DI VIOLA MINIMALE “La Dinamica Degli Addii”

DI VIOLA MINIMALE
LA DINAMICA DEGLI ADDII
Ai Margini del Suono Records

Diviolaminimale-300x300Potrebbe trattarsi del fascino di testi sospesi tra il poetico e il visionario oppure del sinistro sferragliare delle chitarre elettriche, ma l’impressione è che le canzoni dell’ultimo lavoro di studio dei Di Viola Minimale siano pervase da quella strana sensazione di struggimento misto a disagio che apparteneva a tanto indie rock degli anni ’90 o forse è solo che dischi che combinano l’urgenza del rock con l’immaginario dell’arte e il linguaggio della letteratura come accade in La Dinamica degli Addii, non se ne sentivano da un pezzo da queste parti, almeno da quando i Massimo Volume pubblicarono Lungo I Bordi. Vivessero a Boston o a Philadelphia, le loro canzoni stazionerebbero nelle classifiche indipendenti e sarebbero oggetto di culto nell’ambito della scena underground, invece in Italia, dopo la bellezza di quindici anni di carriera, i Di Viola Minimale sono ancora una realtà piuttosto oscura della zona di Ragusa in Sicilia, dove tra il marzo 2017 e il marzo 2018 Davide Cusumano, Andrea Sciacca, Giulio Di Salvo Salvo Pepi hanno registrato i sei brani che compongono il loro quarto album La Dinamica Degli Addii, in seguito mixati e masterizzati da Carlo Natoli al Rooftop Studio di Londra, perchè di solito è lì che succedono le cose. Forse per questo La Dinamica Degli Addii ha un suono ruvido e nervoso come quello che riempiva i primi dischi di P J Harvey e un’atmosfera tetra ed inquieta come fosse uscito dai bassifondi di Akron, Ohio, se il forbito canto di Cusumano non togliesse qualsiasi dubbio riguardo alle origini della band, evocando a tratti i versi onirici e poetici del progressive italiano degli anni ’60. Una combinazione che fa di La Dinamica Degli Addii una delle scintille più brillanti dell’attuale panorama underground italiano e dei Di Viola Minimale una delle realtà più interessanti dello stesso o almeno è la sensazione che suscitano i palpiti elettrici di un’affascinate L’anamnesi, le chitarre espanse di una scenografica e bellissima I Campi Delle Imperfezioni, i cambi di tensione diTorneremo a Vivere, il vago sentire blues che aleggia sulle gronde lisergiche della titletrack, il furore hardcore di La Trappola o l’aura post rock di una lirica Realmente Noi. Solo sei canzoni e poco più di un mini album, La Dinamica Degli Addii è comunque più che sufficiente per intuire quanta energia e talento animino la musica dei Di Viola Minimale e di quanto estro e fantasia sia dotato il loro ispiratissimo paroliere.

Luca Salmini

Annunci

SPACE TRAFFIC “Numbness”

