The Thousand Incarnations Of The Guitar

VIAGGIO TRA I CHITARRISTI DEL NUOVO MILLENNIO

di LUCA SALMINI

Acustiche ed elettriche, a 6 e 12 corde, Fender, Gibson, Gretsch. Martin, Telecaster, Stratocaster, Les Paul, Nashville Rose, White Falcon: esistono migliaia di chitarre e probabilmente molti più chitarristi, perchè in fondo, quale adolescente non ha mai desiderato suonarne una, magari sull’onda dello sconquasso machista dei power chords di Smoke on The Water? Per quanto ampio, vario e sfaccettato possa essere il panorama dei chitarristi, i solisti che hanno eletto la chitarra a strumento assoluto (probabilmente nessuno dei quali è mai stato anche lontanamente attratto dai Deep Purple) costituiscono una piccola cerchia, una setta e quasi un mondo a parte, che ha cominciato a profilarsi al principio degli anni ’60 quando John Fahey pubblicò il suo fondamentale debutto Blind Joe Death. Da quel momento iniziarono a delinearsi i contorni di una scena – in qualche modo indentificabile con la definizione American Primitives– e quella che venne presto considerata una scuola nata intorno alla Takoma Records, l’etichetta fondata da Fahey (un’eccellente compendio al riguardo è racchiuso nella raccolta The Thousand Incarnations Of The Rose: American Primitive Guitar And Banjo 1963 – 1974, recentemente curata da Glenn Jones e pubblicata dalla Craft Recordings): istituzioni più o meno riconosciute che hanno scritto la storia del genere e non smettono di fare proseliti ed arruolare nuovi adepti, se ancora oggi una twentysomething come la britannica Gwenifer Raymond include nel suo debutto una canzone intitolata Requiem For John Fahey. Per i cosiddetti primitivisti – americani e non – la chitarra non è lo strumento con cui scandire le cadenze di una canzone o accompagnare le strofe di un ritornello, ma diventa voce solista capace di comunicare emozioni e stati d’animo, raccontare storie, tempi e spazi, prefigurare scenari e paesaggi, per elevarsi perfino a riflesso di spiritualità. Accanto a Fahey, Robbie Basho fu uno dei precursori dello stile e forse il primo ad esplorare il versante più mistico e metafisico delle sei corde, svelando inedite affinità tra background occidentale e cultura orientale: un’opera che l’ha eletto a figura di culto capace ancora oggi di affascinare per una tecnica e un linguaggio del tutto unici e peculiari.

Buck Curran 5 October 2017

Buck Curran

Uno dei più devoti e appassionati ammiratori dell’universo bashiano è il chitarrista oggi residente a Bergamo ma originario del Maine Buck Curran, che ne perpetua lo spirito con un disco come lo splendido Morning Haikus, Afternoon Ragas (Obsolete Recordings), capace di evocarne l’immaginario fin dal titolo. Curran ha cominciato a farsi conoscere con il progetto Arborea sviluppando un’idea di musica che il critico Gino Dal Soler nel suo libro The Circle Is Complete (Tuttle Edizioni) coglie alla perfezione – “...terrena ed insieme eterea, oppure emozionale e sensuale, comunque un riflesso tragico e meraviglioso al tempo, di un piccolo, infinitamente piccolo, punto dell’universo...” – e che oggi l’artista pare perpetuare nelle traiettorie di una carriera solista annunciata nel 2016 dall’esordio Immortal Light. Ma è con il nuovo Morning Haikus, Afternoon Ragas che si avvicina sensibilmente all’estetica e alle atmosfere di Robbie Basho, portando idealmente a compimento la chiusura di un cerchio iniziata tanto tempo fa, come oggi racconta: “Credo di aver colto i primi riferimenti a Robbie Basho guardando un’intervista televisiva con Will Ackerman (un artista del roster Windham Hill). Il modo in cui descriveva Basho e la sua musica… mi ha dato l’impressione che Basho fosse uno spirito gentile e mi ha spinto a scoprire la sua musica al più presto possibile. Innamorarsi di Basho è stato estremamente facile, perchè fin da adolescente, mi sono appassionato ai suoni della musica spagnola e gitana, della chitarra classica e di altre produzioni di base acustiche. La mia predilezione per quel tipo di sonorità, mi ha portato a conoscere il sitarista Pandit Nikhil Banerjee, che è il più grande musicista mi sia mai capitato di ascoltare. Per questo motivo, quando ho sentito Basho per la prima volta, già sapevo dove era diretta la sua musica e l’ho adorato fin dal primo istante. Come Basho, stavo già impiegando accordature alternative che mi consentissero di creare nuovi colori e umori ispirati alla musica classica indiana, al folk britannico e al folk e al blues Americani (che ho imparato direttamente dal chitarrista inglese Martin Simpson nei primi anni ’90 – sebbene l’uso di accordature altenative di Martin si concentrasse su inediti arrangiamenti di Skip James o di antiche arie vocali e ballate irlandesi ed inglesi). Anche tutta l’opera di Ry Cooder è stata di grande ispirazione: Paris,Texas A Meeting By The River con Vishwa Mohan Bhatt. Amo quel disco di Cooder e Bhatt, non solo per il feeling della musica, ma anche per il modo in cui hanno raccontato di averlo inciso (nelle note dell’album). Nell’insieme tutto questo ha avuto un’enorme impatto su di me quando avevo vent’anni”. Quando si parla di solisti della chitarra acustica, Fahey è chiaramente il nome da cui non si può prescindere, ma Buck Curran ha un’opinione interessante al riguardo: “John Fahey è una figura iconica e un musicista straordinario per il quale nutro un grande rispetto, ma per me, non ha mai rappresentato un’influenza. Ascoltavo Skip James, Elizabeth Cotten, Blind Willie Johnson, Charlie Patton, molto tempo prima di aver sentito una sola incisione di John Fahey (e Fahey è un diretto discendente di quella tradizione), per questo probabilmente non è qualcosa che mi ha suscitato così tanto entusiasmo come quando ho ascoltato Basho. La mia sensazione è che Basho stesse attingendo ad una fonte molto più profonda e arcaica. Mi spiego… a quando risalgono la musica persiana, asiatica e indiana? Sono molto, molto antiche… almeno quanto la Storia e io sono sempre stato curioso e affascinato dall’idea di ritornare alle origini della musica. In confronto, il folk e il blues Americani si sono sviluppati in tempi più recenti attraverso la transizione contemporanea di migrazioni da Oriente verso Occidente. Ma la musica dell’Asia, dell’India, della Persia e dell’Africa è molto più antica, tanto che a confronto l’intera tradizione americana del blues e del folk pare storicamente appena nata, se ci si pensa (e subito seguita dal Rock’N’Roll e da quanto ascoltiamo oggi)”. Il chitarrista Rick Dietrick fu uno degli artisti più oscuri degli anni ’70, ma il suo unico e rarissimo album Gentle Wilderness recentemente ristampato dalla Tompkins Square Records insieme all’inedito River Sun River Moon, avrebbe potuto in qualche modo precorrere il più tardo fenomeno New Age, non tanto per le qualità particolarmente rilassanti del suono ma per il modo quasi sciamanico con cui è stato concepito: come farebbero un pittore o un poeta, Dietrick amava infatti isolarsi nell’incanto della natura selvaggia e strappare le sue canzoni alle acque di un torrente o ai rami di una quercia. Inconsapevolmente, Morning Haikus, Afternoon Ragas potrebbe aver avuto una genesi altrettanto ascetica e impressionista, almeno a giudicare da una traccia bucolica come Campane Del Sabato Mattina e da quanto l’autore riferisce riguardo il proprio singolare metodo di songwriting, un processo che oltre ad un innato talento comporta una certa dose di magia: “Prima di tutto, non compongo quasi mai alla chitarra. Per lo più ogni cosa si configura in forma di visioni quando sono in giro a riflettere… camminando in città o lungo un sentiero nei boschi… semplicemente stando in mezzo alla natura o aggirandomi per le strade. La musica mi si presenta ad ondate quando faccio una passeggiata… quando ho tempo per respirare davvero e stare da solo. Naturalmente, subito dopo, ho bisogno di dedicarmi alla chitarra il più presto possibile, solo così riesco a ritrovare quanto ho percepito, prima che l’idea sfugga. In quei momenti compongo velocemente la struttura base dei brani. È importante sottolineare che una buona metà del mio lavoro alla chitarra è improvvisato… improvvisato nel senso che accedendo il registratore e parto. Se da una session viene fuori qualcosa con un colore e un feeling unici, bene, è praticamente ciò che si ascolta sui dischi che ho realizzato. Inoltre curo personalmente il processo di registrazione e mixaggio… in questo senso cerco sempre di fare in modo che ci sia quanta più atmosfera possibile”. Rispetto al gusto sixties di ballate che suonano già come dei classici come New Moontide e SevenGardens To Your Shore o di alcune atmosfere rarefatte e vagamente lisergiche del precedente Immortal Light, Morning Haikus, Afternoon Ragas ha il sapore di un radicale back-to-basic e dal punto di vista progettuale assume i contorni di un sogno che Curran ha a lungo tenuto in un cassetto: “La realizzazione di un disco di sola chitarra è un desiderio che risale a molto tempo fa. Nella versione in CD dell’album, ho incluso una registrazione dell’estate del 2000 (Crucible), in quel momento avevo già consciamente deciso di realizzare un debutto per sola chitarra acustica, ma la cosa non è allora pienamente progredita. Poi dal 2004 ho cominciato a lavorare con Shanti e insieme abbiamo elaborato la musica che sarebbe confluita nel primo album degli Arborea Wayfaring Summer (2006). Per quanto riguarda la produzione degli Arborea, all’inizio mi sono ispirato a grandi duetti acustici come quelli tra Martin Simpson e June Tabor e al lavoro di Martin con la sua precedente moglie Jessica Radcliffe. Così per quanto riguarda questo mio disco solista… tutto finalmente ha cominciato a coincidere lo scorso anno dopo la nascita del mio terzo figlio qui in Italia, durante l’estate. Dal punto di vista tematico, questo disco è pervaso da una certa nostalgia e un certo struggimento suscitati dalla separazione dei miei figli che vivono in America (e al momento, cosa che sembra trascorsa in un lampo, il rammarico per la perdita della loro infanzia… ora che sono cresciuti). Tutta quest’ispirazione maturata nel corso di così tanti anni si manifesta pienamente in Morning Haikus, Afternoon Ragas. Concettualmente questo disco è quindi vecchio di decenni e sono davvero soddisfatto per essere riuscito a portarne a termine la gestazione artistica dopo così tanto tempo”. Morning Haikus, Afternoon Ragas è per lo più acustico, ma come testimonia la sensazionale Taurus, omaggio al Peter Green del periodo Fleetwood Mac, Curran è un chitarrista estroso e versatile anche all’elettrica, è interessante quindi scoprire quali siano le sue preferenze riguardo allo strumento: “Per quanto riguarda le elettriche, quello che conta per me è la semplicità e non ho bisogno di sprecare tempo inventando qualcosa che già esiste. Ho suonato delle Stratocaster per la maggior parte della mia vita, ma ho sempre avuto una profonda passione per il suono della Gibson Les Paul. Una Les Paul ha una voce talmente grossa e la qualità del sustain è superiore a quella della maggior parte delle altre chitarre. La chitarra acustica invece è tutto un altro mondo. Possiedo un’ottima Yamaha che uso per i concerti e che non mi preoccupo di maltrattare o di suonare con particolare energia. Comunque quando registro utilizzo quasi sempre un modello Butterfly che ho progettato personalmente tra il principio e la metà degli anni 2000. Ne ho costruita una usando legno d’abete rosso del Maine, che è diventata la mia chitarra principale. Questo modello Butterfly è perfetto per le accordature alternative e ha un suono meraviglioso, un sustain incredibile, grande volume e complessità di toni. Vedi… la chitarra è uno strumento fantastico. Può essere una singola voce o trasformarsi in un’orchestra in miniatura. In qualità di strumento è sempre molto stimolante e di grande ispirazione”. Come si intuisce da quanto riferito sopra, ogni marca o tipo di chitarra ha suono e caratteristiche specifiche e se si chiede a Buck Curran cosa abbia motivato le sue scelte, questa è la sua risposta: “Per quanto riguarda le chitarre acustiche e nello specifico il modello Butterfly che ho ideato, sapevo esattamente ciò che volevo dallo strumento, ma non ero riuscito a trovarlo in nessuna chitarra avessi fino a quel momento suonato, per questo ho dovuto costruirmela da solo. Sapere esattamente il suono che volevo ottenere e aver suonato così tante chitarre nel corso degli ultimi tre decenni, mi ha aiutato a capire dove e come poter trovare il necessario per farne una adatta alle mie necessità. Per quanto riguarda le elettriche, la Les Paul e la Stratocaster coprono qualsiasi esigenza possa avere… con un’intero spettro di colori tonali (Jimi Hendrix e Peter Green sono stati ottimi maestri al riguardo)”.

Dylan Golden Aycock

Dylan Golden Aycock

Come Buck Curran, anche il musicista di Tulsa, Oklahoma Dylan Golden Aycock ha i suoi buoni maestri o comunque delle fonti d’ispirazione e anche se non comprendessero l’omonimo e celeberrimo Bob, tra esse c’è di sicuro un chitarrista che con sua maestà ha effettivamente collaborato: Bruce Langhorne. I suoi contributi al capolavoro Bringing It All Back Home e allo score Pat Garrett & Billy The Kid sono storia della musica, ma è la colonna sonora del film culto The Hired Hand a sedurre profondamente Aycock, tanto da spingerlo a curarne un bellissimo tributo quasi omonimo The Hired Hands ,pubblicato lo scorso anno. I tratti paesaggistici e le partiture sensoriali e minimaliste di quella soundtrack pervadono le traiettorie del suo secondo album solista Church Of Level Track (Scissor Tail Records) del 2016, un disco polveroso, spettrale e affascinante che l’emittente radiofonica statunitense NPR considera sospeso tra “...il blues in fingerpicking di John Fahey, le vorticose composizioni di Robbie Basho e l’estroversa Americana del Jim O’Rourke di Bad Timing e The Visitor...”. Tulsa è la quarantaseiesima città più popolosa degli Stati Uniti, ma sulla carta geografica del music business rimane una zona ai margini e se aveva ragione Don DeLillo quando scriveva “…pertiene alla natura e al piacere di chi abita in una città di provincia diffidare della metropoli. Tutti i principi guida che possono emanare da un centro di idee ed energie culturali ne vengono considerati cose corrotte, in qualche misura pornografia…”, questo spiegherebbe perchè Churck Of Level Track canta di un’America periferica e desolata, di tempi color seppia e di paesaggi desertici e solitari, quando nei movimenti lenti e nelle scivolate slide di una spaziosa Arkansas River si ha la sensazione di percepire lo scorrere maestoso e melmoso delle acque di un grande fiume; negli arpeggi circolari di Red Oak Black si intravede la piatta monotonia della pianura o nella drammaticità delle note di Scratch TheChisel la furia di un uragano.

