MARTA COLLICA “Inverno”

MARTA COLLICA
Inverno
Brutture Moderne/Audioglobe
phpThumb_generated_thumbnailjpgNella sua ormai lunga carriera, Marta Collica ha collaborato con moltissimi musicisti e fatto parte di numerose formazioni e situazioni musicali: i Micevice di Giovanni Ferrario e i Groovy Guru di Cesare Basile, le collaborazioni con John Parish, Hugo Race (con il quale ha dato vita ai tutt’ora attivi Sepiatone), Alexander Hacke, Mick Harvey o progetti collettivi quali Songs With Other Strangers e Dounia, per fare un po’ di nomi. Inverno, terzo disco solista dopo Pretty And Unsafe (2007) e About Anything (2009), pur vantando la collaborazione del chitarrista e co-produttore Cam Butler e la partecipazione di numerosi ospiti (tra i tanti, Deko, Giorgia Poli, gli amici Race, Parish, Ferrario), è un disco molto intimo e privato, scritto e registrato con molta calma nella propria casa-studio berlinese e poi completato in una seconda fase tra Parigi, Catania e Melbourne. Dodici canzoni dell’anima, propense all’introspezione, con la voce calda di Marta a tratteggiare melodie pensose, umbratili, mai troppo aderenti ad una linearità pop convenzionale, ma perfette per essere calate tra le trame organiche di un suono minimale eppur ricco, dove ogni tremolio, ogni scricchiolio, ogni ritmo sordo accennato, ogni intreccio di chitarra o intervento musicale, ha una sua ragione d’essere e un suo peso. Il passo notturno di una Clandestine graziata dall’onirico violino di Catherine Graindorge; le chitarre che si avviluppano al ritmo inesorabile e alla melodia pop di Outside For A Walk; il visionario blues For Real; il tinitinnare soave di chitarre acustiche ed elettriche di Dov’è Che Finisce; l’ipnosi rock dell’ottima La Fine Dei Segreti, sono solo i primi passi nell’universo di un disco fascinoso e di un’autrice che rimane ancora oggi un tesoro fin troppo riposto. A voi il piacere di esplorarlo nella sua interezza.

Lino Brunetti

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AFTERHOURS “Hai Paura Del Buio? – Edizione Speciale”

