King Khan LTD live a Milano, 23/4/2019

KING KHAN LTD
MILANO

CIRCOLO MAGNOLIA
24 APRILE 2019

King Khan ha alle spalle una discografia ormai piuttosto nutrita, sparpagliata fra diverse sigle e formazioni – quella probabilmente più nota King Khan & The Shrines – ma sempre in bilico tra garage, punk, soul, rhythm & blues, generi serviti nel più selvaggio, scoppiettante e divertente dei modi.

A Milano si è presentato con un progetto nuovo di zecca, King Khan LTD (dove l’acronimo sta per louder than death), messo a punto con Looch Vibrato Aggie Sonora dei francesi Magnetix (a chitarra e batteria) e Fredovitch  degli Shrines al basso. Garage punk sputato fuori con ugola scartavetrata da grande entertainer e tanto, tanto divertimento. Le foto dovrebbero spiegare più di mille parole! Per loro, in arrivo un disco sulla mitica In The Red.

Tutte le foto © Lino Brunetti

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The Pains Of Being Pure At Heart: due imminenti date in Italia

Gli indie rockers newyorchesi The Pains Of Being Pure At Heart stanno per approdare in Italia per due date in cui suoneranno i pezzi dell’ultimo album, The Echo Of Pleasure, e quelli degli altri loro dischi.

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La band sarà lunedì 5 marzo al Magnolia di Milano e martedì 6 marzo al Locomotiv di Bologna.

 

Piers Faccini live a Milano, 24/1/2018

PIERS FACCINI
MILANO 
LA SALUMERIA DELLA MUSICA
24 GENNAIO 2018

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Cantautore colto, capace di scrivere una canzone ispirata all’Andalusia del 400 o ai mosaici della cattedrale di Cefalù; poliglotta (si esprime correttamente in italiano e canta in inglese, francese e perfino in dialetto siciliano) e chitarrista raffinato e versatile, Piers Faccini è soprattutto un’anima errante interprete di una musica contaminata e meticcia che vuole essere potente strumento di aggregazione tra popoli, culture e nazioni, in particolar modo dell’area mediterranea cui è dedicato il suo ultimo lavoro di studio I Dreamed An Island, pubblicato nell’ottobre del 2016. Sono le canzoni di quel disco ad essere ancora in primo piano nel corso del concerto alla Salumeria della Musica di Milano svoltosi lo scorso mercoledì 24 gennaio, uno show generoso e affascinante che ha regalato momenti di gioiosa euforia e suscitato motivi di riflessione, quando il ritmo di una tarantella si è trasformato in un canto berbero o il lamento di un blues è diventato una nenia arabeggiante. Sul palco, Piers Faccini alle chitarre, elettrica ed acustica, era accompagnato dall’algerino Malik Zaid alla mandola e al guembri, un virtuoso che ha scontornato d’esotico le profonde ballate d’ispirazione folk dell’artista di origini britanniche, spargendo note flamenco su una suggestiva Judith, ipnotico blues maliano sulla lirica Comets o arie tuareg su una sognante e splendida To Be Sky. Ad una platea silenziosa ed attenta, Faccini ha accuratamente spiegato i luoghi e i motivi delle sue canzoni, svelando l’arcano del suo far musica, sintetizzabile nella magia di un brano dal potere liberatorio come Bring Down The Wall, dove è affiorata perfino una discreta verve rock. Per il resto l’artista ha accarezzato le corde delle sue chitarre con eleganza e savoir faire, intrecciando accordi blues, cori gospel, cristalline note folk, polveri desertiche, sonorità magrebine e avvolgenti melodie pop, a volte dilatando le parti strumentali e invitando di tanto in tanto il pubblico a partecipare. Artista sui generis e di indubbio talento, Piers Faccini è un’esteta e un ricercatore, capace di trattare i suoni come fossero i colori di un’affresco e le canzoni come capitoli di un libro di storia tuttora in via di aggiornamento.