Bill Brovold Jamie saft foto di Michael Montella

Bill Brovold e Jamie Saft (foto di Michael Montella)

Più o meno la stessa, intensissima aria di “Wyrd Ole America” pervade gli schelettrici blues di Serenety Knolls (RareNoise Records), opera prima del duo composto da Bill Brovold alla chitarra elettrica e da Jamie Saft al dobro e alla lap steel guitar, musicista dal background no wave il primo e tastierista di spicco della nuova scena free jazz qui occasionalmente dedito alle sei corde, il secondo. Insieme abbandonano la coolness della scena newyorkese e si perdono nella wilderness della provincia Americana, raccontandone l’essenza come farebbe uno scrittore quale Cormac McCarthy, lavorando per sottrazione: Serenety Knolls è un disco asciutto e basico ma affatto spoglio, anzi molto lirico, perchè con poche magiche note e la ricercatezza di qualche arpeggio, i due chitarristi riescono a prefigurare tutto un mondo e il bagaglio di emozioni che lo accompagna, innescando un processo che ha rappresentato una sorta di rivelazione anche per gli stessi autori, come spiega Saft: “...Tutto è cominciato con l’idea di fare musica d’ambientazione country e alla fine siamo giunti a qualcosa che assomiglia più a uno stato di coscienza alternativo…”. Qualcosa può ricordare il Bill Frisell di Nashville, qualcos’altro il Ry Cooder di Paris, Texas, ma in generale Brovold e Saft trovano un linguaggio proprio e meraviglioso, fatto di arcaici blues come Sweet Grass, minuzie bluegrass come The Great American Bison, stupefacenti serenate da Laurel Canyon come Bemidji o dolci nenie folk come l’incantevole No Horses Seen.

elkhorn

Elkhorn

Di tutt’altro tenore i duetti che riempiono il vinile The Black River (Debacle Records) dei newyorkesi Elkhorn, formati dalla dodici corde acustica di Jesse Sheppard e dall’elettrica di Drew Gardner, due autentici visionari cresciuti tra le foreste e i complessi industriali in rovina del New Jersey, che, secondo le note della loro pagina Bandcamp, combinano “...il passato e il futuro in una musica ricca e stratificata che scivola in maniera fluida dal pre-rock al post-rock, dagli anni ’60 dell’800 ai ’60 del ‘900 e oltre…”. In effetti The Black River intreccia il ritmico intercalare delle note acustiche di Sheppard con l’echeggiare riverberato e avanguardista dell’elettrica di Gardner amalgamando l’ipnotismo del blues e la purezza del folk delle radici con la spinta centrifuga e angolare dell’improvvisazione e le visioni surreali della psichedelia tra bave di distorsione, cambi di tempo improvvisi, droni stupefacenti, lame di riverbero e astratte soluzioni armoniche. Più che l’incanto di un mondo o di un tempo perduti, The Black River ne evoca il tormento o lo sgomento provati di fronte al lento disfacimento, come se a risuonare nella testa degli Elkhorn ci fosse costantemente l’eco delle parole dello scrittore Andre Dubus III, “...L’America è la terra del latte e del miele, ma non ti spiegano che il latte è andato a male e il miele l’hanno rubato da un pezzo...”. Possono sembrare magari una voce fuori dal coro tra i primitivisti, più a loro agio nelle sale della Knitting Factory che nell’idillio di una pineta, ma la musica solo strumentale degli Elkhorn possiede lo stesso potere immaginifico e cinematografico, quando partono gli arabeschi acustici e i lamenti elettrici della bellissima titletrack, le sulfuree arie d’oriente di una narcotica Sugar Hill Raga in orbita Sandy Bull, il western noir di una scenografica Due West, l’omelia lisergica di Spiritual o il folk-rock di una lirica Depraved Heart.

Gwenifer Raymond

Gwenifer Raymond

Come affermava qualche tempo fa l’artista brasiliano Vinicius De Moraes, “...La chitarra è non solo la musica (con tutte le sue possibilità orchestrali nascoste) in forma di donna, dal momento che, tra tutti gli strumenti musicali che si ispirano alla forma femminile – viola, violino, mandolino, violoncello, contrabbasso – è l’unico che rappresenta la donna ideale: nè grande, nè piccola; di collo allungato, spalle rotonde e dolci, vita fina e fianchi pieni; colta ma che non si vanta; riluttante ad esibirsi, se non attraverso la mano di chi la ama; attenta e obbediente al suo amato, ma senza caduta di carattere e dignità; e, nella intimità, affettuosa, saggia e innamorata…”: forse è questa la ragione o una delle ragioni che giustificano come il mondo della chitarra sia prevalentemente al maschile (basta infatti scorrere la classifica dei 100 migliori chitarristi di tutti i tempi secondo la rivista Rolling Stone per accorgersi che le quote rosa si aggirano intorno ad un modesto 2%), anche se non mancano le eccezioni neppure nel campo dei primitivisti come dimostra il folgorante debutto You Never Were Much A Dancer (Tompkins Square Records) della sopraccitata Gwenifer Raymond. Vent’anni e poco più, laurea in astrofisica, aria da riot grrrl e phisique du role da stellina del pop, Gwenifer Raymond nasce a Cardiff in Galles e oggi vive a Brighton in Inghilterra, ma a giudicare da quanto si ascolta in You Never Were Much A Dancer, sembra cresciuta tra le malsane paludi del Mississippi e le profonde vallate degli Appalachi inseguendo i fantasmi di Charley Patton, Robert Johnson e Dock Boggs o almeno è l’impressione che suscitano le atmosfere da field recordings dell’iniziale Off To See The Hangman Part I, il furioso circuitare degli accordi di una spiritata Sometimes There’s Blood, gli spettrali giri di banjo del traditional Indumea, il mercuriale blues di It Was All Sackcloth And Ashes o le divagazioni metafisiche di una ispiratissima Sack ‘Em Up Part I/II. Tutto considerato, You Never Were Much A Dancer è un disco sorprendente, così come lo è il sesto posto in classifica raggiunto nella prima settimana dalla pubblicazione, e la stampa internazionale se ne accorge immediatamente: “...la Raymond prende questo suono tradizionale, ritmico e tumultuoso e ci stampa sopra il proprio imprimatur…” scrive The Guardian oppure “…Incredibilmente sicura di sé, in pieno possesso della propria arte…” aggiunge il mensile Uncut.

marisa anderson

Marisa Anderson

Al contrario, Marisa Anderson non ha finora ricevuto tutta l’attenzione che avrebbe meritato, anche se con la recente pubblicazione del nuovo Cloud Corner (Thill Jockey Records) le cose potrebbero cambiare e la chitarrista di Portland verrebbe oggi a trovarsi nella situazione che il giornalista David Hepworth sintetizza così bene nel suo libro 1971 – L’Anno D’Oro Del Rock (Big Sur Editore): “...In tutte le storie dove è coinvolta la creatività ci sono momenti in cui il talento giusto incontra la dose giusta di opportunità, denaro e tecnologia (ma non troppa) e a quel punto sottopone il risultato a un pubblico che è pronto perchè le cose vadano come non sono mai andate prima e come non andranno mai più…”. Al sesto album di studio, Marisa Anderson non pare comunque nutrire alcuna illusione e nemmeno Cloud Corner sembrerebbe il disco capace di alimentarne, anche se tutto sommato i riscontri sono incoraggianti, visto che oltre al plauso unanime delle riviste specializzate, perfino un importante quotidiano del nostro paese le ha dedicato inedito spazio. Nella sua recensione (Buscadero n. 413), Lino Brunetti coglieva l’essenza di Cloud Corner con queste parole: “...una serie di partiture che mediano tra le ancestrali radici del folk e del blues, la psichedelia, una moderata tendenza alla sperimentazione, con piccole incursioni di suoni leggermente alieni e dissonanti… Un disco, nel genere, di perfezione luminosa…”, insomma materiale fatto di effimere emozioni, evanescenti sensazioni, minuzie tecniche e immagini sgranate di un’America fuori fuoco. Dal tintinnio cristallino delle chitarre acustiche o dall’echeggiare sommesso delle elettriche, non si levano particolari virtuosismi e articolate sequenze di accordi, ma si delineano i contorni dolci e malinconici di incantevoli e diafane arie melodiche che suonano come il riflesso di uno stato d’animo e di fugaci sensazioni, come succede in una vagamente lisergica Lament, in una Surfacing virata al blues, in una deliziosa e circolare Pulse o in un’ipnotica e minimale Slow Ascent.

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Stefano Meli

In linea con il seducente chiaroscuro dei suoni, l’immagine in bianco e nero della bellissima copertina di Cloud Corner ricorda i filari di pioppi, nebbia compresa, che costellano le pianure della bassa Lombardia e allora viene in mente che anche dalle nostre parti, magari involontari esuli in un ambito underground, si muovono eccellenti solisti come il ragusano Stefano Meli, che in verità, immagino di pioppi, pianure e grandi fiumi abbia ben poca esperienza, ma nella cui musica la Sicilia suona un po’ come il Far West. Il suo ultimo album interamente strumentale No Human Dream (Seltz Recordz) è uscito lo scorso anno e sebbene non sia un lavoro in solitaria visti i pur morbidi contrappunti dei Gentless3 (Carlo Natoli e Sergio Occhipinti al basso, Sebastiano Cataudo alla batteria e Anna Galba al violino), pare pervaso da un gusto scenografico e da un’estro impressionista che non lo allontanano troppo dalle intenzioni dei primitivisti. La poetica contemplata da Meli è ben delineata nelle note della cartella stampa – “…Un disco che vuole sottolineare l’importanza del silenzio contro il rumore degli uomini, in un mondo che ha decretato la morte dei sogni, dell’intelletto e della fantasia…” ciò spiega perché nelle stupende atmosfere di No Human Dream scorra come un sottile senso di vuoto, di solitudine e di malinconia, evocato dalle magnifiche corde di un paio di chitarre vintage e dalle sapienti mosse di un artista con la testa piena di pensieri e in possesso della tecnica per trasformarli in musica. A momenti il feeling sembra quello del Ry Cooder della colonna sonora di I Guerrieri Della Palude Silenziosa o del Nick Cave di The Proposition e con un po’ di fantasia, non è difficile immaginare che le terre nei dintorni di Ragusa siano ancora luoghi selvatici e romantici proprio come la Louisiana o l’Outback australiano, capaci di ispirare le spaziose scenografie da serpenti a sonagli di una nervosa Desert, l’ariosa poesia di una lirica Petra, il blues cosmico e angolare di Stella, il talking inquieto di una hugoraceiana titletrack o l’echeggiare slide di una ipnotica Rain. A volte capita di inseguire un’emozione o un’idea per mezzo mondo, senza accorgersi che è possibile trovarle proprio sotto casa o comunque senza bisogno di attraversare l’Oceano: nel caso succedesse, il nome di Stefano Meli andrebbe tenuto bene in mente.

Simone Massaron studio by Emanuela Esquilli

Simone Massaron (foto di Emanuela Esquilli)

Milanese, colto, di formazione jazzistica, Simone Massaron è quello che Marc Ribot definisce “...un improvvisatore creativo e un chitarrista estremamente qualificato…”, all’apparenza sembrerebbe non avere nulla in comune con l’estensione delle praterie, le tempeste di sabbia dell’Oklahoma, le rive del Mississippi e le cime dei Monti Appalachi dove sognano i primitivisti, ma sono pur questi gli scenari che affrescano il suo ultimo album di studio Furore (Long Song Records), progetto affascinante ispirato all’omonimo classico della letteratura Americana scritto da John Steinbeck e alle foto di Dorothea Lange. Secondo Richard Ford “…solo gli scrittori veri – purtroppo – fanno parte di un club che ha soltanto un membro…”: un pensiero che viene di certo in mente quando si leggono le inarrivabili pagine di Steinbeck, ma che potrebbe estendersi anche ad un solista del calibro di Simone Massaron alla luce di un disco fuori dall’ordinario come Furore. Sul Busca Mauro Zambellini lo descriveva come “…un suono evocativo a cavallo di jazz, folk, ambient e musica d’avanguardia…”, giusto per far capire da che parte tira il vento, perchè Furore non è un disco facile, né immediato e nemmeno lo si può interpretare con leggerezza come una colonna sonora adatta alla lettura del libro, magari come l’onda di emozioni rimasta sulla risacca della coscienza dopo averlo terminato. In qualche modo si intravede una linea narrativa o forse cinematica che collega le ambientazioni, le azioni, i personaggi e le atmosfere evocate dai brani, storie, figure e paesaggi che si delineano in forme sfocate da una continua e intensissima dialettica tra il blues e la sperimentazione, come potrebbe accadere in un disco di Loren Connors. Per questo Furore ha bisogno di tutta l’attenzione possibile per entrare nel mood, respirare la polvere e cogliere le sfumature e le sensazioni che riempiono la parabola sonora che partendo dai desertici riverberi di Opening (Apocalypse) arriva all’aria da western all’italiana della titletrack, passando per il Sud Segreto dei Sixteen Horsepower di una splendida Tom Joad, per il fumoso blues di He Was A Burning Busher, per una circense Used Cars, Good Used Cars che divertirebbe Vinicio Capossela, per le partiture cameristiche di una cinematografica The Promised Land per la soffusa malinconia folkie di Go Down And Tell ‘Em.

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Maurizio Abate

In parallelo con quello di Simone Massaron, negli ultimi vent’anni, il percorso artistico di Maurizio Abate non ha mai avuto le sembianze di una strada maestra, rettilinea e a senso unico, ma quello di una tortuosa backstreet costellata di svolte audaci e deviazioni laterali come la sperimentazione, il minimalismo, la psichedelia o l’elettronica, aree esplorate con un’infinità di progetti e collaborazioni che compongono una discografia oggi pressocché monumentale. Dopo tanto movimento, Abate ha forse avvertito il bisogno di tornare all’essenza e alla calma del suo ultimo album Standing Waters (Boring Machines/ Black Sweat), un lavoro poetico e cristallino, che sviscera una profonda passione per l’estetica faheyana e mette a fuoco il tratto più lirico e sognante del tocco chitarristico dell’autore. Interamente strumentale, Standing Waters è composto da meditative melodie acustiche, minime sinfonie cosmiche e calde sequenze di arpeggi dall’aura naturista: come Meli invoca il silenzio che da assenza diventa presenza nel suo No Human Dream, qui Abate evoca l’idea di staticità delle Acque Ferme come momento di riflessione, introspezione e catarsi o almeno è una delle possibili interpretazioni che si potrebbero dare al placido dilatarsi di una sognante Nymphs Dance, al dondolio folk di una celestiale Odomata, ai ricercati cambi d’accordi e alle lievi orchestrazioni di Shaping The Mudo al mesmerico riverberare avant di una cerebrale Standing/ Crumbing.

