Best 2020

Che il 2020 sia stato un anno terribile, di cui tutti non vediamo l’ora di sbarazzarci, è una cosa che non devo venire io a dirvela. Che eredità si lascerà alle spalle questo allucinante anno fatto di malattia, morte, isolamento, slanci di solidarietà, ma in alcuni casi anche di follia, è assai difficile dirlo adesso, quando ancora ci siamo in mezzo. Devo dire che all’inizio, tra marzo e aprile, la sensazione che potesse essere almeno l’occasione per rivedere o quantomeno aggiustare la nostra way of life ce l’avevo anche; a distanza di qualche mese quella convinzione vacilla, perché tra le tante discussioni che sento sul nostro futuro da parte di politici e governanti di tutto il mondo, mi pare che la grande assente sia quella riguardante ciò che vorremo fare in futuro per salvaguardare il nostro pianeta e metterci al riparo da altre probabili pandemie (o peggio), come vorremo riaggiustare l’accesso alle sue risorse, per non parlare poi di una analisi seria sul fatto che anche grazie a questa immane tragedia si è ancor di più acuita la divaricazione fra ricchissimi e poveri/poverissimi.

Mi fermo qui, non è questa la sede per discorsi di questo tipo. Francamente non ho neppure gli strumenti e le capacità per addentrarmi troppo in questo territorio. Lasciatemi però ricordare un’immagine che rimarrà nella Storia e che, in futuro, racconterà questi tempi senza bisogno di parole: è quella del papa solitario in una piazza deserta, sotto la pioggia. Non c’è bisogno di essere religiosi, né tantomeno aver bisogno di chissà quali conoscenze per coglierne la portata simbolica e la deflagrante potenza emotiva. In un articolo che parla del meglio del 2020, non si poteva proprio non citarla!

Passiamo quindi alla musica. Per fortuna, da questo punto di vista le cose sono andate benissimo, di dischi bellissimi ne sono usciti una valangata quest’anno e lo dimostra la lunghissima playlist che ho allegato in coda a questo articolo, con pezzi tratti da oltre 200 album, eppure, nonostante ciò, lo stesso parziale, monca di un sacco di dischi che avrei voluto sentire, ma ai quali ancora non sono riuscito ad avvicinarmi.

Nel compilare la lista – trenta titoli internazionali, un disco live, cinque italiani e una piccola selezione di ristampe/boxset – mi sono attenuto alle regole di sempre: il mio gusto personale ovviamente; la volontà di coprire più o meno i vari generi che seguo; infine le frequentazioni (hanno vinto insomma i dischi che ho ascoltato di più).

Mio personale disco dell’anno – ma da quello che vedo in giro, non solo mio – Fetch The Bolt Cutters di Fiona Apple, un’autrice che non si fa viva molto spesso, ma che ogni volta che lo fa dimostra il suo incredibile talento. Qui unisce scrittura eccelsa, arrangiamenti originalissimi, la capacità di piegare i generi al proprio volere e un gusto pop mai diretto, piuttosto laterale anzi, messo al servizio di testi che lasciano il segno. Non la faccio troppo lunga, un capolavoro!

Appena un gradino sotto il nuovo Bob Dylan che, messe finalmente da parte le riletture sinatriane, è tornato con un disco ipnotico e letterario, con una voce macerata dagli anni più fascinosa che mai e un pugno di brani anch’essi forse non così immediati, ma proprio per questo destinati a durare e fonte continua di piacere.

In quello che segue, di tutto un po’: giovani cantautori dal piglio indubbiamente personale (Kevin Morby, Daniel Blumberg, Sam Amidon, Sam Lee); un drappello di cantautrici che avrebbe potuto essere decisamente più ampio e che mi ha fatto penare fino all’ultimo in termini di inclusioni ed esclusioni (Jess Williamson, Waxahatchee, Adrianne Lenker, A.A. Williams, This Is The Kit); band e musicisti “storici” tornati con dischi di altissimo livello (Thurston Moore, The Flaming Lips, Bright Eyes, Fleet Foxes, Sonic Boom, The Dream Syndicate, X, Black Lips); nuove band che consolidano le loro carriere (IDLES, Fontaines D.C., Metz); formazioni di ultra culto (Big Blood); musicisti tra jazz, black music e inafferabilità (Shabaka & The AncestorsMourning (A) BLKstar, Horse Lords, The Heliocentrics); esordienti o giù di lì (Porridge Radio, King Hannah).

