SWANS @ Locomotiv – 30 novembre 2012

Se state leggendo queste righe, ormai è chiara una cosa: non era la fine del mondo quella profetizzata dai Maya. Ora, a meno che non si riferissero alla ridiscesa in campo di Berlusconi, ci sono forti probabilità che avessero presagito l’apocalisse scatenata dagli Swans durante i loro più recenti concerti. Scherzi a parte, andiamo a raccontare una serata che ha avuto tutte le caratteristiche tali, da rimanere indelebilmente scolpita nella memoria. Il Locomotiv è un locale di Bologna, situato all’interno di un parchetto posto alle spalle della ferrovia e, tutto sommato, non lontanissimo dalla stazione dei treni. La sera del 30 è piovosa e fredda e, complice la luce illividita che si riverbera per le strade, è il classico tempo che induce a cercare un riparo. Il locale apre i battenti verso le 20.30 ed il pubblico – tra cui molti venuti da fuori città, Roma, Milano, Torino, Genova – iniziare a riempirne gli spazi. La data è sold out e quindi, un po’ alla volta, la gente si stipa in quella che sembra in tutto e per tutto una ex piscina coperta, riempita di cemento per essere trasformata in un locale per concerti o una balera. Puntualissimo come un orologio svizzero, alle 21 sale sul palco il grande Sir Richard Bishop. In una mezz’ora buona, l’ex Sun City Girls c’intratterrà con i suoi strumentali per chitarra acustica, in bilico tra tradizione folk, finger-picking faheyano ed ipnosi da raga indiano. Una partenza notevole, anche per via del contrasto con quello che sarebbe venuto dopo. Se qualcuno ha trovato prolisso ed estremo The Seer – per me, molto semplicemente, il disco dell’anno – probabilmente finirebbe con accogliere con un certo terrore gli Swans dal vivo di quest’ultimo tour. L’aveva preannunciato Michael Gira che, in concerto, le canzoni avrebbero continuato a mutare e a trasformarsi in qualcosa di diverso. Forse nessuno, però, si aspettava un simile tour de force ed una prova di così estrema potenza. Sul palco sono posti a semicerchio, con Gira al centro quale direttore d’orchestra: all’estrema sinistra c’è Christoph Hahn alle pedal steel, che mai come in questo caso sono parse uno strumento così poco country; a seguire Thor Harris, una sorta di selvaggio guerriero vichingo, intento a percuotere campane, gong, percussioni in genere; sul fondo, al centro, c’è la batteria del grandissimo Phil Puleo, che molti ricorderanno come l’ex batterista dei mai dimenticati Cop Shoot Cop; alla sua destra, Chris Pravdica, il bassista, nonché membro visibilmente più giovane in formazione, e Norman Westberg, a fianco di Gira da tempo ormai immemorabile, tutto tatuato e con lo sguardo di ghiaccio di un killer prezzolato, la cui arma è però una Fender Telecaster. Di quello che è successo durante le quasi tre ore di concerto, da questo punto in poi, non posso che darvi delle sensazioni sparse, visto che in breve tempo sono stato risucchiato tra le maglie di un suono ottundente e doloroso, talmente ipnotico e reiterato che quasi m’ha fatto perdere la cognizione di spazio e tempo. Dal vivo, i pezzi degli Swans, perdono qualsiasi struttura che non sia quella dettata dall’improvvisazione del momento. Gira si comporta come un vero maestro d’orchestra: guida la sua band spingendola verso sonorità sempre più estreme, facendogli assemblare veri e propri momenti di estasi wagneriana noise, costruiti come blocchi di suono letteralmente materico. Non c’è tregua per il pubblico, ma neppure per la band stessa, costretta a seguire gli ordini di un Gira che compone le sue visioni direttamente sul palco (e ad un certo punto ci sarà anche un palese battibecco, con tanto di fuck you, tra Gira e Pravdica, quest’ultimo colpevole di non essere sufficientemente attento alle direttive del leader). Brandelli di pezzi conosciuti si susseguono nella serata, ma sono resti martoriati, canovacci sanguinolenti su cui infierire con una musica che torna a recuperare macerie industrial. Anche la ripresa della vecchissima Coward (da Holy Money, loro celeberrimo album del 1986) va in questa direzione, suonando, se possibile, ancora più inquietante e pericolosa di come ce la ricordavamo. Quando poi, durante l’esecuzione di una infinita The Seer, prima salta la corrente, lasciandoci al buio storditi (e con gli Swans che continuavano imperterriti a suonare) e poi una ragazza cade svenuta, non si sa se per il caldo (visti anche i fari perennemente puntati sul pubblico), per la ressa o per l’oltranzismo del suono, e come se tutti i pezzi di una scientemente orchestrata dissoluzione della coscienza, andassero al loro posto. Ripristinata la corrente, i sei hanno riattaccato con rinnovata energia, con un ulteriore mezz’ora di lancinante violenza, stavolta si, quasi oltre la soglia del dolore. Un concerto monolitico, estenuante, in bilico tra la forza bruta della materia e l’estasi dettata dalla reiteratività ipnotica delle figure sonore. Mentre molti grandi gruppi dal passato estremo s’ammorbidiscono, Michael Gira, a quasi 60 anni, non dà segni di cedimento. Il suo sorriso sadico, alla fine della maratona, non ce lo dimenticheremo tanto facilmente. A modo suo, il concerto dell’anno (che è continuato anche nei tre giorni successivi, visto quanto mi fischiavano le orecchie!).

