ORCHID “THE ZODIAC SESSIONS”

ORCHID

The Zodiac Sessions

Nuclear Blast

orchid

Amo gli Orchid, incondizionatamente. Sono gli unici, dopo i mitici Witchfinder General, ad avermi dato le stesse sonorità dei Black Sabbath di inizio carriera. E non stò parlando di influenze, stò proprio parlando della fedele riproposizione di quel suono, di quelle atmosfere e praticamente delle stesse canzoni, al limite del plagio. Anzi, senza limite, sono proprio uguali ai BS di Sabbath Bloody Sabbath e Sabotage. Ma le canzoni sono perfette, l’attitudine dei californiani (San Francisco) è pura al 100%, con contorno di pantaloni a zampa, baffoni e capigliatura seventies. Questo Zodiac Session raccoglie il primo EP (Through The Devils Doorway) e il primo album (Capricorn) rimasterizzati per l’occasione, visto il discreto successo dell’ultimo, fenomenale, The Mouths Of Madness. Come già detto molte band ci hanno provato, ma in pochi hanno saputo trovare il giusto feeling con queste sonorità e loro sono tra quelli perché, fondamentalmente, sanno scrivere delle grandi canzoni. La voce di Theo Mindell è meno acuta di quella di Ozzy ma il suo modo di cantare lo ricorda molto, Mark Thomas Baker alla chitarra si è studiato Tony Iommi fino al midollo e Keith Nickel (basso) e Carter Kennedy (batteria) si compattano in una sezione ritmica senza iperboli ma dura e granitica. Ci sono tante belle canzoni ma vi segnalo solo i primi due brani: Eyes Behind The Wall e Capricorn fanno letteralmente balzare sulla sedia tanto sono pesanti e presenti nonostante il suono chiaramente derivativo. Se li avete visti dal vivo saprete già che in loro non c’è nulla di costruito, sembra veramente di sprofondare nella Birmingham chè fù e quindi, se siete fan del sabba nero, non esitate e fateli vostri, non ne rimarrete delusi.

Daniele Ghiro

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KADAVAR “Abra Kadavar”

KADAVAR

Abra Kadavar

Nuclear Blast

Kadavar-Abra-Kadavar

I Kadavar (nome completamente sbagliato, che evoca trucidi combo di black metal e invece…) sono Berlinesi e sono tre tipi che sembrano sopraggiungere da epoche lontane, in un miscuglio non troppo sofisticato di metal tedesco della prima ora, tanto blues, tanto hard rock e una sana propensione a costruire semplici ma intriganti brani musicali che hanno nella forza e nella potenza, più che nella psichedelia, la loro forza maggiore. Sarà per questo che la Nuclear Blast li ha voluti tra le proprie fila, continuando un percorso di diversificazione che stà dando buoni frutti, inserendo accanto ai gruppi più metal in senso stretto anche altre derive decisamente più psichedeliche e “fumose”. In questo secondo disco i Kadavar non scoprono di certo l’acqua calda ma ci danno dentro a testa bassa senza troppi arzigogoli, andando dritti al sodo (tipico di queste band teutoniche) posizionando riff brutali in stile doom (Black Snake), conditi da decisi assalti della chitarra solista, che imperversa in ogni brano con tremende scorribande. I brani spaziano (ma non troppo) tra la tradizione metallica tipicamente europea e in effetti Doomsday Machine ci riporta per esempio alla prima era del metal, verso quegli Accept ancora acerbi di Restless and Wild, Come Back To Life è invece un trascinante hard in tipico stile seventies, Dust per contro sono i Black Sabbath più metallici, Fire rimanda a quanto fatto dai Pentagram, un brano incalzante e sostenuto da quei riff epici e marziali che tante volte abbiamo ascoltato. La precisione ferrea nella quale si muove il trio è la loro dote maggiore, tutto sembra fatto nella maniera migliore e nulla è lasciato al caso, con la chitarra scrocchiante vecchia maniera e la batteria che senza strafare si infila in un vorticoso accompagnamento. Le sorprese migliori arrivano comunque nella parte finale del disco, che si abbandona su livelli più psichedelici con il metronomico riff Hawkwindiano di Liquid Dream, e le spinte psichedeliche ricche di fuzz e riverberi di Rythm For Endless Minds che trascinanano le proprie spire nel sixtie sound liquido e debordante di Abra Kadabra. Non dei fuoriclasse assoluti ma degni alfieri di un sound che stà prepotentemente imponendo la propria capacità di coinvolgere nuovamente orecchie, come le mie, abituate da trent’anni ad ascoltare, senza stancarsi, la solita formula: ma attenzione, se questa è la qualità del risultato, assolutamente non c’è alcuna ragione per andare a scovare difetti, ma ce ne è a sufficienza per esaltarne i pregi.

Daniele Ghiro