ANDREW BIRD live @ Magazzini Generali – 14 novembre 2012

In un novembre straordinariamente ricco di concerti immancabili – ad averci il tempo ed i soldi naturalmente, soprattutto questi ultimi – esattamente a metà mese, il 14 novembre, è stata la volta di Andrew Bird che, addirittura in anticipo sul categorico orario d’inizio comunicato dagli organizzatori del concerto, alle 20.25 s’è presentato sul palco dei Magazzini Generali, letteralmente stipati da un pubblico attento e partecipe, per offrirci due ore della sua bellissima musica. Non è la prima volta per Bird in territorio milanese, ma lo è con una band, visto che le altre volte s’era sempre presentato in solitaria. Stasera invece è accompagnato da un piccolo combo formato dal batterista Martin Dosh, dal bassista Alan Hampton e dal chitarrista Jeremy Ylvisaker. L’inizio dello show lo vede comunque da solo sul palco, con l’accoppiata Hole In The Ocean Floor e Why?. Bird, con una serie di pedali e delay, si autocampiona mentre suona, canta e fischia, creando dei loops che lo accompagnano durante lo svolgimento delle sue canzoni. E’ una tecnica che usa sia quando è da solo, che quando suona col resto della band e che dona ai suoi pezzi una orchestralità che una formazione così ridotta non potrebbe avere. La bellezza della sue canzoni sta in buona parte, oltre che in una scrittura eccelsa, sia melodica che strettamente musicale, nel loro essere pop ed allo stesso tempo in qualche modo addirittura sperimentali. Non c’è linearità nelle sue composizioni o un andamento banale e prevedibile, tanto che viene quasi da stupirsi – piacevolmente, ovviamente – del fatto che sia seguito da un così ampio pubblico. Nella scaletta saccheggia parecchio l’ultimo, vero album, l’ottimo Break It Yourself, da cui arrivano pezzi stupendi come Desperation Breeds, Danse Caribe, Lusitania, Orpheo Looks Back, Eyeoneye, tutte suonate nella prima parte del concerto. Terminata proprio Eyeoneye, Bird e compagni si dispongono in cerchio attorno ad un unico microfono panoramico e danno vita ad una apprezzatissima parentesi acustica: sfilano in questa sezione intimista, la melodicissima Give It Away, la cover di un pezzo degli Handsome Family, When The Elicopter Comes, un’accorata MX Missiles ed una sempre stupenda Something Biblical, con il violino a ricamare ineffabilmente. Chiusa questa parentesi, il suono torna a farsi elettrico con altri quattro brani, tra cui particolarmente hanno brillato una lunga Plasticities ed una ballata quasi da lacrime come Fatal Shore. L’encore si riapre all’insegna dell’acustico, stavolta tinteggiato di country, con la cover della If I Needed You di Townes Van Zandt ed una Railroad Bill a dir poco campagnola. La chiusa definitiva, dopo due ore di grande musica ed emozioni, arriva invece con una rockata e particolarmente elettrica Fake Palindromes. Bellissimo concerto!

Lino Brunetti

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TAME IMPALA & SPIRITUALIZED live @ Magazzini Generali – 26 ottobre 2012 / 11 novembre 2012

