BLACK SABBATH “13”

BLACK SABBATH
13

Vertigo/Universal

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Non voglio parlare di quello che è stato. Non voglio parlare del senso di una reunion che magari una quindicina d’anni fa avrebbe avuto più forza, voglio solo parlare di quello che sono, anno 2013, i Black Sabbath. E sono, ne più ne meno, i profeti del metal, quelli che ne hanno scritto la storia, quelli che hanno creato praticamente tutto il movimento, a sessant’anni. Lascio da parte tante cose, una su tutte la triste diatriba con Bill Ward, lascio da parte soldi e contratti (l’hanno fatto per i soldi, dicono, come se non ne avessero abbastanza, dai…), lascio da parte insomma praticamente tutto e mi concentro solo sulle 8 tracce (+ 3 nella deluxe, + 4 nella best buy) e viene fuori, non ci posso credere, un gran bel disco. Con il fatto, chiaro, che c’è un uomo solo al comando. Brad Wilk è un martello metronomico, il meglio dei turnisti ultralusso che potessero scegliere, Geezer Butler è valorizzato oltremisura dalla ricca produzione di Rick Rubin e non è certo un comprimario, Ozzy Osbourne dopo incendi da dementi alla casa, problemi alla gola, inopinate e tristissime serie televisive ritorna con una voce settata su toni nettamente più bassi, arrochita, ma sempre e comunque da brividi lungo schiena. E poi viene lui, sua maestà Tony Iommi, l’uomo riff, o la chitarra fatta persona, vedete voi, che imperversa come uno schiacciasassi per tutta la durata dell’album. Quante volte abbiamo sentito il riff dell’iniziale The End Of The Beginning? Centinaia, certo, ma l’originale è suo e quindi giù il cappello, zitti e basta. Lui ha il marchio, può fare quello che vuole e non mi importa un fico secco che la canzone è praticamente costruita tale e quale a Black Sabbath (anche se la parte finale è tipicamente ozzyana): è un gran pezzo e tanto mi basta. Prendete il suo assolo in punta di dita di Zeitgeist, e stramazzate al suolo dopo aver ascoltato quello che combina in Age Of Reasons. Il cancro se ne può andare affanculo, e se ritornerà sarà solo per prendersi la sua anima nera, come la pece, come i suoi riff catacombali che sforna senza la minima coscienza, senza soluzione di continuità. Non c’è nulla di sbagliato in questo disco, i detrattori possono dire quello che vogliono, ma la musica è inattaccabile perché è quella che hanno sempre sfornato, se avreste il coraggio di eliminare tutto il contorno e concentrarvi solo su questa manciata di canzoni non avreste argomenti per obiettare, perché esse suonano esattamente come dovrebbero suonare delle canzoni dei Black Sabbath, quindi tutto il resto sono solo chiacchiere. Vecchi? Si. Ricchi? Si. Permalosi? Si. Bastardi (con Bill)? Si. Grandi? Si. Punto.

Daniele Ghiro

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SHINING “ONE ONE ONE”

SHINING

One One One

Indie Recordings

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Ormai da un decennio i norvegesi Shining imperversano nei circuiti alternativi con la loro particolare proposta musicale. E dopo aver scorrazzato sulle lame imperscrutabili dell’integralismo sonico indulgendo in dischi affascinanti ma che giocoforza accoglievano tra le loro braccia non certo orde di ammiratori, tanto la loro proposta era particolare, hanno deciso di sintetizzare e rendere fruibile ad un maggior numero di ascoltatori la propria musica. Non so quanto questo percorso sia stato frutto di pianificazione o di naturale evoluzione ma tant’è. Già il precedente Blackjazz lasciava presagire le aperture che puntualmente sono avvenute in questo tremendo e spettacolare One One One. Non abbiate paura però voi fans di vecchia data, gli Shining non sono finiti a fare musichetta per educande, hanno solo portato a termine il loro tortuoso peregrinare ponendo le basi per impostare una nuova fase della propria carriera. E lo hanno fatto con un album che prenderà per la gola molti aficionados della musica più estrema, smussando gli angoli più sperimentali e incanalando in un lotto di canzoni energiche la carica che li ha sempre contraddistinti. Sintomatica di quando vado dicendo è l’apertura superlativa di I Won’t Forget che, credeteci o meno, ha un piglio stoner/sludge, tirata, diretta, potente e melodica, e quasi non ti accorgi che è praticamente supportata dall’elettronica e quando sbuca l’assolo di sax si rimane a bocca aperta, ma si comprende che è una logica conseguenza del loro particolare approccio. E la struttura differente data dalla loro strumentazione particolare (ampio spazio a tastiere, elettronica e sax) donano un impatto diverso a brani quali The One Inside o Paint The Sky Black che altrimenti si potrebbero attribuire ai Dillinger Escape Plan. My Dying Drive è più elettronica, nervosa ed eclettica ma esplode in un ritornello pauroso. Rispetto a Blackjazz si ha un impatto più concreto e fisico, proprio sul lato pratico, meno sinfonici e sperimentali, ma il tutto va preso con le dovute molle perchè la struttura complessa di Off The Hook, fratturata ed incontrollabile contiene una grande prova della voce del fondatore Jorgen Munkeby, in un certo senso un brano melodico, ma anche quest’ultimo termine è sempre da rapportare a qual’è il loro standard di melodia. L’altro membro sempre presente è l’incredibile batterista Torstein Lofthus che marchia a sangue Blackjazz Rebel, devastante assalto sonoro di incredibile potenza. Poi Walk Away inietta linee vocali particolarmente intriganti su di un tappeto jazz/metal, The Hurting Game ha un sax di inusitata potenza che esplode in forzature noise su un tappeto tiratissimo. Avete ancora qualche stilla di energia da spendere? Il tremendo lamento del sax in apertura di How Your Story End chiama a raccolta tutti gli altri strumenti pur continuando a guidare una sinistra ed apocalittica rivolta. Possono risultare estremi, possono non piacere, possono essere criticabili per la loro eccessiva potenza, ma qua dentro non c’è un attimo di respiro, il loro è un’annichilente assalto che lascia le orecchie fumanti e per questo li amo un bel po’.