Roberto Menabò

Roberto Menabò

Nel panorama italiano, Roberto Menabò può essere considerato un pioniere o almeno pionieristica pare l’incisione di un album per sola chitarra acustica, nello specifico una Martin HD28, nel lontano 1985, proprio quando montavano il fenomeno new wave e il refrain dei sintetizzatori. Per il chitarrista piemontese, la realizzazione, con pochi mezzi e tutta la passione possibile, di A Bordo Del Conte Biancamano (Autoprodotto http://www.robertomenabo.it), inciso d’istinto in una sola giornata, costituì la realizzazione di un sogno maturato durante i molteplici ascolti dedicati ai dischi di John Fahey e dei maestri del folk e del Delta blues: come tutte le fantasie oniriche non durò a lungo e quindi è oggi opportuna la ristampa in CD curata in occasione del trentennale della sua uscita in vinile, in versione rimissata e con l’aggiunta di note, foto inedite e bonus tracks, nonostante le obiezioni sollevate dall’autore stesso: “…Ripubblicare un disco di chitarra acustica dal suono antico, melodico e possente, nello stile “american primitive guitar” come chiamava Fahey è probabilmente da incoscienti, folli sognatori maldestri, ma la fantasia non ha prezzo…”. E di fantasia Roberto Menabò ne ha da vendere come testimoniano le tracce tutte originali, tranne un paio di vecchi blues, di A Bordo Del Conte Biancamano, un lavoro con cui si propone di intrecciare in maniera armonica gli stilemi dell’old time music con la melodia della canzone popolare italiana, mettendo in campo una tecnica da veterano e un’entusiasmo da debuttante: il disco è pervaso da un’incantevole senso di purezza e autenticità, rigoroso e pulitissimo dal punto di vista dei suoni, profondo, vissuto e passionale per quanto riguarda l’esecuzione. In generale, i 14 brani del vinile originale più le sei tracce aggiunte custodiscono il fascino di una vecchia polaroid con i bordi ingialliti dal tempo ed è probabile lo sembrassero già al tempo se confrontati con la mentalità frivola dell’Italia degli anni ’80, ma la musica di Menabò suona ancora oggi limpida e viva come nell’attimo in cui è stata concepita, per rendersene conto basta ascoltare il madrigale acustico della bellissima Stelle Filanti, le stoccate slide dello spettrale blues A Due Passi Dal Sunflower, i frizzanti virtuosismi di Sulle Rive Dell’Azar, la squillante mountain music di Frammenti e Autogrill, il divertente ragtime di Coiffeur Rag o il gospel natalizio O Little Town Of Bethlehem. A Bordo Del Conte Biancamano è stato solo il principio di una lunga e purtroppo poco chiacchierata carriera che continua felicemente ancora oggi, ma è a tutti gli effetti un’opera da riscoprire, giusto in un momento in cui il mondo dei solisti pare stia attraversando una nuova epifania.

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BOLOGNA VIOLENTA: BERVISMO E UNO BIANCA

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Nicola Manzan ha ormai un certo seguito nel panorama rock estremo italiano (e non solo). Ai dischi e alle attività di Bologna Violenta, la sua creatura della quale è unico artefice, si aggiungono collaborazioni varie come session man, come produttore e come “discografico” attraverso la sua etichetta Dischi Bervisti. Proprio per questo tralasciamo una dettagliata biografia e andiamo a chiedere qualche informazione supplementare, Nicola risponde sincero e disponibile, parlando anche del suo nuovo lavoro Uno Bianca, del quale trovate la recensione alla fine dell’intervista.

Da dove nasce la tua voglia di fare musica?

E’ iniziato tutto quand’ero bambino. Ho iniziato a suonare il pianoforte a cinque anni e verso gli otto anni ho iniziato lo studio del violino. Ho sempre amato la musica, mi affascinavano gli strumenti e già a quell’età facevo le classifiche a casa (col giradischi) imitando quelle della radio. I vinili di mio padre comprendevano musica classica e cose pop o cantautorali che mischiavo con molta naturalezza, creando delle mie personali playlist che non ammettevano distinzione di “genere”.

Sei diplomato in violino, presumo che ci sia bisogno di un’impronta classica per studiare questo strumento. Come sei finito a fare grindcore?

Come dicevo, ho iniziato da piccolo a suonare il violino e mi sono diplomato in conservatorio a fine anni 90. Amo la musica classica, è una parte fondamentale del mio background e dei miei ascolti. Però amo anche i generi più distruttivi, forse perché rappresentano l’opposto di quello per cui ho combattuto in anni di conservatorio: l’eleganza, il bel suono, il rigore interpretativo e tutte queste cose. Il grindcore è considerato l’anti-musica per eccellenza, e questo mi affascina molto. Raggiunta la maggiore età ho iniziato a suonare con i primi gruppi della zona, che hanno avuto un’impronta sempre abbastanza pesante, nelle sonorità, ma solo con BOLOGNA VIOLENTA ho deciso di estremizzare tutto e mettere in musica il mio lato più estremo.

I due aspetti (classico ed estremo) sono in antitesi o si possono coniugare? Sembra che tu riesca in scioltezza ad inserire elementi classici in contesti estremi. Qual’è il tuo approccio?

Il mio approccio è molto semplice: voglio fare musica che sia molto forte dal punto di vista emotivo. L’uso di tempi molto veloci nei pezzi genere ha già di per sè un forte impatto, ma negli anni sono riuscito ad utilizzare tipi di accordi e sequenze armoniche che riescono a sottolineare al meglio quello che voglio “dire”. Da notare che in genere sono proprio gli archi a creare le armonie, mentre la chitarra sta sotto a macinare ritmiche veloci e spezzate. Mi sembra il modo più naturale per mettere insieme le due cose, per quanto col mio ultimo disco ho fatto dei notevoli passi avanti, cercando di rendere gli archi più estremi e le chitarre più armoniche.

Sembri un tipo luciferino e sinistro, la tua musica è estrema e violenta, ma poi conoscendoti si ha la sensazione che tu sia un tipo tranquillo, c’è una sorta di Jekyll/Hyde nella separazione tra musica e privato?

Beh, c’è da dire che nel privato non sono sempre gentile e tranquillo, chi mi conosce bene lo sa… Sono testardo di natura, quindi se le cose non vanno come voglio io tendo ad essere molto pesante. Però credo anche che la mia musica abbia molti risvolti “positivi”, io la vivo come una specie di catarsi, un breve incubo che una volta finito ti fa stare meglio. Quindi non vedo il mio progetto come violento-e-basta, lo vedo molto provocatorio, più che altro, e questo mi rispecchia in pieno. La gentilezza e il rispetto per il prossimo dovrebbero essere alla base di tutte le relazioni tra gli esseri umani, la musica che si fa non dovrebbe c’entrare.

Una one man band ha dalla sua il vantaggio di essere a capo di tutto. Ti piacerebbe essere in una band con altri elementi o la tua dimensione solitaria è completamente appagante?

Le due esperienze sono molto diverse, devo dire. Mi piace essere a capo di tutto per quello che riguarda BV e spesso mi chiedo se vorrei altra gente a suonare sul palco con me (la risposta è spesso positiva, tra l’altro). A volte risulta pesante essere quasi ogni sera su un palco da solo a creare uno spettacolo che funzioni, in cui devo spingere sempre al massimo perché l’attenzione è tutta su di me. Mi piace molto suonare con altre persone (anche se negli ultimi due anni non è mai capitato), devi creare il feeling giusto, il “respiro comune”, è creare qualcosa di unico con altre persone, quindi la sento una cosa molto speciale (tanto speciale da tenermi alla larga da improvvisazioni modello: dai prendiamo due strumenti e vediamo cosa esce). Spero presto di ricominciare a suonare anche con una vera band, tutto sommato mi mancano i fischi alle orecchie post-concerto, quelli che nel silenzio ti fanno compagnia tutta la notte col suono dei piatti del batterista di turno…

Tra collaborazioni, registrazioni, produzioni sembra che la tua vita sia totalmente dedicata alla musica, è così?

E’ così. Ti dirò, se non mi ci dedico ogni giorno mi sento in colpa con me stesso. E’ una ossessione, più che altro…

Come sono nate le tue collaborazioni con Menace (progetto di Mitch Harris dei Napalm Death) e Justin K. Broadrick (Jesu)? Qual’è il tuo contributo in questi progetti?

Ho conosciuto Mitch quando ho suonato per la prima volta di supporto ai Napalm Death. Ha visto che avevo il violino sul palco e mi ha chiesto se registravo e arrangiavo gli archi, perché aveva questo progetto in ballo con Brann Dailor (Mastodon) e Max Cavalera (Soulfly), ma all’epoca c’erano solo dei provini. Dopo un intenso scambio di mail, pezzi e idee durato quasi due anni, siamo arrivati al punto che il cd esce a Marzo per Season Of Mist e sarà distribuito in tutto il mondo. Io mi sono occupato della parte “orchestrale” della cosa, registrando gli archi su gran parte dei pezzi, in più ho fatto alcune parti di synth e fiati, oltre al basso del primo singolo. Nel disco, prodotto da Russ Russell (Napalm Death, Evile) hanno suonato Shane Embury (Napalm Death), Derek Roddy (Hate Eternal, Nile) e Fred Leclerq (Dragonforce). Justin l’ho incontrato a Bologna suonando di supporto ai Godflesh. Anche in questo caso, ha visto il violino e mi ha chiesto di registrare gli archi veri su un pezzo dell’ultimo album di Jesu. Anche in questo caso, un’esperienza molto bella per me, soprattutto dal punto di vista umano (e qui si torna alla domanda sull’essere gentili e fare musica estrema…).

Una domanda che faccio a tutti: riesci a vivere di musica oppure fai anche altro? Gestisci tutto da solo anche per quanto riguarda la parte amministrativa e organizzativa?

Diciamo che riesco a “sopravvivere”. Ho impostato tutta la mia vita sulla musica, fin da bambino, e a parte qualche periodo in cui ho fatto anche altro, in genere sono sempre riuscito a non morire di fame. Devi pensare che oltre a BV faccio anche il fonico in studio, produco gruppi e partecipo alle registrazioni di parecchi dischi. Mettendo insieme tutto ed evitando di buttare i soldi in cazzate a fine mese non ho un vero e proprio stipendio, ma almeno non devo trovarmi qualcos’altro da fare per vivere. Inizialmente gestivo tutto, ora molto meno, i concerti li gestisce il Cecca di BPM Concerti, la stampa dell’ultimo disco la sta gestendo Woodworm, mentre l’ufficio stampa è autogestito da me e Nunzia (la mia compagna) come Dischi Bervisti, ma devo dire che ho sempre meno tempo per star dietro a tutto.

Come vedi la scena musicale italiana? Intendo quella sotterranea (ma non troppo) fatta di piccole entità come la tua (o anche maggiori) ma che mi sembra sia ormai ad un livello qualitativo veramente elevato.

Anche secondo me il livello si è alzato. Purtroppo il livello culturale italiano si è abbassato, quindi magari la musica può essere migliore, ma i posti dove farla sono sempre meno. Sono anche contento di vedere molte band che suonano e sono amate all’estero, questo significa che forse siamo arrivati, almeno in alcuni casi, ad essere “competitivi”, per quanto questo termine non mi piaccia.

So che hai fatto qualcosa anche con Ligabue: come collochi questi grandi nomi nel panorama rock italiano? Voglio dire, per me Vasco Rossi e Ligabue hanno un’influenza negativa su tanti perché il monopolio radiotelevisivo ci dice che loro sono il rock in Italia. Per trovare alternative devi cercare da altre parti e non tutti ne hanno voglia o interesse.

Ho registrato i violini su due pezzi di Ligabue. Mi è stato chiesto se volevo farlo e mi è sembrata una bella occasione per mettermi alla prova e soprattutto per andare a vedere come si lavora a quei livelli. Io personalmente non ce l’ho con Ligabue o Vasco, non mi piacciono le cose che fanno, tutto qui. La questione è un po’ complessa, dal mio punto di vista, perché da un lato ci sono le major che spingono i nomi grossi per far cassa (con tutte le conseguenze del caso), dall’altra c’è un pubblico che si riconosce in quello che questi artisti comunicano. Forse è perché comunicano cose molto semplici, in cui l’italiano medio si rivede. Chi non è stato con una tipa stronza in vita sua? Se ci fai una canzone gran parte del pubblico maschile ci si rivedrà. Sta a noi decidere se vogliamo ancora sentir parlare di cuore-amore o se vogliamo che la musica sia un arricchimento culturale, oltre che semplice intrattenimento. In più la gente non ha voglia di cercare qualcosa di diverso, quindi si becca quello che le viene propinato da tv o radio e basta. La cosa finisce qui. Diventa puro e semplice mercato.

L’etichetta Dischi Bervisti l’hai fondata tu?

L’abbiamo fondata io e Nunzia, inizialmente è stato fatto perché ai tempi del mio penultimo album ci siamo resi conto che potevamo contare su Audioglobe per la distribuzione delle copie fisiche, senza dover passare necessariamente per altre etichette. Quindi ci siamo messi in proprio e a quel punto abbiamo deciso anche di gestire tutta la parte promozionale. Ora facciamo da ufficio stampa anche per altre band e coproduciamo i dischi degli amici o quelli che ci piacciono. Una cosa molto DIY, comunque.

Ho saputo che ti sei sbattezzato, hai problemi con la religione cattolica o invece è una cosa più generale contro tutto quello che riguarda la spiritualità?

Non è una cosa che riguarda la spiritualità, ma le religioni (tutte) intese come un sistema politico per il controllo delle masse. Detta così sembra una cosa complottista, ma non lo è. La chiesa e le religioni per secoli non hanno fatto altro che mettere gli uni contro gli altri, in nome di un Dio che qualcuno si è inventato. La gente crede in cose assurde e affronta la vita pensando cose tipo “se Gesù è morto per noi, allora io devo avere la mia croce e soffrire”… secondo me questa è follia pura. Non si sa neppure se Gesù sia mai esistito o meno, non riesco a sentirmi vicino a queste cose. Che poi la religione cattolica mi fa proprio ridere, piena di controsensi. Una religione monoteista in cui vengono venerati decine di santi (che poi santi nella vita non lo erano proprio). Sinceramente? Non voglio averci niente a che fare.

Ora parlami del Bervismo, al quale ti vedo molto legato. Cos’è e da dove nasce?

“Bervismo” è una parola che mi sono inventato. Ho cominciato a scriverla sui social network ed ora sta cominciando a dilagare in maniera preoccupante… Di base vorrebbe essere la parola che identifica il trionfo della ragione sui sistemi politici del passato, sulle religioni e sulle superstizioni in generale.

Passiamo al tuo ultimo disco Uno Bianca: un progetto che potrebbe prestarsi ad interpretazioni controverse. Non ti hanno ancora accusato di apologia della violenza? Perché hai rievocato la storia di quella banda criminale?

