse, nulla di troppo interessante, ma ecco che proprio qui, entrando più nel dettaglio, si fanno avanti i motivi d’interesse. Salvatore Carannante (voce e chitarre), Giuseppe Cataldo (chitarre, cori, synth), Mirko Grande (basso, cori), Aldo Canditone (batteria, cori) e Caterina Bianco (violini) sanno come scrivere canzoni che non lasciano indifferenti. Non si limitano a sprigionare energia e potenza chitarristica, ma sanno bene come rendere i vari brani interessanti attraverso variazioni e finezze di scrittura, arrivando a lambire il pop, così come qualche passaggio cantautorale. Il suono è distorto e aggressivo, ma è anche colmo di eleganti sfumature, così come le atmosfere dell’album, le quali oscillano tra sprazzi di quiete, infiltrazioni cameristiche, furiose esplosioni rock. La trama aggressiva di Saleinsogno è stemperata da un bel gusto pop; Diamante, Una Che Non Resta, Resti e la conclusiva, bellissima Amore e Odio sono tutte ballate che alla solidità della scrittura associano un deciso vigore elettrico; Arkam Asylum s’impegola in arzigogolature al confine col prog, laddove Subutecs è una fulminante pillola power pop, Metionina una rock song dal classicissimo tiro, con Arva a seguirla col piede pigiato sul pedale dell’hard. L’ottima registrazione su nastro dà a tutto l’album un suono caldo ed organico, perfetto per godersi la grana delle chitarre, la presenza vocale di un Carannante in gran spolvero, i synth che impreziosiscono il finale di Wormhole o gli archi che rendono carezzevole L’Ade a Te e che danno un tocco melodrammatico ad Attraverso. A tutto il resto ci pensa il missaggio dell’anima affine Alberto Ferrari dei Verdena e la masterizzazione, al solito iper professionale, di Giovanni Versari.

Lino Brunetti

WREKMEISTER HARMONIES “Light Falls”

WREKMEISTER HARMONIES
Light Falls
Thrill Jockey/Goodfellas

a1319615990_10

I Wrekmeister Harmonies sono un collettivo aperto guidato da JR Robinson (voce e chitarra) e dalla compagna Esther Shaw (tastiere, violino, voce), di volta in volta accompagnati da musicisti scelti per l’occasione. Per Light Falls, loro quinto album, hanno trovato la complicità di Thierry Amar e Sophie Trudeau dei GY!BE (basso e contrabbasso il primo; piano, violino e voce la seconda), del batterista Tim Herzog, con ulteriori comparsate da parte di Ryley Walker e di Cooper Crain dei Bitchin Bajas. Ispirato dalla lettura di “Se questo è un uomo” di Primo Levi – cosa che conferma la cultura dei due; lo stesso nome che si sono scelti, infatti, arriva dal titolo di un film di Béla Tarr – Light Falls suona come un disco di post-rock cameristico dai crescendo stoner/metallici. La presenza dei due GY!BE in questo senso si fa sentire: la componente solitamente aggressiva del duo qui si stempera in atmosfere maggiormente rarefatte e malinconiche (praticamente in quasi tutti i più o meno lunghi intro delle canzoni), poi ovviamente sottoposte al trattamento a base di distorsione e potenza delle seconde parti. La voce (quando c’è) è poco più che un recitato plumbeo, tanto che alla fine la sensazione che ti rimane incollata addosso è quella di aver ascoltato un disco completamente strumentale. Nell’insieme il tutto ha un fascino cinematico e visionario, avvolgente ed ammalliante. A voler essere sinceri, vi si riscontra anche un po’ di prevedibilità e una mancanza di autentica originalità. Diciamo che se, come me, siete fan terminali delle cose citate, un ascolto comunque se lo merita.

Lino Brunetti

RUBACAVA SESSIONS “No Middle Ground”

RUBACAVA SESSIONS
No Middle Ground
Lostunes Records/Goodfellas

Rubacava NMG cover

I RUBACAVA SESSIONS sono una band romana attiva dal 2012, inizialmente come duo acustico (chitarra 12 corde e banjo) formato da Carlo Mazzoli e J.Giovannercole, e poi, col tempo, rafforzata dall’ingresso in pianta stabile del bassista Rocco Pascale, del batterista Alberto Croce, del fisarmonicista Michele Focareta e del trombettista Leonardo Olivelli. È con questa line-up, la quale si è data una personalità suonando dal vivo e partecipando al Subiaco Rock Blues Festival, che arrivano oggi al disco d’esordio, prodotto da Francesco Giampaoli e con la supervisione artistica di Antonio Gramentieri, entrambi dei Sacri Cuori.