Un commento a parte se lo merita Bruce Springsteen. Letter To You non è il capolavoro di cui si è letto da più parti; la sua parte centrale è tutto sommato deboluccia, anche se ammetto che si fa comunque ascoltare con piacere. Ci sono cose, però, qui dentro, che sono tra le migliori sentite quest’anno. Sappiamo tutti che il furbone è andato a ripescare tre pezzi vecchi del suo repertorio inedito, ma non era così scontato che ce le propinasse con un suono così spettacolare, per qualsiasi springsteeniano addirittura da lucciconi agli occhi, ma credo grandiosi per chiunque abbia anche solo vaghe conoscenze musicali. Il resto beneficia del più classico suono E-Street Band e, nei casi migliori, riesce addirittura a esaltare, come probabilmente non succedeva da anni con un disco di Springsteen (anche se a me, per dire, Western Stars piaceva non poco). Molte di queste canzoni (Burning Train, Ghosts, I’ll See You In My Dreams, la stessa Letter To You), sono sicuro che spaccheranno dal vivo e insieme alle tre (citiamole: Janey Needs A Shooter, If I Was The Priest, Songs For Orphans) spero proprio che potremo vederle dal vivo il prima possibile.

I dischi italiani che ho messo in lista avrei potuto tranquillamente mescolarli assieme agli altri, ma ho preferito segnalarli a parte per permettere di identificarli più velocemente. Grandioso il nuovo monumentale album di Giorgio Canali & Rossofuoco, fascinosissime le canzoni oscure e gotiche di Nero Kane, una bella sorpresa l’esordio dei Viadellironia, come sempre ficcante la psichedelia dei Giöbia. Bellissimo poi l’album di Annie Barbazza, scoperto proprio di recente grazie alla sua inclusione in alcune liste di fine anno, uno dei motivi per cui queste classifiche continuano a essere un giochetto sempre interessante.

Sulle ristampe non mi dilungo molto, ne ho scelte otto, ma ne sono uscite una marea di parimenti interessanti. Citando invece lo stupendo disco dal vivo dei War On Drugs, arriviamo invece a quella che è stata la vera tragedia del 2020 musicale: la quasi totale assenza dei concerti. Non voglio tornare nuovamente sulla questione, ma è chiaro che il mio augurio più grande per il 2021 è che si possa finalmente tornare ad assistere alla musica dal vivo, perché è lì che si alimenta sul serio la passione per la musica, che la si vive in maniera completa. Dedico quindi questo articolo a tutti i gestori di locali, promoter, tecnici, baristi e a tutti coloro che operano nel settore a vario titolo, perché questa maledetta pandemia rischia di spazzare via anni di esperienze e una serie di professionisti che non se lo meritano affatto e che da quasi un anno soffrono mille difficoltà. E ovviamente lo dedico anche a quei musicisti che hanno bisogno dei concerti per continuare a fare la propria musica e sopravvivere. Speriamo davvero che nel corso del 2021, almeno in questo, si possa tornare alla normalità, mandando definitivamente affanculo questo annus horribilis!

Lino Brunetti

IL PODIO

FIONA APPLE – Fetch The Bolt Cutters

BOB DYLAN – Rough And Rowdy Ways

IL RESTO (in ordine alfabetico)

SAM AMIDON – Sam Amidon

BIG BLOOD – Do You Wanna Have A Skeleton Dream?

BLACK LIPS – Sing In A World That’s Falling Apart

DANIEL BLUMBERG – ON&ON&ON

BRIGHT EYES – Down In The Weeds, Where The World Once Was

FLEET FOXES – Shore

FONTAINES D.C. – A Hero’s Death

HORSE LORDS – The Common Task

IDLES – Ultra Mono

KING HANNAH – Tell Me Your Mind And I’ll Tell You Mine

SAM LEE – Old Wow

ADRIANNE LENKER – Songs & Instrumentals

METZ – Atlas Vending

THURSTON MOORE – By The Fire

KEVIN MORBY – Sundowner

MOURNING (A) BLKSTAR – The Cycle

PORRIDGE RADIO – Every Bad

SHABAKA & THE ANCESTORS – We Are Sent Here By History

SONIC BOOM – All Things Being Equal

BRUCE SPRINGSTEEN – Letter To You

THE DREAM SYNDICATE – The Universe Inside

THE FLAMING LIPS – American Head

THE HELIOCENTRICS – Infinity Of Now

THIS IS THE KIT – Off Off On

WAXAHATCHEE – Saint Cloud

A.A. WILLIAMS – Forever Blue

JESS WILLIAMSON – Sorceress

X – Alphabetland

LIVE ALBUM

THE WAR ON DRUGS – Live Drugs

ITALIA

GIORGIO CANALI & ROSSOFUOCO – Venti

NERO KANE – Tales Of Faith And Lunacy

VIADELLIRONIA – Le Radici Sul Soffitto

ANNIE BARBAZZA – Vive

GIÖBIA – Plasmatic Idol

RISTAMPE

A.A.V.V. – The Harry Smith B-Sides

TREES – Trees 50th Anniversary

RICHARD & LINDA THOMPSON – Hard Luck Stories 1972-1982

LOU REED – New York – Deluxe Edition

PRINCE – Sign ‘O’ The Times

TOM PETTY – Wildflowers & All The Rest

THE ROLLING STONES – Goats Head Soup – Deluxe Edition

SWANS – Children Of God/Feel Good Now

Outside the Dream Syndicate: omaggio a Tony Conrad

di Lino Brunetti

Sei mesi fa, per la precisione il 9 aprile, all’età di 76 anni se ne andava Tony Conrad, dopo aver a lungo lottato con un cancro alla prostata che alla fine l’ha avuta vinta. Visto che il suo album più noto, Outside The Dream Syndicate, realizzato in tandem con i Faust, è tornato disponibile grazie alla ristampa della Superior Viaduct, ne ripercorriamo la storia. Buona lettura!