Ho pensato di rievocare in musica una storia che a mio modo di vedere ha cambiato non solo la provincia di Bologna, ma un po’ tutto il Belpaese. Una storia sconvolgente che dovrebbe continuare a far riflettere, ma di cui non si parla quasi più. E’ una storia di Bologna e il mio progetto è nato inizialmente con l’idea di parlare della città in qualche modo, soprattutto andando a raccontare le sue storie più tristi. L’argomento è scottante, me ne rendo conto, infatti fin da subito ho contattato l’Associazione delle Vittime della Uno Bianca per parlare del mio progetto e del fatto che non ho la minima intenzione di far passare quelli della banda per dei personaggi da imitare. La mia è una denuncia spietata nei confronti di chi non ha il rispetto per la vita (aggravato, in questo caso, dal fatto che chi era coinvolto faceva parte di un’istituzione che dovrebbe garantire la pubblica sicurezza).

Rispetto ai lavori precedenti si nota un massiccio uso degli archi, il tuo violino mischiato con la violenza chitarristica crea una sorta di tappeto grind orchestrale. Un connubio che ti appassiona?

Come ho già scritto sopra, penso che questo che esce con BOLOGNA VIOLENTA sia una specie di “suono primordiale” che ho in testa. Questa è esattamente la musica che ho dentro.

Diventa imprescindibile il booklet allegato all’ascolto: preso da solo l’album è spiazzante ma con la guida in mano magicamente tutto si incastona al posto giusto. Una colonna sonora per un film che non è nelle sale ma che è nella storia della cronaca nera italiana. Hai attualizzato i poliziotteschi dei ’70 si può dire.

In qualche modo, forse sì. Lì era tutto basato su storie inventate, qui purtroppo è una storia vera. La mia idea era proprio quella di ricreare le colonne sonore di quei momenti così drammatici, la paura, la follia, il dolore generato da un raptus di follia. La guida all’ascolto è imprescindibile, perché lo svolgersi dei fatti è sottolineato dalla musica, ma se non si sa cosa è successo, si ha la sensazione che sia tutto un po’ fine a se stesso.

Come lo porterai in tour? Hai delle idee di come sarà il tuo show?

Sto preparando dei video che spero siano all’altezza del disco… Sto cercando di creare un viaggio minimale, ma efficace. Sul palco sarò da solo, non me la sono sentita di coinvolgere altra gente nei miei deliri!

Perché qualcuno dovrebbe comprare Uno Bianca? Fatti pubblicità…

La gente dovrebbe comprare il disco perché è qualcosa di diverso da quanto esce di solito. E’ uno sconfinare tra generi continuo, anche se di base la componente violenta è quella predominante. E’ un disco fatto col cuore che racconta una storia che dovrebbe farci riflettere.

BOLOGNA VIOLENTA

Uno Bianca

Woodworm/Wallace Rec/Dischi Bervisti

BV - UnoBianca [cover]

C’è qualcosa di sorprendente nelle idee di Nicola Manzan, cioè il factotum dietro il nome Bologna Violenta. L’anno scorso ha avuto il coraggio di condensare in un’unica traccia le discografie di artisti che vanno dai Pink Floyd agli Abba passando attraverso i Carcass con l’operazione “The Sound Of…” che seppur discutibile dal punto di vista puramente uditivo (a volte ci sono pezzi di puro rumore bianco) risulta affascinante per l’idea e dimostra ancora una volta la vitalità dell’artista trevigiano. Ora dopo tre dischi in netta crescita ecco che arrivano i 27 pezzi (30 minuti di musica totali) del nuovo Uno Bianca. Un concept che percorre passo passo le gesta criminali della banda dei fratelli Roberto e Favio Savi, poliziotti, che tra il 1987 e il 1994 misero a segno una serie di rapine e assalti che terrorizzarono Bologna e dintorni. Chiunque si trovò malauguratamente sulla loro strada fù impietosamente spazzato via, al momento del loro arresto i morti che si lasciarono alle spalle furono 24, conto al quale si aggiunge il loro povero (ma controverso) padre che si suicidò, forse vinto dalla vergogna (e a questo capitolo finale è dedicata l’ultima, bellissima, sinfonica e classica traccia). La canzone vera e propria non esiste e viene abbandonata a favore del concept globale della storia, anche i titoli non esistono, visto che ogni pezzo è identificato dalla data e dal luogo di ogni loro rapina o azione criminosa, e tutto il disco si regge sulla tremenda dicotomia chitarra – violino. I ritmi sono spesso forsennati come suo solito, l’uso degli archi però è massiccio e stempera le violenze, le pause sono inserite al momento giusto e la liricità del disco ne guadagna. Spiazzante al primo ascolto, il lavoro cresce notevolmente con i successivi, ma è quando si prende in mano la guida ai brani che Nicola ha allegato al suo lavoro che tutto giunge a compimento e il suo disco si trasforma in una colonna sonora perfetta di un poliziottesco italiano aggiornato agli anni ‘90, in un continuo aumentare del coinvolgimento emotivo. La musica segue passo passo ogni vicenda e tutto si va magicamente ad incastonare nel punto giusto, lasciando stupefatti di come questo sia possibile seguendo la sua proposta musicale, che non è certo tra le più accessibili e leggere. La violenza musicale delle rapine lascia spazio agli archi delle morti e dei funerali, si sobbalza ad ogni attacco, si prova pietà per le vittime e rabbia per i carnefici, sembra di essere sulla scena del crimine (ad esempio le tristi note tzigane durante l’assalto ai campi ROM si interrompono bruscamente durante il vero e proprio tirassegno messo in atto dai criminali lasciando spazio alla furia delle chitarre). Vi garantisco che, se siete solo un minimo avvezzi al genere, vi ritroverete ad ascoltare mezz’ora di grindcore con il cuore in gola e non potrete non trasalire ad ogni rintocco di campana (24, uno per ogni morto) puntualmente sistemati al momento dell’esecuzione. Da brividi. Come ho detto all’inizio, uno dei più sorprendenti artisti italiani nel panorama della musica estrema.

Daniele Ghiro

ISAAK: IL MEDITERRANEO COME IL DESERTO

Cambiare il nome da Gandhi’s Gunn a Isaak sembra una cosa piccola e tutto sommato insignificante, ripubblicare lo stesso disco con un’altra etichetta sembra una cosa inutile, ma le cose stanno messe su piani differenti e non sono mai così semplici. Innanzitutto l’entrata in formazione di una nuova base ritmica cambia le alchimie in maniera consistente e se poi l’etichetta che ti contatta per spingerti sul mercato mondiale si chiama Small Stone allora c’è qualcosa di cui parlare ed approfondire. Complice un live a Milano sono riuscito ad ottenere dal disponibilissimo Massimo Perasso (basso) una serie di risposte alle mie domande. Insieme ai compagni di avventura Giacomo H. Boeddu (voce), Francesco Raimondi (chitarra) e Andrea Tabbì De Bernardi (batteria) hanno dato vita ad live set intenso e senza fronzoli, andando a ripescare il meglio della loro discografia. Nel loro lavoro fresco di ristampa, le potentissime uncinate di Under Siege e Haywire si mescolano alle più articolate Flood e Hypotesis, creando un mix tellurico di stoner e psichedelia d’annata applicata ai tempi moderni. Le cover bonus di Fearless (Pink Floyd) e Wrathchild (Iron Maiden) stanno proprio li a dimostrare che ci sono degli estremi con tanto in mezzo. Il pubblico del LO-FI proprio non vuole sentire la parola fine e dopo qualche bis proprio con la violenta e trascinte cover dei Maiden gli Isaak concludono il loro live inaugurando (speriamo) un nuovo corso che sia foriero di successi per una band che ha dalla sua un potenziale esplosivo.

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Partiamo da Genova, il Mediterraneo come il deserto, da dove arriva la vostra passione per questa musica?

La passione per questa musica parte dai tempi della Man’s Ruin e da quando i Kyuss erano ancora in attività! Ricordo il video di Green Machine su Video Music. Ricordo che andai dal negozio di dischi chiedendo questi chiuss e il commesso mi lanciò il cd con disprezzo aggiungendo “si dice caiuss”! Da quel momento iniziai a divorare tutto ciò che veniva definito stoner! Mi abbonai alla fanzine Vincebus Eruptum (ancora in attività, attualmente anche come etichetta) e ricordo che compravo tutti i dischi che riuscivo a trovare. Poi sulla rivista Rumore per un certo periodo c’era una sezione apposta e su RockFm Sorge e Cerati passavano un bel po’ di musica del genere nel loro programma. Nel mentre avevo una mia webzine in cui iniziai a parlare di questo genere e iniziai a contattare band italiane. Scoprii che c’era una zine decisamente più a fuoco della mia (più generalista) in merito al genere: era Perkele. Grazie a quel portale fecero le prime mosse i Gandhi’s Gunn (ancora con Kabuto al basso) e frequentando gli stessi posti iniziammo a conoscerci fuori dal web. Ai tempi eravamo più appassionati della scena storica (Kyuss, Fu Manchu, Nebula, Corrosion Of Conformity, Clutch, Orange Goblin) ma ben presto abbiamo iniziato a scambiarci dischi e input. Con gli anni siamo diventati consumatori di ogni disco del genere, complice anche i nuovi arrivi nel mio negozio di dischi (Massimo ha un negozio a Genova, Taxi Driver, ma ne parleremo più tardi, ndr).

Come si è formata la band? Siete amici da sempre o avete incrociato per caso le vostre passioni musicali?

Genova non è una metropoli, per cui se suoni è normale frequentare gli stessi posti e conoscere la stessa gente. Francesco suonava in una band Death Metal (Toolbox Terror, che hanno pubblicato da poco l’esordio), Giacomo meglio non dirlo, Andrea in una band di estrazione psichedelica e space rock (Fase Cronica) e io mi barcamenavo in vari progetti. A Genova lo stoner è conosciutissimo, complice una bella scena: 2 Novembre e White Ash  erano dei veri eroi locali. Negli anni si sono aggiunti Christopher Walken, Bells Of Ramon, Temple Of Deimos, e altre band più variegate come Vanessa Van Basten, Eremite, Lilium. Poi nel mio piccolo ho cercato di alimentare questa fiamma organizzando concerti al Checkmate Rock Club, ho aperto un negozio di dischi e ho un programma radio (su gazzarra.org) chiamato Fruit Of The Doom. Quindi come nascono i Gandhi’s Gunn? Ascoltando musica, bevendo birra e andando ai concerti.

Da Thirtyeahs, che rimane un ottimo debutto, a The Longer The Beard The Harder The Sound c’è un’evoluzione stilistica importante. Avete centrato in pieno l’attitudine, frutto di un maggiore affiatamento immagino. O c’è altro?

Thirtyeahs era una band per metà diversa. La sezione ritmica in primis ma anche il bagaglio culturale. Grazie a quel disco abbiamo avuto la possibilità di girare per l’Italia, di suonare assieme a band importanti (Acid King, Church Of Misery, Atomic Bitchwax) e imparare dal pubblico e dai colleghi. E’ stato facile capire cosa non funzionava e cosa si: bastava guardare le reazioni del pubblico. The Longer nasce proprio dall’esigenza di suonare quello che vorremmo sentire come pubblico. Noi siamo innanzitutto fan di quello che facciamo e difficilmente suoneremmo qualcosa che non ci piace, ma bisogna essere ulteriormente critici e selezionare quello che è veramente il meglio. Le nostre prove sono infinite! Non so se abbiamo centrato il bersaglio. So che in quel disco ci sono parecchie suggestioni che ci piacciono. E’ un disco stoner molto particolare: c’è l’influenza noise rock, c’è l’impronta hardcore, c’è la psichedelia ma sempre all’interno di una forma canzone. Molte band “barano”. La buttano solo sull’impatto. Sul suono. Ma spesso dimenticano che ci vuole anche qualcosa di più.  Pensiamo di avere scritto una manciata di buone canzoni, e speriamo di continuare a farlo.

I vostri testi di cosa parlano?

Cinema. E vita quotidiana. Ma per lo più cinema. Comunque nel cd li trovate tutti. Ed è uno dei motivi per cui è sempre meglio comprare il supporto fisico rispetto al download (il tutto condito da una stupenda grafica che richiama i miti cinematografici poliziotteschi degli anni 70, per spingersi fino ai sempreverdi Godzilla e compagnia brutta, ndr).

Quanto tempo dedicate agli Isaak?

Parecchio tempo. C’è chi cerca date, chi si occupa dell’aspetto social e web, tutti noi comunichiamo quotidianamente con band e pubblico. Tutti noi siamo sempre a cercare questa o quell’idea da poter sviluppare in sala. Ovviamente lavoriamo tutti, quindi non stiamo assieme 24 ore su 24. Per fortuna.

Le vostre composizioni più dure mi rimandano immediatamente a Clutch e Red Fang, le più psichedeliche a Hawkwind e Monster Magnet, tanto per fare qualche nome. Le vostre preferenze sulle band attuali?

Che bello sentirti nominare gli Hawkwind!! Hai riassunto bene la nostra attitudine sonora. Un po’ di nomi attuali? Big Business, Torche, Elder, Uncle Acid And Deadbeats, Graveyard, Pallbearer.

Esuliamo dallo stoner, cosa si ascolta d’altro in casa Isaak? Presumo che ciascuno di voi abbia il proprio background musicale e che ci siano quattro teste diverse che trovano un punto d’incontro nella sala prove. Oppure non è così?

Maso: grunge, hardcore, noise. Francesco: metal, Carcass ed Entombed. Giacomo: classic rock, funk e soul. Andrea: post rock, post metal. Ma tutti noi troviamo un accordo quando si ascoltano Melvins, Clutch e Big Business. In realtà siamo tutti onnivori ma ovviamente difendiamo le nostre posizioni quando si discute che i Carcass siano meglio dei Russian Circles e viceversa. In tour è meglio che ognuno si porti il proprio lettore musicale personale! In viaggio verso la Spagna solo Francesco aveva portato i CD da viaggio, puoi immaginare: Slayer, Iron Maiden, Megadeth, Metallica, Immortal, Mayhem, Carcass, Death, Entombed per 10 ore di fila. Siamo arrivati a Barcellona ricoperti di borchie e toppe. Ma meno male dato che lì gli eroi locali sono gli Obus! (Grande gruppo spagnolo attivo già negli anni ottanta e ancora in vita che canta in lingua madre, sul filone dei grandissimi Baron Rojo, ndr).

A vedervi live sembrate molto affiatati, ragazzi alla mano e per nulla spocchiosi (e vi garantisco che di gente che se la tira ce ne è in giro parecchia), sembrate divertirvi alla grande. Cos’è per voi suonare dal vivo?