AFTERHOURS

Hai Paura Del Buio? – Edizione Speciale

Universal 2CD

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Stanno attraversando un momento particolare gli Afterhours alla metà degli anni novanta. Dopo un pugno di album cantati in inglese, che mai li hanno fatti realmente uscire dall’underground, tentano coraggiosamente il passaggio all’italiano, utilizzando in maniera intelligente la tecnica del cut up, e miscelando in maniera sfavillante una musica che sia connubio di melodia e rumore chitarristico; l’esperimento paga e Germi diventa un autentico snodo nella loro carriera e, in qualche modo, anche per il rock italiano. Nel 1997, Manuel Agnelli, Xabier Iriondo e Giorgio Prette – all’epoca il nucleo della formazione – sono pronti a dargli un seguito, ma il fallimento della Vox Pop, l’etichetta presso cui erano accasati, li lascia nella scomoda situazione di doversi trovare una nuova label. A credere in loro arriverà la Mescal. Hai Paura Del Buio? si riconnette non poco alle atmosfere di Germi, ma in maniera ancora più sostanziale affresca una forma rock capace di essere ruvida e distorta, spigolosa, e nello stesso tempo incredibilmente melodica, pop per certi versi. La metà degli anni novanta stanno vedendo un fiorire notevole di gruppi italiani che stanno facendo uscire l’indie-rock italico dagli scantinati – pensiamo al successo dei CSI, dei Marlene Kuntz, dei La Crus o dei Massimo Volume – ma è probabilmente proprio Hai Paura Del Buio? il disco simbolo di questa emersione, tanto da meritarsi l’appellativo di miglior disco indipendente degli ultimi 20 anni. Anche perché, ed è questa la cosa importante, la qualità dell’album è tale da giocarsela non tanto entro gli asfittici confini del nostro stivale ma, quantomeno in linea teorica, con le più grandi bands del grunge e del post-grunge dell’epoca. Avevamo finalmente i nostri Nirvana o, come suggerì qualcuno (forse lo stesso Agnelli), i nostri Smashing Pumpkins (il paragone fu con Mellon Collie!). Mix di ballate conturbanti, di attacchi punk al fulmicotone e di altri pezzi non meglio definibili univocamente, Hai Paura Del Buio? viene oggi ripubblicato in un edizione speciale, anche in occasione di un tour di undici date che, lungo il mese di marzo, attraverserà l’Italia ed in cui l’intero album verrà riproposto integralmente. Al CD originale, opportunamente rimasterizzato, viene aggiunto un secondo CD in cui tutto il disco è stato rivisto risuonato con la collaborazione di ospiti importanti. E se alcune versioni rimangono sostanzialmente fedeli o quasi agli originali – la sempre bellissima Male Di Miele con gli Afghan Whigs; Pelle, con un quasi irriconoscibile Mark Lanegan alla voce ed un bel solo di piano a chiuderla; la potentissima Dea col Teatro Degli Orrori; una solo leggermente più alleggerita Voglio Una Pelle Splendida con Samuel Romano; le punkettose Sui Giovani d’Oggi Ci Scatarro Su coi Ministri e Veleno con Nic Cester – altre riletture si discostano abbastanza. Penso ad esempio alla canzone che dà il titolo all’album, prima solo un grumo di rumore, oggi una sorta di delirio impro-jazz con Damo Suzuki alla voce; alla 1.9.9.6. rivista in chiave folk-rock da Edoardo Bennato, che aggiunge anche qualche riga di testo; alla Elymania molto ritmica, tra il sexy e l’allucinato, approntata coi Luminal; alla Senza Finestra pianistica e stilizzata di Joan As Police Woman; alla notevole Simbiosi con Le Luci Della Centrale Elettrica alla voce  e Der Mauer ad aggiungerci fiati funerei; all’Eugenio Finardi che vira in pezzo cantautorale Lasciami Leccare l’Adrenalina; all’intensità asciutta dei Bachi Da Pietra, tra i migliori in scaletta, in Punto G; alla visionarietà di John Parish in Terrorswing e dei Fuzz Orchestra con Vincenzo Vasi in Questo Pazzo Pazzo Mondo Di Tasse; all’intimismo folk di Piers Faccini in Come Vorrei; all’eleganza pop dei Marta Sui Tubi in Musicista Contabile o di Rachele Bastreghi in Mi Trovo Nuovo. Rimane da citare giusto Rapace coi Negramaro (con un a me indigesto cantato super enfatico) e due bonus track: l’ottima Televisione, pezzo in origine non presente sull’album bensì su un singolo, in cui compaiono Cristina Donà e The Friendly Ghost Of Robert Wyatt e una seconda Male Di Miele, con un Piero Pelù gigione quanto mai. In pratica all’album originale – su cui mi sono soffermato poco, dando per scontato che lo conosciate – è stato aggiunto un vero e proprio disco tributo allo stesso. E se il primo si merita sempre e comunque il massimo dei voti, per il secondo, riuscito ma non a quei stratosferici livelli, tre stelle e mezza dovrebbero bastare. Ad ogni modo, il giusto tributo ad uno dei dischi più importanti del nostro rock. E ci si rivede sotto il palco!

Lino Brunetti

L’album uscirà in tre formati: doppio CD  (CD  cover più la versione rimasterizzata dell’album originale); l’album in digitale con, in esclusiva per iTunes, il branoVoglio Una Pelle Splendida feat. Daniele Silvestri; box edizione deluxe in tiratura numerata e limitata (1000 copie) contenente due doppi vinili da 180 gr.  più il doppio CD (stesso contenuto su entrambi i formati). Qui sotto le date del tour:

  • 07.03 NONANTOLA (MO) – Vox Club (data Zero)
  • 14.03 MANTOVA, Palabam
  • 15.03 RIMINI, Velvet
  • 18.03 TORINO, Teatro Della Concordia
  • 21.03 BOLOGNA, Estragon
  • 22.03 S.BIAGIO CALLALTA (TV), Supersonic Arena
  • 24.03 MILANO, Alcatraz
  • 25.03 MILANO, Alcatraz
  • 26.03 FIRENZE, Obihall
  • 28.03 ROMA, Orion
  • 29.03 BARI, Demodè