Come in una sorta di virtuale confronto a distanza, separate da una quindicina di giorni l’uno dall’altro, calano in due brumose serate milanesi, due gruppi che, ciascuno per la propria generazione, possono ben dirsi punte di diamante dell’indie rock, versante psichedelico. I giovani, australiani Tame Impala, si presentano in dei Magazzini Generali prevedibilmente sold out, forti di un hype che li ha visti essere di casa sia nelle radio che sui quotidiani, così come sui giornali generalisti. Merito di un primo album, Innerspeaker, che aveva raccolto plausi praticamente ovunque, e del secondo, recente Lonerism, che li ha ulteriormente rilanciati, andando in direzione di una maggiore ricercatezza, probabilmente meno immediata e per certi versi un filo più sperimentale. Preceduti dall’esibizione degli impalpabili e subito dimenticati Young Dreams, i Tame Impala si presentano davanti ad un platea piuttosto giovane, col leader Kevin Parker (voce e chitarra), che se su album fa praticamente quasi tutto da sé, qui è attorniato da altri quattro musicisti, due tastieristi (all’occorrenza anche alle chitarre), un bassista ed un batterista. Il concerto si apre con la stessa doppietta che apre l’ultimo lavoro, Be Above It e Endors Toi. Il sound è potente ma a tratti pure fin troppo magniloquente: Parker, che ha indicato quale una delle fonti d’ispirazione dell’ultimo album il Todd Rungren di A Wizard, A True Star, e che immagina la musica della sua band, pop come Kylie Minogue e nello stesso tempo alternativa, insieme ai suoi compagni, pare andare più in direzione progressive che non in braccio alle derive psichedeliche che ci si poteva aspettare. Questa cosa viene fuori in maniera piuttosto chiara in pezzi dalla palese impronta pop-prog (pare di sentire certe cose dell’ultimo Ariel Pink) come Music To Walk On By, dalla predilezione accordata alle tastiere piuttosto che alle chitarre, sempre pesantemente effettate, persino da l’apparire di un assolo di batteria. Non si può negare che i Tame Impala sappiano a modo loro essere d’impatto – tutti i vecchi pezzi suonati, Solitude Is Bliss, It Is Not Meant To Be, Desire Be Desire Go, Why Won’t You Make Up Your Mind?, già piccoli classici, vengono accolti con dei boati – ma la sensazione che si fa largo dentro di me è che siano alla fine un tantinello sopravvalutati. Le canzoni, che vogliono essere pop, non sono poi così memorabili, e per il resto, una certa timidezza, fa si che dal palco non arrivi questo gran calore. Forse semplicemente non fanno troppo per me, ma nell’insieme, per quello che mi riguarda, l’ora e mezza scarsa di show scorre via tra qualche piacevolezza ed un po’ di noia, riuscendo a scalfirmi veramente solo nel bis, quando ci danno dentro – finalmente! – col tripudio chitarristico dell’ipnotica e lunga Half Full Glasses Of Wine, tra l’altro un pezzo che non appare neppure su uno dei loro album. Tutt’altra storia, la sera dell’11 novembre, quando ad arrivare ai Magazzini Generali sono gli Spiritualized di Jason Pierce, per la loro unica data italiana. L’unica cosa in comune con la sera dei Tame Impala è che piove, mentre tutto il resto è diverso: se pure l’affluenza di pubblico è palesemente inferiore alle aspettative – forse anche, solita crisi a parte, per via dell’enorme numero di concerti concentrati in pochi giorni – le due ore di concerto sono state un trip da brivido unico e pure il gruppo in apertura ha, come si dice in gergo, spaccato. Partiamo da questi ultimi: Roy And The Devil’s Motorcycle sono un quartetto svizzero, di Berna, attivo sin dal 1991 e con una discreta discografia alle spalle. Formata dai tre fratelli Markus, Matthias e Christian Stähli (tutti a voce e chitarra elettrica) e dal batterista Alain Perret Gentil (anche lui alla voce ed armonica), la band ha dato vita ad una divertente mezz’ora di weird garage psichedelico, a tratti rumorista e simile agli ultimi JOMF, altre volte sporcato di country-folk e servito in salsa minimal-tribaloide dai chiari echi velvettiani. Con un aspetto da drop-out strafatti, sono stati un ottimo antipasto al gruppo principale ed una bella scoperta. Gli Spiritualized si presentano sul palco a semicerchio: ai due lati, il concentrato Pierce, seduto su uno sgabello, e l’altro chitarrista, l’ottimo Tony “Doggen” Foster, al centro il tastierista, il batterista ed il bassista, più defilate sullo sfondo due coriste. La musica degli Spiritualized ha come qualcosa d’intimamente spirituale dentro di sé; non è solo per l’evidente aderenza a stilemi gospel o soul, è più per quel moto ascensionale verso una luminosità sonica che, in questo caso, si traduce spesso in strati e strati di elettriche scariche chitarristiche. Il modo con cui il concerto inizia è esemplare, coi quindici minuti di una quasi messianica Hey Jane, ipnotica, reiterativa, con quel break nel centro che prepara alla progressiva saturazione conclusiva. Sono tanti i momenti dello show che giocano su questa intensità, sul potere taumaturgico della vibrazione chitarristica, sull’ipnosi mistica del drone. Anche l’impassibilità e la distanza, quantomeno apparente, di Pierce/J Spaceman, pare avere un ruolo in tutto ciò: è un po’ come se dicesse “Non guardate me, è nel potere della musica che dovete cercare la salvezza”. In una scaletta esemplare, dove sono stati ripescati pure manufatti d’epoca Spacemen 3 (la bluesata Come Down Easy), non sono certo mancati anche i momenti più quieti e dedicati alle ballate – l’intensissima Mary, la memorabile So Long You Pretty Thing, la sempre ben accetta e poeticissima Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space, Perfect Miracle, per dirne qualcuna – o quelli più propriamente rock – una potentissima e liquida “A” Song, Take Your Time, la lisergica Electric Mainline – ma delle due ore in cui la band ha calcato il palco, a me rimarranno soprattutto quelle trafiggenti ondate di potenza al calor bianco, così pure, così intense, così necessarie, definitivamente al culmine nel lancinante finale di Smiles. Spiace solo che a vederli fossero solo qualche centinaio di persone. Diciamocelo francamente, chi non c’era s’è perso proprio un concerto memorabile, uno dei migliori dell’anno, di una band a dir poco grandissima!

Lino Brunetti

Jason Pierce (Spiritualized) – foto © Lino Brunetti