SPACE TRAFFIC
NUMBNESS

Autoprodotto

3b172ee375e30453264ebf1756de9fd89156a91d

Difficile stabilire quanto lontano possano spingersi i sogni di un uomo, ma di certo quelli dei tre ragazzi che conpongono gli Space Traffic sono già arrivati fino alla luna, o meglio è da lì che sono partiti, visto che la loro musica sembra ormai proiettata oltre, verso le spericolate altezze a cui orbita il rock psichedelico. Del resto con una sigla che suona come il titolo di un film di fantascienza. non avrebbe potuto essere altrimenti, perchè è un’immaginario fatto di viaggi spaziali e visioni lisergiche che Fabio Baldassarri alla chitarra, Marco Gugliotta alla batteria e Marco Pica al basso e alla voce hanno in mente quando nel 2015 cominciano a mettere insieme le dinamiche da power trio che oggi esplodono nel debutto discografico Numbness, uscito nel febbraio dello scorso anno. Partendo dall’idea di realizzare un concept album con 10 composizioni originali cantate in inglese, i giovani intrecciano sfondi psichedelici, influenze progressive, sfuriate indie rock e virtuosismi da jam band in canzoni dal respiro melodico che evocano a tratti le alchimie di un gruppo come gli statunitensi Umphrey’s McGee o le tirate elettriche degli inglesi Wolf People. Non tutto è proprio al posto giusto, ma la passione, l’euforia e la carica che gli Space Traffic riversano nelle canzoni di Numbness si fanno sentire non appena partono i riff di una title-track che potrebbe essere il singolo di successo di una qualsiasi college radio americana, le schitarrate di una frenetica e freschissima Time Machine, le atmosfere pinkfloydiane di una sognante ballata come Powder & Pride, il vago senso di malessere indie di una intensa Blue Moon, il basso funky di una nervosa Tear It Down, la fiammata rock’n’roll di Fire From The Depth o il fluttuare progressivo di una dilatata The Dream. Ovviamente gli Space Traffic hanno ancora margini per crescere, maturare e gestire con maggior misura sogni ed entusiasmi, ma già Numbness lascia intendere che le idee non mancano e che la verve e l’approccio sono quelli giusti per una rock’n’roll band.

Luca Salmini

BOGAZZI/GASPAROTTI “Extrema Ratio”

BOGAZZI/GASPAROTTI
EXTREMA RATIO
AUTOPRODOTTO

a3735817694_10

Di sicuro la fantasia non manca a Nicola Bogazzi e Gabriele Gasparotti, perchè l’idea che sta alla base del loro nuovo album Extrema Ratio è uno di quei colpi di genio che potrebbero venire in mente ad un compositore come Philip Glass o a un produttore come Hal Willner. Il progetto è ispirato infatti alla sceneggiatura del film Maldoror – Il Dio Selvaggio del regista di culto Alberto Cavallone, in verità una pellicola mai realizzata per cui Bogazzi e Gasparotti immaginano una colonna sonora a partire dai testi delle scene e dei dialoghi del copione. Considerando le premesse tutt’altro che limpide, ma senza dubbio curiose e affascinanti, Extrema Ratio è un lavoro dall’impatto sonoro straniante e dalla straordinaria potenza visionaria in cui si intrecciano avanguardia, improvvisazione, minimalismo, psichedelia, industrial, progressive, elettronica e ovviamente il retaggio delle musiche da film degli anni ’70, che si tratti di Ennio Morricone, John Carpenter o Vangelis. Interamente strumentale, tranne qualche frammento di dialogo e i vocalizzi di qualche coro, Extrema Ratio è un disco che ha l’impianto sonoro imponente di un’opera rock e l’aura scura ed inquietante di un horror di serie B, o almeno è questa la sensazione che suscitano gli 11 minuti e rotti di un mantra psichedelico-progressivo come Le Salamandre, le cosmiche partiture kraute di L’uomo, La Donna, La Bestia, i sintetizzatori e le voci fuori sincrono della worldtronica Pammukale, i sognanti ed atmosferici riverberi sintetici di Jane Avril o i rumorismi industrial e le frizioni noise di Trabajo De Absorcion. Allo stesso tempo enigmatica e affascinante, l’opera di fantasia di Bogazzi e Gasparotti sembra pensata più per le stanze di una galleria d’arte o per le poltrone di un cinematografo che per una sala da concerto: se ci si avvicina senza pregiudizi di sorta, l’effetto di queste musiche potrebbe essere davvero catartico e rivelatore.

