KALI YUGA “KY”

KALI YUGA

KY

800A Records/Audioglobe

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Nati a Palermo agli inizi degli anni ’90, riappaiono come dal nulla i KALI YUGA, formazione dalle ruvide sonorità tra stoner ed hardcore che chi seguiva le vicende del rock italiano nei nineties forse ricorderà. Proprio alla fine di quel decennio decidevano di sciogliersi, dopo aver dato alle stampe un CD per Vacation House, The Underwater Snake Is Waiting, un 7” in tandem con i One Dimensional Man, ed aver lasciato un segno indelebile nella memoria di chi li aveva visti dal vivo grazie alle loro infuocate esibizioni live. Un paio d’anni fa, uno special radiofonico dedicatogli dal musicista/produttore Marco Monterosso e la presentazione del libro “Palermo al tempo del vinile” li riportava letteralmente in vita. Agli storici Bizio Rizzo (voce e chitarra), Giancarlo Pirrone (chitarra) e Fabrizio Vittorietti (bassista della band nel triennio ‘97/’99), si aggiunge oggi il nuovo batterista Alessandro Guccione e, dopo aver dato alle stampe il ghost album Stoned Without The Sun, tornano nei negozi con un vero e proprio nuovo disco, KY, disponibile solo in vinile 12” o in digitale. Ed è davvero un bel sentire, nessun dubbio in proposito. Contenente otto canzoni inedite scritte lungo l’arco di vent’anni, l’album si riallaccia alle ultime fasi di carriera prima dello scioglimento, ma pure segna una decisa ripartenza con nuove prospettive e nuove energie messe in campo. Rispetto al passato, i Kali Yuga di oggi sono decisamente più melodici e “pop”, meno ottundenti e più propensi ad offrire una più ampia gamma di sensazioni sonore. Non che il loro sound non rimanga ruvido e colmo di riff ed affondi chitarristici distorti ma, complice pure l’espressività vocale di Rizzo, molti dei pezzi trovano il loro quid nella brillantezza delle melodie. A completare il quadro, ci pensano poi le canzoni, classiche nel loro aderire sostanzialmente a stilemi anni ’90, ma sempre personali e, quel che più conta, ottimamente scritte. 9:04 (Here She Comes) pare un mix loureediano/bowiano in salsa Dinosaur Jr; B Love S prende le forme di una ballata tardo grunge dalle ampie striature psichedeliche; The World Outside sta in bilico tra i riff di chitarra di Pirrone e la sostanza melodica delle parte vocale; lo stesso si può dire di Where I Used To Go, la cui ariosità melodica, vagamente velata di dolce malinconia, fa pensare alle pagine migliori dei Nada Surf. Picchiano senza requie Idols e Drunk’n’Sad, la prima tramite un fulgido hard-rock’n’roll stradaiolo, la seconda tornando a frequentare i lidi stoner, sia pur più QOTSA che Kyuss. So Are You, con la sua melodia strascicata, non poco ricorda gli Strokes del primo album, mentre la conclusione è affidata alla lunga e visionaria Siren (Fuck Like A Motorpsycho), oscillante tra martellanti attacchi al fulmicotone e più lisergici ed ossessivi passaggi (la band norvegese citata nel titolo è ben più che un indizio). Un ottimo rientro in pista, che contiamo di festeggiare ulteriormente cercando di intercettarli in concerto al più presto.

Lino Brunetti

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VISTA CHINO “PEACE”

VISTA CHINO

Peace

Napalm

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Sulla storia e sulle aspettative riguardo i Vista Chino si potrebbe stare a discutere per ore. Josh Homme non voleva più vedere il nome Kyuss, Nick Olivieri vede solo i suoi Mondo Generator, John Garcia e Brant Bjork volevano la loro band. Punto. I Queens Of The Stone Age sono una cosa diversa, i Vista Chino sono i Kyuss di metà anni novanta con un altro nome ed un altro chitarrista. Inutile dire meglio questo o meglio quello, ora come ora stanno su due pianeti differenti. Il rimpiazzo di Josh è Bruno Fevery, che pur non avendo il suo talento ha studiato a memoria ogni assolo ed ogni riff di mister Homme, donando a Peace il suono di Welcome To Sky Valley. Per me questo è un bene e il disco mi piace, non fosse altro che per poter riascoltare John Garcia urlare da sotto la sabbia come ai tempi che furono in Dargona Dragona, chiudo gli occhi, apro le orecchie e ci sento un’outtakes di quei momenti persi nel tempo. Sì, è tutto derivativo e già ascoltato, ma Planets 1&2, dite quello che volete, mi delizia i padiglioni auricolari. Adara scivola su liquidi arpeggi infuocati dal vento ustionante del deserto, Dark And Lovely è un ottundente e ossessivo riff infinito sul quale volano assoli di chitarra e lamenti vocali. Barcelonian invece è il brano più frizzante ed accattivante dell’album, lasciando per qualche istante da parte la compressione dei suoni a favore di una dolce psichedelia melodica. Forse si lasciano dietro un po’ di noia proprio nel pezzo più lungo del disco, perché Acidize The Gambling Moose vive sì di momenti di intensa vorticosità alternati ad altri di assoluta quiete, ma non brilla per armonia e anche John non centra in pieno le linee melodiche. Ma quando sbucano pezzi quali Carnation, As You Wish o Sweet Remain ci si lascia trasportare da un suono che conosciamo a memoria e che sinceramente mi mancava. Non un capolavoro, ma un dignitoso ritorno a quelle sonorità che furono loro e che quindi John e Brant hanno tutto il diritto di rivendicare come proprie.

Daniele Ghiro

GANDHI’S GUNN “The Longer, The Beard, The Harder, The Sound”

GANDHI’S GUNN

The Longer, The Beard, The Harder, The Sound

Taxi Driver

Thirtyeahs del 2010 mi aveva favorevolmente impressionato, ma sinceramente mai mi sarei aspettato (mea culpa) che i Gandhi’s Gunn progredissero ad una velocità così elevata tanto da proporre in questo loro secondo lavoro una musica che sembra uscire da un vicino deserto e che invece sbuca a tradimento dal capoluogo ligure e sinceramente a occhi chiusi e senza sapere nulla avrei detto che certi suoni avrebbero potuto provenire da una delle migliori produzioni targate USA.
Haywire e Under Siege è un uno-due iniziale di potentissima materia hard’n’roll tirata giù a rotta di collo. Breaking Balance è una song dall’inusitata potenza, profonda e senza respiro, che deborda fragorosamente in un mix tra Fu Manchu e Clutch, e proprio tra le gesta di questi ultimi si inserisce alla perfezione la partenza tranquilla di Flood fino almeno al momento in cui il devastante inserto centrale del desertico ritornello non invade e satura gli amplificatori. Adrift e Rest Of The Sun si muovono sulle bollenti sonorità stoner care ai Kyuss, cadenzate, ritmate, solleticanti. La voce è un potentissimo e melodico strumento aggiunto, anche perchè la sezione ritmica e la chitarra fanno talmente tanto casino che ci vuole un’ugola allenata per controbatterle. Infatti nella conclusiva Hypothesis si materializza potente dalle profondità dando ulteriore spessore e calore ad una grande canzone, perché dopo un deliquio iniziale psichedelico si parte a tutta come dei Baroness in trip stoner, e si raggiungono i dieci minuti con una parte finale che è una delle cose più belle che io abbia ascoltato ultimamente. Non vedo l’ora di gustarmeli al Solo Macello, un festival che gli appassionati del genere non possono assolutamente perdere.

Daniele Ghiro