Nothing live a Milano, 26/11/2018

NOTHING
MILANO
OHIBÒ
26 NOVEMBRE 2018

Ecco a voi un racconto per immagini del concerto dei Nothing all’Ohibò di Milano, in Italia a promuovere il loro ultimo album, Dance On The Blacktop.

Tutte le foto © Lino Brunetti

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Superorganism live a Milano, 15/11/2018

SUPERORGANISM
MILANO
MAGNOLIA
15 NOVEMBRE 2018

Ecco a voi un racconto per immagini del concerto dei Superorganism al Magnolia di Milano. In apertura c’erano i francesi Pi Jama.

Tutte le foto © Lino Brunetti

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The Pains Of Being Pure At Heart: due imminenti date in Italia

Gli indie rockers newyorchesi The Pains Of Being Pure At Heart stanno per approdare in Italia per due date in cui suoneranno i pezzi dell’ultimo album, The Echo Of Pleasure, e quelli degli altri loro dischi.

preorder

La band sarà lunedì 5 marzo al Magnolia di Milano e martedì 6 marzo al Locomotiv di Bologna.

 

Piers Faccini live a Milano, 24/1/2018

PIERS FACCINI
MILANO 
LA SALUMERIA DELLA MUSICA
24 GENNAIO 2018

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Cantautore colto, capace di scrivere una canzone ispirata all’Andalusia del 400 o ai mosaici della cattedrale di Cefalù; poliglotta (si esprime correttamente in italiano e canta in inglese, francese e perfino in dialetto siciliano) e chitarrista raffinato e versatile, Piers Faccini è soprattutto un’anima errante interprete di una musica contaminata e meticcia che vuole essere potente strumento di aggregazione tra popoli, culture e nazioni, in particolar modo dell’area mediterranea cui è dedicato il suo ultimo lavoro di studio I Dreamed An Island, pubblicato nell’ottobre del 2016. Sono le canzoni di quel disco ad essere ancora in primo piano nel corso del concerto alla Salumeria della Musica di Milano svoltosi lo scorso mercoledì 24 gennaio, uno show generoso e affascinante che ha regalato momenti di gioiosa euforia e suscitato motivi di riflessione, quando il ritmo di una tarantella si è trasformato in un canto berbero o il lamento di un blues è diventato una nenia arabeggiante. Sul palco, Piers Faccini alle chitarre, elettrica ed acustica, era accompagnato dall’algerino Malik Zaid alla mandola e al guembri, un virtuoso che ha scontornato d’esotico le profonde ballate d’ispirazione folk dell’artista di origini britanniche, spargendo note flamenco su una suggestiva Judith, ipnotico blues maliano sulla lirica Comets o arie tuareg su una sognante e splendida To Be Sky. Ad una platea silenziosa ed attenta, Faccini ha accuratamente spiegato i luoghi e i motivi delle sue canzoni, svelando l’arcano del suo far musica, sintetizzabile nella magia di un brano dal potere liberatorio come Bring Down The Wall, dove è affiorata perfino una discreta verve rock. Per il resto l’artista ha accarezzato le corde delle sue chitarre con eleganza e savoir faire, intrecciando accordi blues, cori gospel, cristalline note folk, polveri desertiche, sonorità magrebine e avvolgenti melodie pop, a volte dilatando le parti strumentali e invitando di tanto in tanto il pubblico a partecipare. Artista sui generis e di indubbio talento, Piers Faccini è un’esteta e un ricercatore, capace di trattare i suoni come fossero i colori di un’affresco e le canzoni come capitoli di un libro di storia tuttora in via di aggiornamento.

Luca Salmini
Tutte le foto © Lino Brunetti

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SWANS @ Alcatraz, Milano, 12 ottobre 2014

