GOD DAMN “Everything Ever”

GOD DAMN
Everything Ever
One Little Indian/Audioglobe

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Considerando che solo solamente un duo – Thom Edward a chitarra e voce e Ash Weaver alla batteria – i God Damn riversano sugli ascoltatori una tempesta elettrica d’incomparabile violenza. Ci avevano colpito con il loro esordio dell’anno scorso, Vultures, rilanciano facendo ancora meglio col nuovo Everything Ever, un disco più riuscito sotto tutti gli aspetti. Prodotte da Ross Orton (Fall, Drenge, Tricky), le tredici nuove canzoni non perdono minimamente in potenza – quel paio di ballate che ci sono, I’ll Bury You e Oh No, sono comunque torturate e seppellite dalla distorsione e solo la conclusiva Easily Misbled ha sonorità più acustiche – ma guadagnano in cura generale, mostrano una scrittura viscerale, ma più consapevole e rifinita e nell’insieme non lasciano indifferenti, soprattutto se siete fan della musica degli anni ’90. Si, perché è agli anni del grunge che guardano i due God Damn, agli ovvi Nirvana, agli Smashing Pumpkins, infilandoci un pizzico di sensibilità garage odierna, dello stoner, qualche riff sabbathiano e un po’ di psichedelia, nel tentativo di mescolare ulteriormente le carte. A rendere particolarmente rimarchevole ciascun brano, c’è poi il fatto che, nonostante il tutto sia rabbioso, abrasivo, metallico e autenticamente devastante, sia evidente una pur perversa qualità pop che, come ai tempi di Nevermind, potrebbe rivelarsi il viatico per una notorietà sempre maggiore. Intanto prossimamente passeranno dall’Italia: varrebbe la pena andare a vederli.

Lino Brunetti

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SAMARIS “Samaris”

SAMARIS

Samaris

One Little Indian/Self

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Quasi neppure il tempo di formarsi, nel 2011, che, nel giro di pochi mesi, i giovanissimi SAMARIS, già erano i vincitori dei due più prestigiosi premi della loro Islanda, il Músíktilraunir come miglior band (riconoscimento vinto l’anno prima dagli Of Monsters And Men) e il Kraumur Award per il loro EP di debutto. Insolito trio, formato dalla cantante Jófrí∂ur Ákadóttir, dalla clarinettista Áslaug Rún Magnúsdóttir e dai computer di Kári Steinpórsson, i Samaris si fanno conoscere oggi fuori dalla loro terra, grazie a questo disco pubblicato da One Little Indian che raccoglie i due EP pubblicati finora e qualche remix. Melodie eteree e fatate, cantate in islandese da una voce che ricorda Bjork senza volerla scimmiottare, poste su una base elettronica notturna ed evocante le luci dell’alba, con i fraseggi del clarinetto che non poco concorrono a rendere peculiare il loro suono. Considerando il miglioramento percepibile tra il primo ed il secondo EP, più solido e con pezzi migliori, un bel biglietto da visita ed un buon auspicio per l’album atteso per l’autunno.

Lino Brunetti