NINE INCH NAILS “LIVE – Milano, Forum, 28 agosto 2013”

NINE INCH NAILS

Forum Assago

Milano

28 agosto 2013

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La delusione di Hesitation Marks sarebbe arrivata da li a pochi giorni, ma in sostanza a date posticipate, cioè il concerto dopo l’uscita dell’album, nulla sarebbe cambiato per quanto riguarda lo show dei NIN e a nessuno sarebbe fregato comunque dell’ultimo album. A prescindere da quanto sia bello (o brutto) l’ultimo disco a vedere i NIN ci si va e basta. Dal vivo per loro le cose sono sempre state diverse, sin dalle prime esplosive esperienze live a supporto di Pretty Hate Machine. Infatti il concerto, al solito, è una bomba sonora e visiva che pochi altri gruppi si possono permettere. In un Forum ancora distratto e con le luci accese Trent si presenta in solitario sul palco e comincia a snocciolare le prime frasi di Copy Of A. Progressivamente si aggiungono gli altri musicisti, tutti in fila davanti e quando al secondo ritornello si spengono le luci della sala ed esplodono quelle sul palco lo spettacolo, in un boato, ha inizio. Sanctified e Come Back Hounted proseguono questo inizio particolare che si conclude con la deflagrazione di 1,000,000 e March Of The Pigs. Sembra impossibile ma il suono del Forum è decente, la musica esce bene dagli amplificatori e la band suona compatta, anche se la furia selvaggia degli scorsi tour è solo un ricordo. I Nine Inch Nails sono attenti e non si lasciano andare troppo, Trent si fa un giro tra le prime file e la scaletta ora va a pescare nel passato (recente e remoto) registrando una fase centrale del concerto ad alto tasso energetico. Le coreografie sono come sempre di livello superiore (e non avete ancora visto quello che è l’impressionante impianto luci del Tension Tour appena cominciato negli USA) coinvolgendo lo spettatore in un caleidoscopio di colori e raggi laser da far girare la testa. Reznor manda al diavolo i festival che si è dovuto sorbire e aggiunge qualcosa in scaletta. La sequenza Closer, Gave Up, Help Me I’m In hell, Me I’m Not è strepitosa mentre in un crescendo costante si arriva alla devastazione di Wish, alla potenza di Survivalism, al grido lacerante di Only per concludersi con la consuesta festa che Head Like A Hole scatena in platea. Chiusura con la classica Hurt e tutti contenti la si canta in compagnia (anche se la canzone è di una tristezza inenarrabile). Proprio qui faccio il mio personalissimo appunto (e ciascuno avrà il suo): avrei preferito Hurt spostata in un’altra posizione perché come ultima canzone desidererei qualcosa di decisamente più violento per spendere le ultime energie e quindi (secondo appunto visto che non le hanno fatte!) ci metterei Reptile, Mr. Self Destruct, Somewhat Damaged o la fine ideale cioè We’re In This Together. Per il resto negli occhi rimarrà un concerto dal grande impatto visivo e un Trent Reznor che non ha perso un grammo del suo carismatico vigore, mettendo in bella mostra bicipiti da culturista e pose da consumato showman. E’ un lavoro sporco ma qualcuno deve pur farlo, lui al suo pubblico si concede sempre con generosità e le quasi due ore portate a termine sono trascorse in un attimo.