SWANS

ALCATRAZ

MILANO

12 OTTOBRE 2014

Manco si trattasse del Luna Park maledetto de “Il Popolo Dell’Autunno” di Bradbury, gli Swans di Michael Gira ricalano in Italia per un pugno di date fatte a supporto del loro recente To Be Kind. A Milano arrivano una domenica sera di una settimana, tanto per cambiare, piovosa e grigia. La data, al contrario di altre venue, non è sold out, ma c’è anche da dire che l’Alcatraz, sia pur diviso a metà, non è certo piccolo e che la musica della band americana è una delle più oltranziste ed ostiche in cui possiate imbattervi al giorno d’oggi, quantomeno a questi livelli di popolarità. Avendoli visti più volte, da parte mia c’era una forte curiosità nel vedere quanto e come avrebbero mutato pelle, se avrebbero insomma continuato con la potenza annichilente del tour precedente o se avrebbero proposto qualcosa di diverso. Alla fine ne sono uscito soddisfatto, perché quello che hanno fatto è stato mutare nella continuità. Caratterizzato ancora una volta da volumi insostenibili, atti ad abbattere inesorabilmente qualsiasi difesa da parte dell’ascoltatore, il suono degli Swans si è fatto qui più propenso ad adagiarsi su una forma di dilatatissimo, malsano, oscuro e macilento blues (ovviamente in senso più attitudinale e d’intenzione che non sonoro), lasciando parzialmente da parte il martellamento industrial del passato, in favore appunto di vibrazioni più atmosferiche. La parte più debole dello show – quella centrale – è stata infatti quella in cui, riprendendo The Apostate da The Seer, hanno riproposto con un fare fin troppo meccanico, le intuizioni del tour precedente (anche se magari questa è una considerazione fatta a causa delle numerose volte in cui mi sono imbattuto in loro). Superlativo invece tutto il resto, a partire da una Frankie M introdotta da 15 minuti di pura avanguardia, con Thor Harris e Phil Puleo intenti a percuotere gong e percussioni, presto fusi in forma di drone, prima che l’ingresso di tutta la band spedisse tutto in direzione di un deliquio estatico ed allucinatorio durato ben tre quarti d’ora. Tre i pezzi tratti dall’ultimo lavoro: prima un’incalzante A Little God In My Hands, uno dei momenti più tradizionalmente coagulati in forma canzone del concerto, potente e dagli squarci free; poi un’allungatissima discesa negli inferi blues con Just A Little Boy; infine una Bring The Sun – introdotta da un Gira che urlava Amore, Amor! – spogliata dalla sua seconda parte Toussaint L’Ouverture, ma unita ad una assolutamente stratosferica Black Hole Man, vicinissima al verbo kraut-rock ed oasi quasi pop dopo quello che c’era stato prima (tra cui rimane da citare la nuova Don’t Go, ipnotica e salmodiante). Oltre due ore e mezza di concerto, in cui gli Swans hanno come sempre cercato di spingere gli ascoltatori verso l’estasi della luce, attraverso il dolore e l’oscurità. E quando, alla fine, Gira presenta i musicisti storpiandone simpaticamente i nomi in forme tutte italiane, con tutti che s’inchinano riconoscenti di fronte al proprio pubblico, viene fuori anche l’umanità di una band che, ancora oggi, dopo oltre trent’anni dagli esordi, in qualche modo continua ad intimidire. I loro concerti rimangono un’esperienza sensoriale a 360°, sicuramente non per tutti ed oltre il concetto di musica tradizionale, è chiaro; ma sono, altrettanto chiaramente, uno degli act più intensi in cui possiate imbattervi.

Lino Brunetti

Swans © Rodolfo Sassano

Swans © Rodolfo Sassano

UN ALTRO FESTIVAL 2014 – Magnolia, Milano, 14 – 15 luglio 2014

UN ALTRO FESTIVAL

MAGNOLIA

MILANO

14 e 15 LUGLIO 2014

L’idea, già attuata con maggior sistematicità all’estero, è buona e da usare più spesso: scelti i gruppi atti a formare la line up del festival, li si fa suonare alternatamente in due diverse città. Questo è stato fatto per questa seconda edizione de Un Altro Festival, rassegna musicale su due giorni, divisa appunto fra due città, Milano e Bologna, con line up invertite (la prima serata di Milano era la seconda di Bologna e viceversa, per intenderci). Noi abbiamo assistito all’edizione milanese, svoltasi su due palchi (uno grande, il secondo un po’ più piccolo) al Circolo Magnolia, vicinissimo all’Idroscalo e all’aeroporto di Linate. Non so bene come sia andata a Bologna, ma nel capoluogo lombardo era lecito attendersi una maggiore affluenza di pubblico: le ragioni di un parziale insuccesso – che ci auguriamo non compromettano future edizioni – possono essere diverse, dall’inclemenza del tempo (almeno nella prima serata) ad un prezzo d’ingresso forse un filo eccessivo visti i nomi in campo (anche se immagino bene che meno sarebbe stato decisamente improbabile), per non parlare della vicinanza ad altri e numerosi eventi che, visti i tempi che corrono, impone indubbiamente delle scelte anche agli appassionati di musica. Aldilà di queste considerazioni, Un Altro Festival è stato però un bell’appuntamento, di certo capace di offrire show interessanti e divertenti. La prima sera, aperta dai Kuroma sotto un diluvio biblico, ha visto sfilare l’elettronica danzereccia dei M + A, assurti all’onore delle cronache per essere stati gli unici italiani a suonare quest’anno a Glastonbury (non proprio my cup of tea), e il rock spesso e variegato degli His Clancyness, decisamente bravi nell’offrire buone vibrazioni tramite i pezzi tratti dal loro Vicious. Head-liner della serata erano però Panda Bear e gli MGMT: il primo, già membro degli Animal Collective, ha dato vita ad una quarantina di minuti favolosamente onirici ed intrisi di psichedelia elettronica, affascinanti anche grazie agli ottimi visuals che scorrevano dietro di lui; i secondi, una band che, devo confessare, mai ho frequentato più di tanto, ha invece divertito oscillando tra pop-rock psichedelico, qualche scampolo di electro-pop ed un pugno di canzoni, tra cui molti loro hit, davvero niente male. Per il sottoscritto, era però la serata del 15 quella più interessante, in larga parte all’insegna della neo-psichedelia, a partire dagli italianissimi (e competenti) Foxhound, a cui è spettato il compito di aprire le danze. Dopo di loro i britannici Telegram, moderatamente ruvidi e garagisti, nonché impregnati fino al midollo di aromi ’60s e ‘70s. Stessa cosa che si potrebbe sostenere per i Temples, autori di uno degli esordi più freschi dell’anno e che, forse addirittura inaspettatamente, hanno convinto senza mezze misure, palesandosi quale ottima live band, in grado pure d’imprimere qualche momento improvvisativo alle loro splendide canzoni. Chi temeva di trovarsi di fronte ad un bluff ha avuto modo di convincersi del contrario, probabilmente i migliori di tutto il festival. Non sono stati male, però, neppure i due, veri nomi di punta del Day 2, The Horrors e The Dandy Warhols. I primi, forti di un album riuscito quale il recente Luminous, sono stati in bilico tra la psichedelia pulsante e dalle striature elettroniche delle ultime prove ed il rumore chitarristico del passato; i secondi, da tempo dati per superbolliti discograficamente, dal vivo rimangono una rock’n’roll band divertente ed efficace, con diverse belle canzoni all’attivo, come i super successi Bohemian Like You e Not If You Were Last Junkie On Earth, puntualmente piazzati in scaletta, per la gioia generale. Una piacevolissima e stuzzicante due giorni insomma, a cui speriamo di poter presenziare pure l’anno prossimo!