Luca Salmini
Tutte le foto © Lino Brunetti

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JOZEF VAN WISSEM “Nobody Living Can Ever Make Me Turn Back”

JOZEF VAN WISSEM
Nobody Living Can Ever Make Me Turn Back
Consouling Sounds

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Nonostante la sua sia una discografia tutt’altro che scarna, è probabile che abbiate sentito nominare Jozef Van Wissem per via della sua appartenenza alla band di Jim Jarmusch – ha anche curato la colonna sonora del suo “Only Lovers Left Alive” – oppure per via delle sue collaborazioni con artisti come Zola Jesus, Gary Lucas o United Bible Studies, tra gli altri. Compositore minimalista d’origini olandesi, ma da tempo residente a Brooklyn, Van Wissem è soprattutto un suonatore e costruttore di liuti. Anche nel nuovo Nobody Living Can Ever Make Me Turn Back è lo strumento a corda il supremo protagonista di composizioni appena sfiorate da qualche piccola e discretissima interferenza elettronica e da un battere ritmico altrettanto minimo. Le sue sono partiture musicali quasi sempre in forma di strumentali, appena scalfite da una voce che pure quando c’è rimane quasi sempre lontana, come proveniente da un Altrove ultraterreno. È infatti la morte il tema principe di quest’opera, a partire dalla bellissima e conturbante natura morta messa in copertina, dipinta dalla pittrice Cindy Wright, una chiara influenza. Forse, però, prima ancora che alla morte, è a quel sottile velo che la separa della vita che questi pezzi guardano. Tolta la lugubre e sospesa Virium Illarium (con un canto quasi gregoriano realmente mortifero) e la dolente,  circolare, rarefatta ed evocativa Our Bones Lie Scattered Before The Pit (precisa nel delineare uno scenario di desolazione, l’ultimo alito vitale ormai precipitato in un nero oblio), il resto delle composizioni hanno un tono quasi luminoso, palesandosi attraverso arpeggi brillanti e dall’arcaico sapore folk, folk soltanto in parte ascrivibile all’universo apocalittico (in una The Conversation scura  e venata di tristezza), spesso invece permeato da una sorta di sereno fatalismo, musicalmente non troppo lontano da certe pagine del post-rock più raccolto e misterico (in fondo certi Gastr Del Sol non sono così lontani). Questo sua passeggiare a braccetto con la Nera Signora dà modo a noi ascoltatori di farci accarezzare, in fondo dolcemente, da una musica venata di un romanticismo profondo e piacevole, anche se lugubre.

Proprio in questi giorni, Jozef Van Wissem è in tour in Italia per ben sette date, due a Milano, la prima delle quali assieme a Ludovico Einaudi. Ecco qui sotto i luoghi dove sarà possibile goderselo in concerto:

23619239_1871712896201714_796789564_n5/12 Recanati (MC) – Circolo Dong
6/12 Roma – Lanificio 159
7/12 Perugia – Bar Chupito
8/12 Latina – Sottoscala 9
9/12 Schio (VI) – CsC
11/12 Bolzano – Chiesa Domenicana
12/12 Milano  -Teatro dal Verme (in duo con Ludovico Einaudi)

13/12 Milano – Teatro dal Verme 

Lino Brunetti

Micah P. Hinson live a Lugano (CH), 28/10/2017

Micah P. Hinson
Studio Foce
Lugano
28 ottobre 2017

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“Una Storia Americana”, si sarebbe potuta intitolare la serata che ha visto Micah P. Hinson esibirsi sul palco dello Studio Foce di Lugano, visto che il concerto ha messo in scena attraverso parole e canzoni i contenuti epici, tragici e romantici dell’ultimo album di studio del cantautore texano The Holy Strangers, un concept album costruito intorno ad una saga familiare, che potrebbe perfino evocare le pagine di un romanzo come Il Figlio di Phillip Meyer. In verità di storie se ne è potute ascoltare più d’una, perchè in apertura gli svizzeri The Lonesome Southern Comfort Company hanno messo in musica le loro personalissime visioni di un’America desertica e periferica, magari meno vissute e “vere” di quelle di Hinson, ma senza dubbio altrettanto autentiche ed affascinanti: ballate scenografiche e dolenti tracciate nella polvere dei sogni, della fantasia e dell’immaginazione dalle vibrazioni di un paio di chitarre acustiche ed elettriche, dal malinconico fraseggio di un violino e dai soffici rintocchi di una batteria. Un’ottimo preludio all’immaginario evocato dalla performance acustica di Micah Paul Hinson, personaggio bizzarro a partire da un’aspetto hip che lo fa sembrare un Buddy Holly reincarnatosi nei panni di uno skater, che per un’ora e mezza ha raccontato e si è raccontato attraverso canzoni, che paiono tra le cose più personali e profonde che l’artista abbia mai composto. A partire dalla sua genesi, che, come spiega l’autore, in origine prevedeva un ciclo fatto da 28 brani per 3 ore di musica, successivamente ridotto alle 14 tracce che si ascoltano nel disco, The Holy Strangers è probabilmente il lavoro di Hinson che necessità un maggior impegno e una maggiore attenzione da parte dell’ascoltatore per essere apprezzato fino in fondo: un’opera, “A Modern Folk Opera” la definisce l’autore, di carattere biblico e letterario che tratta di amori, violenze e tragedie, sviscerando la particolare weltanschauung del cantautore di Denison, Texas. Anche dal vivo per cogliere lo spessore del materiale, c’è stato bisogno del silenzio e dell’attenzione garantiti da una sala relativamente intima come quella dello studio Foce, dove le lunghe introduzioni di Hinson non sono state sommerse dalle chiacchere e hanno fatto luce sull’oscura natura della poetica delle liriche. In parte Hank Williams, in parte Johnny Cash e Woody Guthrie (quest’ultimo chiaramente evocato dalla scritta stampata sulla cassa della chitarra “This Machine Kills Fascists”), Micah P. Hinson ha cantato e suonato diverse canzoni di The Holy Strangers tra cui Oh, Spaceman e Micah Book One, recuperato qualche vecchio pezzo con una qualche attinenza tematica col nuovo materiale come Take Off That Dress For Me o reinterpretato antichi traditionals come Leaning On The Everlasting Arms, senza abbandonarsi alle etiliche stramberie che avevano pregiudicato alcune sue passate esibizioni, ma rimanendo concentrato sulle storie con l’attitudine narrativa dello storyteller. Pur combattendo contro i capricci di un monitor, Hinson ha saputo mantenere viva l’attenzione del pubblico per l’intero concerto, modulando spesso gli effetti della sua chitarra acustica e cantando in modo appassionato ed emozionate di un’America in bianco e nero, in cui il fatidico sogno rimane una fatua illusione. Considerando l’arduo compito imposto dall’esecuzione in solitaria di un’opera complessa come The Holy Strangers, in generale il concerto ha suscitato un discreto entusiasmo e confermato l’estro di Micah P. Hinson, un’artista mai banale o minimamente prevedibile.

