PETE ROSS & THE SAPPHIRE “Rollin’ Down The Lane”

PETE ROSS & THE SAPPHIRE

Rollin’ On Down The Lane

Beast Records

2615977053-1

Immersi in quell’oceano di informazione tipico dei giorni nostri, è sempre difficile individuare bands emergenti valide che non si confondino nell’esasperato caos e sovraesposizione generale. E’ per puro caso che, qualche mese fa, ho assistito ad uno splendido ed inaspettato concerto (“The midnight show!”) semi-acustico di Pete Ross e Susy Sapphire, i quali si esibivano su di un piccolo palco, con un attento percussionista, davanti a poche persone. A catalizzare l’attenzione fu subito la presenza scenica di Pete che, nonostante il set semi-acustico, chiese spazio (solitamente, mi ha detto, suonano con una band elettrica e decisamente più r’n’r!!) seguito dalla ipnotica bellezza di Susy, statuaria con il suo fido basso Fender. Sintomatica, per capire il loro suono, la fine di questo piccolo show: hanno eseguito una splendida These boots are made for walkin’ di Nancy Sinatra a due voci (quella di Pete e Susy) seguita da una bellissima rendition di Wayfaring Stranger, un traditional affrontato, tra gli altri, anche dal mitico Johnny Cash. Pete è australiano e si porta con sé il tipico suono del deserto (da Nick Cave al romantico “twang” chitarristico, sino a lambire territori waitsiani). Questo è il suo terzo disco ed arriva dopo che lui ha già girato on the road mezzo mondo, compresi diversi tour australiani come chitarrista di Dan Brodie, artista di successo della EMI. Rollin’ on down the lane è la novità di questi giorni: registrato da Stefano Manca allo studio Sudest di Lecce, con arrangiamenti e mixing di Ivan A. Rossi (Zen Circus, Bachi da Pietra,….) e masterizzato da Giovanni Versari (Nautilus). Pleased to meet you apre questo album con una strepitosa alternanza di voci ed uno stupendo organo (presumibilmente Hammond C3 valvolare) che ci guida lungo un percorso con evidenti richiami a Nick Cave (periodo The good son). Si prosegue con l’irresistibile “twang” chitarristico di Devil inside (della quale gira anche un affascinante video che sfrutta con maestria il contrasto tra bianco-nero e colore girato dalla regista Viola Barbato). Grande versione di Rake, originariamente dell’amato Townes Van Zandt (dall’album Delta momma blues del 1971), virata su un tessuto cadenzato e tribale. Late last night è calata in uno scenario notturno e oscuro, come la sofferta To the wind. Altra cover adatta alla perfezione allo stile di Pete Ross e la sua band è Jesus gonna be here di Tom Waits, sviluppata su trame fumose e con una strepitosa interpretazione vocale di Pete. Temi ricorrenti di queste canzoni sono la sfortuna, il dubbio, il pentimento e il mistero, che hanno da sempre accompagnato certo rock decadente e maledetto. E’ sempre un piacere ascoltare dischi come questo. Irrinunciabile per tutti gli estimatori di Nick Cave, ma consigliato a tutte le persone che apprezzano la buona musica!