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Se un album viene registrato, stampato e pubblicato, ma virtualmente nessuno lo sente quando ciò accade, come può questo fare la storia?” Se lo chiedeva il grande giornalista americano David Fricke, nelle note di presentazione inserite nel booklet della ristampa per il trentennale dell’uscita di Outside The Dream Syndicate, per poi rispondersi subito dopo: “Per la purezza dell’intento, la forza assoluta dell’esecuzione ed il semplice fatto che è stato il Primo. La musica di questo disco è chiara, audace e forte. Fu il Primo, il suono di una nascita, l’inizio di ogni cosa”. Parole pesantissime per un disco che all’epoca venne stampato e circolò poco e male solo in Inghilterra, ottenne giusto uno sparuto numero di recensioni (generalmente poco benevole) e le cui vendite furono pari a zero. Ci sarebbero voluti anni perché se ne riconoscesse il valore e l’importanza e s’iniziasse a conoscere chi diavolo fosse questo sconosciuto violinista americano, finito ad Amburgo, in Germania, a registrare con un manipolo di hippie in una comune.

Sia pur sconosciuto ai più, in quel 1972 in cui avvengono le registrazioni, in realtà Conrad ha già avuto importanti frequentazioni e ha già avuto modo di procurarsi un posticino nella storia della musica. Nato a Concord, nel New Hampshire, il 7 marzo del 1940, Tony Conrad si è da poco laureato ad Harvard in matematica quando, dopo un soggiorno di studio a Copenaghen, si trasferisce a New York. Durante gli anni passati ad Harvard, aveva scoperto il lavoro di compositori d’avanguardia quali John Cage e Karlheinz Stockhausen e aveva iniziato degli studi sulla musica sperimentale presso il violinista Ronald Knudsen. Nel 1962, New York è in pieno fermento artistico: sono gli anni in cui si sta sviluppando il movimento Neo Dada, dalle cui idee prenderanno le mosse sia gli artisti del Fluxus che, più avanti, quantomeno in parte, anche quelli della Pop Art, entrambi i movimenti col proprio epicentro proprio nella metropoli americana. Non ci mette molto Conrad ad inserirsi negli ambienti artistici cittadini, nella scena avant-garde di Manhattan. In particolare, ritrova qui un tipo che aveva avuto modo di conoscere verso la fine degli anni ’50 a Berkeley, in California, un certo La Monte Young, il quale sta mettendo in piedi un gruppo di musicisti con i quali dar vita ad un’idea musicale che ha da tempo in mente. Attorno alla figura oggi mitica di Young – un passato nell’improvvisazione jazz e un fermo sostenitore dell’approccio alla composizione e alla performance proprio di stampo neo-dada – si vanno infatti raccogliendo una serie di personaggi che molto faranno parlare di sé: Marian Zazeela, moglie di Young e con un background nelle discipline artistiche, Angus MacLise, John Cale.

Theater of Eternal Music Performance, 1965

The Theater of Eternal Music (anche conosciuto come the Dream Syndicate) in una performance in un loft privato New York, New York, 12 dicembre 1965. Da sinistra, Tony Conrad, La Monte Young, Marian Zazeela, John Cale. (Foto di Fred W. McDarrah/Getty Images)

Soffermiamoci un attimo su quest’ultimo, vista l’importanza che avrà in futuro, nonché nella nostra storia. Nato in Galles, nel ’40 come Conrad, Cale arriva a New York dopo una serie di studi sulla musica classica e un interesse crescente nei confronti della nuova musica d’avanguardia. Nonostante siano i primi anni ’60 e lui abbia vent’anni o poco più, è completamente a digiuno di qualsiasi cosa abbia a che fare con la musica pop e rock. A New York è proprio con La Monte Young – che lo sconvolge attraverso performance in cui i musicisti parlano al pianoforte o urlano verso una pianta fino a farla morire – e con Tony Conrad – col quale va a vivere in un appartamento nel Lower East Side, al 56 di Ludlow Street – che stringe amicizia. Dichiarerà Cale, nel libro dedicato ai Velvet da Victor Bockris e Gerard Malanga: “La Monte rappresentò probabilmente la parte migliore della mia preparazione e il mio primo contatto con la disciplina musicale. Insieme organizzammo The Dream Syndicate, un violino amplificato e la mia viola, anch’essa amplificata. L’idea del gruppo si basava sul sostenere note per una durata di due ore alla volta. Di solito La Monte teneva le note più basse, io tenevo le tre successive sulla mia viola, sua moglie Marian quella superiore e Tony Conrad teneva la nota più alta. Quella fu la mia prima esperienza in un gruppo, e che esperienza! Era tutto così diverso! […] Anche in India si usa il bordone, ma i musicisti indiani impiegano un sistema di accordature del tutto diverso e, sebbene ci provino a formulare un approccio scientifico, non hanno in realtà uno schema così preciso come quello che avevamo creato noi”.