Lino Brunetti

Swans © Lino Brunetti

Swans © Lino Brunetti

Swans © Lino Brunetti

Swans © Lino Brunetti

Swans © Lino Brunetti

Swans © Lino Brunetti

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SWANS “The Seer”

SWANS

The Seer

Young God/Goodfellas

Il ritorno in vita degli Swans, un paio d’anni fa, era stato unanimamente salutato come uno degli avvenimenti dell’anno. Il disco con cui Michael Gira aveva ridestato la sua creatura più celebre, My Father Will Guide Me Up A Rope To The Sky, aveva dimostrato quanto la band avesse ancora da dire ed il tour che gli era seguito, tra l’altro testimoniato da un doppio CD dal vivo, aveva reso evidente che razza di macchina da guerra potessero essere in concerto. Il nuovo album, come ampiamente preannunciato, è un mastodonte di due ore – in doppio CD, triplo LP o doppio CD Deluxe con DVD allegato – che lo stesso Michael così ha inteso presentare: Ci sono voluti trent’anni per arrivare a “The Seer”. E’ il culmine di ogni album realizzato dagli Swans, di ogni altro mio disco precedente e di qualsiasi altra cosa a cui io abbia mai collaborato. Ed è così davvero! The Seer è un album per molti versi epocale, un masterpiece in cui rifulgono in maniera sconvolgente tutte le anime del Gira autore. Nelle undici tracce di cui è composto l’album, è infatti facile trovare l’oltranzismo noise ed industriale degli inizi, ma anche il romanticismo folk-noir degli Angels Of Light e dei dischi degli ultimi anni, così come tutto l’immaginario poetico-apocalittico dell’autore che, comunque, sempre nelle note di presentazione all’album, dichiara che lo scopo della sua musica è sempre stato, a dispetto delle apparenze, il portare gioia e luce nel mondo. Suoi sodali in questa nuova sortita, gli stessi compagni del disco e del tour precedente – Norman Westberg, Christoph Hahn, Phil Puleo, Thor Harris, Chistopher Pravdica – a cui va aggiunto lo Swan onorario Bill Rieflin, ed una gran messe di ospiti – i nomi più importanti: Alan e Mimi dei Low, la vecchia compagna Jarboe, gli Akron/Family, Karen O degli Yeah Yeah Yeahs, Ben Frost, i Big Blood, Jane Scarpantoni – intenti ad aggiungere, a quelli della band, strumenti come archi, fiati, tastiere varie, voci e quant’altro. La Lunacy posta in apertura ci accoglie col suo mood oscuro ed incombente, con l’aspetto di un’ipnotica filastrocca dark, virata folk nel finale. Viene subito raddoppiata dall’allucinata Mother Of The World, inquieta nella prima parte, poi sempre più simile ad una ballata pianistica dai contorni ombrosi. Se The World è un semplice bozzetto acustico, giusto attraversato da lamine di rumore, è letteralmente imponente e per certi versi atterrente la title-track, trentadue apocalittici minuti aperti da un intro massimalista, un gorgo di rumore krauto-ossessivo che ad un certo punto s’infrange in una parte più rarefatta, con un’armonica fantasmatica che sottintende paesaggi desertici, privi di presenza umana, prima che il finale evolva definitivamente in passaggi più sinuosamente rock. Usciti vivi a stento da The Seer, è la volta di The Seer Returns, pezzo dal groove sostenuto e sorta di fumoso talking “blues” avvolgente. Chiaramente di blues non c’è davvero nulla, come non ce n’è, a dispetto del titolo, in 93 Ave. B Blues, canzone che porta alla mente reminiscenze industrial, tra voci cavernose, tonfi percussivi da pellicola horror e schegge acuminate di rumore bianco. Arrivano a questo punto, assai ben accolte, le più quiete tre canzoni che seguono: The Daughter Brings The Water è sostanzialmente acustica e avrebbe potuto far parte del repertorio degli Angels Of Light, Song For A Warrior è una stupenda country song visionaria, splendidamente interpretata da Karen O, Avatar è un ballata a là Gira al 100%, ritmata ed ipnotica, ma con una bellissima melodia e degli arrangiamenti a sorreggerla strepitosi (piano, archi, chitarre). Ci si prepara alla conclusione con gli ultimi due pezzi, non fosse che questi, da soli, superano i quaranta minuti. A Piece Of The Sky si apre con dieci minuti di drones siderali, prima di virare nei dieci successivi in una solenne, ma al contempo dolcissima, ballata. La conclusiva The Apostate è invece qualcosa che sta a metà tra distruzione totale ed estasi mistica: inesorabile passo tombale, una chitarra liquida che guizza tra le macerie, e poi l’esplosione noise-wave ululante della lunga sezione finale, che davvero ci riporta agli Swans che furono. Non è certo un disco facile o conciliante The Seer, ed in alcune parti chiede qualcosa in più del solito agli ascoltatori. Chi però saprà e vorrà penetrarlo si troverà di fronte ad uno dei capitoli più alti nell’opera di un grandissimo gruppo e ad un disco grandioso di per sé. Spero arrivino presto dal vivo dalle nostre parti!

Lino Brunetti