Divertimento innanzitutto. Ma anche parecchia ansia prima di salire sul palco. Noi adoriamo il pubblico che partecipa saltando, pogando e cantando i pezzi (nella fortunata ipotesi che arrivi preparato). Vedere queste scene ci ripaga completamente. Ecco perchè The Longer suona più tirato di Thirtyeahs: vogliamo vedere il pubblico saltare!!

La scena italiana stoner mi sembra viva e pulsante. Molti gruppi dal sottosuolo hanno fatto dischi di una qualità impressionante. Perché non si riesce a uscire dal ghetto italiano? E’ solo una questione che se dici che suoni rock la gente in Italia immagina immediatamente Vasco Rossi? Oppure è un problema di infrastrutture e di soldi? Credete ad esempio che situazioni tipo Ufomammut su Neurot possano aprire un varco?

L’Italia all’estero viene vista non solo come pizza spaghetti e mandolino. Per i cultori della buona musica l’Italia esporta da sempre: uno degli gruppi principali del Roadburn di questo anno sono i Goblin! Dal prog all’hardcore l’Italia ha sempre avuto qualcosa da dire a livello internazionale. Ma il problema è tutta quella musica che non vuole avere risonanza internazionale ma che, anzi, sfrutta, l’ignoranza media per spacciare per oro cose che all’estero sarebbero ridicole. Come mai non ci sono band indie italiane al Primavera? Perchè la proposta vale giusto qualche click su rockit e finisce lì. Cannibal Movie, Squada Omega, e tutta la scena neo psichedelica di cui si sono occupate anche le riviste internazionali sono un grande vanto, non i Cani. Non dimentichiamo band più pesanti come The Secret o Grime che escono per etichette importanti. Magari fra qualche anno qualche collezionista americano pubblicherà una raccolta del miglior stoner italiano… ti consiglio un ottimo disco appena uscito: l’omonimo dei Manthra Dei uscito in CD per Acid Cosmonaut e vinile per Nasoni.

La scena italiana alternativa: alla fine è sempre la solita storia, solo i fighetti con un certo tipo di atteggiamento riescono a raggiungere il grande pubblico. Ma da assiduo frequentatore di concerti ci sono tanti gruppi di ottima qualità che suonano solo per passione. Ma il pubblico, anche se poco, li ama tanto. Basta questo? A volte siete in preda alla frustrazione di non poter fare qualcosa che vorreste invece tanto?

Il nostro sogno è di suonare al Roadburn Festival. Tutto il resto non ci fa rosicare più di tanto. Ovvio se in Italia ci fossero più canali specializzati potremmo far sentire la nostra musica a più persone ma attualmente, per fortuna, c’è molto interesse da parte del pubblico verso queste genere. E’ innegabile: l’approccio dei Red Fang ha fatto si che molte persone che non conoscevano il genere iniziassero a incuriosirsi. In negozio mi è capitato molte volte di consigliare dischi a chi mi diceva “adoro i Red Fang, cosa mi consigli?”. Più che una band è un cavallo di troia!

Capitolo crowdfunding: vi hanno rubato attrezzatura dal vostro studio e avete organizzato una raccolta fondi. Come è andata? Mi sembra ci sia stata una buona risposta.

Siamo molto critici verso il crowdfunding per come viene usato in Italia. Da artisti mediocri che vogliono che il pubblico gli paghi il video o band da pensione che sperano che i fan gli paghino il tour europeo di spalla ad altre band da pensione. Da super nerd seguo molto di più i fund raising per progetti da geek: colpiscono l’immaginario del pubblico e gli vengono concessi bonus di assoluto rispetto. Il nostro è stata una via di mezzo fra la classica operazione di raccolta fondi per terremotati e il dare ai fan dei bonus inediti. Dandoci un offerta era possibile avere magliette e poster disegnati per l’occasione da Giant’s Lab o avere un brano inedito su cassetta con grafica di Solo Macello. O avere dei nostri vinili ormai fuori catalogo ripescati dal magazzino di Taxi Driver. Ci serviva una spinta per non darci per vinti dopo un danno così (fra noi e i nostri compagni di sala Zero Reset abbiamo perso circa 20000 euro di strumentazione). Un danno economico ma non solo, perchè ha cambiato le nostre priorità da un giorno all’altro. Eravamo nel pieno del decisionale sulla registrazione del nuovo disco, nella vera e propria pre produzione. Dopo quel fatto è stato un miracolo poter discutere assieme di come metterci subito in moto. Aiutati da amici, fan e booking abbiamo organizzato un tour in Francia, Spagna e Italia che ci sta consentendo di ripristinare parte della cassa, anche grazie al buon successo del crowdfunding (abbiamo raggiunto 3500$). La registrazione del disco è stata rinviata al nuovo anno ma almeno in questi mesi non siamo rimasti con le mani in mano. E lo possiamo dire senza timore di smentita: abbiamo dei fan meravigliosi! Dopo che hanno scoperto il furto abbiamo ricevuto un calore e un supporto gigantesco!! Ora le nostre spalle sono decisamente più larghe e dopo questa battaglia sappiamo che difficilmente ci faremo abbattere da altre avversità! (Giustamente la campagna è stata intitolata “No One Defeats Isaak”, ndr).

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Una bestemmia: è possibile vivere di musica? Di soldi nel vostro progetto ce ne mettete e basta? Cosa dovrebbe succedere per farvi lasciare i vostri rispettivi lavori?

Io ho un negozio di dischi, pubblico dischi con l’etichetta, ho una webzine di news e recensioni http://www.taxi-driver.it ormai un po’ in disuso ma anni fa avevo un discreto seguito…, ho un programma sulla web radio di Arci Liguria chiamato Fruit Of The Doom, (se vi capita ascoltatelo perché la selezione di Massimo è davvero notevole, a cavallo tra novità e glorioso passato, ndr) organizzo o do una mano ad organizzare concerti in città. Per quanto mi riguarda l’importante non è fare soldi ma poter far si che i progetti continuino ad andare avanti. Non mi interessa vendere le compilation di X Factor, preferisco che nel mio negozio ci sia una delle 300 copie stampate dai Belzebong. Non organizzerei un concerto dei Cani solo per farmi due soldi dai ragazzini. Noi suoniamo questo tipo di musica e difficilmente potrà generare un interesse tale da far si che intorno agli Isaak possano girare dei soldi. A me non interessa. Preferirei sopravvivere come i Melvins facendo un 7” al mese che prendere in giro il mio lavoro e la mia passione. Se arrivasse una major ad offrirmi un sacco di soldi potrei ingrandire il negozio di dischi ma non ci infilerei dentro Emma Marrone. I Mudhoney comprarono casa con i soldi della Reprise (gran bel colpo, ndr). Gli Sleep un sacco di erba e gli diedero Jerusalem, che rifiutarono anche. Ti rendi conto? Hanno rifiutato uno dei più grandi dischi del rock!! (E su questo fantastico disco, nonché gruppo, ho già scritto parecchio e ribadisco l’enormità musicale di Jerusalem!, ndr). Se il nostro lavoro generasse altro lavoro e soldi potrebbe portarci a ragionare su argomenti per ora molto estranei alle nostre usuali conversazioni. Certamente per ottenere una fetta di pubblico in più non cambieremmo stile: la storia della musica ha insegnato che non serve vendersi ma occorre una solida reputazione che conquisti giorno per giorno.

Come è avvenuto il contatto con Scott Hamilton della Small Stone Record? Quali le sensazioni e le reazioni per aver firmato con una delle etichette stoner più interessanti?

Small Stone è un etichetta che abbiamo sempre amato. Fin dai tempi di Acid King, Fireball Ministry, Porn, Los Natas, Novadriver! La fanzine Vincebus Eruptum e Rumore hanno sempre parlato di queste band ed era inevitabile per il sottoscritto andarle a cercare nei negozi di dischi! Negli anni Small Stone ha continuato a pubblicare album anche in periodi di crisi del settore e del genere. Dopo l’abbuffata di fine anni 90 molte etichette hanno smesso di pubblicare. Pensa a Man’s Ruin! Scott ha invece alimentato la fiamma con ottime uscite di Dozer, Greenleaf, Luder, Gozu, Dixie Witch. Abbiamo saputo che era molto propenso ad ascoltare band dall’Europa e dopo aver pubblicato The Longer The Beard gliene abbiamo spedito una copia. Proprio due persone importanti per il genere in Italia hanno fatto da garanti per noi: Davide Pansolin di Vincebus Eruptum ma soprattutto Mario Ruggeri di Rumore. Proprio due entità che hanno mantenuto un rapporto costante fra band, etichette e fan del genere. Puoi immaginare cosa possa essere per uno come me, che da ragazzino sbavavo dietro a questa scena esserne parte al 100%.

Avete dovuto cambiare il vostro nome, non una cosa semplice per una band. Rimpianti? Il nome Isaak da dove arriva?

Rimpianti assolutamente no! Gandhi’s Gunn era un nome che non ci rappresentava più e per noi era associato alle prime mosse della band. La firma per Small Stone ci ha dato una scusa per farlo realmente: negli USA esiste già una band con un nome simile e abbiamo colto la palla al balzo. Dato che i Gandhi’s Gunn erano completamente autogestiti non è stato difficile avvertire il nostro pubblico che avevamo cambiato nome. Isaak è un nome. Ci piace pensarlo sia come l’Isacco biblico che come il nome di un protagonista di un film blaxploitation (propendo maggiormente per la seconda ipotesi, ndr). Ci piaceva avere il nome formato da una sola parola, come Clutch, Torche, Melvins, Ramones. Una semplice scelta di impatto. Abbiamo cambiato registro musicalmente, ecco perchè era necessario cambiare anche la carta d’identità. “Chi siete?” “Gandhi’s Gunn?” “Chiiii?” o “Chi siete?” “Isaak” “Mecojoni!”.

A questo punto c’è molta attesa per il vostro terzo album, avete già lavorato su qualcosa, avete un’idea dei tempi di realizzazione del disco?

E’ curioso: il prossimo sarà il nostro terzo album, il secondo come Isaak o il primo vero e proprio pensato come Isaak? Preferiamo quest’ultima possibilità dato che le band sparano le loro cartucce migliori agli esordi! Se ascolti il brano che abbiamo registrato per il crowdfunding sentirai come si sta evolvendo il sound (per inciso: il pezzo si intitola The Frown, ed è una vera e propria bomba con il finale più bello dell’anno, ndr). Prima del furto speravamo di entrare in studio entro gennaio, mentre ora pensiamo sia più probabile la primavera. La speranza è che esca entro il 2014. Nel mentre non saremo fermi!

Spero per voi che possiate imbastire tour anche in altri paesi del mondo, ci sono progetti/possibilità? Penso sia molto complicato e faticoso. Come riuscite a coniugare i vostri live con i problemi della vita normale (tempi/spazi/costi)?

Per ora abbiamo affrontato date nei paesi vicini: Francia e Spagna. Proprio per esigenze lavorative affrontiamo le date nei weekend. L’idea è di fare come fanno tutte le band: prendere ferie nello stesso periodo e girare per 15/20 di fila (quindi affrontare Germania, Inghilterra, paesi scandinavi o dell’est). Le date fatte nei weekend hanno dei costi enormi e non si possono permettere per molto tempo. Siamo genovesi, quindi abbiamo un rapporto protettivo nei confronti del denaro: per cui non rischiamo di andare in rovina! Piuttosto non mangiamo per 24 ore!

Hai un negozio di dischi, riesci a galleggiare ancora vendendo dischi? Quando hai cominciato? C’è ne è ancora di gente che considera l’acquisto di musica una parte delle proprie spese? Come ti poni nei confronti di download, Spotify e simili, dispute sui diritti? Io un disco dei Radiohead posso anche scaricarlo, ma al gruppo italiano che suona in un club il disco lo compro sempre se mi piace.

Ho il negozio da quasi 5 anni per cui non ho vissuto i tempi d’oro e la crisi. Ho aperto in un momento favorevole, ovvero il revival del vinile, oggetto che ricordiamolo è attivo da fine 1800. Non proprio da due giorni. Un revival che era necessario perchè nei banchetti dell’usato trovavi solo Bolton, Sting, Status Quo e Zucchero. Tutto questo ha fatto sì che la gente si ponesse la domanda: “Ma quindi i Daft Punk hanno pubblicato anche il vinile?”. Nello stoner/doom si è sempre pensato al vinile come formato principale. Un po’ perchè nell’ottica purista e/o revivalista del genere fa parte dell’immaginario esattamente come gli amplificatori valvolari. Un po’ perchè il genere racchiude l’essenza del rock, esattamente come il vinile. Il cd funziona per la macchina ma a casa non si può ascoltare: tanto vale cercare il full album su youtube. Gli appassionati si shareano intere cartelle di album su dropbox e poi vengono in negozio a comprare il vinile. Il non appassionato ascolta 5 gruppi su Spotify, magari pagando anche l’abbonamento. In realtà ascolta lo Zoo di 105 e pensa che la musica sia quella. Se va bene ascolta Radio2. Non c’è più Videomusic che trasmetteva cose incredibili in mezzo a boiate pazzesche. Ma grazie a quello ti creavi un gusto, imparavi a scegliere, a cercare, a puntare i videoregistratori di notte con tua madre che pensava registrassi Playboyshow e invece andavi a caccia di musica decente (sembra incredibile a dirsi ma io posseggo ancora delle videocassette con su ore di video registrati da Videomusic! Ndr). Se tu scarichi la discografia degli Electric Wizard probabilmente ti innamorerai dei loro dischi. Il giorno che lo intravedi (in negozio, sul web) non potrai lasciarlo lì. La passione (e quindi l’acquisto, il senso d’appartenenza e di possesso) nasce da quello e difficilmente morirà. Tutti questi “al lupo al lupo” nei confronti della musica cosa vorrebbero dire? Che non ascolteremo più niente? La vedo difficile…. Poi i Radiohead mi fanno ridere. Ma a chi importa se prendi pochi soldi da Spotify? Ogni tuo concerto costa non meno di 60 euro, il tuo merch ha gli stessi prezzi della boutique di alta moda, i tuoi dischi escono per una major. Ma piangi ancora miseria? E poi dicono dei genovesi…  ma soprattutto fai un bel disco che è già un miracolo che la gente ti stia ancora ad ascoltare… (e a questa risposta risposta, non me ne vogliate, va la palma come migliore dell’intervista, ndr).

Chiudo solo con una speranza personale: non mettetevi a cantare in italiano, ci sono generi che con il nostro idioma non hanno nulla in comune (anche se ci sono state importanti eccezioni)!

All’estero dicono che Giacomo ha l’accento tex-mex.. Perchè cambiare?

Giusto! E allora stiamo tutti attenti al 2014, sperando che gli Isaak sfornino la bomba di cui tutti abbiamo bisogno, le premesse ci sono tutte (The Frown, ve l’ho già detto, è un succulento antipasto) e quindi aspettiamo le loro prossime mosse.

