CONVERGE “All We Love We Leave Behind”

CONVERGE

All We Love We Leave Behind

Epitaph

Più il tempo passa, più i dischi si accumulano, più si rafforza la mia idea: i Converge non sono una band hardcore tra le migliori, sono la band hardcore migliore. Sono quelli che dettano i tempi, gli umori, le sensazioni. Hanno una tecnica di esecuzione che ormai rasenta la perfezione, hanno una tecnica compositiva che ha pochi eguali, ma soprattutto hanno carisma da vendere e una sicurezza nei propri mezzi disarmante. Dal vivo sono devastanti, Jacob Bannon è ormai un’icona, piaccia o meno, e i dischi fin qui messi in fila non hanno (quasi) mai mostrato segni di cedimento. Furiosi, incalzanti, riflessivi e a volte rallentati, addirittura acustici in alcuni passaggi, e potrebbe sembrare un’eresia: non per loro perché anche in quei frangenti sono sempre e comunque hardcore al 100%. Poi si potrebbe disquisire sul fatto che da Jane Doe (2001), il loro indubbio vertice compositivo, la band si sia adagiata su una comoda posizione di preminenza e che le uscite successive nulla abbiano aggiunto. Può essere, ma poco importa, fintanto che la qualità delle “repliche” è tale da soddisfare il mio palato (e quello dei loro numerosi estimatori). A me invece pare che, anche se in maniera subdola e ben mascherata, i Converge stiano inserendo elementi contrastanti nella loro musica, aggiungendo sfumature che potrebbero portarli anche da qualche parte diversa dall’hardcore intransigente ed ultratecnico. Basterebbe a questo proposito andare ad ascoltarsi la parte conclusiva del disco, a partire da una strepitosa Coral Blue nella quale si sente un respiro melodico inaspettato, la velocità si riduce e Bannon sembra provare un nuovo modo di modulare la sua voce, notizia che già di per sé è notevole, costruendo una canzone che potrebbe spostare i loro assi compositivi nel futuro. Precipice è un breve strumentale sinfonico con addirittura il pianoforte che precede la title track: tapping chitarristici che fuggono verso il metal, molto melodica nella sua costruzione convulsa, grandi accelerazioni, voce sofferta e quasi in sottofondo, finale di impressionante potenza, anche questo un brano che da la sensazione di un cambiamento in atto. Shame In The Way fila verso il metal, durissimo, spurio, quasi trash e Predatory Glow si allinea a coordinate semi industriali dalla ritmica pazzesca chiudendo l’album. Precedentemente, tanto per ribadire al mondo il proprio violentissimo approccio alla musica, avevano infilato Aimless Arrow e Veins And Veils, devastanti, molto tecniche e dalle chitarre fratturate. Trespasses e Sparrows Fall più tradizionalmente conducibili al loro classico sound, Tender Abuse un assalto impressionante e pesantissimo senza alcuna pausa. Poi Empty On The Inside che viaggia su ritmi marziali, A Glacial Pace che rallenta i tempi (beh, si fa per dire) per poi accellerare su tecnicismi esasperanti. Praticamente sempre uguali, ma lucidamente in grado di dare nuove angolazioni al proprio sound, e pure qualche bella martellata a convenzioni ormai acquisite, vedi la voce di Bannon, mixata bassissima e che si modella sulle melodie come mai prima. Rimane comunque pazzesca la loro capacità di rendere credibili e soprattutto comprensibili composizioni con così tanto “suono” dentro senza peccare in confusione, ripulendo tutto il possibile pur rimanendo sempre e comunque estremi. A dispetto di chi li ha ormai bollati come “sempre la solita roba” e di chi afferma che l’ultimo Axe To Fall sia stato il loro disco peggiore (condivisibile, ma sempre un gran bel sentire) io mi sento di donare ai Converge lo status di immortali, All We Love We Leave Behind è una bomba a picco sul mio cranio e me lo tengo stretto.

Daniele Ghiro

 

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-(16)- “Deep Cuts From Dark Clouds”

-(16)-

Deep Cuts From Dark Clouds

Relapse

Non c’è alcun bisogno di andare a creare nuove sonorità o inserire inutili orpelli, non c’è alcun bisogno di mettere la nostra musica al servizio del mainstream (come hanno fatto i Mastodon per esempio), non c’è alcun bisogno di spostarsi dalle nostre posizioni. Questo devono aver pensato Cris Jerue e soci nel mettere insieme il loro sesto album, perché la staticità delle loro composizioni non lascia spazio a nient’altro. Il loro possente e micidiale approccio alla musica è immutato e immutabile, se desiderate novità rivolgetevi altrove, se intendete rilassarvi avete sbagliato disco, se urge un momento di gioia e spensieratezza fate una drastica inversione a U. Qua dentro è tutto nero, al massimo grigio scuro, e lo si capisce immediatamente dalla partenza bruciante di Theme From “Pillpopper” con le loro bocche da fuoco già immediatamente allineate e …ready for border! Riff serrati che tolgono il fiato e dai rallentamenti paurosi (Parasite), basso killer pulsante e un assalto sonico senza paragoni (Her Little “Accident”), durissimi e lenti fino all’esasperazione, momenti che ti aspetti finalmente un’accelerazione liberatoria e invece no, loro non te la concedono (Bowels Of A Baby Killer). C’è una cattiveria che è propria del gruppo e se avete avuto la fortuna di vederli dal vivo ne capirete il motivo. Io li ho visti due volte, una davanti a centinaia di persone e l’altra davanti a pochi fans: beh, non è cambiato assolutamente nulla, Cris è un animale che non si risparmia, suonare davanti a 30 persone a lui non importa, la sua intensità, la sua fede, i suoi rantoli saranno sempre esageratamente gli stessi. Ecco perché amo questa band, amo la loro attitudine e non me ne frega un cazzo che il disco a qualcuno possa sembrare tutto uguale, per me va bene così. E poi, se proprio vogliamo vedere, qualcosa che si muove c’è: The Sad Clown è più veloce della media, se non altro per una chitarra che spacca a ripetizione, Ants In The Bloodstream le formiche te le fa effettivamente circolare nelle vene, Beyond Fixable è la più “accessibile”, oserei dire melodica, per quanto si possa discernere sul concetto di melodia nella musica dei 16. E poi che dire della conclusiva Only Photographs Remain?: la For Those About To Rock dei 16 (ah ah ah), un anthem sinistro e coinvolgente e mentre l’ascolto la immagino nella sua versione live e mi scricchiolano già le ossa. Averne di gruppi così. Nessuna luce alla fine del tunnel.

Daniele Ghiro