Nelle canzoni di No Middle Ground, i Rubacava Sessions danno vita ad una musica che guarda ai grandi spazi dell’Ovest americano, a quel crocevia di suoni in cui s’incontrano blues e folk, surf, rock’n’roll e speziature mexican e desert-rock. Il languido strumentale desertico che apre le danze (Adios Greytown) è il loro biglietto da visita, il varco d’ingresso ad un mondo onirico e cinematico, dove le pennellate di tromba tratteggiano scenari al confine col Mito. Ed in questo senso, i Rubacava Sessions sono bravi a non farsi fagocitare dalla musica americana, magari risultando come la solita versione de noantri di musiche che gli americani (generalmente) indubbiamente fanno meglio, dando al tutto (appunto) una patina che ha più a che fare col sogno e il mito, piuttosto che con la sterile adesione a certi modelli.

Ecco allora la cover sinuosa di Per Un Pugno Di Dollari, quasi a voler ribadire l’italianità del progetto, ed il generale mood da “spaghetti western” rivisitati del lavoro. Il tutto si riscontra in certi suoni, ma pure nei possibili referenti rock, inglobati nel loro stile, che vengono alla mente sentendo le varie canzoni: nomi come Gun Club (Shaman’s Remedy), Grant Lee Phillips (la splendida No Middle Ground), Woven Hand (Skeleton Song, volendo anche caveiana), Giant Sand (Mayor’s Last Stand). Un pezzo come Western Psichedelico sta tutto nel suo titolo; Rope Of Sand è uno strumentale lungo e articolato, un bell’esempio delle capacità musicali della band; Rubacava Blues un buon boogie blues; We Have Come This Far una ballata di fine lignaggio.

È un disco fascinoso No Middle Ground, elegante e splendidamente suonato.  Se proprio dovessi dare un unico suggerimento, sarebbe quello di imprimere una maggior cattiveria nei pezzi più rock, ma in linea di massima trattasi davvero di un ottimo esordio.

Lino Brunetti

Qui sotto, potete sentire il disco dei Rubacava Sessions in esclusiva per Backstreets of Buscadero. Buon ascolto!

DON JUAN AND THE SAGUAROS “Don Juan And The Saguaros”

DON JUAN AND THE SAGUAROS
Don Juan And The Saguaros
South Side Songs/Goodfellas

Don Juan And The Saguaros - copertina

Il cantautore romano Juan Fragalà ha vissuto la sua adolescenza tra il Messico e gli Stati Uniti, luoghi di cui ha assorbito i suoni e dove non solo ha formato i suoi primi gusti musicali (principalmente Dylan e Johnny Cash), ma ha pure iniziato a maneggiare chitarra ed armonica. Rientrato in Europa, di certo il suo interesse per la musica non è scemato, anzi, si è allargato a generi come il blues, il country, il rockabilly. Nel 2011 pubblica un primo disco – a nome The Gamblin’ Hobo – con dentro ospiti come il bluesman americano Luke Winslow King, ma già l’anno dopo si muove per dare vita ad una nuova formazione che sia in grado di dare un taglio più movimentato e ruspante alle sue composizioni. Nascono così DON JUAN AND THE SAGUAROS – oltre a Fragalà, la band è formata da Andrea Pesaturo alla chitarra elettrica e al banjo, Adriano Cucinella al basso e Andrea Palmeri alla batteria – oggi all’esordio con un disco di genere, frizzante, fresco e pimpante. Non che Don Juan e i suoi compagni s’inventino chissà che di nuovo, ma il modo in cui approcciano la materia, scombinando leggermente le carte qui e là, e la bontà di una scrittura diretta e melodica, ci fa promuovere il loro disco senza esitazioni. Pesaturo è un ottimo chitarrista, capace di risultare tradizionale ma d’imprimere pure pennellate personali ed assai efficaci; la sezione ritmica è un treno inarrestabile nella sua adesione al classico boom-chicka-boom; il resto, come dicevamo, lo fa la qualità di canzoni che, anche grazie al contributo di altri musicisti come, tra gli altri, Antonio Sorgentone (piano), Flavio Pasquetto (pedal e lap steel), Mirko Dettori (fisarmonica) e Giorgio Tebaldi (trombone), conquistano con leggerezza. Il grosso dell’album viaggia sui binari di un country-rock pimpante e ritmato (Help Me Jesus, Help Me Lord, Highway Song #61, la cashiana Julio, con un gran lavoro di pedal steel), acceso da sfumature western swing (Pickin’!), dal tiro rockabilly (Lonely Child), con un occhio puntato all’old time music (Trombone) o punteggiato da un mirabolante piano da saloon (Love Makes You Blind). E se Saint Louis Blues è così classica da sfiorare il plagio, bello è il modo in cui Take Your Time parte folk, per poi impennarsi e perdersi tra fiati New Orleans; fantastico l’impasto elettrico di chitarre nel pezzo più rock in scaletta, Rolling Down; appiccicosa la melodia di One More Time, riuscite le ballate Another Love Song e Out Of Work, la seconda segnata dall’amore per Bob Dylan. Sono le diverse sfumature di una band dal sound tradizionale e limpido, immagino capace di fare faville anche dal vivo.