Daniele Ghiro

BLUR @ Ippodromo San Siro, Milano – 28 luglio 2013

BLUR

IPPODROMO SAN SIRO

MILANO

28 LUGLIO 2013

Di tutte le bands d’era Britpop, sono sempre stati loro, i Blur, la mia band. Non che non ce ne fossero anche altre e pure molto brave, ma l’unica che ho amato davvero è quella di Damon Albarn e Graham Coxon. Innanzitutto per le loro canzoni e i loro dischi, ovviamente, e poi perché è sempre stato meno facile di quello che poteva sembrare ad ascolto distratto, incasellarli tramite una semplice ed univoca etichetta. Lo dimostrano i loro sette album, progressivamente sempre più complessi, sia musicalmente che a livello d’influenze, testimonianza d’un talento ineccepibile; lo dimostrano le personalità dei due membri principali, anche loro non così facilmente inquadrabili (Albarn l’anima pop e Coxon quella più sperimentale? Spesso, anche in questo, certe certezze son state piacevolmente scompaginate, dai dischi stessi e dalle carriere post Blur). Il loro ultimo album risale ormai a più di dieci anni fa ma, da qualche tempo, hanno ricominciato a calcare i palchi di mezzo mondo, riportando migliaia e migliaia di persone a (ri)cantare i loro inni. Chissà se tutto ciò sarà preludio a del materiale nuovo, attesissimo, oppure no? Nell’attesa che il dubbio venga sciolto, siamo andati a goderci la data milanese del loro più recente tour, in una delle serate probabilmente più torride dell’anno. L’affluenza di pubblico è quella del grande evento, con gli ampi spazi dell’Ippodromo di San Siro colmi in ogni dove. I Blur di quest’ultimo tour sono in versione extra-large, con tanto di sezione fiati e coristi, e quando appaiono sul palco giocandosi fin dall’inizio la carta Girls And Boys, col suo ritmo danzereccio e la sua melodia appicicaticcia, è subito apoteosi. Appare chiaro che il feedback tra pubblico e band darà una marcia in più al concerto e, difatti, Albarn, tra l’altro ottimo frontman, apparirà per tutto lo show pimpante e galvanizzato. La prima fase è roboante, con una caleidoscopica Popscene, una chitarristica There’s No Other Way, tratta dal primissimo album, e la sempre bellissima Beetlebum. Parte qui una sezione un po’ più per fan, chiamiamola così, con pezzi forse meno conosciuti e soprattutto meno platealmente pop: le sinuosità di Out Of Time, le cangianti atmosfere di Trimm Trabb, le allucinazioni psichedeliche di una lunghissima ed appassionante Caramel, con un Coxon chitarrista sfavillante e spesso tendente alla dissonanza. Nella seguente Coffee & TV, Coxon prende il microfono in prima persona; è uno dei momenti più divertenti della serata, anche grazie ad un ragazzo del pubblico vestito da cartone del latte (!), subito prontamente soprannominato “Milky Man”, invitato a salire sul palco a ballare e protagonista di un siparietto surreale. La musica dei Blur rimane attualissima e per nulla invecchiata: emozionantissima Tender col suo coro gospel, una bella sorpresa per il pubblico milanese il ripescaggio di To The End, suonata per la prima volta durante questo tour. Country House, con Albarn in mezzo al pubblico, è sempre una gioia, mentre Parklife è invece sempre un colpo al cuore. Su This Is A Low scendono le luci, ma c’è ancora tempo per qualche altra perla nei bis – Under The Westway, For Tomorrow, The Universal – prima che il pogo su un’indiavolata Song 2, nel quale anche il vostro cronista s’è entusiasticamente gettato, suggellasse nel più scatenato e festoso dei modi una serata da non dimenticare.