Daniele Ghiro

KADAVAR “Abra Kadavar”

KADAVAR

Abra Kadavar

Nuclear Blast

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I Kadavar (nome completamente sbagliato, che evoca trucidi combo di black metal e invece…) sono Berlinesi e sono tre tipi che sembrano sopraggiungere da epoche lontane, in un miscuglio non troppo sofisticato di metal tedesco della prima ora, tanto blues, tanto hard rock e una sana propensione a costruire semplici ma intriganti brani musicali che hanno nella forza e nella potenza, più che nella psichedelia, la loro forza maggiore. Sarà per questo che la Nuclear Blast li ha voluti tra le proprie fila, continuando un percorso di diversificazione che stà dando buoni frutti, inserendo accanto ai gruppi più metal in senso stretto anche altre derive decisamente più psichedeliche e “fumose”. In questo secondo disco i Kadavar non scoprono di certo l’acqua calda ma ci danno dentro a testa bassa senza troppi arzigogoli, andando dritti al sodo (tipico di queste band teutoniche) posizionando riff brutali in stile doom (Black Snake), conditi da decisi assalti della chitarra solista, che imperversa in ogni brano con tremende scorribande. I brani spaziano (ma non troppo) tra la tradizione metallica tipicamente europea e in effetti Doomsday Machine ci riporta per esempio alla prima era del metal, verso quegli Accept ancora acerbi di Restless and Wild, Come Back To Life è invece un trascinante hard in tipico stile seventies, Dust per contro sono i Black Sabbath più metallici, Fire rimanda a quanto fatto dai Pentagram, un brano incalzante e sostenuto da quei riff epici e marziali che tante volte abbiamo ascoltato. La precisione ferrea nella quale si muove il trio è la loro dote maggiore, tutto sembra fatto nella maniera migliore e nulla è lasciato al caso, con la chitarra scrocchiante vecchia maniera e la batteria che senza strafare si infila in un vorticoso accompagnamento. Le sorprese migliori arrivano comunque nella parte finale del disco, che si abbandona su livelli più psichedelici con il metronomico riff Hawkwindiano di Liquid Dream, e le spinte psichedeliche ricche di fuzz e riverberi di Rythm For Endless Minds che trascinanano le proprie spire nel sixtie sound liquido e debordante di Abra Kadabra. Non dei fuoriclasse assoluti ma degni alfieri di un sound che stà prepotentemente imponendo la propria capacità di coinvolgere nuovamente orecchie, come le mie, abituate da trent’anni ad ascoltare, senza stancarsi, la solita formula: ma attenzione, se questa è la qualità del risultato, assolutamente non c’è alcuna ragione per andare a scovare difetti, ma ce ne è a sufficienza per esaltarne i pregi.

Daniele Ghiro

CONVERGE “All We Love We Leave Behind”