Daniele Ghiro

SALUTI DA SATURNO: intervista a MIRCO MARIANI

SALUTI DA SATURNO

Intervista a MIRCO MARIANI

di Lino Brunetti

foto © Pietro Bondi

Dancing Polonia, il terzo disco di Saluti da Saturno, progetto musicale del multistrumentista Mirco Mariani – un passato, per lui, nella band di Vinicio Capossela ed in formazioni quali Mazapegul e Daunbailò – è per il sottoscritto uno dei dischi italiani più belli dell’anno. Nelle sue canzoni, un cantautorato classico, per certi versi rimandante alla tradizione dei Paoli, degli Endrigo, dei Tenco, s’ibrida con un gusto musicale più visionario, in cui arrangiamenti inusuali spostano il tutto verso una lateralità mai spocchiosa, ma solo limpidamente specchio della fantasia al potere. Mirco stesso ha presentato la sua musica quale “free jazz cantautorale”. Ci è parso quasi un obbligo, ma soprattutto un piacere, approfondire con lui le ragioni della sua musica.

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Presentando Dancing Polonia, hai parlato del passaggio dal “pianobar futuristico elettromeccanico” dei dischi precedenti, al “free jazz cantautorale” di questo. Descrizioni suggestive senz’altro, ma più nel dettaglio, in cosa è profondamente diverso il nuovo album dal tuo punto di vista? Qual’era l’idea forte che gli sta alla base?

L’idea era quella di partire da una forma canzone più definita, che può stare in piedi anche con solo il pianoforte, per poi vestirla con sfumature di free jazz romantico, leggeri disturbi, rumori o tensioni. Ti confesso che questo passaggio è risultato più difficile del previsto, perché  inserire dei disturbi sulla forma canzone, a volte, mi suonava banale e scontato; allora è nato il Free Jazz Cantautorale, che prevede di potersi muovere su delle note non sempre giuste, ma che descrivono lo stato d’animo della canzone. Ora forse sarei più consapevole di questo processo e prevedo un secondo capitolo.

In maniera trasversale lo erano anche i tuoi dischi precedenti, però Dancing Polonia è infatti un disco dalla più forte e marcata impronta cantautorale, forse meno “pop” e senza dubbio più “classica”. Sei d’accordo con questa affermazione?

Dancing Polonia, a mio avviso, ha delle storie da raccontare più visionarie e cinematografiche, là dove nulla c’è ma tutto può accadere, dove si incontrano personaggi spettinati ma con uno sguardo bruciante e dove ci si ritrova all’interno di un bar trattoria e ad un certo punto si spostano i tavoli al lato della stanza e ci si mette a ballare abbracciandosi. È un disco che ha bisogno di unione, condivisione e divertimento sincero, di rompere dei canoni a volte troppo autoreferenziali del concerto standard.

Credo infatti che il classicismo delle canzoni di Dancing Polonia sia in qualche modo ingannevole… Mi spiego: se le melodie, le parti cantate, rimandano senz’altro alla tradizione cantautorale italiana degli anni sessanta – ti pare un azzardo se ti dico che a tratti mi è venuto in mente anche Gino Paoli, per fare un nome? – dal punto di vista musicale, il disco è tutt’altro che tradizionale, con arrangiamenti insoliti e brulicanti di suoni. Faceva parte delle tue intenzioni creare una tale dicotomia?

La canzone italiana di Paoli, Tenco, Endrigo ma anche Celentano sono senza ombra di dubbio la mia grande passione insieme a quella per il Jazz bianco di Paul Desmond, Chet Baker o Charlie Haden fino al  Free Jazz, senza dimenticare l’insegnamento più importante: quello della musica Romagnola dei miei inizi dove fondamentale è la figura del capo orchestra, che deve capire qual è il momento del walzer o della polka. Insomma da tutto questo miscuglio è evidente che la sonorità può soffrire di qualche disturbo di bipolarità. E’ però un miscuglio sincero e sentito, non ricreato per inseguire chissà mai quale ultima moda.

Avevi in mente dei modelli quando sei partito a scrivere le canzoni di questo disco, oppure è stato un processo più spontaneo e naturale?

Le storie che viaggiano all’interno di questo disco sono storie semplici, come una passeggiata in piena estate sul monte Fumaiolo (dove nasce il Tevere)  con le mie due bambine dove improvvisamente veniamo colti da un freddo imprevisto e ci si ritrova attorno ad un tavolo con una candela accesa e ci sembra di avere tutto e mentre si ritorna verso casa si canticchia la nascita di una Canzone di Cera. L’altra forte ispirazione è il cinema spettinato di Aki Kaurismaki, con i suoi colori saturi e una poesia quasi sfacciata o la tanta neve bianca  di Hiner Saleem in “Vodka Lemon”, dove la miseria è vissuta con dignità e ti costringe a dover vendere tutto: l’armadio, l’uniforme militare, il televisore, il pianoforte… ma no! Il pianoforte no! Quello non si può vendere, serve per sognare e in questo caso fa anche viaggiare.

Anche se poi, nell’economia generale del disco, non è neppure lo strumento predominante, ho avuto la sensazione che queste siano canzoni nate essenzialmente proprio al pianoforte… E’ così?

Si, è proprio cosi. Sono brani nati tutti al pianoforte ed è proprio il pianoforte il responsabile della struttura. Gli strumenti che uso con maggiore frequenza, li sento e li vedo un po’ come le stagioni che cambiano il colore del paesaggio e che fanno vestire le persone in maniera più o meno pesante. Il loro ruolo è molto importante, rivestono  i brani e regalano un immaginario, una personalità, anche grazie alle infinite possibilità sonore che ti mettono a disposizione.

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Vorrei che mi parlassi un po’ del lavoro con i musicisti che hanno suonato con te nel disco, tra i quali figurano molti nomi importanti… Quanto sei aperto alle idee da loro apportate? Porti delle parti già scritte o è un lavoro che viene fatto tutti assieme quello degli arrangiamenti?

Alla base della mia idea di Saluti da Saturno c’è la ricerca della  libertà più assoluta, visto che in passato mi è capitato di dover mettere in discussione la mia più grande passione, che mi ha investito fin da bambino, che è quel gioco meraviglioso della musica. Proprio quando si passa dalla passione, istintiva e incosciente e la si trasforma in professione, si rischia di entrare in formule ripetitive e chiuse per garantirsi un applauso sicuro. Penso invece che il rischio e l’improvvisazione inserite in un idea ben definita  siano degli elementi che donano una vita più lunga ad un’ esecuzione. Per quando riguarda i musicisti che suonano spesso nei miei dischi, c’è sempre un passato alle spalle di nottate passate insieme in piccoli Jazz Club o su palchi più grandi, ma dove è successo sempre qualcosa e che crea uno spazio dove navigare magari senza neppure il bisogno di dover spiegare o parlare più di tanto.

Mi puoi raccontare come è avvenuto il coinvolgimento nelle sessions di un grande quale Arto Lindsay?

Tutto il merito è di Massimo Simonini. Io gli dissi che sarebbe stato il mio sogno poter collaborare con Arto Lindsay, che reputo un genio su vari aspetti musicali. Alla mia richiesta Massimo mi risponde dicendo: “guarda, da quello che so, Arto non accetta di fare collaborazioni cosi, però ci proviamo”, e così gli abbiamo spedito due brani. Nel giro di una settimana ci sono ritornati indietro con le sue chitarre! EVVIVA! È la musica a volte… ma la cosa ancor più importante, per me, è stata quando pochi mesi dopo è venuto in concerto a Bologna e ha voluto incontrarmi. Abbiamo passato tre giorni insieme a suonare, parlare ed addirittura abbiamo festeggiato il suo sessantesimo compleanno al ristorante, con torta e candeline! Quei giorni mi hanno regalato consapevolezza e fiducia, ho compreso ancor di più l’importanza di calarsi fino in fondo dentro ogni idea, senza cercare le mezze misure… per accontentare chi?

Mi ha molto incuriosito la dedica del disco a Casadei ed Ornette Coleman, anche perché non è certo così evidente la loro influenza su queste canzoni. In cosa il loro spirito è secondo te presente in esse?

Ornette Coleman è la libertà di far diventare ogni strada da percorrere quella giusta, dove la regola a volte può essere solo un limite per chi sta sognando e magari in quel momento sta guardando molto più lontano della regola stessa. Per quanto riguarda Secondo Casadei, io ci vedo l’aspetto più alto della musica fatta da chi suona per la gente che ascolta o che balla. E i ricordi che mi vengono in mente di quando suonavo nelle orchestre da ballo, sono che si suonava fino a delle ore impensabili e fin che c’era gente che si divertiva non si smetteva, un brano poteva durare tre minuti come quindici. Uno dei miei primi capo orchestra (che la sapeva molto lunga) mi disse: “tutti hanno diritto di cantare, ma sottovoce”! Questo mi sembra un aspetto di grande libertà e di grande divertimento, che è quello che io vorrei rivivere con la mia Orchestra.

Mi piace davvero molto anche il modo in cui hai interpretato, dal punto di vista canoro, queste canzoni. Perché all’inizio eri restio a cantare le tue canzoni in prima persona?

Sinceramente penso di non essere un bravo cantante, ma penso di poter cantare le mie canzoni, soprattutto quando queste raccontano delle emozioni vissute sulla mia pelle. E’ una fiducia che sto raccogliendo ultimamente, anche per quanto riguarda i concerti, e la  chiave di questa porta penso proprio me l’abbia data  Arto Lindsay, per il discorso che si faceva prima della ricerca della assoluta sincerità con pregi e difetti.

Anche i testi mi piacciono molto. Mi piace il modo in cui procedono per immagini che sono quasi pennellate impressioniste; non si palesano in forma di racconto ma, inevitabilmente, comunicano in maniera forte. Quali sono le cose che maggiormente ti ispirano?

La semplicità è senza dubbio il mio punto fermo, anche perché non posso troppo allontanarmi per paura di perdermi. La vita delle persone nella realtà o nella finzione del cinema. Mi piace anche partire da un granello di sabbia, per trasformarlo poi in una piccola montagna completamente inventata.  A volte capita che sia proprio un inizio di storia a raccontarti la storia stessa e a far nascere qualcosa di cui solo alla fine scopri il significato; penso che il caso non esista e che spesso i viaggi più belli siano quelli dove si decide solo la partenza.

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Alcune canzoni sono ispirate da film, e questo si ricollega a quanto ti chiedevo nella domanda precedente. Immagino quindi tu sia un appassionato di cinema. Quanto la componente “visiva” è fondamentale nella tua musica?

Spesso penso che più che una passione sia un’ossessione, tanto è il mio accanimento nel guardare e riguardare un solo film, tanto da liberarmi della storia e concentrarmi di volta in volta su mille altri aspetti che ci girano attorno. Spesso quando parlo di Dancing Polonia, penso più a delle immagini che a dei suoni, un pò come una musica da vedere, dove si può sognare liberamente, e chissà mai se un giorno si potranno mai fare dei dischi muti con delle immagini che suonano.

Volevo farti una domanda su Vinicio Capossela, con cui in passato hai suonato, che ha cantato sul tuo primo album e che in qualche modo aleggia su alcune delle canzoni del disco. Quali sono i maggiori insegnamenti che hai tratto dal collaborare con lui?

Vinicio è da molti anni un amico, mio e della mia famiglia, è il mio primo grande maestro,  mi ha insegnato tante cose e gli sarò sempre grato.  Abbiamo passato molte notti insieme ad ascoltare musica e a parlare della bellezza del suono, una grande passione che ci ha sempre legato… L’ultima volta che ci siamo visti,  ci siamo scambiati dei titoli di film da vedere….

Hai fatto parte di bands quali Mazapegul e Daunbailò, hai suonato con altri musicisti: pensi che Saluti da Saturno si ponga sulla scia di una storia musicale evolutiva, la tua, il cui approdo non poteva che essere questo, oppure credi di esserti mosso più per scarti e seguendo un percorso più rabdomantico?

La differenza è che Saluti da Saturno è il mio primo progetto pensato e creato tutto da me, mentre i progetti passati erano fatti insieme al mio amico Valerio Corzani, dove io mi occupavo della musica e lui dei testi. Con Saluti da Saturno, sono riuscito ad entrare dentro una mia visione più personale, sia musicale che di vita.

Quanto è difficile, al giorno d’oggi, portare avanti un progetto musicale di sostanza ed indipendente quale Saluti da Saturno? Sei soddisfatto dei riscontri avuto fino ad ora?

Ero più contento prima di tornare da un piccolo Tour Europeo, che ha toccato nel mese di ottobre Lipsia, Berlino e Cracovia. Li è avvenuto un pò l’impensabile per una piccola realtà come la nostra; ho avvertito un rispetto, una curiosità sana ed entusiasta. Nessuno ci conosceva e non capivano la nostra lingua ma…  volevano conoscere, sapere, partecipare, farsi coinvolgere dalla nostra follia, in concerti dove l’improvvisazione e lo spettacolo la fanno da padroni. In Italia spesso si sente e si avverte l’idea che tutti sanno tutto di tutto, ma non è mica vero!

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L’ultima domanda è una piccola curiosità: ho notato che tra la penultima e l’ultima canzone dei tuoi dischi, lasci una ventina di secondi di silenzio. C’è una ragione precisa?

Si, in effetti è una caratteristica di tutti e tre i dischi. E’ venuta per caso e mi è piaciuto ripeterla, un pò come un marchio di fabbrica, visto che io mi ritengo un artigiano della musica… Le cose come vedi non vengono mai per caso. Ti ringrazio tanto Lino, per l’amore che mi hanno trasmesso le tue domande.

WILLARD GRANT CONSPIRACY: una vecchia intervista

Proprio in questi giorni, esce il nuovo disco dei Willard Grant Conspiracy di Robert Fisher, una band che, nonostante abbia ormai pubblicato diversi album, nessuno meno che ottimo, ancora è patrimonio solo di un ristretto numero di appassionati. Dell’ultimo album ha scritto Luca Salmini sul numero di settembre del Buscadero: Ghost Republic è un disco minimale ed intimo, lirico ed essenziale, in cui Fisher è accompagnato dal solo David Michael Curry alla viola. E’ un disco ancora una volta prezioso, lontanissimo da qualsiasi trend, una vera e propria oasi per gli appassionati di Americana, in una versione forse mai così raccolta neppure per gli standard della band, sia pur non priva di qualche latente tensione. Qualche anno fa, era il maggio del 2008 e stava uscendo il loro disco Pilgrim Road, ebbi l’occasione d’intervistarlo Robert Fisher: fu uno di quegli incontri che ancora oggi ricordo con particolare affetto. L’intervista era stata fatta per il Busca ma poi, per via di una serie di rimandi causati da cosa oggi neppure ricordo, trovò spazio su Onda Rock. Ve la ripropongo qui oggi, in omaggio ai WGC.

