DIECI ANNI DOPO: RADIOHEAD “Hail To The Thief”

Mentre Thom Yorke è in questi giorni in giro con gli Atoms For Peace, ecco cosa scrivevamo, dieci anni fa, dell’allora nuovo album dei Radiohead.

RADIOHEAD

Hail To The Thief

Emi

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Chi si aspettava – magari al seguito delle parole di Jonny Greenwood, chitarrista della band che, interrogato circa la direzione presa dal nuovo album, aveva parlato di canzoni da tre minuti con una più forte presenza delle chitarre – che i Radiohead con Hail To The Thief effettuassero un passo indietro, magari tornando alle origini, forse rimarrà deluso. Il fatto è che Thom Yorke e compagni sono una band la cui portata artistica, la cui serietà d’intenti e il cui encomiabile percorso musicale, sono tali da rendere un’opzione di questo genere semplicemente impensabile. Del resto, dopo aver dato alle stampe con The Bends uno dei capolavori del britpop, che senso avrebbe avuto continuare a muoversi per quei lidi? Il viaggio intrapreso dapprima con OK Computer, poi attraverso due dischi realmente epocali come Kid A e Amnesiac, è approdato in territori, quantomeno in ambito “mainstream”, realmente inesplorati, da un lato effettuando un’operazione di sintesi stupefacente e nel contempo spostando in avanti il limite di ciò che abitualmente passa attraverso radio, MTV e affini, proponendo quindi in ambiti commerciali una musica flirtante con forme di avant rock e elettronica radicale. Messo come è ormai consuetudine anzitempo in Internet (in una versione però non definitiva e, alcuni sostengono, con il beneplacido della band stessa), Hail To The Thief (splendido titolo che riprende lo slogan tormentone degli avversari di Bush in campagna elettorale) è quindi il nuovo capitolo di una storia avvincente e creativa che, diciamolo subito, non delude. Prodotto da Nigel Godrich, meno estremo e maggiormente comunicativo rispetto ai diretti predecessori, è un disco che comunque non rinuncia alla sperimentazione e al rimescolare elementi diversi all’interno delle sue canzoni, cercando un suono che sia al tempo stesso più diretto ma non scontato, valido supporto alle liriche stilizzate e impressioniste del leader. Apre il disco 2 + 2 = 5, elaborato brano dall’intro pacato che nel seguito scoppia in una sfaccettata deflagrazione elettrica. Sit Down. Stand Up. è un ipnotico delirio in crescendo che ha il suo apice nel finale, dove batteria e ritmo elettronico si fondono in un tutt’uno. E’ seguita dalla ballata notturna Sail To The Moon e dalle espansività in salsa digitale della splendida Backdrifts. Per contro Go To Sleep ha il piglio del folk-rock psichedelico ed è sorretta dalla chitarra acustica; viene bissata dall’epica rock di Where I End And You Begin che invece precede l’antro oscuro in cui vive la pianistica, plumbea mestizia di We Suck Young Blood. The Gloaming è uno dei momenti più sperimentali dell’album, vista la parentela col glitch e con il rumorismo elettronico, appropriato scenario per la melodia paranoica di Yorke. There There, il singolo, messa subito dopo, col suo forte impatto elettrico e con dei toni maggiormente distesi, finisce con l’essere quasi catartica. I Will, altro lento emotivamente intenso, si gioca le sue carte su un raddoppio vocale, A Punchup At A Wedding è un alieno R’& B’, Myxomatosis un bad trip elettro-futurista, Scatterbrain una dolce ballata malinconica. Chiude l’album A Wolf At The Door, un’evanescente talking-blues dall’andamento cadenzato. Disco come sempre non facile e bisognoso di diversi ascolti, Hail To The Thief è album completamente calato nella contemporaneità, sia a livello sonoro, col suo alternare organico e digitale, che a livello lirico, immerso com’è in quest’epoca di guerre e sbando senza direzioni. I Radiohead si confermano cantori dei nostri tempi confusi e lo fanno con un album la cui reale portata ci verrà data solo dal passare del tempo.