Il Dream Syndicate – il sindacato del sogno, in omaggio al quale Steve Wynn darà il nome alla sua band – poi conosciuto anche come The Theatre Of Eternal Music, fu un’esperienza musicale di cui solo negli anni si riconoscerà l’estrema importanza, visto che fu d’ispirazione per un numero incalcolabile di musicisti a venire, e questo nonostante l’estrema riluttanza di Young a mettere su disco quanto realizzato (ancora oggi è scarsissima la discografia ufficiale, e il modo migliore per approcciarne il lavoro rimane provare a procurarsi l’album Inside The Dream Syndicate Volume 1: Day Of Niagara, pubblicato sempre da Table Of The Elements nel 2000). Attraverso la tecnica della “just intonation”, per sommi capi spiegata da Cale nella frase citata sopra – e che Wikipedia definisce quale: “sistema musicale di accordatura basato sulle successione naturale dei suoni armonici” – Young e compagni diedero in pratica il via a quello che verrà conosciuto come Minimalismo Americano (Terry Riley, Steve Reich, Philip Glass, tra i più noti esponenti), ponendosi come autentici anticipatori di tanta drone music e avanguardia a venire e, come vedremo tra poco, tramite i Velvet Underground, allungarono la loro ombra anche su una gran bella fetta di rock.

Ma torniamo alla cronaca dei fatti. Come si diceva sopra, Conrad e Cale abitano assieme. Al contrario di quest’ultimo, il primo è tutt’altro che insensibile al fascino della popular music: quando i due tornano a casa, Tony è infatti propenso a mettersi a sentire i dischi di Hank Williams, degli Everly Brothers, del rock’n’roll dell’epoca. Come ricordava Conrad stesso: “John iniziò ad interessarsi al rock’n’roll, sebbene gli venissero profondi dubbi relativamente al fatto che una persona potesse provare interesse sia per il rock che per la musica classica. Ma c’era qualcosa di profondamente liberatorio che gravitava attorno a tutta la faccenda del rock e, in un certo senso, il 56 di Ludlow Street finì per significare molto in termini di qualche sorta d’influenza musicale liberatoria”. Nel frattempo, David Gelber, loro vicino di casa e fratello del commediografo Jack Gelber, li esorta ad accompagnarlo a dei party “pieni di ragazze e frequentati da delle persone proprietarie di una casa discografica che stavano cercando gente con i capelli lunghi per formare un gruppo rock”.

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Ad una di queste feste, in effetti, Conrad e Cale conoscono Terry Phillips, un tizio impomatato legato alla Pickwick, una casa discografica specializzata in ristampe. Ecco come Conrad racconta, nel libro di Bokris e Malanga, quello che può ben definirsi un incontro epocale: “Il posto era stracolmo di dischi, dal pavimento fino al soffitto, e sul retro questa gente ripugnante e strana, vestita con abiti in poliestere, aveva una stanzetta, una specie di apertura nella parete, con un paio di registratori Ampex a nastro all’interno. Era successo che si erano ritrovati lì una sera con uno dei loro autori, erano impazziti e avevano registrato un paio di sue canzoni. Avevano deciso che volevano farle uscire su disco, ma avevano bisogno di un gruppo di copertura, perché le registrazioni erano state fatte dai dirigenti e da altri tipi assurdi e quindi non c’era alcun gruppo, era solo una prova di studio. La prima cosa che ci proposero fu di firmare contratti come autori per la durata di sette anni. Ci rendemmo conto, fatta una lettura minuziosa dei contratti, che in base a quelle clausole tutto il nostro lavoro artistico sarebbe stato in effetti proprietà della Lee Herridon Production, ovvero della casa madre della Pickwick, e quindi rifiutammo tutti di firmare. Andammo comunque ad ascoltare il disco. Si chiamava The Ostrich. Si erano ritrovati con questo ragazzo e avevano trascorso tutta la notte, secondo le loro stesse parole, facendosi di tutto. Anche se avevamo rifiutato di firmare i contratti, accettamo la proposta di suonare in qualche occasione per promuovere il disco. Il successivo fine settimana, vennero a prendere con un auto famigliare me, John Cale e Walter De Maria – un batterista nostro amico che tirammo dentro – e cominciammo a fare questi spettacoli nella zona di Lehigh Valley, nel tentativo di lanciare il disco. Il gruppo in realtà era composto da quattro persone, perché c’era anche il tipo che aveva scritto e registrato la canzone, Lou Reed. Aveva 22 anni”.

