MELVINS LITE @ Bloom, Mezzago 1 maggio 2013

Foto © Lino Brunetti

Foto © Lino Brunetti

Non è certo la prima volta che i Melvins passano dal nostro paese ma, ogni volta, è una sorta di festa a cui è doveroso presenziare. E così abbiamo fatto anche stavolta, recandoci allo storico Bloom di Mezzago per farci sventagliare le orecchie dalle staffilate soniche della band che, proprio in questi giorni, torna nei negozi con un divertente disco di covers, Everybody Loves Sausages. La serata non è sold out ma, comunque, la presenza e la partecipazione del pubblico non manca di certo. Ad aprire le danze ci pensano i Big Business, power trio di Seattle, molto amico di Buzzo e soci. Il loro stoner sludge iper compresso e potentissimo è quanto di meglio per introdurre la serata; Jared Warren e compagni, per circa una quarantina di minuti, assalgono il pubblico con le loro canzoni schiacciasassi e tiratissime, dalle sonorità selvagge e fangose. Un bell’inizio, niente da dire! Sono passate da poco le 23 e 30, quando sul palco arrivano i Melvins, come nel loro recente Freak Puke, in formazione Lite, ovvero a tre, con King Buzzo a voce e chitarra, Trevor Dunn a contrabbasso e cori e Dale Crover alla batteria e ai cori. La presenza del contrabbasso rende abbastanza particolare le sonorità del trio, aggressive e tonitruanti ma, allo stesso tempo, non prive di una certa raffinatezza, che sposta l’asse sonoro verso territori a tratti quasi avant. E’ un po’ quello che era successo proprio nel Freak Puke sopra citato che, guarda caso, viene eseguito quasi per intero. Trevor Dunn è un istrione, un musicista versatile che dai Mr. Bungle ai lavori con John Zorn, ha dimostrato di saper suonare di tutto; in questa serata martoria il suo strumento con l’archetto e con le dita, ne tira fuori suoni di tutti i tipi, gigioneggia con gli sguardi e gioca facendo la seconda voce. Naturalmente è ben assistito da quella macchina da ritmo che è Dale Crover, un picchiatore di pelli che non conosce riposo (e che ancora di più si sentirà in dovere di non mostrare cedimenti quando, nell’ultimo quarto d’ora di show, verrà raggiunto da Coady Willis dei Big Business alla seconda batteria, per un tripudio tribale d’assalto). Buzz Osborne, invece, assomiglia sempre più ad un personaggio burtoniano, con la sua inconfondibile chioma a fungo mossa dall’aria di un ventilatore, il suo camicione nero e con la sua aria sempre un po’ allucinata. Alla voce e alla chitarra ci dà però ancora dentro di brutto e, specie quando sfilano classici come Hooch, Set Me Straight o Shevil, il Bloom si trasforma in una bolgia dal pogo scatenato. Non tutto il concerto è stato così, come dicevamo, con anche momenti meno d’impatto e più orientati al loro versante “sperimentale”. Ciò non toglie che alla fine dell’ora e mezza di show, le orecchie ronzassero non poco e che i sorrisi sulle facce della gente testimoniassero l’ottimo stato di salute della band. Insomma, grandi come sempre.

Lino Brunetti

Foto © Lino Brunetti

Foto © Lino Brunetti

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ZEUS! “Opera”

ZEUS!