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INTERVISTA A ROBERT FISHER DEI WILLARD GRANT CONSPIRACY

Robert Fisher è un narratore di storie; lo è da più di dieci anni coi suoi Willard Grant Conspiracy, una delle più emozionanti e capaci band del panorama folk-rock statunitense, e lo è stato durante l’ora abbondante in cui ho chiacchierato con lui in un albergo milanese, in un assolato pomeriggio. E’ un fiume in piena quando parla, sempre appassionato e infinitamente profondo e gentile, un conversatore di quelli che ben raramente si incontrano. Parlare con lui è stato davvero un piacere enorme.

Dopo sette album e più di dodici anni di carriera, si può ben dire che siete in giro da un bel po’! Ti aspettavi di arrivare così lontano quando avete iniziato?

Non ne avevo nessuna idea, ci speravo più che altro.. Vedi, ho iniziato negli anni ottanta a suonare, e prima che qualcuno si accorgesse di quello che facevo, molti anni e anche diverse bands erano andate. In qualche modo, l’approccio è sempre stato diverso da quello di altre bands; non ho mai pensato in termini di “ora mi cerco un contratto, faccio un disco, poi andiamo in tour”. Fin dall’inizio era una sorta di forza interiore che mi spingeva a fare musica, era ed è qualcosa che ho dentro e che deve uscire fuori. Quando facciamo un disco spero sempre che alla gente piaccia, ma non c’è nulla di strutturato dietro ed io, comunque, continuerei a suonare anche senza un contratto.

E’ un qualcosa che ha più a che fare con la tua vita che non con una carriera…

Sì! E poi non la definirei neppure una carriera. Io vivo facendo un altro lavoro, quello che si guadagna col gruppo viene sempre reinvestito nel gruppo stesso, spesso sono più le spese che gli introiti. L’idea stessa di carriera è un po’ limitante per me. E’ davvero un onore essere conosciuti sia in patria che all’estero, poter girare il mondo portando la propria musica a persone che sai che ti seguono e l’ascoltano. Come musicista, tutto ciò ti fa sentire anche una grossa responsabilità nei confronti del pubblico e anche della musica stessa.

Con Pilgrim Road avete abbandonato le atmosfere elettriche di Let It Roll per riconnettervi piuttosto ad un disco come Regard The End. Mi puoi dire come è nato quest’ultimo disco?

La tua è una giusta osservazione. Mentre Let It Roll era un album con un feeling da live band, Pilgrim Road ha le stesse radici e parte dalle stesse idee di Regard The End. Già quando registrammo quel disco, sapevo che in futuro sarei tornato su quelle idee per elaborarle ulteriormente e spingerci oltre. Proprio durante il tour di RTE ci trovavamo a Glasgow, al 13th Note, per uno show; fu uno di quei concerti in cui tutto va male fin dall’inizio, con un sacco di problemi tecnici e una serie d’intoppi assortiti. Al termine del concerto, che portammo a termine facendo del nostro meglio, venne a parlarmi sto tizio molto timido che parlava a voce bassissima. Si presentò come compositore classico e mi offrì di collaborare con noi. All’inizio ero piuttosto scettico, nei nostri dischi avevamo già usato archi, fiati, piano, e come ti dicevo prima, non pianifico mai nulla con largo anticipo. Quel tizio era Malcolm Lindsay che ha co-scritto con me l’intero Pilgrim Road.

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Il nuovo disco espone nuove influenze rispetto al solito; ha sempre le radici nel suono Americana ma poi va a toccare lidi cameristici e qualche sfumatura jazzata…

Non credo ci sia del jazz.. Io lo vedo come una combinazione di diversi elementi. Malcolm è un musicista classico ma ha anche suonato la chitarra in gruppi rock, è un conoscitore della musica folk. Abbiamo un background simile. Quando collabori con qualcuno porti con te tutte le tue esperienze precedenti. Per questo disco ci siamo messi a scrivere e a registrare tutto nello stesso tempo, con molto istinto e poco ragionamento. Volevamo evitare di fare come quelle bands che scrivono il pezzo e poi chiamano un arrangiatore ad appiccicargli gli archi sopra, io volevo che quelle parti fossero parte integrante della struttura stessa delle canzoni, una loro significativa voce emozionale. Volevo usare le viole, i violini, il violoncello o il vibrafono in modo inusuale e non convenzionale e inserirli in strutture anch’esse non classiche. Un pezzo come Painter Blue, ad esempio, non ha il ritornello, o meglio esso è rappresentato da una partitura musicale, come in un movimento sinfonico. Poi, ovviamente, ci sono anche pezzi più tradizionali, che puoi canticchiare facilmente, canzoni dall’appeal pop inserite in un contesto un po’ diverso. Un’altra cosa a cui abbiamo prestato attenzione è stata quella di mantenere un approccio minimale, evitando di suonare pomposi e magniloquenti. Abbiamo ragionato secondo il motto jazz less is more.

Quando prima dicevo jazz, lo intendevo infatti come mood…

Sì, Jerusalem Bells ha un mood jazz senza esserlo, così come anche Water And Roses. The Great Deceiver ha, per contro, un mood blues pur essendo strutturalmente una folk song.

Chi è la ragazza che canta in The Great Deceveir?

Brava, eh? Si chiama Iona MacDonald, è parte di un duo assieme al suo ragazzo che suona la slide guitar; si chiamano Dog House Roses, sono di Glasgow e tra un paio di mesi dovrebbe uscire un loro disco. Ci eravamo conosciuti attraverso My Space e così, mentre ero a Glasgow a registrare il disco, ho notato che suonavano e sono andato a vederli. Da lì a proporgli di collaborare al disco, il passo è stato breve.

C’è una gran cura per gli arrangiamenti in Pilgrim Road.

Io e Malcolm ci abbiamo lavorato intensamente per dieci giorni, senza essere inutilmente puntigliosi ma dandoci la possibilità di lavorare a fondo su di essi e di essere il più possibile articolati. Stavolta, poi, ho voluto essere un po’ meno passivo del solito con gli altri musicisti: ho consegnato loro delle parti strumentali da eseguire precise e definite, specificando che avrei accettato dei suggerimenti, ma sempre partendo dalle parti che gli avevo presentato.

Mi sembra che un po’ tutte le canzoni di Pilgrim Road affrontino il tema della spiritualità. Diresti che c’è una connessione evidente fra le varie canzoni che compongono l’album?

Non particolarmente. Non tutte le canzoni affrontano lo stesso tema e anche quando lo fanno, hanno punti di vista differenti. In The Great Deceveir il protagonista della canzone chiede che gli sia mostrato il diavolo per poter riconoscere Dio, il che ne fa una sorta di inno rovesciato e la rende diversissima da The Pugilist, dove al centro della scena c’è un lottatore che si batte per realizzare i propri desideri, pur tentando di conservare dentro di sé la propria spiritualità. Forse sono argomenti inconsueti ma, se ci pensi bene, temi come quello della fede sono molto dibattuti oggigiorno nel mondo. Comunque, non ho scritto premeditamente di queste cose, in qualche modo, alla fine della realizzazione del disco, io stesso me ne sono meravigliato. Ho solo tentato di scrivere nel modo più onesto possibile, senza curarmi troppo del risultato finale e dell’affresco che poi ne sarebbe venuto fuori.

Robert Fisher

Robert Fisher

Ci sono alcune parole che ricorrono spessissimo nelle recensioni dei vostri dischi: triste, malinconico, gotico. Che ne pensi? Ti dà fastidio la cosa?

Penso sia una scappatoia molto facile metterla giù in questo modo, dire: è triste! Malinconico è un termine che invece ritengo  appropriato: molta musica, film , libri, specie degli anni ’50 e ’60 è malinconica, termine che porta dentro di sé una certa dose di dolcezza, anche se oggi viene usato quasi esclusivamente in un accezione negativa, cosa che ritengo sbagliata. E’ un termine che in realtà sottende una qualche forma di riflessione; la gente spesso non ha tempo e voglia di riflettere sulle cose che non funzionano, pensa solo a  trovare una soluzione veloce ai problemi, non meditando a fondo su cose come la perdita, il dolore. Giù una pillola e tutto è risolto. Invece attraverso queste cose c’è molto da imparare su sé stessi, sulla vita. Alla fine, la gente, leggendo quelle parole in una recensione, finisce per associarli a cose come la noia o la tristezza fine a sé stessa, cosa che ovviamente non è.

Probabilmente molti di quei termini vengono usati anche come sinonimo di intenso, emotivo..

E’ un po’ lo stesso problema di quando si mettono le etichette ai dischi. Come quando dici a qualcuno che odia il country che quello è un disco country e questo basta ad indurlo a non approfondirne la conoscenza, magari precludendosi la possibilità di scoprire qualcosa anche per lui di significativo. Io preferirei che non si dicesse di cosa parlano le mie canzoni, lascerei al pubblico la possibilità di interpretarsele da solo e di metterci dentro qualcosa di loro stessi.

Molto spesso hai registrato i tuoi dischi in Europa; cosa ti lega al Vecchio Continente in questo senso?

Il posto in cui registro, in realtà, è dettato solo da motivi di comodità legata agli impegni del momento. Ho registrato un po’ ovunque, Glasgow, Boston, la Slovenia, l’Olanda. Registrare in giro per il mondo, molto spesso mentre sono in tour, ti apre possibilità che non ti aspetteresti, un po’ come per il caso dei Dog House Roses che ti dicevo prima. Ultimamente ho registrato la mia voce per un pezzo di Cesare Basile mentre ero in Olanda, mentre lui era in studio con John Parish chissà dove. E’ stata una cosa completamente improvvisata e quasi accidentale ma bellissima se ci pensi. La moderna tecnologia ti permette queste cose ed è una vera conquista, fantastica da usare. Anche Jackie Leven aveva una canzone che assolutamente voleva cantassi io; così ce ne siamo andati in Galles, in un cottage in mezzo alla neve, a registrare. Sono tutte grandi avventure e belle esperienze, che danno forma ad una sorta di community, di grande famiglia. Pilgrim Road è stato registrato a Glasgow perché Malcolm vive lì ed io ero in tour in Europa. Dove si registra non ha molta importanza, ci si affida ad una sorta di geografia mentale, anche se l’atmosfera particolare, grigia e piovosa, di Glasgow un po’ ha influito sul risultato finale.

Trovi differenze tra il pubblico americano ed europeo?

Cambia molto da Paese a Paese; in posti come l’Irlanda o l’Olanda la gente continua imperterrita a parlare durante i concerti, in Germania sono tutti molto tranquilli. Io sono uno storyteller e quindi, in paesi come la Spagna o l’Italia, mi devo un po’ limitare perché so che non tutti parlano inglese. Io però, più che alle differenze, preferisco pensare all’universalità del linguaggio musicale e a come questo possa essere recepito in maniera sostanzialmente simile, a prescindere dai contesti culturali, dalla lingua parlata, dalla Storia di quel Paese. E’ tutta una questione di onestà della presentazione, d’intensità emotiva, di qualità tecniche ovviamente. Recentemente sono stato in Portogallo e mi sono appassionato al fado, pur non comprendendo una sola parola di quello che viene detto nelle canzoni. In questo senso, generalmente, gli americani tendono a rifiutare la musica non in inglese, la cosa li spiazza, non fanno molta fatica. Nel resto del mondo ci sono paesi che hanno conservato le proprie radici musicali , come l’Italia dove puoi ascoltare ottima musica cantata in italiano e dove avete una tradizione culturale ricchissima, e altri dove invece la propria tradizione musicale è stata abbandonata a favore dei modelli globali dominanti.

Robert Fisher & David Michael Curry

Robert Fisher & David Michael Curry

Sei interessato all’aspetto politico delle canzoni?

Bella domanda! Io, generalmente, tendo a scrivere canzoni svincolate da un aspetto temporale. Credo che i testi debbano poter fluttuare nel tempo in modo che anche fra cent’anni o in qualsiasi altro momento possano risultare freschi e attuali. Non scrivo mai di politica in maniera specifica; quando affronto argomenti politici lo faccio senza entrare nell’attualità, senza specificare date o avvenimenti precisi, tentando di affrontare la cosa in maniera più universale.

C’è qualche produttore con cui ti piacerebbe lavorare?

Non saprei rispondere.. Io stesso lo sono e, secondo me, il ruolo del produttore è quello di facilitare e sviluppare ciò che c’è nella mente del gruppo, spingendoli oltre i loro confini, verso territori inesplorati. E’ una vera e propria sfida! Ora, se questo è quello che cerco in un produttore non saprei chi scegliere, perché dovrei conoscerli personalmente per sapere se possono fare qualcosa per me. Non sono affatto interessato al nome del produttore di grido, a quello che ha quello specifico suono che farebbe suonare il mio disco in quella precisa maniera.  Io, piuttosto, cerco una sorta di purezza, di suono naturale degli strumenti.

E invece, gli artisti di qualsiasi disciplina che sono stati importanti per te?

Oh, la lista potrebbe essere lunghissima, lungo un asse che va da Robert Rauschenberg fino a mio nonno (che era un suonatore di contrabbasso e fino a due anni fa neanche lo sapevo!!), che mi ha influenzato come persona, non come musicista. Devi sempre avere dei modelli alti; quello a  cui servono gli eroi, a prescindere dal talento che hai, è lo spingerti a fare sempre meglio e andare oltre le tue capacità. Loro mi spingono ad avere il loro stesso coraggio ed ambizione, senza imitarne il suono però, ma attingendo piuttosto dalla loro attitudine e il  loro coraggio di sperimentare. Molte bands fanno l’errore di voler imitare il suono della musica che amano, evitando di andare invece a cercare la propria vera voce.

Credo che nella musica dei Willard Grant Conspiracy ci sia una forte componente cinematica. Mai pensato di scrivere una colonna sonora?

Sarebbe molto divertente farlo! Spero sempre che qualcuno prima o poi me lo chieda. La musica ha una componente visiva molto forte e mi piace molto l’idea che essa possa creare spazi e tempi nella mente dell’ascoltatore e che una sola canzone lo possa fare in miriadi di modi diversi a seconda dello  stesso.

Un pezzo come Vespers ti fa sentire come se stessi mettendo piede dentro una cattedrale!

E’ una canzone molto strana quella, solo due viole e quella specie di austero coro maschile russo con dentro Jackie Leven. La parte musicale è un estratto dalla musica per un balletto che Malcolm aveva scritto in Scozia e su cui vedeva benissimo la mia voce. Dal momento in cui mi propose la cosa  alla sua realizzazione non passarono che poche ore: i versi li scrissi tutti di getto come in una  specie di trance e registrammo la voce la sera stessa sulla partitura di viole. Tutto è andato alla perfezione, una sorta di dono dal cielo. E’ una canzone che amo molto, intensa, oscura, non facile. A volte un po’ mi spaventa, come un po’ tutto il disco.. Mi chiedo: “Non avrò esagerato?”. Pezzi come Jerusalem Bells o Water And Roses, a risentirle mi domando come abbia fatto ad arrivarci. Verra capito? Spero di sì!