Lino Brunetti

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ESKINZO “Eskinzo”

ESKINZO

Eskinzo

Libellula Label/Audioglobe

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Un debutto davvero coi controfiocchi questo degli Eskinzo – il nome deriva da quello di una spiaggia presente nelle Isole Canarie – band nata nel 2009 sull’asse Torino-Londra, per mano di Luca Cognetti e Matteo Tambussi. La loro musica è un cangiante concentrato di psichedelia pop, elettronica e alternative-rock, ma è difficile irreggimentarne i confini in un unico recinto. Provate ad immaginarvi certe melodie degli …A Toys Orchestra, intrappolate però in un sound che guarda ai Radiohead più conturbanti o ai Nine Inch Nails migliori e, forse, potrete iniziare a farvi un’idea. Nelle loro canzoni, anche i passaggi più melodici, sono sempre sposati ad una inquietudine ritmica pressante e a sonorità tutt’altro che accomodanti che prevedono inserti noise, glitch elettronici, strati di tastiere, e una mescolanza acustico-sintetico sempre esaltante. Ne viene fuori un suono teso e chiaroscurale, continuamente in bilico tra la comunicabilità di certe melodie e l’apprensiva oscurità veicolata invece da certi passaggi musicali contrastati. Non bastasse ciò a farvi venire un po’ di curiosità, sappiate che qui è altissimo anche il livello delle canzoni stesse, a partire dall’ottima Toys che apre il disco, passando per l’enfasi melodica del primo singolo Jesus Honeyfly, per l’ombrosa 4th Day Pray, per l’avvolgente The Lonely Soul In The Sugar Bowl, per una Kyotolove ipnotica, per una Mighty You che pare uscita da The Downward Spiral o per la doppietta Western Fuzza e Eastern Fuzza, in cui la seconda è la versione glitch ed isolazionista dell’affondo elettronico-rock propugnato dalla prima. Gran disco, di assoluto livello internazionale. Segnatevi il loro nome!!!

Lino Brunetti

MARCO NOTARI “Io? – Deluxe Version”

MARCO NOTARI

Io? – Deluxe Version

Libellula/Audioglobe

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“Chiuso in una bellissima confezione, arricchita dai disegni di Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione, Io? è il terzo album del cantautore torinese MARCO NOTARI, come sempre affiancato dai suoi Madam (Andrea Bergesio, Pax Caterisano, Luca Cognetti, Roberto Sburlati). Caratterizzate da un tessuto strumentale ricchissimo in cui a rifulgere sono soprattutto il piano, il glockenspiel e le chitarre – ma a cui si aggiungono tastiere varie, fiati, archi, insoliti drum set fatti di scatole di cartone o di tamburi da banda – queste dieci canzoni si segnalano per un sound avvolgente che circuisce l’ascoltatore guidandolo in atmosfere tra l’estatico ed il sognante. E se è facile trovare nel cantato di Marco l’elemento più marcatamente pop, più difficile è definire univocamente le musiche qui contenute, continuamente ondeggianti tra slancio rock e melodia, introspezione folk ed elettronica psichedelica. A tratti, questi brani, potrebbero ricordare un qualcosa a metà tra i Radiohead ed i Sigur Ros, ma sono giusto delle suggestioni per indirizzarvi nella giusta direzione. Tra le altre, ottime davvero Le Stelle Ci Cambieranno Pelle e Hamsik”. Ecco cosa scrivevamo, sulle pagine del Buscadero del settembre 2011, al momento dell’uscita del terzo disco di Marco Notari. Oggi, in occasione della partecipazione del cantautore al concertone del Primo Maggio a Roma, Io? viene ripubblicato – solamente in digitale sul sito dell’artista o su quello dell’etichetta – con l’aggiunta di ben due dischi, Canzoni Segrete, contenente b-sides, demo ed alcune belle cover, e Live @ Ratatoj,registrato chiaramente dal vivo durante una data dell’ultimo tour. E’ così possibile, non solo riapprezzare nuovamente la bellezza di un disco che non ha certo smesso di essere fascinosamente in bilico fra diverse istanze musicali, ma pure recuperare alcuni brani di meno larga diffusione (vedi ad esempio la bella e radioheadiana Thesiger, in origine b-side di Io), assaporare ottime riletture di brani di Vasco Rossi (Jenny è Pazza), Garbo (Un Bacio Falso), Francesco De Gregori (Caterina), Fabrizio De André (Hotel Supramonte), Beatles (Happiness Is A Warm Gun), nonché godere dell’efficacia, dal vivo, di Notari e dei suoi Madam. Insomma, non avete più scuse per non far vostro questo disco! Per info, download e acquisti, qui.