Lino Brunetti

Blur

Blur

IGGY & THE STOOGES @ IPPODROMO SAN SIRO, MILANO, 11 luglio 2013

IGGY & THE STOOGES

IPPODROMO SAN SIRO

MILANO

11 LUGLIO 2013

Diciamoci la verità: Iggy Pop avrà pure quasi settant’anni (!), sarà sciancato quanto volete e a qualcuno potrà pure risultare un po’ patetico, ma quando si parla di rock’n’roll e di punk-rock, è ancora in grado di dare la zuppa al 99% delle bands in circolazione. Con un disco nuovo alle spalle – Ready To Die, tramite il quale ha riesumato ancora una volta il nome degli Stooges – alla fine ben più efficace di quanto m’era parso durante i primi ascolti, rieccolo ancora in pista a tenere in vita l’aspetto più iconico, viscerale e selvaggio del rock. Quando si presenta sul palco a petto nudo, indifferente ai segni del tempo che quel corpo inevitabilmente porta incisi su di esso, e attacca con Raw Power, è come se non ci fosse più spazio che per questa inesauribile e vitale energia cosmica a cui abbiamo dato il nome di rock. E’ lui, l’Iguana, forse il più autorevole propugnatore del Verbo, il tramite attraverso il quale la fiamma continua a rimanere accesa. Devo proprio confessarlo, era da un sacco che non mi divertivo così tanto. Iggy è una bestia, un animale viscido e cattivo che neppure l’età è riuscito ancora a domare. Corre avanti e indietro sul palco, si batte il petto come uno scimmione in calore, sputa a ripetizione, eppure la sua voce è intatta e riesce ad essere efficace sia nell’urlo che nelle parti più modulate. Dietro Iggy, gli Stooges sono una macchina da guerra: scomparso il compianto Ron Asheton, oggi la chitarra è stata ripresa in mano da James Williamson, un chitarrista che sa come sputare fuori riff e assoli a ripetizione; fuori gioco, almeno dal vivo, pure l’altro Asheton, Scott, le bacchette sono saldamente in mano a Toby Dammit, un macinatore di ritmi infaticabile, supportato dal basso implacabile di un rovinatissimo Mike Watt e dalle infiltrazioni del sax di Steve MacKay, che a vista pare avere 1000 anni. Può un così scombinato assortimento d’improbabili personaggi essere riuscito a farci il culo in un’ora e mezzo di show? C’è riuscito e come! Perché quando la scaletta è composta da canzoni immortali come I Wanna Be Your Dog, Search & Destroy, una Fun House col palco invaso dal pubblico, 1970, un’epocale Open Up & Bleed, Gimmie Danger, Penetration, Down In The Street, da due gioielli tratti dal Kill City di Pop e Williamson (Beyond & Law e Johanna), da una in fondo inattesa ma sempre gradita The Passenger e da un pugno di per nulla secondarie nuove canzoni (Ready To Die, Sex & Money, Gun e Burn), non si può far altro che capitolare. Neanche un momento di pausa, una mitragliata di fuoco che non ha lasciato scampo, chiusa con l’immagine di Iggy che, prima di scendere dal palco, si cala i calzoni per mostrarci il culo. L’ultima, giocosa beffa di un eterno ragazzaccio che non vuole saperne di diventare adulto.

Lino Brunetti

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THE KNIFE live @ Alcatraz 29 aprile 2013