PETRINA “Petrina”

PETRINA

Petrina

Ala Bianca Group/Warner

Stampa

Si deve probabilmente al variegato background di Petrina, l’eclettica ricchezza di un disco come questo. Intitolato con lo stesso nome della sua autrice, a voler sottolineare la completa identificazione con le canzoni qui contenute, quest’album segue un’esordio autoprodotto, pubblicato quattro anni fa (In Doma). Petrina è una cantante, pianista, tastierista e compositrice assai versatile; con una formazione di pianista classica e contemporanea, fino ad oggi ha saputo spaziare tra diversi ambiti, muovendosi tra jazz ed avanguardia, pop ed il mondo delle colonne sonore, del teatro e dei balletti. Un curriculum che le ha permesso di farsi notare da artisti di grande fama ma di diversissima estrazione, quali David Byrne, Elliott Sharp o Terry Riley. Il suo mondo lo si trova condensato oggi nelle undici tracce qui contenute, un universo continuamente cangiante e non sempre così facilmente afferrabile. Aiutata da musicisti quali Gianni Bertoncini, Alessandro Fedrigo, Niccolò Romanin, Pier Bittolo Bon e dal co-produttore Mirko Di Cataldo, oltre che da alcuni ospiti, come vedremo, qui Petrina ha tentato una sintesi fra le sue diverse anime e fra mondi apparentemente inconciliabili. Sentitevi ad esempio la traccia strumentale che apre il disco, Little Fish From The Sky, dove la partitura pianistica di sapore jazz, viene sostenuta da un tessuto ritmico elettronico drum’n’bass, oppure la raffinatezza pop, eppur assai poco lineare, di The Invisible Circus. Un possibile paragone internazionale che viene in mente ascoltando queste canzoni, è quello con le analoghe ricerche musicali compiute da un’artista quale My Brightest Diamond: anche qui può capitare d’imbattersi in pezzi dal piglio dinamico e rock come Princess (con John Parish alla chitarra) o come la bellissima Sky-Stripes In August, così come in pezzi più “teatrali” e giocati sulle suggestioni e sul rafforzamento reciproco tra testo e musica come in Niente Dei Ricci, in episodi circensi e waitsiani come I Fuochi D’Artificio, così come in sbarazzini e dolceamari numeri pop come nel dittico Vita Da Cani/Dog In Space. Meno interessante, a mio parere, il jazz-funk rappato, piuttosto mainstream, di Denti (chiaramente scelto come singolo), mentre invece sono assolutamenti coinvolgenti sia il racconto poetico di Lina (sottolineato dal piano, gli archi, una fisarmonica, un cameo di David Byrne), che la versione orchestrale di Sky-Stripes In August, approntata con Jherek Bischoff e posta in chiusura di scaletta. Eccellente sia sotto il profilo canoro che musicale, qui e là si riscontra solo una certa freddezza, data forse da un perfezionismo in alcuni casi pure eccessivo. Ma sono forse considerazioni da vecchio rockettaro, il disco è nel suo insieme assai riuscito.

Lino Brunetti

JENNY HVAL “Innocence Is Kinky”

JENNY HVAL

Innocence Is Kinky

Rune Grammofon/Goodfellas

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Non capita tutti i giorni d’imbattersi nel disco di una ragazza che si apre con la dichiarazione di essere davanti al computer eccitata a guardare gente che scopa. Non che sia questo il merito di quest’album ma, certamente, un po’ di curiosità la mette. JENNY HVAL è una giovane cantautrice ed artista norvegese, al secondo album, dopo un passato con i Rockettothesky. Il suo impegno nell’arte contemporanea è facilmente riscontrabile anche nel suo fare musica. Con la produzione di John Parish, ed accompagnata da un quintetto di multistrumentisti, in Innocence Is Kinky dà vita ad una bella selezione di numeri avant-pop, in continua altalenanza tra le dissonaze rock, quasi a là Throwing Muses, di I Called, gli spigoli della title-track, l’elettronica bjorkiana di Renée Falconetti Of Orléans, le trasfigurazioni avant blues di I Got No Strings, le narrazioni poetiche in salsa noise di Oslo Oedipus o Give Me That Sound e la visionarietà degna di un’allucinata PJ Harvey di Is There Anything On Me That Doesn’t Speak?, Amphibious Androgynous e The Seer. Attorniata da chitarre, archi, samples e ritmi, al centro di tutto c’è la sua voce, capace di svettante lirismo, così come di ridursi ad un sussurro. Disco decisamente affascinante ed indubbiamente da sentire.