Lino Brunetti

All photos © Lino Brunetti

A + M

A + M

His Clancyness

His Clancyness

Temples

Temples

Panda Bear

Panda Bear

The Horrors

The Horrors

The Dandy Warhols

The Dandy Warhols

MOGWAI live @ Alcatraz, Milano – 31 marzo 2014

MOGWAI

ALCATRAZ

MILANO

31 MARZO 2014

Negli anni, mi è capitato di vedere dal vivo gli scozzesi Mogwai diverse volte, fin dai loro esordi, ma quando penso ad un loro concerto, inevitabilmente me ne viene in mente uno che tennero all’ormai defunto Rainbow di Milano, ormai tanti anni fa: i volumi di suono e la potenza che vennero sprigionati dal palco in quell’occasione furono tali che, ricordo bene ancora oggi, il pubblico un po’ alla volta si spostò verso il fondo del locale, nel tentativo di difendersi dalle sciabolate di white noise provenienti dal palco. Un’esperienza sensoriale al limite del dolore vero, una di quelle cose che provata una volta non la dimentichi più. Oggi, quei Mogwai lì non esistono quasi più, se non a tratti, quasi a testimoniare il fatto che, al contrario del luogo comune che li vuole sempre uguali a loro stessi, negli anni la loro musica ha continuato a cambiare e ad affinarsi, magari tramite la politica dei piccoli passi. Il recente, ottimo Rave Tapes, addirittura rinuncia quasi totalmente alle loro ondate e ai loro crescendo mastodontici, lavorando per sottrazione, giocando più sulla creazione di atmosfere che non possono che essere definite introspettive. In qualche modo, è quello che si è visto anche sul palco dell’Alcatraz, dove il quintetto di Glasgow ha offerto le varie facce della propria espressione musicale, ricorrendo però meno che al solito all’offensiva chitarristica. Scaletta varia che, pur concentrandosi soprattutto sugli ultimi due album – quattro pezzi ciascuno – ha finito col saccheggiare quasi tutta la propria discografia. In alcuni momenti – diciamo quelli più pop, i rari in cui compare la voce – a livello di mood si sono avvicinati a certe cose a là Sigur Ros. Ottimo il modo in cui in diversi pezzi hanno lavorato sui suoni, miscelando con chirurgica precisione chitarre, tastiere, ritmi ed elettronica. I momenti a mio parere più emozionanti sono stati però tre ben precisi: il crescendo epico, sia pur privo di rumore, ed anzi affidato alle tastiere, della bellissima Remurdered; il vibrare potentissimo di tre chitarre e un basso distorti in Rano Pano, arrivato ad interrompere una sequenza iniziale più atmosferica; i classicissimi pianissimo/fortissimo di una sempre sconvolgente Mogwai Fear Satan, anche in un caso come questo in cui s’è fermata sui dieci minuti anziché andare avanti almeno per il doppio del tempo, come accaduto in altre occasioni. Un’ora e quaranta di grande musica, che ancora non smette di essere visionaria ed evocativa, oggi come oltre quindici anni fa.

Lino Brunetti

mogwai