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Non ci sono dubbi circa il fatto che Shaking The Habitual, l’ultimo album degli svedesi The Knife, sia uno dei dischi più interessanti ed artisticamente rimarchevoli tra quelli usciti negli ultimi tempi. Un moloch, in tre LP o due CD, in cui il pop elettronico del duo formato da Karin e Olof Dreijer, si atomizza fra momenti di sperimentazione isolazionista, tribalismi tutt’altro che accomodanti ed un gusto per la sottolineatura inquieta e tagliente. Un album notevole insomma, di cui potrete leggere più dettagliatamente sul numero di maggio del Busca. Sta di fatto che, proprio perché avevo apprezzato il disco così tanto – è fuori discussione, fin da adesso, il fatto che troverà un posto tra i miei migliori del 2013 – mi sono mosso subito per procurarmi un accredito per andarli a vedere dal vivo all’Alcatraz di Milano, data, tra l’altro, andata quasi subito sold out (del resto, erano ben sei anni che The Knife mancavano dal palco, sette dal disco che aveva preceduto quest’ultimo). Sono un ascoltatore eclettico; a parte pochissimi generi specifici a me indigesti, sono capace di ascoltare ed apprezzare musica proveniente dagli ambiti più disparati. Dico ciò per sottolineare che non ho nessuna preclusione nei confronti della musica elettronica, anche se magari posso ammettere che, dal vivo, la scena offerta da chitarre e batterie sia più esaltante di quella offerta da tastiere e laptop. Qualsiasi cosa potessi aspettarmi dal concerto dei The Knife, però, si è andato ad infrangere contro l’allucinante serata che mi sono trovato a vivere. Arrivo all’Alcatraz con la migliore predisposizione d’animo verso le 20.30. Fuori c’è un sacco di gente e pure dentro sta incominciando a riempirsi. Il pubblico è piuttosto giovane, ma non mancano i quarantenni. Quando sono all’incirca le 21.15 si spengono le luci, dalle nostre spalle arrivano le urla di un imbonitore che, per circa venti minuti, urlerà come un gallo strozzato sopra una base dance, nel tentativo di caricare il pubblico, inducendolo a ballare ed urlare. La faccenda non mi gasa per niente ed anzi, alla lunga, mi irrita pure un po’. Il tipo continua ad urlare: Are you alive? We are not afraid to die! e, per quanto sia ormai distratto, mi pare faccia pure una sorta di discorsetto sulla vita della gente ai tempi della crisi e sulle reazioni che possono avere le persone per tentare di cambiare le cose, intimandoci di non dimenticarcene mai. Parrebbe una cosa fuori posto, ma visto quello che è successo dopo, la cosa assume un senso. L’imbonitore smette di urlare, la musica cessa di martellare e dal palco partono fasci di luce e delle frequenze bassissime spacca cervello. Sul palco appaiono le indistinguibili silhouette della band, che si presenta con una formazione a sette. E’ A Cherry On Top ad aprire il concerto, in una versione plumbea e tutt’altro che festosa, doppiata subito dopo da un’iper percussiva Raging Lung. Ammesso e non concesso che anche quest’inizio non sia stata in realtà una finzione, il concerto finisce qui. Dal pezzo dopo, il palco viene velocemente sgomberato da tutti gli strumenti che vi si trovano sopra, e i sette iniziano a ballare. Nessuno canta, nessuno suona, quello che sentiamo, basilarmente è il CD. Non bastasse questo, le coerografie sono imbarazzanti, pare stiano facendo una lezione d’aerobica e persino male. Sembrano pure un po’ in debito d’ossigeno e mi aspetto che prima o poi qualcuno stramazzi a terra. In alcuni pezzi fanno finta di suonare strumenti immaginari o cantano palesemente in playback, in altri (ad esempio su Full Of Fire) si piantano come belle statuine a guardare impassibili il pubblico o a mimare con i gesti gli andamenti della musica, altre volte ancora non stanno neppure sul palco, lasciando il campo libero ai giochi di luce! Il mio disagio è indescrivibile, non riesco a credere a quello che sta succedendo. Attorno a me, il pubblico balla, ride e applaude felice come se sul palco ci fosse veramente una band a suonare. Ed è qui che finalmente capisco: non è quello che sta succedendo sul palco ad essere sbagliato, ma quello che sta accadendo sotto al palco! Da quella band politicizzata ed iconoclasta che sono, The Knife hanno messo in piedi un’enorme truffa, una provocazione gigante nei confronti del loro stesso pubblico, come a voler creare un’enorme metafora di quello che succede nella vita reale. Per entrare qua dentro, c’erano da pagare la bellezza di 25€, non proprio pochi al giorno d’oggi. Questo semplice passaggio sancisce un contratto: 25€ in cambio di un concerto. Ma se il concerto alla fine non avviene, se viene sostitutito da un puro surrogato, non avrebbero dovuto esserci proteste, urla, incazzature? Come nella vita reale, l’1% della popolazione si tiene tra le mani la fetta più grossa delle ricchezze del pianeta, ben sapendo che il 99% rimanente inspiegabilmente accetterà la situazione, facendo poco o nulla per cambiarla, qui sette persone hanno preso letteralmente per il culo le migliaia accorsi a vederli, i quali si son prestati al gioco ben felici, in larga parte non applicando il benché minimo senso critico ed anzi applaudendo e gioiendo beota. Se era davvero questo l’intento dei The Knife, l’esperimento (situazionista?) può dirsi riuscitissimo. In me è rimasto però un senso di sconsolata tristezza, di profonda e disillusa amarezza. Davvero non gliene frega niente a nessuno? Davvero siamo così ciechi ed addomesticati? Chi sono queste persone – che magari poche settimane prima avevano riempito lo stesso posto per i Mumford & Sons, ad esempio – che sono così platealmente cascati nella trappola dei The Knife? Che risposta dare a queste domande? Non lo so, davvero non lo so…