Luca Salmini

Tutte le foto © Lino Brunetti

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Fushitsusha live a Tokyo, 5/10/2017

FUSHITSUSHA
HIGH KOENJI
TOKYO
5 OTTOBRE 2017

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Pur in questi tempi iper connessi e globalizzati, la musica proveniente dal Giappone è ancora in larga parte sconosciuta agli ascoltatori occidentali. Pochi, pochissimi i nomi di una certa notorietà alle nostre latitudini, il che se vogliamo è strano vista l’incredibile varietà e il valore di musiche e musicisti che da quelle terre, dove la musica ha ancora mercato e molta importanza, arriva. Non è questa la sede per affrontare un simile argomento – ci vorrebbe più di un libro, probabilmente – visto che lo scopo di questo scritto è quello di raccontarvi del concerto di una delle band storiche della psichedelia e della sperimentazione sul tessuto rock (appunto) d’origine giapponese. La possibilità di poter vedere in azione una band quale i Fushitsusha arriva grazie ad una vacanza proprio in Giappone. Da appassionato di musica, ovviamente non mi son fatto mancare un po’ di shopping discografico – doveste passare da Tokyo, il consiglio è di andare nel quartiere di Shinjuku e recarvi da Disk Union: in un unica via ha quattro sedi divise per generi e quella dedicata alla musica rock occupa un palazzo di ben otto piani!! – e di controllare la lista dei concerti in programma mentre ero lì. Potendone vedere uno, la scelta è caduta proprio sui Fushitsusha, band di una certa notorietà, almeno tra i fan delle musiche più estreme, anche dalle nostre parti, forse perché uno dei loro dischi uscì per la Avant di John Zorn e perché il deus ex machina della formazione, il cantante e chitarrista Keiji Haino, di collaborazioni con musicisti occidentali (Alan Licht, Loren Mazzacane Connors, Jim O’Rourke, Oren Ambarchi, Derek Bailey tra i tanti) ne ha fatte davvero moltissime. Attivi fin dal 1978, ma esordienti discograficamente solo nel 1989, i Fushitsusha sono arrivati tra diversi cambi di formazione fino ad oggi. Morto lo storico bassista Yasushi Ozawa nel 2008, oggi accanto ad Haino troviamo il batterista Ryosuke Kiyasu e il bassista Nasuno Mitsuru. La venue del concerto è l’High Koenji, bellissimo club posto in uno dei quartieri occidentali della città: decisamente piccolo, avrà si e no un centinaio di posti a sedere, bar con tanto di birre artigianali da una parte e grosso palco con, manco a dirlo, acustica a dir poco perfetta, dall’altra. IMG_0643.jpegSono le 19.40 – incredibile, 10 minuti dopo l’orario stabilito – quando Haino sale sul palco, imbraccia una piccola arpa e dà inizio al concerto con una breve composizione acustica dal sapore folk orientale. È giusto un’illusione, perché quando ancora risuona l’ultima nota, caccia un urlo e la band inizia a furoreggiare, cosa che farà ininterrottamente per le tre ore successive. Haino, lunghi capelli bianchi, vestito nero e occhiali da sole d’ordinanza, è un chitarrista spettacolare: i suoni pazzeschi che fa uscire dalla sua Gibson elettrica sono fendenti rumoristici che si sciolgono in liquide divagazioni psichedeliche, riff che a volte si fanno metallici e a volte lambiscono arzigogolature jazz, in bilico tra spasmi free ed evocative oasi ambientali. I vari pezzi hanno una sorta di canovaccio, legato soprattutto alle parti cantate con la sua insolita voce da Haino, ma a contrassegnare la performance è soprattutto la capacità di improvvisare dei tre. Tecnicamente dei mostri, sia Nasuno Mitsuru – straordinario nel suo allestire giri di basso al limite dell’assolo – che Ryosuke Kiyasu – un vero fantasista, capace di suonare tempi dispari anche su partiture in 4/4 – sono dei partner perfetti per le umorali elucubrazioni di Haino, intento a passare dalle più placide, ancorché rumorose, bolle estatiche, alle più schizofreniche delle esplosioni hardcore. Improvvisazione, noise e psichedelia fusi in un tutt’uno estremo e per certi versi indecifrabile, con punti di contatto con alcune delle musiche che siamo usi consumare qui da noi, ma con una peculiarità tutta giapponese, specchio di una cultura millenaria proiettata inesorabilmente nel più futuristico dei mondi. Concerto a dir poco epocale, per farla breve. Una piccola curiosità: molti gli occidentali in mezzo al pubblico giapponese.