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Assunto dalla Pickwick come autore – per loro sfornava decine di canzoni al giorno a comando, nello stile che loro gli chiedevano – il giovane Lou Reed si ritrovò quindi ad entrare a far parte di questa bizzarra band, fatta di musicisti d’avanguardia. Vennero battezzati The Primitives e iniziarono a suonare in giro. Bizzarro il fatto che così lo stesso Reed presentò la sua The Ostrich a Conrad e gli altri: “Non vi preoccupate, è facile da suonare perché tutte le corde sono accordate sulla stessa nota”. In pratica quello che loro facevano con La Monte Young, quella che si dice un’autentica predestinazione! Le vendite del disco finiscono per fruttare la bellezza di 78 centesimi di royalties e presto The Primitives si sciolgono. Anche i rapporti con la Pickwick, che continua ad insistere perché firmino un contratto, va a ramengo, ma intanto si è saldato quello tra i vari musicisti, in particolare tra Reed, che prende il posto di Conrad nell’appartamento di Ludlow Street, e Cale, che subisce enormemente il fascino carismatico del nuovo amico. Nel frattempo la faccenda s’ingarbuglia un po’: Lou inizia a presentare agli altri alcune canzoni che aveva sempre tenuto per sé, una di queste è Heroin, che per gli altri è una vera botta; Conrad e De Maria mollano, sostituiti da un vecchio amico di Reed, Sterling Morrison, e da Angus MacLise, altro tizio del giro di La Monte Young; parte uno scambio artistico indissolubile tra i due principali protagonisti, Cale e Reed, col primo che continua il suo approfondimento sulla pop music e il secondo che scopre l’avanguardia (dirà poi che già in questi anni, ispirato dal lavoro di Young, aveva ideato il suo Metal Machine Music). Manca solo un nome per questa nuova band: dopo aver provato The Warlocks e The Falling Spikes, arriva in loro aiuto proprio il nostro Tony Conrad, il quale su un marciapiede della Bowery trova un libro abbandonato e lo porta nell’appartamento in Ludlow Street. Si tratta di un saggio sul sadomasochismo e sui comportamenti sessuali deviati, scritto dal giornalista Michael Leigh e intitolato The Velvet Underground. Visti i rapporti di tutti quanti con l’arte e il cinema underground, il nome viene ritenuto perfetto. Il resto, come si suol dire, è Storia.

Quella che stiamo seguendo noi, di storia, a questo punto però prende altri sentieri. Mentre continua a collaborare sporadicamente con La Monte Young, Conrad inizia a concentrare la sua attività artistica nel campo del cinema d’avanguardia. È del 1966 il suo primo film, “The Flicker”, pellicola di mezz’ora composta unicamente da fotogrammi completamente bianchi o completamente neri, alternati in modo da creare un destabilizzante effetto stroboscopico, accompagnati da una musica elettronico-rumorista e concepito seguendo principi matematici. Per lungo tempo sarà conosciuto molto più come filmmaker che come musicista – con opere quali “Coming Attractions” (1970), “Straight And Narrow” (1970), “Four Square” (1971), poi proiettate in luoghi quali il MOMA o il Whitney Museum di New York, il Louvre di Parigi e altre importanti istituzioni – e fino alla fine per lui l’immagine sarà intensa materia di studio e riflessione. Quando, nel 1972, arriva in Europa, lo fa al seguito di La Monte Young, per dargli una mano con la sua installazione da presentare alla quinta edizione di dOCUMENTA, una delle più importanti manifestazioni d’arte contemporanea europee, tutt’ora attiva. “Il progetto consisteva nell’accordare tra loro tre oscillatori; li tenni accordati con cura per tutta l’estate”.

Mentre fa questo, però, Conrad inizia anche un personale tour europeo, con l’intento di mostrare i suoi film in diversi contesti espositivi. Ed è ad Amburgo, col tramite dell’amico Klaus Feddermann, che conosce Uwe Nettelbeck. Un gran bel personaggio quest’ultimo. Con un passato di giornalista cinematografico e musicale, ben introdotto nell’industria discografica dell’epoca (alla Polydor) e un bel fiuto per gli affari, un paio d’anni prima ha di fatto contribuito a dare il via a quello che poi sarebbe stato riconosciuto universalmente come krautrock, rinchiudendo un manipolo di musicisti, più o meno flippati, in una vecchia scuola tra Amburgo e Brema (Wümme), trasformata in una sorta di comune, allestita con uno studio di registrazione con un ingegnere del suono geniale quale Kurt Graupner a loro disposizione 24 ore su 24, in cui non dovevano pensare a nulla se non a suonare e sperimentare.