Lino Brunetti

DINOSAUR JR @ Bloom 15 febbraio 2013 + YO LA TENGO @ Limelight 10 marzo 2013

Nell’arco di circa un mese, gli spettatori d’area milanese, hanno avuto l’opportunità di vedere in azione due delle più leggendarie indie-rock band americane, entrambe nate negli anni ’80, entrambe con un nuovo disco recentemente pubblicato ed entrambe alla loro unica data italiana. Partiamo dai Dinosaur Jr, giunti a metà febbraio in un Bloom prevedibilmente sold out. Ad aprire la serata, un bel set voce e chitarra ad opera dell’ex Come e Codeine (ma a dire il vero anche molto altro) Chris Brokaw, intento a presentare le canzoni del suo recente Gambler’s Ecstasy. Una mezz’oretta introduttiva, che ha anticipato il profluvio di distorsione che sarebbe di lì a poco arrivata. Un concerto dei Dinosaur Jr è, ancora oggi, una prova per i propri paudiglioni auricolari. Nessun fronzolo, nessun elemento accessorio: solo J Mascis, la sua chitarra, il muro di amplificatori Marshall, e la martellante sezione ritmica operata da Lou Barlow e da Murph. Rispetto all’ultima volta che li avevo visti, un paio d’anni fa, in cui m’erano parsi un po’ svogliati, stavolta son sembrati in gran forma. Mascis rimane il solito orso che, se dice qualche parola, lo fa quasi grugnendo, però la sua chitarra è ancora capace d’infliggere sferzate d’elettricità, ed è proprio quest’ultima, come sempre, la protagonista della serata. In un’ora e mezza di show e sedici canzoni, hanno saccheggiato in lungo ed in largo il loro repertorio, attingendo dall’ultimo I Bet On Sky con moderazione (giusto Watch The Corners e Rude), e per il resto affidandosi a pezzi accolti con entusiasmo come Wagon, Out There, Feel The Pain e In A Jar. Il meglio nel finale, quando parte la sempre attesa Freak Scene e quando superano la soglia del dolore, nel bis, con l’accoppiata Just Like Heaven/Sludgefeast. Quasi un mese dopo, il 10 marzo, è stata invece la volta degli Yo La Tengo, finalmente tornati a Milano dopo una lunga assenza. Sul palco del Limelight – un ex cinema, ora una discoteca che, probabilmente, molti di voi ricorderanno col nome di City Square o Propaganda – campeggiano tre alberelli cartonati, i quali rimandano ovviamente al grande albero che fa bella mostra di sé sulla copertina dell’ultimo, ottimo Fade. Unica, piccola concessione scenografica in un concerto che, per il resto, ha emozionato fondamentalmente con della grande musica. Grandissima idea del tour che stanno portando in giro in questo momento, è quella del doppio set: in pratica, ad un’oretta completamente acustica, ne segue un’altra, al contrario, del tutto elettrica. Qui a Milano, salgono sul palco abbastanza puntuali: Ira Kaplan con maglietta a righe ed il solito aspetto da bravo ragazzo, Georgia Hubley con camicia da boscaiola e la solita timidezza imbronciata, James McNew grande, grosso e impassibile dietro il suo basso e alle tastiere. La prima parte dello show è quella acustica: i tre sono sul palco seduti, in fila tutti su una stessa linea. Suonano quasi come un sussurro gli Yo La Tengo, delicatissimi, intrisi di dolcezza poetica. Giusto qui e là entra una linea di basso a movimentare le acque, fa capolino una tastiera a riempire un po’, oppure la batteria ha un piccolo impeto, ma in generale, questa prima parte, rimane un momento come sospeso nell’aria e tenerissimo. Ottima la versione della nuova Ohm, splendide I’m On My Way, l’incantevole Cornelia And Jane e Decora (A Rehearsal), tutte presenti in un set assai poco d’impatto ma, comunque, apprezzato lo stesso dal pubblico. E’ chiaro, però, che tutti si aspettavano la parte elettrica dello show. Al termine del set acustico, i tre scendono dal palco, il quale viene riassestato e, dopo una pausa a dire il vero un po’ lunghetta, vi tornano sopra cambiando radicalmente sonorità. Tanto la prima parte era stata lieve e sussurrata, tanto questa è rumorosa e acida. Paiono un’altra band, ma chi conosce la discografia degli Yo La Tengo, sa che entrambi gli elementi fanno parte del loro modo d’essere. Detta subito il passo a quello che seguirà l’attacco con Stupid Things, un concentrato di feedback e dissonanze elettriche, presto raddoppiate dall’ipnosi sonicyouthiana di una stratosferica Flyng Lesson (Hot Chicken #1), dalla potenza garage di Watch Out For Me Ronnie e dalla ripresa di Ohm che, nella sua veste elettrica, dimostra di essere già un nuovo classico per la band. L’apoteosi arriva però con la Little Honda dei Beach Boys dove, per oltre dieci minuti, danno vita ad una devastante deflagrazione di rumore bianco e distorsione estatica. Pare il finale perfetto questo ma, nel bis, c’è ancora spazio per nuove emozioni: dapprima una bellissima Upside-Down, poi un’arrabbiatissima cover di Nervous Breakdown dei Black Flag (cantata da McNew) ed infine la ciliegina sulla torta con la Tried So Hard di Gene Clark, che faceva bella mostra di sé già sul loro Fakebook del 1990. Non sono invecchiati di una virgola, da allora, gli Yo La Tengo. Dio o chi per esso li mantenga sempre così. Concerto straordinario!