Lino Brunetti

Preoccupations: tre imminenti date in Italia

Preoccupations è il nuovo nome del quartetto post-punk canadese Viet Cong.
Lo scorso anno, con il loro album d’esordio, hanno saputo conquistare pubblico e critica. I Preoccupations arrivano in Italia con il nuovo e omonimo album,
pubblicato lo scorso 16 Settembre via Jagjaguwar e anticipato dal singolo Anxiety.

MERCOLEDÌ 23 NOVEMBRE
MILANO – MAGNOLIA
http://www.circolomagnolia.it
Via Circonvallazione Idroscalo, 41, 20090 Segrate MI
Biglietto: 15 euro + d.p.
Prevendite disponibili su http://www.ticketone.it, http://www.mailticket.it

GIOVEDÌ 24 NOVEMBRE
ROMA – QUIRINETTA
http://www.quirinetta.com
Via Marco Minghetti, 5, 00187 Roma
Biglietto: 15 euro + d.p.
Prevendite disponibili su http://www.ticketone.it

VENERDÌ 25 NOVEMBRE
BOLOGNA – LOCOMOTIV CLUB
http://www.locomotivclub.it
Via Sebastiano Serlio, 25/2, 40128 Bologna
BIglietto: 15 euro + d.p.
Prevendite disponibili su http://www.ticketone.it

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Quartetto post-punk canadese, i Viet Cong nascono a Calgary nel 2012, dalle ceneri della band Women.
La morte improvvisa di Chris Reimer, chitarrista e voce degli Women, segna la fine della band. Sarà l’incontro con i chitarristi Scott Munro e Danny Christiansen a far nascere nell’ex bassista degli Women Matt Flegel e nell’ex batterista Mike Wallace la voglia di rimettersi in gioco e a dar vita ad una nuova band: i Viet Cong. La nuova formazione inizia a calcare i palchi di Calgary proponendo quello che sarà il loro primo Ep, Cassette.
Il loro stile, definito “labyrinthine post-punk” viene accolto con entusiasmo dal pubblico tanto che la band verrà chiamata ad esibirsi al SXSW del 2014. Di lì a poco la band firmerà per la canadese Flemish Eye e pubblicherà su vinile, via Mexican Summer, il loro Ep.
Il vero debutto arriva a Gennaio 2015. L’album, omonimo, viene pubblicato via Jagjaguwar e contiene le bellissime Continental Shelf e Silhouettes. L’album consacra il talento della band, e la loro performance al Primavera Sound dello scorso anno è stata lodata da tutto il pubblico e la stampa presente.
A seguito della discussione nata lo scorso anno circa il loro nome, la band ha deciso di cambiare il proprio nome in Preoccupations. Questa la comunicazione ufficiale:
«Dopo aver terminato l’ultimo disco ed esserci presi una pausa, siamo lieti di annunciare che ci esibiremo e incideremo d’ora in poi a nome Preoccupations», ha dichiarato la formazione.«Presenteremo il nuovo materiale nei prossimi mesi in una serie di tappe presso vari festival e concerti in Nord America e in Europa. Ci scusiamo con coloro che sono stati influenzati negativamente dal nostro precedente nome. Non è mai stato il nostro intento… …siamo felici di cambiare e andare avanti concentrandoci sulla musica».