Luca Salmini

JESSICA RISKER “I See You Among The Stars”

Jessica Risker
I See You Among The Stars

Western Vinyl

a3348606145_10

È un disco all’apparenza improntato alla semplicità quello appena pubblicato da Jessica Risker, otto canzoni sostanzialmente folk, solo una mezz’ora di musica, appena increspata da un sentire psichedelico che adombra la limpida purezza delle trame acustiche attraverso le quali si esplicita. Eppure, a guardare con più attenzione, si nota il lavoro che sta dietro a queste canzoni. Intanto varrà la pena sapere che la giovane cantautrice di Chicago è pure sound designer e, in passato, prima di scoprire il suo lato gentile, aveva pubblicato un album composto da ritmi e noise elettrico, un qualcosa di completamente diverso dalle atmosfere incantate di I See You Among The Stars. Ha detto la Risker di questo suo nuovo disco: “Tendo ad affrontare la musica da due diverse angolazioni. Come prima cosa c’è il songwriting – la melodia, il cambio degli accordi, i testi – gli elementi basici. Il secondo angolo è più un’esplorazione del suono, con l’idea che non ci sono limiti. È un qualcosa tipo me che suono con la registrazione. L’idea è quella di creare un grande flusso”. Realizzato in quasi totale solitudine – ci sono giusto Joshua Wentz con le sue tastiere e Fumo Stromboli a violino e violoncello in un pezzo – I See You Among The Stars si apre con la stessa canzone che titola l’album, una folk song sognante e fantasmatica, in cui eccheggiano piccoli rintocchi sonori che evaporano in un battito di ciglia, come ricordi inafferabili. Le seguenti Cut My Hair e Anyway When I Look In Your Eyes mettono in mostra la straordinaria capacità della Risker nel costruire melodie meravigliose, la prima sfiorando senza mezza termini un sentire pop, la seconda affondando in un’atmosfera fatata, in contrasto con gli spettrali interventi di synth. Lo psych-folk Zero Summer Land s’accoppia all’onirico svolgimento di Shallow Seas, accarezzata dagli archi, mentre un passo folk un po’ più classico emerge da pezzi come Reassign Me, nella quale solo i synth si segnalano come elemento parzialmente alieno, e A Cooling Sun, sempre più sospesa a mezza via tra sonno e veglia. La chiusa è sintomatica dell’approccio alla musica di Jessica Risker: Help Me, Help Me è un pezzo per voce e chitarra acustica, con tutt’attorno, però, dei rumori d’ambiente. E pare proprio di vederla, la cantautrice, suonare la sua canzone all’alba, nell’intimità della sua cucina. Incantevole davvero, da sentire.

Lino Brunetti

RUMBA DE BODAS “Super Power”

Rumba De Bodas
Super Power
Irma Records

R-11748184-1521711816-8633.jpeg

Arriva l’estate e, come è naturale che sia, magari vi viene anche voglia di musica solare, pimpante, da ballare e con cui divertirvi. Alla bisogna potrebbe venirvi in aiuto Super Power, terzo album, ma il primo ad uscire per un’etichetta vera e propria, dei Rumba De Bodas, collettivo bolognese in assetto voce, fiati, chitarra, basso batteria e tastiere, che ha già avuto modo di suonare in lungo e in largo sia per l’Italia che in Europa. Non lasciatevi ingannare dai due funkettoni messi in apertura,  Lucky To Be Here e Freaky Funky, simpatici e dinamici, ma che potrebbero indurvi a pensare di trovarvi di fronte a dei semplici entertainer non troppo originali. Le cose iniziano a farsi più intriganti con lo scorrere della scaletta, prima con una Super Power che spezia il suo tiro inarrestabile con infliltrazioni latin jazz; poi con un soul/r&b ideale territorio d’azione per la voce della cantante Rachel Doe; e a seguire con la melodia solare, eppur sottilmente venata di spleen di una Pale Blue Dot orientata al reggae. Si capisce così che ai Rumba De Bodas piace la contaminazione e non hanno paura di tentare soluzioni diverse, vedi le chitarre che irrompono definitivamente nel latin rock Sound Assault; la melodia intinta nel son cubano di Strawberry Head; il ritmo irresistibile della divertente La Cumbia Di Elio; lo ska colorato di punk di Heebie Jeebies o il piglio scoppiettante di Imaginaria e Tin Machine. Immagino che il loro meglio lo diano dal vivo, ad ogni modo, un disco come Super Power potrebbe animare più di una festa.