Lino Brunetti

Foto © Lino Brunetti

Foto © Lino Brunetti

SPAIN @ Teatro Dal Verme – 29 novembre 2012

Una bella rassegna “Music Club” che, per l’ennesima volta, ha allietato i pomeriggi di quanti potevano permettersi di andare al Teatro Dal Verme di Milano, in un orario normalmente destinato agli aperitivi, anziché per sorseggiare un cocktail, per assistere a dei gran bei concerti, con artisti quali Mick Harvey, Josephine Foster, Thony, tra gli altri. Il 29 novembre è stata la volta dei rinnovati Spain di Josh Haden, tornati al disco e ai tour dopo una pausa durata oltre dieci anni. Ma andiamo con ordine: ad aprire la serata c’era il bravo cantautore siciliano Fabrizio Cammarata, che alcuni ricorderanno anche col nome The Second Grace. Voce, chitarra acustica e tamburello, per un set che ha saputo emozionare attraverso un pugno di canzoni che, al cantautorato nostrano, aggiungono suggestioni latine (ha eseguito anche una bellissima versione di La Llorona) e provenienti dagli Stati Uniti (il suo ultimo disco è prodotto da JD Foster e vede alcuni Calexico collaborare). Giustamente un po’ emozionato – era la prima data di un tour tutto di spalla agli Spain in Europa – ha convinto attraverso una voce sicura e a suo agio sia nel sussurro che nell’urlo e grazie ad un’umanità evidente. Cammarata è sceso dal palco da pochi minuti, che ecco prontamente sopra di esso gli Spain. La formazione è quella dell’ultimo album, l’ottimo The Soul Of Spain, quindi con Haden a voce e basso, Daniel Brummel alla chitarra elettrica, Randy Kirk a tastiere e seconda chitarra e Matt Mayhall alla batteria. L’idea di questo nuovo tour è quello non solo di presentare le canzoni dell’ultimo album ma, pure, di fare un completo excursus sulla loro produzione discografica. Ed è a questo che abbiamo assistito durante lo show. L’attacco è quasi tutto ad appannaggio dei brani più recenti ma, ben presto, iniziano ad arrivare anche quelli tratti dai primi tre album, in particolare dall’immortale The Blue Moods Of Spain. Sul palco i quattro non è che siano proprio vivaci. Haden è forse il più improbabile frontman che abbia mai visto: ha la verve di un bradipo, quando parla, giochicchiando un po’ con la sua mancata vena di entertainer, dice una parola ogni tre secondi e appare quantomeno bizzarro. Gli altri musicisti non sono particolarmente più calorosi, ma dai loro strumenti sanno come distillare turbamenti. E’ infatti tutto da una musica che una volta era slowcore, ma che oggi è semplicemente un blues notturno ed avvolgente, che giungono le emozioni. Gli interventi di Brummel alla chitarra sono sempre incisivi e raffinati allo stesso tempo, Kirk è un musicista intelligente capace di legare con il suo Hammond, col piano ed anche, a volte, con una seconda chitarra elettrica, le varie componenti del suono Spain, mentre la sezione ritmica ha quasi sempre quel passo rallentato e narcotico che è un po’ il marchio di fabbrica della formazione. La voce di Haden è calda ed espressiva e non ha mai cedimenti, sia che si tratti delle loro tipiche ballate come Only Love, sia che stia cantando pezzi più movimentati e pop quale la bella She Haunts My Dreams. I punti più alti nel finale, quando uno via l’altra sfilano una World Of Blue, in cui finalmente la band si lascia andare al fragore degli strumenti con una coda elettrica clamorosa, ed una Spiritual letteralmente da lacrime agli occhi, un pezzo di cui anche Johnny Cash aveva riconosciuto la grandezza. Un graditissimo ritorno per una delle band culto degli anni ’90.