CONVERGE

All We Love We Leave Behind

Epitaph

Più il tempo passa, più i dischi si accumulano, più si rafforza la mia idea: i Converge non sono una band hardcore tra le migliori, sono la band hardcore migliore. Sono quelli che dettano i tempi, gli umori, le sensazioni. Hanno una tecnica di esecuzione che ormai rasenta la perfezione, hanno una tecnica compositiva che ha pochi eguali, ma soprattutto hanno carisma da vendere e una sicurezza nei propri mezzi disarmante. Dal vivo sono devastanti, Jacob Bannon è ormai un’icona, piaccia o meno, e i dischi fin qui messi in fila non hanno (quasi) mai mostrato segni di cedimento. Furiosi, incalzanti, riflessivi e a volte rallentati, addirittura acustici in alcuni passaggi, e potrebbe sembrare un’eresia: non per loro perché anche in quei frangenti sono sempre e comunque hardcore al 100%. Poi si potrebbe disquisire sul fatto che da Jane Doe (2001), il loro indubbio vertice compositivo, la band si sia adagiata su una comoda posizione di preminenza e che le uscite successive nulla abbiano aggiunto. Può essere, ma poco importa, fintanto che la qualità delle “repliche” è tale da soddisfare il mio palato (e quello dei loro numerosi estimatori). A me invece pare che, anche se in maniera subdola e ben mascherata, i Converge stiano inserendo elementi contrastanti nella loro musica, aggiungendo sfumature che potrebbero portarli anche da qualche parte diversa dall’hardcore intransigente ed ultratecnico. Basterebbe a questo proposito andare ad ascoltarsi la parte conclusiva del disco, a partire da una strepitosa Coral Blue nella quale si sente un respiro melodico inaspettato, la velocità si riduce e Bannon sembra provare un nuovo modo di modulare la sua voce, notizia che già di per sé è notevole, costruendo una canzone che potrebbe spostare i loro assi compositivi nel futuro. Precipice è un breve strumentale sinfonico con addirittura il pianoforte che precede la title track: tapping chitarristici che fuggono verso il metal, molto melodica nella sua costruzione convulsa, grandi accelerazioni, voce sofferta e quasi in sottofondo, finale di impressionante potenza, anche questo un brano che da la sensazione di un cambiamento in atto. Shame In The Way fila verso il metal, durissimo, spurio, quasi trash e Predatory Glow si allinea a coordinate semi industriali dalla ritmica pazzesca chiudendo l’album. Precedentemente, tanto per ribadire al mondo il proprio violentissimo approccio alla musica, avevano infilato Aimless Arrow e Veins And Veils, devastanti, molto tecniche e dalle chitarre fratturate. Trespasses e Sparrows Fall più tradizionalmente conducibili al loro classico sound, Tender Abuse un assalto impressionante e pesantissimo senza alcuna pausa. Poi Empty On The Inside che viaggia su ritmi marziali, A Glacial Pace che rallenta i tempi (beh, si fa per dire) per poi accellerare su tecnicismi esasperanti. Praticamente sempre uguali, ma lucidamente in grado di dare nuove angolazioni al proprio sound, e pure qualche bella martellata a convenzioni ormai acquisite, vedi la voce di Bannon, mixata bassissima e che si modella sulle melodie come mai prima. Rimane comunque pazzesca la loro capacità di rendere credibili e soprattutto comprensibili composizioni con così tanto “suono” dentro senza peccare in confusione, ripulendo tutto il possibile pur rimanendo sempre e comunque estremi. A dispetto di chi li ha ormai bollati come “sempre la solita roba” e di chi afferma che l’ultimo Axe To Fall sia stato il loro disco peggiore (condivisibile, ma sempre un gran bel sentire) io mi sento di donare ai Converge lo status di immortali, All We Love We Leave Behind è una bomba a picco sul mio cranio e me lo tengo stretto.

Daniele Ghiro

 

ANCIENT VVISDOM “A Godlike Inferno”

ANCIENT VVISDOM

A Godlike Inferno

Prosthetic

Può un gruppo heavy metal suonare prevalentemente acustico? C’è una contraddizione in termini, ma è più che altro frutto ormai della nostra assuefazione a determinare categorie, rigide e che non possono essere modificate. E invece questo è un disco di heavy metal suonato senza chitarre elettriche, o meglio, le chitarre elettriche ci sono ma vengono dominate da quelle acustiche e la cosa, incredibilmente, funziona. Gli Ancient VVisdom hanno quell’aurea oscura di certe creature degli anni 70 (High Tide, Black Widow), hanno fosche partiture fortemente influenzate dalla new wave, si rifanno al black metal (quantomeno per i testi, decisamente oscuri e satanici), ma posizionano tutta la propria musica su un piano sfalsato rispetto alle convenzioni. La batteria (quando c’è) è ritmo e basta, niente rullatone o doppia cassa, i riff elettrici fanno da contorno e sostengono le due componenti principali: la chitarra acustica e la voce, bella, possente, suggestiva. I brani sono ben costruiti, molto melodici ma scurissimi, Necessary Evil ad esempio è solo per voce e chitarra ma è tremendamente pesante nell’atmosfera, Forever Tonight è più ritmata, una sorta di rivisitazione della tradizione americana, addirittura potrebbe ricordare il grunge folk di Sap degli Alice In Chains. Lost Civilization è più elettrica ma in modo diverso dal comune, contenuta e controbilanciata sempre da quei tocchi acustici che la fanno da padrone, bello l’assolo lirico e classico. Devil Brain è la più dura del lotto, inquietante e tetra con quel folk sinistramente sbagliato. Sono le atmosfere che rendono appetibile la musica degli Ancient VVisdom, è il mood dell’album a colpire e coinvolgere intensamente e la riprova arriva con il bellissimo epitaffio di Children Of The Wasteland dalla delicatezza assurda in un contesto così catastrofico.

Daniele Ghiro