WES TIREY “I Stood Among Trees”

WES TIREY

I Stood Among Trees

Bandcamp

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Non è difficile immaginare quanto un territorio enorme quale quello del Midwest statunitense sia ricco di talentuosi e misconosciuti songwriters, che forse mai arriveranno ad un pizzico di fama o, ancora più semplicemente, a raggiungere le nostre comunque sempre attente orecchie (quanti di loro sono stati portati alla luce sulle pagine del Buscadero?). E’ stato l’amico Giuseppe Marmina a farmi conoscere Wes Tirey e qui, pubblicamente, voglio ringraziarlo. Wes arriva da Dayton, Ohio, nel pieno cuore di quello sterminato Midwest che abbiamo appena citato. Nelle sue canzoni gli ampi confini di quel territorio, che l’occhio stenta a contenere, si respirano tutti, così come si avverte la desolazione della vita di provincia, il tentativo di arrivare a cristallizzare i propri sentimenti attraverso un’introspezione a volte sofferta, a volte dolcemente malinconica. Armato solo di una chitarra acustica, di un banjo e di un Fender Rhodes, e con un pugno di storie da raccontare, Wes Tirey, in questo EP intitolato I Stood Among Trees, ci consegna cinque vividi scorci sul suo mondo, dove sono di casa scenari da Gotico Americano, come nella bellissima Wild Beasts, racconti piccoli eppur così toccanti (la dolce The Evening Tide, The Time Leaves So Soon), pezzi in cui irrompe la cruda realtà, screziata giusto un po’ da un pizzico di necessaria visionarietà (Final Resting Place). Qualsiasi turbamento interiore ha sempre modo di sciogliersi però, magari nella contemplazione estatica della bellezza del mondo, nel rassenerante fulgore di un paesaggio infinatamente più grosso di qualsiasi nostra pena; è un po’ quello che evoca la conclusiva When Your Eyes See The Valley, un bellissimo strumentale per sola chitarra acustica che, se da una parte risveglia, per l’ennesima volta, il sempiterno fantasma di John Fahey o il ricordo di quando David Pajo si faceva chiamare Papa M, dall’altra ci fa capire che Wes Tirey, probabilmente, non è solo l’ennesimo cantautore del Midwest americano.

Lino Brunetti

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DIECI ANNI DOPO: STEVE VON TILL “If I Should Fall To The Field”

Dal Buscadero 245, aprile 2003

STEVE VON TILL

If I Should Fall To The Field

Neurot Recordings/Goodfellas

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Conosciuto ai più come il cantante e il chitarrista dei Neurosis, band orbitante nell’area del rock più estremo, Steve Von Till sorprese i suoi fans, già quando pubblicò il suo primo album solista As The Crow Flies. Abbandonate le atmosfere sature ed oltranziste della band madre, si proponeva lì, invece, come novello cantautore dalle tinte oscure, ma che trovava nel folk e nel blues, o comunque nella musica delle radici, il cuore pulsante della sua musica più personale. If I Should Fall To The Field si riallaccia al discorso iniziato con l’esordio e, alzando ulteriormente il tiro, pone Von Till come una delle voci più autorevoli nell’odierno panorama cantautorale. E’ profondo il senso di appartenenza e il legame tra l’autore e la memoria della musica americana che si percepiscono tra questi solchi. Il suono è generalmente scarno, spettrale, che poco o nulla concede in termini di ammiccamento all’ascoltatore. Gli arrangiamenti sono sempre misurati e puntano a raggiungere il massimo del risultato col minimo dei mezzi, e permettono alla voce roca e profonda di ergersi sul tutto e riempire i vuoti. Prendiamo ad esempio Am I Born To Die, un traditional che Von Till fa rivivere solo tramite il fiddle di Doug Adams e su cui canta con straordinaria intensità. Breathe è fatta di un filo d’organo e da una chitarra acustica, ed è subito un entrare nel mondo oscuro di un blues catacombale. To The Field si concede un urlo trattenuto, in uno dei rari momenti elettrici dell’album, mentre My Work Is Done è un blues fuori dal tempo, cadenzato dal suono del banjo. Hallowed Ground, uno dei capolavori del disco, ha una tensione interna straziante, tanto più che non arriva mai a scioglierla in una qualche fuga strumentale catartica, attesa per tutto il brano, ma la mantiene intatta lungo la durata dell’intera canzone. This River è colonna sonora perfetta per una storia alla Spoon River, con un evocativo intreccio di banjo e chitarra elettrica. Running Dry, ottima rilettura, è quella di Neil Young (stava su Everybody Knows This Is Nowhere). The Wild Hunt è folk dalle tinte gotiche, inesorabile e plumbeo, tale da far sembrare i 16 Horsepower delle spensierate educande. Anche Dawn viaggia attraverso questi lidi desolati, prima dell’addio lasciato a The Harpy, dove il nonno di Von Till, registrato dal figlio, recita una poesia sopra un drone di chitarra lasciato sullo sfondo a pennellare le ultime note di malinconia (quando si dice di generazione in generazione!). Un disco veramente molto bello If I Should Fall To The Field, che piacerà di sicuro a tutti quelli che hanno amato il Lanegan solista o l’ultimo album di Papa M. Di questi Von Till rappresenta la versione più dark, ma vi assicuro che se riuscirete a penetrare questo disco, vi catturerà e non vi lascerà più andare.

Lino Brunetti