Paolo Tarsi in concerto all’Anfiteatro romano di Suasa

Paolo Tarsi in concerto all’Anfiteatro romano di Suasa

Appuntamento a domenica 21 agosto per la seconda edizione di Apriti Sesamo

Accolto unanimemente dalla critica come uno dei dischi più belli degli ultimi mesi, Furniture Music for New Primitives (musica d’arredamento per nuovi primitivi) è il titolo dell’ultimo lavoro del musicista e compositore Paolo Tarsi pubblicato per la collana POPtraits Contemporary Music Collection di Cramps Music e l’etichetta Rara Records. Il concept dell’album ruota attorno al romanzo Le città della notte rossa (1981) di William S. Burroughs, primo volume tratto da The Red Night Trilogy (1981-87), la trilogia dello scrittore Beat che comprende anche Strade morte e Terre occidentali.

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L’uscita segna un ritorno alle origini del minimalismo e come il precedente Dream in a landscape (Trovarobato Parade) vede dialogare piani sonori differenti tra loro. Ad incontrarsi questa volta sono reminiscenze ambient e rock sperimentale, avant jazz e improvvisazione da cui prende forma un collage sonoro che si arricchisce di tantissimi riferimenti. Da John Cage agli Steely Dan, passando attraverso il cut-up burroughsiano con omaggi ai Pink Floyd e alla Pop Art di Roy Lichtenstein. Per il suo titolo l’album prende spunto dalla traduzione in inglese di musique d’ameublement, l’espressione coniata da Erik Satie per definire l’ultima fase della sua produzione (letteralmente significa “musica da arredamento”, talvolta tradotta con “musica da tappezzeria”) anticipatrice concettualmente dell’ambient music di Brian Eno. Ma non solo. È al tempo stesso specchio e metafora di un mondo, quello in cui viviamo, completamente saturo di segnali e modi di comunicare, popolato da creature virtuali che sembrano muoversi come dei nuovi primitivi di fronte alle possibilità tecnologiche del XXI secolo.

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Durante il concerto, che si terrà a Castelleone di Suasa domenica 21 agosto alle ore 21.30 presso l’Anfiteatro romano di Suasa con ingresso libero, Tarsi (hammond, synth, loops) sarà affiancato da quattro strumentisti provenienti dalla scena jazz-rock marchigiana: Ivan Curzi (sax tenore e soprano), Diego Donati (chitarra elettrica), Manuele Montanari (basso elettrico, contrabbasso) e Lorenzo Marinelli (vibrafono, percussioni). Per chi avesse bisogno di un pedigree, i cinque musicisti hanno collaborato, a titolo personale o collettivo, con musicisti provenienti da formazioni quali Area, Afterhours, Litfiba, Diaframma, Calibro 35, CCCP, CSI, Junkfood 4tet, Colours Jazz Orchestra e artisti quali Raphael Gualazzi, Pietro Tonolo e Sebastiano De Gennaro, tra i molti altri.

Accanto a composizioni originali di Paolo Tarsi, per l’occasione saranno proposte anche musiche dei Pink Floyd, la band che ha lasciato il suo segno profondo nel sito di Pompei con il memorabile concerto a porte chiuse del 1971. Come già in quella storica occasione, l’Anfiteatro romano di Suasa sarà una cornice privilegiata per un concerto dalle magiche atmosfere che solo la combinazione unica di un luogo sospeso nel tempo e la grande musica possono riuscire a creare. Un’occasione straordinaria per valorizzare il nostro enorme patrimonio culturale partendo dal passato con una traccia profonda nel presente.

L’evento concluderà la seconda edizione di “Apriti Sesamo” (musica e poesia nei luoghi d’arte della provincia di Ancona), iniziativa nata per fondere il pubblico attento alla cultura che si ascolta con le orecchie (musica, poesia) con quello che ama la cultura che si vede con gli occhi. Due pubblici complementari ma che spesso sono stati tenuti, ingiustificatamente, separati!

In caso di maltempo il concerto sarà posticipato a venerdì 26 agosto. Se persisteranno perturbazioni anche in quest’ultima data, l’evento si terrà il 26 agosto al Cinema Suasa di Castelleone.