Robert Fisher

Robert Fisher

Scrivere ti viene facile oppure no, generalmente?

E’ essenziale tenersi ricettivo verso qualsiasi fonte d’ispirazione. La nostra vita è programmata molto intensamente e quindi quando questa arriva, non è detto che tu abbia il tempo di recepirla e agire su di essa. Spesso non si ha neppure la possibilità di riconoscerla perché si è concentrati su altro; in qualità di songwriter, pur avendo la stessa vita complicata di qualsiasi altro, cerco di lasciare degli spazi per riconoscere ed agire sull’ispirazione. Bisogna essere abbastanza onesti anche da capirne la qualità: quello che un giorno ti sembra fantastico, il giorno dopo potrebbe rivelarsi pura spazzatura. Sembra facile ma non lo è.

Come vedi il music business oggi e dove si collocano i WGC all’interno di esso?

Se fosse un palazzo, probabilmente in cantina! [risate] Non credo che il music business sia particolarmente diverso dagli altri tempi oggi: c’è un sacco di merda ma anche un sacco di roba ispirata, come sempre, con una predominanza della prima sulla seconda (fanno eccezione gli anni ’60 e l’era punk, ma quelli erano tempi fuori dal comune). Quello che è realmente cambiato è il contesto culturale: la gente non sa più riconoscere la qualità perché è stata abituata a degli standard molto bassi, come se si trattasse di fast food. I discografici cercano di vendere il più possibile e nel più breve tempo immaginabile, fregandosene del coltivare artisti a lungo termine ma cercando di sfruttare al massimo il momento immediato; per fare questo hanno livellato la qualità su standard bassissimi, attraverso prodotti vuoti ed incosistenti ma il più largamente possibile vendibili e comprensibili.

Per finire, mi devi proprio togliere una curiosità: come mai Malpensa si intitola così, come l’aeroporto in cui, devi sapere, io lavoro?

[scoppia in una risata fragorosa] Bé, è una storia divertente.. Dovevo andare da Zurigo a Malta ed ero stato costretto a fare scalo a Malpensa dove avevo un’attesa di più di quattro ore, prima di potermi imbarcare. Il mio bagaglio era già stato spedito, il libro che stavo leggendo l’avevo finito e stavo sentendo musica nel mio iPod mentre guardavo fuori dalle vetrate il paesaggio e gli altri passeggeri intorno a me. E poi, bang, di colpo, mi viene in mente una melodia! Accidenti, mi dico, questa è una canzone! Non avevo con me né carta né penna, né alcun modo per registrarla o fissarla da qualche parte. Sono andato avanti per le cinque ore successive, fino a che non sono giunto in albergo e ho potuto metter mano al registratore, a canticchiarmela fra me e me, ininterrottamente. Quando raccontai questa storia a Malcolm, mi suggerì di chiamare la canzone così, in onore di quella che, in tutto e per tutto, era stata la madre della canzone, Malpensa! E per una canzone che parla di lasciarsi le cose alle spalle, il nome di un aeroporto mi sembra proprio azzeccato! [risate] Di tutti i problemi che state passando per l’abbandono dei voli di Alitalia e di tutti gli aspetti politici della faccenda so poco e nulla. Non era questo il tema della canzone!

Lino Brunetti

L’ACCETTAZIONE DELLA FINE – Intervista a SIMONA GRETCHEN

Il suo album d’esordio, SIMONA GRETCHEN, lo pubblica per Disco Dada nel 2009. Gretchen Pensa Troppo Forte è un disco che da subito si fa notare per l’incredibile schiettezza dei suoi testi, tra ricerca viscerale e cerebrale autoanalisi, e per una musica scarna ma espressiva, in grado con pochi tocchi di dire moltissimo. Un cantautorato il suo, capace di guardare ad alcuni grandi maestri del rock italiano (in molti hanno tirato in ballo Giovanni Lindo Ferretti), ma di specchiarsi anche in musicisti a lei coevi (vedi il Vasco Brondi de Le Luci Della Centrale Elettrica). I riconoscimenti non mancano, il suo nome inizia a girare. Nel 2011 pubblica un 7″ con una nuova canzone ed una cover di Venus In Furs dei Velvet Underground e, nel 2013, arriva finalmente il suo secondo album, il recentissimo Post-Krieg.  Annunciato dalla dichiarazione di essere l’ultimo della sua carriera, quest’album è una svolta decisa e netta nel fare musica di Simona. Post-Krieg è un disco tutt’altro che facile, per via di una certa oscurità che lo permea, per come vengono affrontate certe tematiche di grande profondità, per l’utilizzo di soluzioni musicali assai meno inquadrabili rispetto a quelle dell’esordio. Va da sé che tutte queste caratteristiche fanno di Post-Krieg uno dei dischi italiani più interessanti ed evocativi del momento. Contattare Simona per saperne di più è stato un piacere: la lucida intensità che ha messo nelle sue canzoni, si ritrova in qualche modo anche nelle sue risposte alle nostre domande.

22.SG

Il tuo ultimo album segna un deciso scarto, sotto tutti i punti di vista, rispetto al tuo esordio, passando da un cantautorato, magari non classico ma comunque come cantautorato identificabile, a sonorità più coraggiose e meno accomodanti. Come è avvenuto questo passaggio?

Non ho mai avuto eccessiva dimestichezza con il cantautorato. Gretchen pensa troppo forte risulta cantautorale in quanto nato dall’esigenza di scrivere, innanzitutto, i testi dei brani che lo compongono. Gli arrangiamenti sono minimali, musicalmente è plasmato dalle liriche. Post-Krieg ha avuto in tutto e per tutto una genesi inversa: è nato da un’idea precisa cui sarebbe ruotato intorno tutto l’album, e le parole si sono adattate alla musica, sviluppatasi a partire dall’intreccio di basso e piano distorti, vero scheletro di questo secondo disco.

Ho letto che alla base di quest’album ci sono una serie di esperienze personali e la lettura di autori come Artaud, Jung, Nietzsche…

Gli autori che citi fanno da sfondo all’album, che è in realtà tremendamente autobiografico. In particolare la guerra dei princìpi, cui fa riferimento Artaud nel suo Eliogabalo, è il filo conduttore dei brani. Krieg era il termine che meglio potesse evocare quella guerra, materiale e spirituale, che consuma l’individuo scisso fra tendenze di natura opposta. Il conflitto fra principio maschile e femminile, come fra libertà e sudditanza, o fra promiscuità e isolamento – solo per fare qualche esempio – è al centro del discorso.

Dal punto di vista lirico, mi sembra che ci sia stato un passaggio dall’autoanalisi credo autobiografica dell’esordio, all’utilizzo di un simbolismo più visionario ed universale (senza che, come appunto dicevi, questo renda meno personale il tuo discorso). Sei d’accordo?

Non sono solo d’accordo: l’intento era esattamente quello. Non appena l’album ha cominciato a delinearsi nella mia mente ho capito mi avrebbe permesso, pur parlando di me (per quanto in terza persona – escamotage essenziale per poter essere sufficientemente spietata nei confronti di me stessa), di abbracciare (più) ampi territori. Era come se avessi trovato un codice, una lingua in cui esprimere quello che fino a quel momento non mi era stato possibile tradurre in versi.

In sede di recensione, avevo ipotizzato che il tema principale dell’album fossero le battaglie dicotomiche dell’essere umano. Vuoi parlarci delle tematiche di Post-Krieg? C’è, come pare, un legame forte fra le varie canzoni?

Infatti lo sono. Altro tema presente in tutto l’album è quello della fine. La fine della vita, di un ciclo, di un’idea; per me, poi, era naturale riferirmi anche alla fine dello stesso progetto musicale, sapendo di stare lavorando all’ultimo disco di Simona Gretchen. L’accettazione del presente in Post-Krieg finisce spesso per tradursi nell’accettazione della fine.

Riferendomi sempre alla domanda precedente, credo che questa dicotomia, si ritrovi anche negli altri elementi dell’album, partendo dalla copertina, per finire ai suoni, capaci di essere duri e distorti, ma pure d’abbandonarsi a momenti di più quieto lirismo. Era anche questo un aspetto preso in considerazione?

Un sacco di dettagli, anche apparentemente irrilevanti, sono tutto meno che casuali. La stratificazione di significati corrisponde visivamente ad una stratificazione simbolica. A questo proposito devo ringraziare eeviac e Karamazov, autori dell’artwork, per la pazienza e la dedizione con cui si sono calati nell’immaginario che stavo proponendo loro e per il lavoro splendido che hanno portato a termine. In Post-Krieg convivono tante anime (anche a livello sonoro, verissimo), ma, in un certo senso, in esso tutto si può ricondurre ad un qualche… dualismo. Ma non è di una convivenza pacifica che si parla: quelle anime, dal momento in cui prendono coscienza di loro stesse, sono in guerra, e spargono sangue, dentro e fuori l’entità che le ospita. Una ferita interiore, d’altra parte, porta spesso (anche in maniera non conscia) a ferire altri individui.

Ad un ascolto distratto, si potrebbe avere l’impressione che in Post-Krieg ci sia una preminenza dei suoni rispetto alle parole, visto quanto queste siano spesso seppellite nel mix sonoro. E’ evidente che non è così però… Come mai la scelta, credo consapevole, di rendere a volte i testi di queste canzoni difficilmente intellegibili?

Se non li avessi resi poco intellegibili l’attenzione si sarebbe focalizzata prevalentemente su di essi. Soprattutto dopo un album come il precedente. In Post-Krieg, invece, le parole andrebbero analizzate, nel caso lo si voglia fare, o prima, o, meglio ancora, dopo i primi ascolti. La forza di questo disco credo venga dall’impatto complessivo di sonorità, fonemi, versi. Vorrei che prima si venisse investiti dalle vibrazioni, dalle basse frequenze. Poi, eventualmente, si puntasse il microscopio su questo o quell’altro aspetto, testi compresi. Penso bisognerebbe perdere la pessima abitudine di considerare le liriche ancor prima della musica: non è innanzitutto di musica che stiamo parlando? O, meglio ancora, di un intreccio inscindibile di musica e parole? Non si tratta di preminenza dell’una sull’altra cosa.

Altra impressione, ascoltando Post-Krieg, è che sia un album da ascoltare interamente, che sia un’opera da assorbire nella sua unitarietà, che le varie canzoni assumano un valore aggiunto se ascoltate una in fila all’altra. E’ così? Sei d’accordo? Come ti poni nei confronti del modo d’ascoltare la musica che molti hanno oggi? (canzoni non album, ascolti su YouTube, playlist personalizzate etc.)

Secondo me queste canzoni, ascoltate una di seguito all’altra, e, soprattutto, in questo preciso ordine, possono assumere un valore aggiunto. D’altra parte si tratta più di una sorta di concept che di una raccolta di brani (cosa cui si potrebbe ricondurre, al contrario, Gretchen pensa troppo forte). Fra parentesi: ognuno ascolta ciò che gli pare come gli pare. Voglio dire: l’opera non è di chi la fa, non lo è mai stata e difficilmente un giorno lo sarà. Un musicista concepisce generalmente, in ogni caso, anche ogni singolo brano come un’opera a sé. Detto questo, non afferro nessuna buona ragione per cui si dovrebbe correre il rischio di perdere sfumature di un disco non ascoltandolo (almeno una volta) da cima a fondo.

38.SG

In questo disco, con te, ci sono grandissimi musicisti quali Nicola Manzan o Paolo Mongardi. A parte ovviamente il suonare, qual è stato il loro contributo nella realizzazione di Post-Krieg? In che modo hai collaborato coi tuoi musicisti nella realizzazione di questo album?

E’ semplice: di Paolo Mongardi, così come di Nicola Manzan o Paolo Raineri, mi fidavo abbastanza da poter lasciar loro carta bianca. Ed è esattamente quello che ho fatto. Penso abbia dato un’impronta significativa al disco, oltre ai loro interventi, la produzione artistica di Lorenzo Montanà. Personalmente sono entusiasta del lavoro che hanno fatto.

Mi piace molto l’oscillazione fra vari tipi di sonorità a cui alludevi prima: si possono riscontrare momenti duri tra hard e stoner, una sensibilità più sperimentale che guarda al weird-folk (quasi medievaleggiante), il post-punk, certe cose che rimandano a grandi esperienze del rock italiano, tutti elementi poi fusi in un sound personale. Che tipo di ascoltatrice sei? E come, poi, i tuoi ascolti si riversano nella tua musica?

Non ne ho idea, mentre lavoro a qualcosa fra l’altro mi impongo di non ascoltare nulla. Posso passare mesi senza un CD nello stereo dell’auto. Siamo rielaboratori perfetti, quello che abbiamo ascoltato plasma il nostro modo di creare altra musica senza che razionalmente ci sia bisogno di far nulla. La cosa che mi piace di più di Post-Krieg è che in esso è presente l’eco di tante cose musicalmente fondamentali per me, anche distanti anni luce le une dalle altre. Sono lieta in Post-Krieg si possano sentire gli echi di classica e post-core, kraut e chamber music, cantautorato e stoner, ma lo sono soprattutto del fatto ci siano finiti in maniera del tutto inconsapevole.

Quello che dicevo nella domanda precedente, ha senz’altro il suo culmine in Everted, la trilogia che chiude l’album…

Everted (che significa estroflesso) è la discesa all’inferno finale. E’ una suite tripartita, che coincide con il lato B dell’LP. Avevo in mente Sanguineti, la sua raccolta giovanile Laborintus, in particolare, il continuo riferimento alla palus putredinis che è sorgente di vita e di morte. L’analisi (la psicoanalisi soprattutto) è affine all’estroflessione, in un certo senso. In questa culla (un po’ bara, un po’ alcova) il cerchio si chiude; princìpi (e organi) sono indistinguibili; la guerra (krieg), così come la catarsi, è al suo culmine.

Ho lasciato alla fine la domanda che avrei voluto farti come prima. Davvero con quest’album chiudi la tua carriera musicale o è l’ultimo capitolo di una fase, in attesa dell’apertura di un’altra? Da quello che ho sentito fino ad ora, credo che tu abbia ancora molto da dare alla musica italiana…

Questo progetto è chiuso, non ci saranno altri album di Simona Gretchen. Non è detto aprirò con qualcun altro un nuovo progetto. Non è detto neppure continui a suonare. Non sto pensando al futuro, e non voglio pensarci; non voglio sapere se avrà a che fare con la musica o meno: vorrei dare un’occhiata in giro. In attesa di input abbastanza forti da catturare la mia attenzione, in ogni caso, non credo mi annoierò: ci sono un sacco di cose che nell’ultimo paio d’anni ho rimandato ad oggi. Ora come ora, ad ogni modo, trovo fantastico non sapere cosa farò né dove sarò fra qualche settimana, mese o anno.

Lino Brunetti

3.SG