Quel gruppo di musicisti sono i Faust, che nei tre anni passati a Wümme, realizzano dischi grandiosi quali il primo omonimo, So Far, The Faust Tapes. A parte i primi due dei Faust, passatigli da Feddermann, Conrad conosce poco del resto del rock tedesco dell’epoca – band quali Can, Amon Düül II, Kraftwerk – ma è consapevole che tra le maggiori influenze di queste formazioni c’è la musica dei Velvet Underground, che in qualche modo lui stesso ha contribuito a forgiare. Si è inoltre appassionato a quanto fatto da Cale nel periodo post-Velvet, in particolar modo alla sua produzione del primo disco degli Stooges. Nell’offerta fattagli da Nettelbeck di realizzare qualcosa coi suoi pupilli, Conrad vede una doppia possibilità: la prima è quella di poter finalmente mettere su nastro le idee messe a punto con Young e compagni ai tempi del Dream Syndicate, ma mai pubblicate ufficialmente per via del veto di La Monte (a questo, probabilmente, si deve anche la scelta di titolare l’album Outside The Dream Syndicate, creando una sorta di connessione e, allo stesso tempo, di orgoglioso distacco da quell’esperienza); la seconda, il suo desiderio di realizzare un disco d’avanguardia, da diffondere però nei circuiti della pop music, una cosa all’epoca mai tentata veramente prima. Da questo punto di vista, i Faust sono la band ideale. Come dimostrato dai due album pubblicati fino a quel momento, anche loro sono degli sperimentatori, degli iconoclasti assoluti, un’allucinato prodotto di laboratorio “capace d’infrangere tutte le regole importate dalla scena angloamericana” (Julian Cope in “Krautrocksampler”), musicisti abbastanza aperti mentalmente da essere in grado di assecondare i suoi intenti.

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Non tutto ovviamente andrà secondo i piani di Conrad – troppo anarchici i musicisti tedeschi per attenersi scrupolosamente alle regole della “just intonation” volute dall’americano – ma il risultato non può che definirsi grandioso, seminale. Registrato in soli tre giorni, con Conrad al violino, Jean-Hervé Peron al basso, Werner “Zappi” Diermaier alla batteria e (solo sulla seconda traccia) Rudolf Sosna al synth, Outside The Dream Syndicate è composto da due lunghi pezzi di quasi mezz’ora l’uno. From The Side Of Man And Womankind, sul primo lato, è quello che più risente delle indicazioni del violinista americano: “La mia idea era di mantenere una relazione armonica lungo tutta l’estensione del ritmo: volevo una nota di basso sulla mia nota tonica (sul violino) e il batterista “accordato” ad un ritmo corrispondente alla vibrazione di quel tono. Ciò che stavo facendo era una cosa che loro non avevano mai sentito prima e dovevo mostrarmi un po’ esigente rispetto a ciò che volevo”. Anziché una sola nota, Peron si prese la libertà di suonarne due e una piccola alterazione nell’equalizzazione del violino, modificò anch’essa l’intento di Conrad. Dal punto di vista dell’ascoltatore – rock in particolare – nulla che infici il risultato finale.

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From The Side Of Womankind è un estenuante mantra, “monocorde, epico, austero e tossico” (sempre Julian Cope). Basso e batteria tengono costantemente lo stesso passo monotono e ripetitivo, concedendosi giusto un colpo sul piatto di tanto in tanto. Il violino di Conrad mantiene imperterrito la stessa note, creando un bordone fantasmatico. È musica che a sua volta richiede all’ascoltatore di accordarsi ad essa, sfidando la noia, la stasi, la mancanza di alcun movimento, per penetrare nella più autentica purezza del suono, nella sua dimensione spirituale. Oggi, che siamo stati abituati a sentire di tutto, farebbe forse meno effetto, ma in ambito rock, all’epoca, era musica assolutamente rivoluzionaria questa, la radicale dissoluzione di quello che poteva essere considerato un brano rock. Più orientata alla collaborazione la traccia sul lato B, From The Side Of The Machine, con i synth rumoristi di Sosna ad appaiarsi al violino, in un pezzo ben più ondivago, meno costretto in precise gabbie armoniche, bensì lasciato fluire liberamente attraverso un processo improvvisativo che suona come l’estatico specchiarsi fra loro degli strumenti. Il solito Cope scrive nel suo saggio: “Come la sua enorme foto grigia e bianca in copertina, Conrad è un fantasma nel suo stesso disco. Il suo violino incombe come uno spettro su tutto l’album senza mai fare una piega. Molto, molto più minimalista dello stesso John Cale, ecco un musicista in missione dall’aldilà”. Il disco viene pubblicato in Inghilterra dalla Caroline, sussidiaria della Virgin, nel 1973, al prezzo di 1,49 sterline.

