Aldous Harding live a Torino, 31/10/2017

ALDOUS HARDING
SPAZIO 211
TORINO
31 OTTOBRE 2017

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Nonostante gli allarmistici comunicati circa l’insostenibile inquinamento di Torino – ma non è che a Milano l’aria profumi di mughetto e, comunque, fino a che non si capirà che i vari blocchi del traffico sono solo delle cazzate tampone e che l’unica via percorribile è quella di una conversione sostanziale all’elettrico, ci sarà ben poco da fare – mi metto (ehm) in macchina e proprio nel capoluogo piemontese mi reco per il concerto di Aldous Harding, aperto tra l’altro da un cantautore altrettanto interessante quale HH Hawkline. Ad una prima occhiata, non pare che il pubblico torinese abbia risposto granché al richiamo dei due, ma poi, per fortuna, qualcuno arriva e alla fine la partecipazione sarà buona. Volendo essere sincero, devo dire che la performance del gallese non è stata di certo imperdibile: le sue canzoni, in questa veste voce e chitarra (a parte l’ultima al piano), perdono del tutto la loro verve frizzante e sbarazzina, assumendo piuttosto un’aria dimessa e sotto tono, né particolarmente intensa e neppure troppo marcata dal punto di vista melodico. Se non avessi avuto modo di vederlo con la band un paio d’anni fa e non conoscessi i suoi dischi, diciamo pure che del suo passaggio sul palco mi sarei dimenticato in un battibaleno. Tutt’altra storia invece per quando riguarda l’esibizione della cantautrice di Lyttleton, Nuova Zelanda. Il suo disco più recente, Party, esordio su 4AD dopo un primo album omonimo su una piccola etichetta neozelandese, ha fatto accrescere la sua fama e ha messo in campo una maturazione di scrittura ed esecutiva tale da lasciare pochi dubbi circa il suo talento. Per certi versi quelle di Aldous Harding – il suo vero nome sarebbe Hannah – sono delle folk song, brumose e quasi sempre malinconiche. Nei fatti, però, assumono le sembianze di ovattate e notturne elucubrazioni oniriche, in qualche modo in linea con le velature psichedeliche di un’altra cantautrice folk sui generis quale Marissa Nadler. Laddove quella è però quasi sempre gentile e sognante, la Harding è capace di imprimere ai suoi pezzi un tono più conturbante, profondo, venato d’oscurità (e in questo senso, l’approdo su 4AD appare più che logico). Anche nel suo modo di porsi on stage, ha un che di austero la Harding: la sua mimica facciale assume connotati al limite del teatrale e lo stesso fanno i suoi movimenti rallentati, la loro studiata compostezza. Allo stesso modo la sua musica vive in bilico tra algido rigore e un’intensità che può essere straziante, con le linee vocali capaci di essere filiformi o scivolare verso più gotici abissi. Accompagnata dallo stesso Hawkline al basso e dal multistrumentista Invisible Familiars, per poco più di un’ora la Harding ha trasformato lo Spazio 211 nel Bang Bang Bar, il locale in cui, nella nuova stagione di Twin Peaks, alla fine di ogni puntata si esibisce una band. Canzoni bellissime come Imagining My Man o la stessa Party, per non citarne che due tra quelle eseguite stasera, avrebbero potuto benissimo rientrare nell’immaginario e nel mood dell’opera di Lynch e vi basti questo per farvi capire la magia della serata, intaccata appena, sul finale, dall’arrivo di barbari pronti a tuffarsi nella lunga notte di Halloween. Noi, le ombre e gli spettri (dell’anima) avevamo avuto modo di frequentarli un attimo prima.

Lino Brunetti
Tutte le foto © Lino Brunetti

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