Lino Brunetti

THE GREAT SAUNITES “Brown”

THE GREAT SAUNITES
Brown
Il Verso Del Cinghiale/Neon Paralleli/Hypershape/Villa Inferno/Toten Schwan

TGS

Terzo atto della cosidetta “Trilogia Cromatica”, dopo Nero e Green, Brown è probabilmente anche il più sperimentale, ambizioso e personale dei dischi dei The Great Saunites, il duo lodigiano formato da Atros (bassi) e Leonard Layola (tamburi). Registrato, mixato e masterizzato da Luca Ciffo della Fuzz Orchestra, l’album consta di cinque tracce in cui la band ha ulteriormente accresciuto l’utilizzo di field recordings, voci registrate e strumenti altri (rispetto ai loro abituali), facendo di fatto dello studio di registrazione un ulteriore elemento a disposizione per affrescare la loro visione. Il risultato è meno d’impatto di altri lavori, più ostico, capace però di entrare sotto pelle come un virus, grazie al suo portato visionario. Prendete i quasi 15 minuti della title-track: parte ritualistica, con echi muezzinici, quasi da suk mediorientale, per poi srotolarsi ipnotica tra soundscapes inquietanti e voci contrastanti fra loro, il tutto per rendere ancor più straniante l’ascolto. Semplicemente ottima Respect The Music, dove una voce s’interroga sul futuro della musica mentre attorno gli strumenti affogano nel suono montante fatto di lamine taglienti. Gli scenari desolati, colmi di detriti sonori, della pianistica ed impressionista Ago, ci traghetta verso le sfasature colme d’electronics di Controfase e la ripresa ancor più esotica e fumosa di Brown. Ottimo lavoro.

Lino Brunetti

DEVOCKA “Meccanismi E Desideri Semplici”

DEVOCKA
Meccanismi E Desideri Semplici
Dimora/New Model Label

cabe8cbf-a49c-4634-8cd6-5422238bf5a5

A dar solo retta al recitato declamante con cui Igor Tosi dà forma plastica ai testi delle undici canzoni qui presenti, un’ascoltatore distratto potrebbe liquidare i Devocka come puri emuli dei Massimo Volume. Proprio questi ultimi vengono in mente quando parte Storia Senza Nome, brano d’apertura di Meccanismi E Desideri Semplici, quarto album, sei anni dopo il precedente, della formazione. E anche se la band di Emidio Clementi viene qui e là evocata, a colpire, alla fine, è invece la qualità musicale dei ferraresi, la potenza fatta sprigionare dai loro strumenti, l’abilità a muoversi lungo registri assai più diversificati di quanto un ascolto superficiale potrebbe far supporre. Al di là della bellezza di brani viscerali quali Bestemmia o Maledetto (quest’ultima con una coda lancinante), piace il modo col quale i ragazzi riescono a districarsi tra le atmosfere più lente e malsane di pezzi come Questa Distinzione o come la bellissima Lezione A Memoria (splendido il giro di basso che sorregge il tutto), col blues di Un Bacio Cieco Interminabile o con la psichedelia di Siamo Già Finiti. Una certa fascinazione per il rock degli anni ’90 rimane sempre in prima linea – è particolarmente evidente in un pezzo dissonante, eppur lirico come Ultimatum Di Un Errore – ma non è l’unico amore, perché anche l’epopea wave/post punk pare essere qui di casa (in questo caso sono da sentire le tastiere di L’Apice Del Masochismo, ad esempio). Nell’insieme, un disco davvero riuscito e d’impatto, che non può che farci salutare con favore il rientro in pista dei Devocka.

Lino Brunetti