Come abbiamo detto non vende nulla e come Conrad stesso, diventa anch’esso un fantasma, sparendo nel nulla per un ventennio buono. Alle orecchie a cui arriva, però, lascia il segno, s’inocula come un virus, come un germe sottocutaneo che agisce in profondità; fornirà la base da cui partire a musicisti come Glenn Branca e Rhys Chatham e successivamente a formazioni come i Sonic Youth, a certo post-rock e alle molte band intente a sperimentare sul corpo esanime del rock e sulle sue interazioni con la musica avant-garde. Nel 1976 Conrad ottiene una cattedra presso il Department of Media Study dell’università di Buffalo, dove insegnerà fino alla sua scomparsa. Non si avranno sue notizie fino al 1993, l’anno in cui la Table Of The Elements ristampa per la prima volta il disco coi Faust (lo rifarà una seconda volta, appaiandogli un secondo CD, nel 2002). È lo spunto per un ritorno sulle scene: dopo oltre vent’anni, nell’aprile del 1994, Conrad ritrova i Faust per l’esecuzione live del loro album alla Knitting Factory di New York; il 1995 vede il suo vero e proprio ritorno discografico con l’ottimo Slapping Pythagoras (il suo vero esordio in proprio, registrato da Steve Albini e con dentro musicisti quali Jim O’Rourke, David Grubbs, Kevin Drumm) e da lì in poi seguono una serie di pubblicazioni di vecchio e nuovo materiale (particolarmente consigliato Early Minimalism Volume One) e nuove collaborazioni con musicisti come Charlemagne Palestine, Genesis P. Orridge, John Miller. Il lavoro di un uomo che era sempre stato in ombra, ingiustamente dimenticato o al più considerato una nota a margine di storie più celebrate, finalmente trovava giustizia.

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Oggi Tony Conrad non è più fra noi, ma per fortuna ci rimane la sua musica, a partire proprio da Outside The Dream Syndicate, finalmente ristampato e rimasterizzato, partendo dagli originali master tapes, dall’etichetta Superior Viaduct (sia in CD che in vinile), con nuove note a cura di Jim O’Rourke e Branden W. Joseph. Non è il caso di essere tristi: a noi Conrad piace immaginarlo lassù da qualche parte, definitivamente accordato con l’intero universo, ormai oltre tutto e tutti.

 

GUITAR RAY AND THE GAMBLERS “Photograph”

GUITAR RAY AND THE GAMBLERS

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Autoprodotto/IRD

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Ray Scona è un chitarrista e cantante originario di Chiavari, in provincia di Genova. Ormai da un decennio abbondante, il tramite col quale fa conoscere la sua musica è il quartetto denominato Guitar Ray And The Gamblers, che al suo fianco vede allineati il bassista Gab D, il tastierista Henry Carpaneto ed il batterista Marco Fuliano. Formazione innamorata e dedita alle varie forme del blues, in passato ha avuto modo di collaborare con alcuni mostri sacri quali Fabio Treves, Big Pete Pearson (col quale hanno pure realizzato un album), Otis Grand e Jerry Portnoy, armonicista quest’ultimo alla corte di Muddy Waters, così come di Eric Clapton. Un curriculum di tutto rispetto insomma, che oggi si aggiunge di un nuovo capitolo – il quinto, contando l’album con Pearson – intitolato Photograph. E proprio una fotografia del loro suono possiamo considerarlo questo CD. Pur essendo un disco di blues, Ray e compagni sono bravi nel non farsi ingabbiare al 100% nelle maglie del puro e solo disco di genere. Immettono quel pizzico di varietà che permette all’ascoltatore non fanatico di solo blues di non annoiarsi, e inseriscono, a livello d’arrangiamento, qualche sfumatura che tiene desta l’attenzione. Ray ha una bella voce calda – anche se abbisognerebbe di un po’ più di personalità – ed è un buon chitarrista; è inoltre coadiuvato da una band che sa il fatto suo, nonché da uno stuolo d’ospiti – Fabio Treves, lo Gnu Quartet, il cantautore canadese (qui anche produttore) Paul Reddick, i fiati di Paul Maffi JB Lobello, alcune coriste – che aggiungono ulteriore carne al fuoco. I pezzi ondeggiano tra slow blues e affondi più rock, tra R&B a volte un po’ funky e qualche ballata. Tra le mie preferite: una Mary Lou che prende il Lou Reed di New York per sbatterlo in qualche bettola di New Orleans; la splendida You Are The One, che non è difficile immaginare cantata da Mark Lanegan, e dove lo Gnu Quartet fa un lavoro davvero magistrale; la bella ballata He Thinks Of You, bisognosa giusto di un cantato un po’ più prepotente; la chiusa acustica di Bella Bambina, l’unico pezzo in italiano, cantata però da Reddick. Il disco esce il 18 gennaio – date un’occhiata al loro sito – ma fin da oggi, potete ascoltarlo in streaming cliccando sul link qua sotto. Buon ascolto!

Lino Brunetti

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LOU REED 2 marzo 1942 – 27 ottobre 2013

One chord is fine. Two chords are pushing it. Three chords and you’re into jazz.” – Lou Reed

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Lou Reed, uno dei più grandi di sempre, uno dei pochi di cui si può dire che senza di lui la musica rock non sarebbe stata la stessa, se n’è andato. Ci rimangono i suoi dischi, la sua arte, la sua musica, a ricordarcelo e a renderlo in fondo immortale. Addio Lou, ti abbiamo amato tanto e continueremo a farlo.