Lino Brunetti

Spain (Josh Haden) © Lino Brunetti

Spain (Josh Haden) © Lino Brunetti

Spain (Josh Haden & Daniel Brummel) © Lino Brunetti

Spain (Josh Haden & Daniel Brummel) © Lino Brunetti

Fabrizio Cammarata © Lino Brunetti

Fabrizio Cammarata © Lino Brunetti

UFOMAMMUT + BOLOGNA VIOLENTA live @ Magnolia – 29 novembre 2012

Come giustamente mi faceva notare il mio amico Lino in quel del Magnolia, per assistere ad un concerto di Nicola Manzan, alias Bologna Violenta, bisogna arrivarci con un minimo di preparazione, altrimenti si rischia di rimanere quantomeno spiazzati davanti alla sua performance. Si presenta sul palco con chitarra, set di pedali e le sue basi, scatenando mezzora di inferno. Il suo grind core, mischiato ad elettronica (“altro che Skrillex” urla) punk, rumore puro, a volte spruzzate classiche, violenza e velocità è un’originale performance ai confini della musica. Poi bisogna riconoscergli grande ironia e un’ottima presenza, con quel suo sinistro fare luciferino, salta, implora drammaticamente pietà a dio, imbraccia un violino e lo tortura, insomma, come detto in apertura anche per chi è avvezzo già alla sua musica si rimane piacevolmente sorpresi. Immagino (e ho origliato) commenti di stupore, ma gli va dato atto di avere una coerenza esemplare nel portare avanti il suo non facile credo musicale. Dopo una breve pausa (insolitamente stringati i tempi questa sera) ecco gli Ufomammut, freschi di contratto con Neurot e di un tour europeo che ha ulteriormente consolidato la loro crescente fama. Si perché dopo la doppia release di Oro, le loro quotazioni sono in netta ascesa e decidono di prendersi un meritato periodo di riposo non prima di aver salutato il proprio paese con quest’ultimo show. Discreta la partecipazione di pubblico e la loro partenza è un diesel che lentamente si mette in moto, fino al raggiungimento del giusto regime e dell’esplosione che puntualmente avviene dopo pochi minuti. La presentazione del loro ultimo lavoro è compatta e sulfurea, suoni possenti e fortemente doom si alternano a piccoli momenti di quiete, spazzati poi via dalle impressionanti accelerazioni che ne caratterizzano il sound. Vita è un batterista che picchia come un dannato, Urlo da sfogo a basso ed headbanging, cimentandosi anche in un cantato proveniente dall’oltretomba, Poia piazza riff a ripetizione scatenando la sua barba contro l’audience. Un volume decisamente alto ma che permette di cogliere appieno tutte le sfumature del loro sound, una partecipazione dei tre caratterizzata da grande impegno (senza spiaccicare una parola, però) catalizzano l’entusiasmo del pubblico che ancora una volta ha avuto la sua sana razione di orecchie fumanti e pesantezze varie.