Lino Brunetti

Il disco, che esce il 10 aprile, lo potete ascoltare in anteprima streaming qui sotto:

REIGNING SOUND “Shattered”

REIGNING SOUND

Shattered

Merge/Goodfellas

10_700_700_470_reigningsound_900px

In barba a qualsiasi trendy, all’hype del momento o a qualsiasi considerazione circa la (presunta) originalità di una proposta, alla fine i dischi su cui probabilmente si finisce col tornare con più frequenza sono quelli come questo nuovo REIGNING SOUND, il cui suono affonda senza mezzi termini e senza esitazione nel passato e nella tradizione. Del resto, Greg Cartwright, essendo passato in bands quali Oblivians, Parting Gifts, 68 Comeback, Deadly Snakes, Detroit Cobras e Compulsive Gamblers, non è certo un novellino e la materia la conosce bene. In questo nuovo Shattered va direttamente alla fonte, assemblando un disco dal caldo sapore vintage, in cui si mescolano echi stonesiani, soul r&b di marca Stax e Motown, rock’n’roll springsteen/dylaniani e qualche umore roots. Un brano come My My sarebbe piaciuto al compianto Willy DeVille; ballate intinte nel suono di un organo Hammond come la souleggiante Starting New, la pigra Once More, una Falling Rain in territorio Dylan o una If You Gotta Live speziata country, si alternano a più saltellanti pezzi r&b come North Cackalacky Girl o Baby It’s Too Late, in modo da garantire quella varietà di soluzioni necessaria al godimento di un disco. Rilassato e mai troppo concitato, ottimamente scritto ed arrangiato con gusto, Shattered è il classico album old fashioned in cui cercare riparo nei momenti di smarrimento da eccessi di ascolto. Un rifugio sicuro!

Lino Brunetti

THE BRIAN JONESTOWN MASSACRE “Revelation”

THE BRIAN JONESTOWN MASSACRE

Revelation

A Recordings Ltd./Goodfellas

brian-jonestown-massacre

Da anni, ad ogni appuntamento discografico, i Brian Jonestown Massacre di Anton Newcombe non fanno altro che rimescolare le carte, offrendo ad ogni tornata discografica una nuova faccia della loro visione psichedelica a 360°. Revelation, loro quattordicesimo album, interamente concepito e registrato nel loro studio di Berlino, non fa eccezione. Stavolta si presentano come quintetto, con Newcombe affiancato da un vecchio membro della formazione quale Ricky Maymi, nonché da Constantine Karlis, Ryan Van Kriedt e Joachim Alhund. Proprio quest’ultimo figura alla voce nel pezzo, cantato in svedese, che apre le danze, la ritmata Vad Hände Med Dem?. Rispetto ai due dischi precedenti, in quest’ultimo, sia la forte componente groovata, che certi arrangiamenti elettronici, si sono molto ridimensionati. Ne rimane qualcosa nell’ipnosi di pezzi come Duck And Cover, Memorymix, Xibalba, quasi una sorta di personale rivisitazione di certe sonorità kraut-rock, riadattate però con mood pigro e piacevolmente stonato. A questo gruppo di canzoni si potrebbe aggiungere anche Food For Clouds, in bilico tra sentori lounge ed una vaga memoria Clash. Più in linea con quello che ci si aspetterebbe da loro comunemente il resto della scaletta: pezzi come Goodbye (Butterfly) e, soprattutto, What You Isn’t paiono uscire dal canzoniere di dei Rolling Stones in salsa oppiacea psichedelica; Unknown è uno psych-folk elettroacustico che piacerà ai fan di Barrett; Memory Camp, days, weeks and moths e Nightbird si palesano quali ballate lisergiche; Second Sighting ha una leggerezza folk pastorale; Fist Full Of Bees si muove pigra ed assonnata tra fondali fiatistici ed un’atmosfera ovattata. Nell’insieme, i Brian Jonestown Massacre si confermano maestri in questo tipo di musica, anche se c’è da dire che rispetto ad altre volte, queste nuove canzoni faticano a lasciare veramente il segno e a farsi ricordare. Un buon disco ma non memorabile insomma, anche se, ovviamente, nulla che possa intaccare il loro culto assoluto.

Lino Brunetti