DIECI ANNI DOPO: STEPHEN MALKMUS & THE JICKS “Pig Lib”

Seconda puntata della nostra riedizione di recensioni pubblicate sul Buscadero a dieci anni di distanza dall’uscita dei dischi in questione. Buscadero 244, marzo 2003, ecco cosa scrivevo del nuovo (allora) disco dell’ex leader dei Pavement.

STEPHEN MALKMUS & THE JICKS

Pig Lib

Domino Recordings

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Per iniziare a parlarvi del nuovo album di Stephen Malkmus e dei suoi Jicks non posso prescindere dal citare i Pavement, gruppo di cui Steve fu prima voce, prima chitarra e principale compositore e quindi in ultima istanza “volto”. Troppo, troppo importanti i Pavement perché la loro ombra non si allunghi ancora sul Nostro e in qualche modo non condizioni chiunque si approcci ai suoi dischi solisti. Alfieri di quella che nei primi novanta venne definita “slacker generation” (ci penserà poi Beck a fornirgli l’inno definitivo con Loser ) e autori di cinque splendidi album (più una raccolta di EP), di cui almeno il primo tranquillamente inseribile tra gli album capitali dei novanta, sono tornati d’attualità proprio in questi giorni per via della pubblicazione del  doppio DVD Slow Century (contenente un documentario, spezzoni live ed altro) e per l’album tributo approntato dalla nostrana Homesleep, intitolato Everything is Ending Here, che vanta la partecipazione, oltreché di alcuni dei migliori gruppi nostrani come Julie’s Haircut, Perturbazione o Yuppie Flu, anche di titolati artisti stranieri  del calibro di Fuck, Bardo Pond, Tindersticks etc. E naturalmente per via dell’uscita di questo Pig Lib, secondo parto discografico, dopo l’omonimo esordio di due anni fa , che a sua volta usciva a ridosso dello scioglimento della band e di cui in realtà non rappresentava una rottura col passato ma una sorta di prosecuzione. All’epoca si parlò di Pavement con un’altra sezione ritmica. In sostanza, chi si aspettava qualcosa di radicalmente nuovo, rimase inevitabilmente deluso, mentre tutti gli altri non poterono far altro che godere ancora di un pugno di canzoni col marchio di fabbrica  doc del nostro. E diciamolo subito, anche il nuovo album si pone lungo il tracciato di un percorso già battuto e si colloca come naturale seguito di un tragitto discografico che non prevede sbandamenti. Ho ascoltato questo disco molte volte e con gran attenzione, e i miei sentimenti nei suoi confronti sono a poco a poco cambiati. Allo scetticismo iniziale, dovuto principalmente alla sensazione che ormai la maniera si fosse impadronita della scrittura di Malkmus, è subentrata la sensazione di trovarsi di fronte ad un autore definibile ormai come classico. E non solo perché le canzoni, fin dai tempi dei Pavement, hanno, disco dopo disco, perso quella folle obliquità che le contraddistinguevano agli inizi, in virtù di una maggiore aderenza alla tradizione americana ma, soprattutto, perché, nel fare questo, Malkmus ha cristallizzato la propria scrittura senza perdere la propria personalità e le proprie peculiarità, divenendo anzi pietra di paragone per un sacco di bands a lui ispirate, come una sorta di, chessò, Lou Reed delle ultime generazioni. E tutto ciò continuando nello stesso tempo a mantenere un low-profile e a creare musica all’apparenza svagata quando non buttata lì, evitando così di essere (troppo) “istituzionalizzato”. Ed anche in questo disco quindi, si susseguono pezzi pigri e rilassati (Ramp of Death,Vanessa from Queens), venati da una vaga isteria (Water and a Seat), dall’anima pop ((Do Not Feed The)Oyster). Ci sono brani che ti ritrovi a canticchiare in una giornata di sole come Craw Song ed altri dall’anima più oscura come Dark Wave, che anche musicalmente dà quello che il titolo promette. Joanna Bolme al basso e John Moen alla batteria, assecondano il Nostro in maniera egregia (e si guadagnano pure l’intestazione del disco a fianco del nome di Steve) ma è la sua chitarra, forse mai così presente, a segnare la maggior parte dei pezzi con arpeggi e assolo, che in 1% of One esplodono a getto continuo, andando a formare un caleidoscopio di suoni per quello che è uno dei pezzi centrali del disco e per lo stato della musica di Stephen Malkmus, anno 2003. Le canzoni crescono con gli ascolti, anzi mi verrebbe da dire che sbocciano; quello che fino ad un attimo prima ti sembrava non convincente ad un tratto si apre in un improvviso splendore. Certo, anche stavolta nessuna rivoluzione, ma probabilmente non è da queste parti che vanno cercate. Qui ci sono solo belle canzoni. Se vi pare poco…

Lino Brunetti