Lino Brunetti

Novità Thrill Jockey d’aprile: JOHN PARISH, BARN OWL, ZOMES, LIFE COACH

Ogni mese la chicagoana Thrill Jockey (distribuita in Italia da Goodfellas) pubblica quattro album. Vediamo, in breve, quali sono i quattro di aprile. Partiamo da JOHN PARISH, il grande songwriter, chitarrista e produttore (celeberrimo il suo sodalizio con PJ Harvey e note le sue frequentazioni italiane), che, in Screenplay, raccoglie alcuni episodi tratti dalle colonne sonore da lui scritte per film quali “Nowhere Man”, “Sister”, “Plein Sud” e “Little Black Spiders”, opere di registi quali Ursula Meier o Patrice Toye. In bilico tra reminiscenze morriconiane, scampoli di lounge music, chitarre a là John Barry e momenti capaci con sapidi tocchi di creare un’atmosfera, le diciannove tracce qui contenute sono godibilissime anche senza il supporto delle immagini. Ottimo! Questa la formazione che porterà in giro il disco dal vivo: JOHN PARISH – chitarre, tastiere, vocals, JEAN-MARC BUTTY – batteria, MARTA COLLICA – tastiere, vocals, GIORGIA POLI – basso, vocals, JEREMY HOGG – chitarra, lap steel.
John Parish

Interamente strumentale è anche la musica composta dai BARN OWL, il duo formato da Jon Porras ed Evan Caminiti. V segna un deciso scarto rispetto alle prove precedenti, lasciandosi alle spalle i drones chitarristici avant-folk e le derive rock psichedeliche, in favore di una musica più elettronica, tra dub e stratificazioni ambient. Non che non abbiano un loro fascino queste sonorità, ma il genere è davvero inflazionatissimo e noi, probabilmente, preferivamo i capitoli precedenti.

Barn-Owl-V

Sono un duo anche gli ZOMES, un tempo progetto personale del solo Asa Osborne (chitarrista dei Lungfish), oggi ampliatosi con l’innesto della vocalist Hanna degli Skull Defekts. In Time Was, il primo costruisce fraseggi e drones con l’organo, ipnotici, fluttuanti, magmatici, la seconda vi canta sopra delle melodie di volta in volta austere o sognanti, evocative e misteriose. Sotto, una drum machines tiene il ritmo metronomicamente, accentuando la minimale ripetitività del tutto. E’ chiaro quanto anche qui non ci sia nulla d’inedito, ma le varie canzoni non lasciano indifferenti e non è niente male lasciarsi cullare da queste oppiacee bolle velvettiane e dark. Da sentire.

Asa-Ports-Bishop

Arriviamo così ai LIFE COACH, nuovo progetto di Phil Manley dei Trans Am che, alla sua nuova band, ha dato il nome del suo album solista di un paio d’anni fa. A dargli manforte in questa sortita, il batterista Jon Theodore ed il chitarrista Isaiah Mitchell. Alphawaves, disco quasi interamente strumentale, si apre con un drone di tanpura (Sunrise), prosegue con i sette turbinanti minuti della title-track, un affondo kraut-rock degno dei Neu, con batteria motorik e uno stilizzatissimo solo di chitarra, si cheta tra le rilassate trame di Limitless Possibilities, sprofonda tra le sospensioni psichedeliche della bellissima Into The Unknown, torna a farsi terreno tra i riff e la voce in falsetto di Fireball, funambolico hard-rock anni settanta, vibra chitarristicamente con la breve Life Experience, diventa moderatamente tamarro con l’hard-prog di Mind’s Eye, finendo poi col chiudere il cerchio con gli otto pulsanti ed oceanici minuti di Ohm, ennesimo drone che si ricollega in qualche modo all’inizio dell’album. Gran bel dischetto questo dei Life Coach; Phil Manley non ha ancora smesso di darci ottima musica.

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Lino Brunetti