Lino Brunetti

KING OF THE OPERA “Nothing Outstanding”

KING OF THE OPERA

Nothing Outstanding

La Famosa Etichetta Trovarobato/Audioglobe

Fino ad oggi, per veicolare la sua musica, il ventiseienne Alberto Mariotti aveva utilizzato lo pseudonimo di Samuel Katarro. Chiunque segua, anche solo distrattamente, la scena musicale indipendente italiana, non avrà potuto non imbattersi in questo nome, visto che i suoi due dischi – Beach Party del 2008 e The Halfduck Mystery del 2010 – sono stati tra i più chiacchierati ed osannati dalla stampa negli ultimi anni. Non un abbaglio critico, giacché davvero la miscela di blues, psichedelia acida, folk, pop barrettiano e rock indipendente messo a segno in quei dischi, si è palesata quale una ventata di creatività ed aria fresca da far rizzare non poco le orecchie. Qualche mese fa, pubblicando prima il semi bootleg dal vivo Live At The Place e poi l’antologia (in digitale) The Death Of Samuel Katarro, Mariotti dava il via ad una nuova fase della sua carriera musicale, stavolta sotto la denominazione King Of The Opera. A giustificare il cambio d’intestazione, vi è una revisione dei canoni musicali fin qui proposti, anche se i musicisti che lo seguono in questa nuova avventura sono praticamente gli stessi, ovvero il batterista Simone Vassallo ed il multistrumentista Wassilij Kropotkin (chitarre, violino, piano, tastiere ed effetti). Il blues, che già era in buona parte scomparso nel secondo album, qui è del tutto assente, e lascia il posto a sonorità nettamente più rock. Anche la scrittura stessa dei brani pare muoversi verso territori meno bizzarri, lasciandosi alle spalle le derive barrettiane e watsiane del passato. In un primo momento, questo aspetto, aveva indotto a pensare ad un ridimensionamento del lato più originale della sua musica. Gli ascolti ripetuti hanno però alla fine fugato ogni dubbio: Nothing Outstanding è ancora un disco notevolissimo, probabilmente ancora più solido e lucido dei precedenti, un po’ più istintivi. Lo dimostra subito, del resto, l’attacco con Fabriciborio, un’espansa ballata lisergica, dapprima liquidamente lirica, poi sempre più rock nel suo svolgersi. Worried About, venisse da una band inglese, sarebbe un singolo perfetto: bella melodia in primo piano, stesa su un arrangiamento elettroacustico, reso dinamico da una propulsiva spinta pop-rock. La successiva GD invece rallenta, preferendo virare su malinconici lidi psych-folk, lasciando a The Floating Song il compito di tornare a far vibrare le chitarre, attraverso un pezzo che non poco porta alla memoria i Radiohead più rock, quelli di The Bends per intenderci. Molto d’atmosfera la title-track, guidata da un piano Rhodes e con un mood notturno e sospeso, mentre Heart Of Town è una lunga ballata dai tratti wave, percorsa da lancinanti lamine chitarristiche. Nine-Legged Spider getta un ponte verso le sonorità dei dischi di Katarro, esplicitando scenari da incubo bizzarro, ben sottolineati dal piano e dalla chitarra elettrica. In qualche modo fa lo stesso anche Pure Ash Dream, ma qui il proscenio è preso da un’inquieta filastrocca dark, contrappuntata dallo svisare di un violino e aperta nella seconda parte da un elettrico moto ascensionale, parente di certe cose dei Low. Rimanendo in tema di ponte col passato, la dolce ballata pianistica che chiude le danze, s’intitola The Halfduck Misery, quasi come il suo secondo album. In definitiva, un disco che rimane vario e molto creativo questo primo King Of The Opera, che conferma il talento di un ragazzo che, alla faccia dei tempi grami che stiamo vivendo a tutti i livelli, ha un grande futuro di fronte a sé. Consigliatissimo.

