REV REV REV “Rev Rev Rev”

REV REV REV

Rev Rev Rev

Autoproduzione

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Sono italiani, di Modena, ma fortunatamente non si sente. Questi ragazzi hanno nel cuore e nell’anima lo shoegaze più duro e crudo, quello che ti bombarda le orecchie senza lasciarti respirare. Perché appena partono i liquidi rintocchi e le dilatate voci di PS_Cube ci si immerge in melodie fantasma che ipnotizzano e che non ti preparano all’abrasivo intervento della chitarra distorta che scompagina le carte. Con Honey Sticky Fingers si cambia registro e le atmosfere si fanno decisamente più cupe e claustrofobiche che finiscono in un delirio di riverberi, fuzz e distorsione. Gran pezzo davvero. Se la deriva è chiaramente quella di Jesus And Mary Chain, My Blody Valentine e la vecchia scuola new wave più sporca, il quartetto modenese sguazza a suo piacimento in questo marasma sonoro incontrando però anche le traiettorie più moderne calcate da gruppi quali A Place To Bury Strangers: Catching A Buzz e Wave Speech lo stanno a dimostrare chiaramente. Per i loro standard di decibel Moonlight Soundscape è quasi soft e Rip The Veil si può considerare una ballata, che però è completamente andata a male, malata, infarcita di chitarre acidissime che destabilizzano la, relativa, quiete. Palma come miglior pezzo dell’album a Blue And Red un elettro/rock che a un certo punto viene letteralmente spazzato via da un riff punk spurio che deflagra nelle orecchie. Un disco sorprendente, ed è bello che ancora ci si riesca a sorprendere ascoltando un disco di una band italiana, che per me era sconosciuta. Ora non più e se amate il genere dovreste perlomeno dare un ascolto anche voi, troverete pane per i vostri denti.

Daniele Ghiro

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MOTORPSYCHO “STILL LIFE WITH EGGPLANT”

MOTORPSYCHO

Still Life With Eggplant

Stickman

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Bisogna dare ai Motorpsycho quello che è dei Motorpsycho e riconoscerne il valore. Dal 1991, anno in cui pubblicarono Lobotomizer, passando per almeno un capolavoro (Timothy’s Monster) e qualche caduta (The Death Defying Unicorn) fino ai giorni nostri hanno sempre saputo mantenersi ad un livello creativo e compositivo notevole. Sono d’accordo nel dire che spesso si guardano allo specchio e indulgono nell’autocelebrazione, che a volte si dilungano un po’ troppo in jam fini a se stesse, ma ai detrattori posso solo dire che bisognerebbe averne un bel lotto di gruppi che ancora riescono ad essere pulsanti dopo così tanti anni on the road. E poi, quando si mettono in testa di trasporre in musica quello che sanno fanno fare meglio, cioè buttare giù la testa e tuffarsi a bomba nella psichedelia hard degli anni settanta, possono essere veramente imbattibili. Ho già detto che il precedente The Death Defying Unicorn è stato per me una delusione, prolisso sino all’esasperazione, colmo di parti sinfoniche poco centrate e quello che si salvava non era moltissimo. Ma il nuovo disco dei norvegesi è, come spesso ci hanno abituati, ancora una cosa differente. Decisamente breve per i loro standard, 45 minuti per cinque canzoni e l’aggiunta di un secondo chitarrista. Hell, part 1-3 è la loro classica incursione nella storia dello stoner rock visto dal lato più prettamente psichedelico, chitarre che partono sabbathiane, poi condito da coretti al limite del sixtie pop, commistioni con il prog, ma anche robuste sezioni strumentali che dal vivo spesso si trasformano in incendiari momenti di puro hard rock psichedelico. August è la loro particolarissima rivisitazione di un brano dei Love. Barleycorn è invece molto più progressiva in senso stretto, prendete i Genesis dei primi album (si si, è così) e iniettate massicce dosi intramuscolari di proteine heavy rock, che lasciano partire emboli psichedelici in ogni parte del corpo della canzone. Ratcatcher invece è il loro caratteristico monolite: diciassette minuti che sanno fondere psichedelia sixties alla Grateful Dead e decise incursioni nell’hard hendrixiano. Un’altro brano che va ad aggiungersi alla lunga lista di quelli che dal vivo sanno fare faville. La ballata semi-folk The Afterglow chiude delicatamente un album che segna il loro ritorno su territori più concisi, concreti e meno estemporanei. Questo è esattamente quello che si aspetta di trovare quando esce un nuovo album dei Motorpsycho e bastano pochi ascolti per far proprie queste nuove canzoni aggiungendole alla lunga lista di quelle che fanno parte della loro storia, confondendosi, mischiandosi, sovrapponendosi. Fate un gioco, una prova: andate ad estrapolare a caso un brano per ogni disco pubblicato ad oggi dalla band norvegese e avreste una compilation con la stessa vivacità mostrata da ogni singolo disco, anche in questo senso la loro è una jam totale e i continui sold-out ai loro concerti lo confermano appieno.

Daniele Ghiro

BLAAK HEAT SHUJAA – The Storm Generation

BLAAK HEAT SHUJAA

The Storm Generation

Tee Pee

Il loro omonimo esordio due anni fa mi aveva impressionato ed ora i parigini se ne ritornano con un EP in attessa del nuovo album previsto per la primavera. Una buona mezz’oretta di antipasto che non fa che confermare le ottime qualità del gruppo. Negli undici minuti abbondanti dell’iniziale The Revenge Of The Feathered Pheasant ci sono tutti i punti fermi del gruppo, a partire da un basso tremebondo che imperversa in profondità, lisergici innesti chitarristici con abbondanti sconfinamenti in territori psichedelici estremi, là dove volano alti The Warlock e Wooden Shijps tanto per citare un paio di gruppi che possono benissimo fare da riferimento. Momenti semi krauti innestati su una base che sta a metà strada tra Live at Pompei e la title track del primo album del Sabba Nero. I Blaak sono orgogliosamente in bilico tra una pesantezza stoner e una lisergica psichedelia, con un leggero vantaggio per quest’ultima a dire il vero, anche perchè la preponderanza strumentale della loro musica è notevole, pur non disdegnando anche parti cantate. In questo contesto, una canzone come Helios potrebbe benissimo inserirsi sia in una colonna sonora di un film di David Lynch come in quella di uno di Rob Zombie, tanto per interderci, sfiorando a più riprese il contatto con la musica dei Naam. The Storm/We Are The Fucking Storm porta sinistre nubi cariche di pioggia, Fusil Contra Fusil è cantata in spagnolo ed è maggiormente classica, dal sapore epico di una psichedelia antica. Non avevo sbagliato e i BHS non mi hanno deluso, ora l’attesa per il nuovo disco si fa decisamente elettrica.

Daniele Ghiro