CRYSTAL ANTLERS “Nothing Is Real”

CRYSTAL ANTLERS

Nothing Is Real

Innovative Leisure/Goodfellas

crystal14

Il nuovo album dei CRYSTAL ANTLERS, tornato ad essere un trio composto da Jonny Bell, Kevin Stuart e Andrew King, potrebbe essere letto quale efficace bigino di oltre trent’anni di indie/alternative rock. Non che siano una band priva di personalità, e i difficilmente catalogabili dischi precedenti sono lì a dimostrarlo, ma è indubbio che il gioco di rimandi, in Nothing Is Real, si sia fatto più scoperto. Per fortuna i tre sono ancora capaci di mescolare le carte e di offrire canzoni vive ed elettrizzanti: tra le sincopi art-punk virate wave di Pray non è difficile vedere gli slanci chitarristici dei Dinosaur Jr; le ballate possono passare dall’essere sofferte e torturate come Rattlesnake o virate verso la psichedelia come Don’t Think Of The Stone; alcuni pezzi hanno un più crudo approccio rock’n’rollistico (Licorice Pizza), altre sembrano seguire più i dettami del post-punk (Paper Thin); e se alle volte il modello è un misto tra Sonic Youth e Sebadoh (We All Gotta Die), in altri casi sono i Pixies ad essere tirati in ballo (Persephone) o dei Pavement particolarmente dilatati (Prisoner Song). Incalzante e mai domo, Nothing Is Real è in definitiva un buon attestato di vitalità per i Crystal Antlers.

Lino Brunetti

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DIECI ANNI DOPO: STEPHEN MALKMUS & THE JICKS “Pig Lib”

Seconda puntata della nostra riedizione di recensioni pubblicate sul Buscadero a dieci anni di distanza dall’uscita dei dischi in questione. Buscadero 244, marzo 2003, ecco cosa scrivevo del nuovo (allora) disco dell’ex leader dei Pavement.

STEPHEN MALKMUS & THE JICKS

Pig Lib

Domino Recordings

ole-572

Per iniziare a parlarvi del nuovo album di Stephen Malkmus e dei suoi Jicks non posso prescindere dal citare i Pavement, gruppo di cui Steve fu prima voce, prima chitarra e principale compositore e quindi in ultima istanza “volto”. Troppo, troppo importanti i Pavement perché la loro ombra non si allunghi ancora sul Nostro e in qualche modo non condizioni chiunque si approcci ai suoi dischi solisti. Alfieri di quella che nei primi novanta venne definita “slacker generation” (ci penserà poi Beck a fornirgli l’inno definitivo con Loser ) e autori di cinque splendidi album (più una raccolta di EP), di cui almeno il primo tranquillamente inseribile tra gli album capitali dei novanta, sono tornati d’attualità proprio in questi giorni per via della pubblicazione del  doppio DVD Slow Century (contenente un documentario, spezzoni live ed altro) e per l’album tributo approntato dalla nostrana Homesleep, intitolato Everything is Ending Here, che vanta la partecipazione, oltreché di alcuni dei migliori gruppi nostrani come Julie’s Haircut, Perturbazione o Yuppie Flu, anche di titolati artisti stranieri  del calibro di Fuck, Bardo Pond, Tindersticks etc. E naturalmente per via dell’uscita di questo Pig Lib, secondo parto discografico, dopo l’omonimo esordio di due anni fa , che a sua volta usciva a ridosso dello scioglimento della band e di cui in realtà non rappresentava una rottura col passato ma una sorta di prosecuzione. All’epoca si parlò di Pavement con un’altra sezione ritmica. In sostanza, chi si aspettava qualcosa di radicalmente nuovo, rimase inevitabilmente deluso, mentre tutti gli altri non poterono far altro che godere ancora di un pugno di canzoni col marchio di fabbrica  doc del nostro. E diciamolo subito, anche il nuovo album si pone lungo il tracciato di un percorso già battuto e si colloca come naturale seguito di un tragitto discografico che non prevede sbandamenti. Ho ascoltato questo disco molte volte e con gran attenzione, e i miei sentimenti nei suoi confronti sono a poco a poco cambiati. Allo scetticismo iniziale, dovuto principalmente alla sensazione che ormai la maniera si fosse impadronita della scrittura di Malkmus, è subentrata la sensazione di trovarsi di fronte ad un autore definibile ormai come classico. E non solo perché le canzoni, fin dai tempi dei Pavement, hanno, disco dopo disco, perso quella folle obliquità che le contraddistinguevano agli inizi, in virtù di una maggiore aderenza alla tradizione americana ma, soprattutto, perché, nel fare questo, Malkmus ha cristallizzato la propria scrittura senza perdere la propria personalità e le proprie peculiarità, divenendo anzi pietra di paragone per un sacco di bands a lui ispirate, come una sorta di, chessò, Lou Reed delle ultime generazioni. E tutto ciò continuando nello stesso tempo a mantenere un low-profile e a creare musica all’apparenza svagata quando non buttata lì, evitando così di essere (troppo) “istituzionalizzato”. Ed anche in questo disco quindi, si susseguono pezzi pigri e rilassati (Ramp of Death,Vanessa from Queens), venati da una vaga isteria (Water and a Seat), dall’anima pop ((Do Not Feed The)Oyster). Ci sono brani che ti ritrovi a canticchiare in una giornata di sole come Craw Song ed altri dall’anima più oscura come Dark Wave, che anche musicalmente dà quello che il titolo promette. Joanna Bolme al basso e John Moen alla batteria, assecondano il Nostro in maniera egregia (e si guadagnano pure l’intestazione del disco a fianco del nome di Steve) ma è la sua chitarra, forse mai così presente, a segnare la maggior parte dei pezzi con arpeggi e assolo, che in 1% of One esplodono a getto continuo, andando a formare un caleidoscopio di suoni per quello che è uno dei pezzi centrali del disco e per lo stato della musica di Stephen Malkmus, anno 2003. Le canzoni crescono con gli ascolti, anzi mi verrebbe da dire che sbocciano; quello che fino ad un attimo prima ti sembrava non convincente ad un tratto si apre in un improvviso splendore. Certo, anche stavolta nessuna rivoluzione, ma probabilmente non è da queste parti che vanno cercate. Qui ci sono solo belle canzoni. Se vi pare poco…

Lino Brunetti