Daniele Ghiro

Bologna Violenta © Lino Brunetti

Bologna Violenta © Lino Brunetti

Ufomammut (Urlo) © Lino Brunetti

Ufomammut (Urlo) © Lino Brunetti

Ufomammut (Poia) © Lino Brunetti

Ufomammut (Poia) © Lino Brunetti

Ufomammut (Vita) © Lino Brunetti

Ufomammut (Vita) © Lino Brunetti

DIRTY THREE live @ Tunnel – 15 novembre 2012

Si apre con la performance degli inglesi, di Bristol, Zun Zun Egui, la data milanese dei Dirty Three. La formazione britannica, il cui disco d’esordio c’aveva colpito non poco, dal vivo, dimostra di avere delle carte da giocare – a partire da una evidente capacità tecnica sugli strumenti – ma anche di dover lavorare ancora su qualche particolare (qualche inutile lungaggine, un cantante che dovrebbe imparare a modulare un po’ di più la sua voce, senza urlare sempre). Ad ogni modo, una mezz’oretta divertente che ci ha scaldato nell’attesa che sul palco arrivassero gli sporchi australiani. Cosa c’è da aggiungere ancora, sul trio guidato da Warren Ellis, che già non abbiamo detto in passato? Probabilmente poco. I Dirty Three dal vivo sono una potenza stratosferica ed una garanzia che, col passare degli anni, non conosce cedimenti di sorta. E come potrebbe essere altrimenti? Ellis, le cui presentazioni ai brani hanno ormai del leggendario – stasera era particolarmente intento a tessere messaggi d’amore al tecnico delle luci del locale, oltre a ricordarci, a modo suo, quanto il mondo sia inevitabilmente fottuto – è un autentico tarantolato, un piccolo folletto barbuto che urla, strepita, violenta il suo strumento, che ha con lui e con il pubblico un rapporto che non si può non definire fisico. Di tutt’altra caratura la presenza sul palco di Mick Turner, impassibile come una sfinge, da sempre l’uomo che non sorride mai, che non si limita a suonare la chitarra, ma che da essa tira fuori delle note che più che altro sono pennellate impressioniste. A tenere insieme il tutto, il grandissimo Jim White, un tipo che pare abbia appena finito il suo turno notturno di scaricatore al porto, e che invece è semplicemente uno dei più grandi e personali batteristi al mondo. Non si limita, banalmente, a tenere il tempo: dalle sue bacchette e dai suoi tamburi, il ritmo sguscia fuori rotolante, allo stesso tempo raffinatamente jazzato ed invariabilmente potente come una serie di calci nel culo ben assestati. C’è molta improvvisazione in un concerto dei Dirty Three. I tre suonano sempre guardandosi l’un l’altro, pronti a seguire l’onda di una musica che viaggia sempre sull’onda dell’emozione del momento. I loro pezzi, si potrebbe quasi dire, sono quasi dei canovacci su cui di volta in volta incistare mutazioni, ed in questo, certamente, pur senza esserlo assolutamente, risiede la loro attitudine jazz. E’ per questo che poi, citare un pezzo piuttosto che un altro, è quasi inutile. Un loro concerto è un’esperienza unitaria, un flusso sonoro che ti prende l’anima e te la strizza fino alla fine.  Poi, qualche momento particolarmente intenso, nell’ora e quarantacinque di show, comunque c’è stato, a partire da una sempre indiavolata The Zither Player o, al contrario, per una poetica ed elegiaca Ashen Snow, in gran parte suonata da Ellis al piano e sempre più lirica durante il suo svolgimento. Non rimane più molto da dire per narrare la grandezza dei Dirty Three. La prossima volta che passeranno dalle vostre parti, non perdeteveli per nulla al mondo!

Lino Brunetti

Warren Ellis (Dirty Three) Photo © Lino Brunetti

FISHBONE live @ Arci Lo-Fi – 14 novembre 2012

A volte le aspettative per un concerto non sono quelle giuste. Capita di avere una voglia matta di andarsi ad ascoltare un gruppo e se ne esce delusi. Poi ci sono quelle serate in cui ti chiedi: “vado o non vado?”, non è che ne hai tanta voglia, e i motivi possono essere svariati, poi stai a casa e ti penti oppure decidi di passare una serata ad ascoltare musica. Fortunatamente ho deciso di muovere il culo verso il LO-FI per gustarmi i Fishbone e ne sono stato ampiamente ripagato. Non che ci fosse il pienone ma tant’è: io mi sono divertito, stupito e entusiasmato. Inizio un po’ difficoltoso con qualche problema agli ampli e il tecnico del suono decisamente nervoso, poi tutto si è risolto nel migliore dei modi e i sette si sono immessi sulla loro autostrada fatta di funky, swing, ska, rocksteady, heavy metal, hardcore per lasciarla un’ora e quaranta minuti dopo. Dalla formazione originale i superstiti sono solo un’allampanato John Norwood Fisher al basso ed un devastante Angelo Moore, voce, terhemin e sax di ogni tipo. Un’alchimia perfetta ed una macchina sonora impressionante, sia quando tirano fuori quei funky melmosi con la chitarra che straborda sia quando si immettono su swing dai fiati impressionanti. Poi quà e là accelerano e si lasciano andare a furiose escursioni nel punk, senza tralasciare le spruzzate ska ed una latente ma sempre presente dose di rap. Angelo è un cabarettista prestato alla musica, tiene il palco alla grande, canta, soffia nel sax, balla, si dimena, incita il pubblico trovando anche il tempo per una passeggiata di saluto con baci e abbracci al gentil sesso. Una band che a dispetto del lungo periodo di silenzio sembra avere ancora la forza per andare avanti, l’ultimo Crazy Glue ne è una dignitosa dimostrazione, ma non è sulle tracce fisiche che i Fishbone danno il meglio di sé: dal vivo è tutta un’altra storia, particolari, potentissimi, divertenti, ancora in pista e ne sono contento. Pensare che ho rischiato di rimanere attaccato al divano di casa. Mi sarei perso un pezzo di storia.

Daniele Ghiro