Opera

TannenOffset-Santeria-Three One G/Audioglobe-Rough Trade

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A poco più di due anni dall’omonimo esordio, tornano in azione gli ZEUS!, il duo composto dal bassista Luca Cavina (Calibro 35, Craxi, Incident On South Street) e dal batterista Paolo Mongardi (ex Jennifer Gentle, ora anche in Ronin, Fuzz Orchestra, FulKanelli ed al servizio di molti altri). Sono stati due anni intensi questi per i due, due anni passati a calcare palchi e a continuare a fare musica. Due anni che gli hanno permesso di far conoscere il loro nome anche fuori dai confini italiani, tanto che questo nuovo album, oltre che in Italia ed in Europa, sbarcherà pure negli Stati Uniti grazie alla Three One G di Justin Pearson (Locust, Swing Kids, Retox) ed alla distribuzione da parte di Rough Trade. In Opera, la cifra stilistica del duo non cambia rispetto all’esordio, procedendo piuttosto ad un più lucido affinamento. Nelle undici tracce qui contenute, il basso elettrico di Cavina trafigge coi suoi riff ed i suoi fraseggi metallici, mentre Mongardi dimostra ancora una volta di essere un batterista dalla potenza matematica. In bilico tra hardcore punk, metal e prog, i loro pezzi si stendono compressi ed intricati, violenti ed inarrestabili come Panzer, ma a loro modo raffinati per come sono costruiti in sezioni tutt’altro che semplici o figlie soltanto dell’aggressività. In qualche pezzo Cavina fa filtrare in filigrana la sua voce, che è più un urlo tra gli strumenti, in qualcuno appare un filo di tastiera, il theremin di Vincenzo Vasi o qualche noise ad opera di Nicola Ratti. In Sick And Destroy, il citato Justin Pearson dà sfogo ad una viscerale performance vocale, mentre memorabili sono i titoli di molti dei brani, vedi Lucy In The Sky With King Diamond, La Morte Young, Giorgio Gaslini Is Our Tom Araya, Bach To The Future o Blast But Not Liszt. E’ un disco, questo, che piacerà molto a tutti gli appassionati di musica estrema, a quelli che non hanno mai smesso di seguire tutto quanto sta tra gli Hella e le cose più potenti di John Zorn o Mike Patton. Bella anche la confezione e l’artwork curato da Mongardi e Carlotta Morelli, con gli insetti sul retro che, visto il titolo del disco, non possono che far venire in mente l’Opera di Dario Argento. Produzione, registrazione e missaggio di Tommaso Colliva, mastering dell’espertissimo James Plotkin.

Lino Brunetti

STEFANO FERRIAN’S dE-NOIZE “Chapter # 2 Lophophora”

Stefano Ferrian’s dE-NOIZE

Chapter # 2 Lophophora

dEN Records

Considerando la visuale ristretta e l’aria stantia che aleggiano sul panorama italiano, l’etichetta discografica dEN Records ha le proporzioni di un sogno: fondata dall’artista Stefano Ferrian per l’autoproduzione dei propri progetti, in breve tempo si è trasformata nella cartina di tornasole della scena avanguardistica milanese, attirando anche l’attenzione di artisti internazionali. L’obiettivo di Ferrian è evidentemente quello di creare una realtà dalla precisa identità artistica e dalla mentalità aperta ed eclettica, per questo affida la progettazione del packaging a Davide Soldarini, che riesce a trasformare ogni pubblicazione in uno studio di design, realizzando confezioni uniche e particolari che conferiscono ad ogni CD la forma e la bellezza di curati oggetti d’arte, del tutto in sintonia con lo spirito che anima la musica in essi contenuta. I propositi della coraggiosa dEn Records sembrano aderire ai canoni ed alle alte aspirazioni che hanno mosso il lavoro di prestigiosi marchi come la Esp Records degli anni ’60 o come la celebre Tzadik di John Zorn, dando voce e visibilità ad un underground artistico e culturale altrimenti muto ed ignorato: jazz, avanguardia, rock, noise, elettronica, poesia e sperimentazione, tutto quanto trascende il formato canzone e va oltre le note. Collocato in una splendida ed elegantissima conchiglia di cartone, il CD del progetto di Stefano Ferrian dE-NOIZE intitolato Chapter # 2 – Lophophora è ispirato al movimento religioso pellerossa Ghost Dance ed al massacro di Wounded Knee, dove le truppe statunitensi sterminarono la tribù dei Sioux: un soggetto curioso che si articola lungo un’unica suite suddivisa in otto movimenti, dove si intrecciano melodie e suoni astratti, voci ed emozioni in un flusso armonico sospeso tra rock e sperimentazione, tra spigoli noise e avanguardia jazz. Suonando diversi strumenti, Ferrian realizza uno straordinario a solo da cui traspaiono le ombre free del sassofono di Ornette Coleman, le scintille noise dei Naked City di John Zorn e l’art-prog dei Van Der Graaf Generator di Lemmings. Cupo e visionario, Chapter # 2 Lophophora potrebbe essere la musica che scaturisce dalle pagine di uno scritto di William Burroughs o appunto dalla scena di un massacro.

 Luca Salmini