Lino Brunetti

PRETEEN ZENITH “Rubble Guts And BB Eye”

PRETEEN ZENITH

Rubble Guts and BB Eye

Good Records Recordings

E’ molto probabile che musicalmente poche o punte tracce dell’esistenza dei The Polyphonic Spree riescano ad affiorare anche nella mente dell’ascoltatore più attento, ma è impossibile dimenticare una rock’n’roll band composta da 20 elementi e vestita di candide tuniche quasi si trattasse di una comunità evangelica. Formati a Dallas, Texas nel 2000, da Tim DeLaughter, i Polyphonic Spree sbocciano nel panorama indie-pop americano, proponendo una musica sinfonica e corale come se Pet Sounds fosse il loro vangelo: in breve tempo guadagnano una discreta popolarità attraverso un trittico di album di studio, piazzano qualche canzone in colonne sonore di spot commerciali e film indipendenti e intraprendono una prospera attività concertistica, ricominciata proprio quest’anno dopo una lunga pausa. Salvo un paio di recenti singoli, dall’ultimo lavoro The Fragile Army del 2007, nessuna nuova pubblicazione ha più visto la luce, lasciando intendere che la band attraversasse un periodo di stallo almeno dal punto di vista compositivo: la ragione è probabilmente racchiusa in Rubble Guts and bb Eye, esordio dei Preteen Zenith, il nuovo progetto concepito da DeLaughter insieme all’amico Phillip E. Karnats, con cui aveva già condiviso l’esperienza Tripping Daisy nel corso degli anni ’90. Dal 2009 infatti, DeLaughter incomincia a registrare tracce sul proprio computer con il solo scopo di fissare delle idee, appunti che si trasformano in canzoni quando Karnats lo invita a Chicago, dove il nuovo progetto assume gradualmente forma concreta. I due si chiudono in studio con una pletora di strumenti e con le idee sempre più chiare, cominciano a registrare il materiale per Rubble Guts and bb Eye, mentre alle sessions si aggiungono sempre nuovi collaboratori ed amici tra cui Julie A. Doyle alle voci, Erykah Badu effimero ospite al canto in Damage Control, Jason Garner e Stuart Sikes alla batteria, Dylan Silvers alla chitarra.  Il risultato è davvero sorprendente anche riuscendo ad immaginare quello che potrebbe scaturire da una fantomatica session tra Brian Wilson, Spiritualized e Brian Eno: una musica dove si intrecciano pop, psichedelia ed elettronica in una visionaria alchimia di melodia, campionamenti ed orchestrazioni, capace di evocare i Mercury Rev più barocchi, i più onirici Grandaddy, gli ultimi Sparklehorse o gli Arcade Fire più magniloquenti. Intrecci vocali, singhiozzi lo-fi, bolle ambient, lampi acustici, cambi di tempo improvvisi, ronzio di nastri e lisergiche esplosioni melodiche riempiono le nove tracce di questo debutto, dove nennie a bassa fedeltà si trasformano in vaporose volute armoniche come nell’iniziale Breathe; o nebulosi elettro-pop in minimali code ambient come in Life o Late; dove scintillano memorie psyco-wave in Relief, che potrebbe stare tanto in un disco dei Dr. Dog quanto in uno degli Echo & The Bunnymen; contaminati synth-pop come Damage Control o il monumentale wall-of-sound di Maker; crepuscolari ballate che sembrano sempre sul punto di scivolare nel caos come la splendida Peddling o la sinistra Meat, sospese tra la malinconia di Mark Linkous e le visioni prog del primo Peter Gabriel. Trasformando la melodia in avanguardia, i Preteen Zenith sembrano costituire l’ultima frontiera dell’intellighenzia pop: nulla di quanto contenuto in Rubble Guts and bb Eye potrebbe passare con serenità su una qualsiasi radio, ma di certo si farà apprezzare da chi ha venerato la lungimiranza di dischi come Kid-A dei Radiohead o Loveless dei My Bloody Valentine.