Fabio Avaro

Annunci

SPAIN @ Teatro Dal Verme – 29 novembre 2012

Una bella rassegna “Music Club” che, per l’ennesima volta, ha allietato i pomeriggi di quanti potevano permettersi di andare al Teatro Dal Verme di Milano, in un orario normalmente destinato agli aperitivi, anziché per sorseggiare un cocktail, per assistere a dei gran bei concerti, con artisti quali Mick Harvey, Josephine Foster, Thony, tra gli altri. Il 29 novembre è stata la volta dei rinnovati Spain di Josh Haden, tornati al disco e ai tour dopo una pausa durata oltre dieci anni. Ma andiamo con ordine: ad aprire la serata c’era il bravo cantautore siciliano Fabrizio Cammarata, che alcuni ricorderanno anche col nome The Second Grace. Voce, chitarra acustica e tamburello, per un set che ha saputo emozionare attraverso un pugno di canzoni che, al cantautorato nostrano, aggiungono suggestioni latine (ha eseguito anche una bellissima versione di La Llorona) e provenienti dagli Stati Uniti (il suo ultimo disco è prodotto da JD Foster e vede alcuni Calexico collaborare). Giustamente un po’ emozionato – era la prima data di un tour tutto di spalla agli Spain in Europa – ha convinto attraverso una voce sicura e a suo agio sia nel sussurro che nell’urlo e grazie ad un’umanità evidente. Cammarata è sceso dal palco da pochi minuti, che ecco prontamente sopra di esso gli Spain. La formazione è quella dell’ultimo album, l’ottimo The Soul Of Spain, quindi con Haden a voce e basso, Daniel Brummel alla chitarra elettrica, Randy Kirk a tastiere e seconda chitarra e Matt Mayhall alla batteria. L’idea di questo nuovo tour è quello non solo di presentare le canzoni dell’ultimo album ma, pure, di fare un completo excursus sulla loro produzione discografica. Ed è a questo che abbiamo assistito durante lo show. L’attacco è quasi tutto ad appannaggio dei brani più recenti ma, ben presto, iniziano ad arrivare anche quelli tratti dai primi tre album, in particolare dall’immortale The Blue Moods Of Spain. Sul palco i quattro non è che siano proprio vivaci. Haden è forse il più improbabile frontman che abbia mai visto: ha la verve di un bradipo, quando parla, giochicchiando un po’ con la sua mancata vena di entertainer, dice una parola ogni tre secondi e appare quantomeno bizzarro. Gli altri musicisti non sono particolarmente più calorosi, ma dai loro strumenti sanno come distillare turbamenti. E’ infatti tutto da una musica che una volta era slowcore, ma che oggi è semplicemente un blues notturno ed avvolgente, che giungono le emozioni. Gli interventi di Brummel alla chitarra sono sempre incisivi e raffinati allo stesso tempo, Kirk è un musicista intelligente capace di legare con il suo Hammond, col piano ed anche, a volte, con una seconda chitarra elettrica, le varie componenti del suono Spain, mentre la sezione ritmica ha quasi sempre quel passo rallentato e narcotico che è un po’ il marchio di fabbrica della formazione. La voce di Haden è calda ed espressiva e non ha mai cedimenti, sia che si tratti delle loro tipiche ballate come Only Love, sia che stia cantando pezzi più movimentati e pop quale la bella She Haunts My Dreams. I punti più alti nel finale, quando uno via l’altra sfilano una World Of Blue, in cui finalmente la band si lascia andare al fragore degli strumenti con una coda elettrica clamorosa, ed una Spiritual letteralmente da lacrime agli occhi, un pezzo di cui anche Johnny Cash aveva riconosciuto la grandezza. Un graditissimo ritorno per una delle band culto degli anni ’90.

Lino Brunetti

Spain (Josh Haden) © Lino Brunetti

Spain (Josh Haden) © Lino Brunetti

Spain (Josh Haden & Daniel Brummel) © Lino Brunetti

Spain (Josh Haden & Daniel Brummel) © Lino Brunetti

Fabrizio Cammarata © Lino Brunetti

Fabrizio Cammarata © Lino Brunetti

REKKIABILLY “Banana Split”

REKKIABILLY

Banana Split

Volume! Records/ Venus

Da Louis Prima a Fred Buscaglione, è sempre esistita una qualche corrispondenza tra lo swing e l’Italia, ed anche se  nel nostro paese il genere non è mai confluito in una scena come è successo negli Stati Uniti nella seconda metà degli anni ’90, non sembra mancare qualcuno ancora capace di credere nell’intramontabile fascino dell’era aurea del rock’n’roll. I baresi Rekkiabilly, un’oriunda contrazione tra il piatto principe della cucina pugliese e lo stile proposto, sono tra coloro che non hanno mai smesso di sognare l’ebrezza di una Ford Thunderbird, il sole nascente della storica Sun Records o l’aria fumosa ed equivoca dei jazz club degli anni ’50: una passione che trapela da ogni singola nota di Banana Split, la seconda prova discografica del quintetto e forse, al momento, il più eccitante esempio di rockabilly targato Italia. Dalla brillante rilettura garagista di una delle pagine meno celebri della Motown, come Six By Six di Earl Van Dyke, fino allo strepitoso psyco-surf della traccia fantasma, Banana Split è un’esplosivo e furioso condensato di rock’n’roll, swing, soul, country e surf, che suona fresco e divertente come se il leggendario singolo di Elvis Presley That’s Alright (Mama) fosse uscito oggi, passando attraverso una varietà di atmosfere che vanno dalle fiammate rock’n’roll della surreale L’astronauta; al country&western di Mezzanotte di fuoco, sospeso tra Johnny Cash, la cronaca nera ed le strisce di Morris per Lucky Luke; al jazz fascinoso di Lulù Swing; fino al mood notturno e waitsiano di Compare, che sembra sfuggita ad una qualsiasi produzione di Joe Henry. Accanto ad un suono ispirato ai classici d’oltreoceano, l’uso della lingua italiana impiegato nelle liriche risulta inoltre particolarmente interessante, dato che la poetica dei Rekkiabilly non contempla solo divertenti aneddoti legati alle ore piccole (la titletrack e Notte Notte Notte) o agli incerti del mestiere dell’artista (Questo è il rock ‘n’ roll), ma seppur con una certa ironia e perfino un pizzico di sarcasmo, affonda anche nella contemporaneità (Sisma) o nel sociale (La Pensione), svelando il lato più profondo di una musica che non è solo semplice intrattenimento, ma che in un certo senso tiene vivo quello spirito ribelle che è alla base di tutto il rock’n’roll. Oggi i Rekkiabilly suonano come la versione “orecchiette e peperoni” di formazioni come Heavy Trash o Jim Jones Revue e ad esse non hanno nulla da invidiare.

Luca Salmini