Luca Salmini

JACKIE-O MOTHERFUCKER “Flags Of The Sacred Harp”

JACKIE-O MOTHERFUCKER

Flags Of The Sacred Harp

Fire Records/Goodfellas

Per il loro nono album – non contando live e split  – i Jackie-O Motherfucker andarono diretti alle più antiche radici del folk sudista americano, andandosi a riallacciare nientemeno che alla tradizione del Sacred Harp, famosissimo songbook di inni sacri e canti corali da eseguire a cappella, raccolti e pubblicati da Benjamin Franklin White e Elisha J. King nel 1844. Antenata del Gospel, la tradizione legata a questi canti è tutt’ora viva tra le comunità protestanti del Texas, della Florida, della Carolina, dell’Alabama e della Georgia, gli stati in cui nacque e prosperò. Il gruppo di Tom Greenwood (voce, chitarra e giradischi) – come al solito attorniato da molti e variabili musicisti, tra cui, in quest’occasione, si distinguevano per importanza vecchie conoscenze come Honey Owens (chitarra, voce e tastiere) e Nester Bucket (voce e fiati), nonché il chitarrista Adam Forkner – è stato da sempre vicino alle tradizioni più ancestrali della musica americana, fosse esso il folk, il blues, il country, il jazz, generi centrifugati e rimescolati in una musica unica, spesso per nulla facile ed anzi piuttosto ostica, specie per chi non abituato a frequentare molto i territori del rock più avanguardistico. Flags Of The Sacred Harp, che non diremmo certo un disco tradizionale o “pop”, si segnalo però all’epoca come il loro album maggiormente song oriented, il loro più “avvicinabile”, quello che in qualche modo diede il via ad opere più “malleabili” come i seguenti Valley Of Fire e Ballads Of The Revolution. Soprattutto, ed è ciò che più conta, era ed è un disco bellissimo, probabilmente il loro capolavoro. Come si diceva, questa non era la prima volta che i JOMF guardavano al passato remoto; già uno dei loro dischi più belli, “Fig.5”, per portare un esempio eclatante, conteneva la loro rilettura di due classici del gospel e del folk quali Amazing Grace e Go Down Old Hannah. Proprio quest’ultima si rifaceva quasi alla lettera allo stile delle Sacred Harp Songs, cosa che, parrebbe un paradosso ma non lo è, non avviene in questo album, dove quella tradizione viene ripescata più come attitudine, senso di spiritualità, purezza d’intenti, che non come “lettera” (anche se quattro pezzi su sette sono traditional). Rispetto agli altri dischi la novità più grossa – oltre alla presenza, per la prima volta, di un co-produttore, Mark Bell, in passato dietro alla consolle per gente come Radiohead, Depeche Mode, Bjork (non lasciatevi ingannare da questi nomi, qui il suono è distante anni luce da questi artisti) – stava nei bellissimi duetti tra Greenwood e la Owens, in magmatici pezzi di country-rock psichedelico ed espanso come l’iniziale, stupefacente Nice One o come in altre bellissime canzoni come Rockaway o Hey! Mr Sky. Un pezzo come Good Morning Kaptain sembra una sorta di blues antidiliviuno, ripetitivo, ipnotico, calato in una specie di ossessiva circolarità. Rimangono poi i pezzi più sperimentali, lunghi mantra psichedelici, allucinazioni mentali pinkfloydiane, trip acidi di carattere quasi metafisico; il crescendo mistico di Spirits, l’espansa visionarietà con cui vengono trattati due traditionals come Loud And Mighty o come The Louder Roared The Sea, attraversata da speziature elettroniche di sapore cinematico. Un grandissimo disco Flags Of The Sacred Harp, uscito sul finire del 2005 per ATP Recordings e che a metà luglio, la sempre più benemerita Fire Records, riporterà nei negozi con una fiammante ristampa (nessuna bonus track). Prenotate fin da ora la vostra copia!

Lino Brunetti

 

VIOLADIMARTE “La Sindrome Del Panda”

VIOLADIMARTE

La Sindrome Del Panda

MK Records/Self

VIOLADIMARTE sono un giovane quintetto calabrese, nato dall’incontro di un manipolo di musicisti – Joe Santelli (voce, chitarra), Stefano Amato (violoncello, chitarra), Marco Verteramo (basso), Paolo Chiaia (synth, Rhodes), Maurizio Mirabelli (batteria) – precedentemente attivi in altre formazioni della più diversa estrazione (Tears And RageKonsentiaSpasulati BandAmanita JazzBrunori Sas). Il loro intento è quello di lavorare ed esprimersi attraverso una forma canzone dall’alto contenuto emozionale, dall’intrinseca forza poetica e dall’inderogabile desiderio di spingere gli ascoltatori ad una qualche forma di reazione interiore, sorta di slancio per superare quello stato apatico che tanti pare colpire. Obbiettivi ambiziosi, insomma, quelli di questo loro disco d’esordio, intitolato La Sindrome Del Panda. A livello lirico, i testi di Santelli seguono un percorso coerente ed unitario che, pur non raccontando una vera e propria storia, ma stando piuttosto su un versante allusivo e metaforico, fanno di questo disco quasi una specie di concept album sulla maniera di uscire dalle gabbie comportamentali che ciò che ci circonda, e pure noi stessi, ci costruiamo attorno. Musicalmente, invece, i VioladiMarte tentano la fusione tra il rock, venato di psichedelia, anglosassone e l’esperienza più tipicamente italiana del moderno pop d’autore. Il risultato è mediamente più che buono, in alcuni frangenti addirittura ottimo: i cinque hanno buone capacità tecniche, le canzoni vantano una buona scrittura e gli arrangiamenti sono ricchi e  stratificati. C’è pure una certa abilità nel saper giostrare il contenuto dinamico della scaletta, con un buon equilibrio tra affondi chitarristici e momenti più intrisi di malinconia. Tutto bene allora? L’avrete capito, un “ma” in realtà c’è e si chiama Radiohead; lo spettro della band di Thom Yorke, direi epoca Ok Computer, è davvero ingombrante per buona parte della scaletta e, se da un lato concorre nel fare di queste canzoni un ascolto sempre gradevole, dall’altro non può non essere preso in considerazione in fase di obbiettivo giudizio complessivo. Brani come Lacrime Di Vetro BluMale Di TeParagioia, ad esempio, anche in certi stacchi o cambi di ritmo, per non parlare degli svolazzi canori di Santelli, fin troppo ammiccano alla band inglese. Un po’ meno la cosa s’avverte nei brani più insoliti in scaletta, tipo la bella Madeleine, per voce, chitarra acustica e violoncello, o nella conclusiva filastrocca in svedese, cantata con Monica Munkvold D-Sen. In conclusione, La Sindrome Del Panda è un esordio interessante e apprezzabile nel suo complesso, un disco capace di mettere in mostra le potenzialità di una band che, quando sarà in grado di scrollarsi di dosso le evidenti influenze, probabilmente potrà ambire a grandi cose. Tranquilli comunque, il tempo non mancherà e per ora va bene anche così.

Lino Brunetti