RED FANG “WHALES AND LEECHES”

RED FANG

Whales And Leeches

Relapse

Red-Fang-Whales-And-Leeches

I Red Fang sono una live band e i loro dischi sono solo la scusa per andare nuovamente a spaccare le ossa sui palchi di mezzo mondo. Non sono mai stati dei geni nello scrivere canzoni, non hanno la raffinatezza degli odierni Mastodon né la profondità degli ultimi Baroness, ma che ci volete fare, forse proprio per questo, per quella loro aria cazzona e per quella attitudine a fregarsene di ricerche musicali sopraffine, questo disco mi piace parecchio. Tra le loro composizioni si annida una sfacciata componente hardcore che trascende il genere nel quale si muovono, la partenza urticante di Doen ne è un chiaro esempio esplicativo. Sulle stesse coordinate si muovono anche la breve Murder The Mountains e la pesante No Hope. Spesso sento dire che le loro canzoni non hanno profondità, non hanno ritornelli accattivanti, ma poi sbucano pezzi quali Blood Like Cream con un refrain da capogiro o la intensa Behind The Light con quel ritornello malato che ti trovi involontariamente a canticchiare. La collaborazione con Mike Scheidt degli Yob poi genera il miglior brano dell’album: Dawn Rising è lenta, epica, pesantissima e spossante, con soluzioni melodiche e vocali per loro inedite. Che poi riescano anche a sfornare degli stoner stomp nel senso più stretto del termine è evidente in Crows In Swine e Voices Of The Dead. Con Failure e Every Little Twist dimostrano che anche quando rallentano sanno immergersi in deliqui più psichedelici, pur rimanendo sempre tetri e pesanti. Se vogliamo criticarli perché la Relapse li stà pompando non poco facciamolo pure, se vogliamo considerarli un gruppo più scarso dei Clutch o degli Orange Goblin va bene anche quello, ma a me sembrano questioni di lana caprina, perché poi appena ti vedi le loro facce davanti durante un loro concerto riesci sempre ad innamorarti di loro. Hanno potenza da vendere, vanno dritti per la loro strada, sono duri, crudi e pesanti, ancora con i vestiti sporchi e le magliette sudate, per me l’attitudine vale più di mille canzoni.

Daniele Ghiro

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-(16)- “Deep Cuts From Dark Clouds”

-(16)-

Deep Cuts From Dark Clouds

Relapse

Non c’è alcun bisogno di andare a creare nuove sonorità o inserire inutili orpelli, non c’è alcun bisogno di mettere la nostra musica al servizio del mainstream (come hanno fatto i Mastodon per esempio), non c’è alcun bisogno di spostarsi dalle nostre posizioni. Questo devono aver pensato Cris Jerue e soci nel mettere insieme il loro sesto album, perché la staticità delle loro composizioni non lascia spazio a nient’altro. Il loro possente e micidiale approccio alla musica è immutato e immutabile, se desiderate novità rivolgetevi altrove, se intendete rilassarvi avete sbagliato disco, se urge un momento di gioia e spensieratezza fate una drastica inversione a U. Qua dentro è tutto nero, al massimo grigio scuro, e lo si capisce immediatamente dalla partenza bruciante di Theme From “Pillpopper” con le loro bocche da fuoco già immediatamente allineate e …ready for border! Riff serrati che tolgono il fiato e dai rallentamenti paurosi (Parasite), basso killer pulsante e un assalto sonico senza paragoni (Her Little “Accident”), durissimi e lenti fino all’esasperazione, momenti che ti aspetti finalmente un’accelerazione liberatoria e invece no, loro non te la concedono (Bowels Of A Baby Killer). C’è una cattiveria che è propria del gruppo e se avete avuto la fortuna di vederli dal vivo ne capirete il motivo. Io li ho visti due volte, una davanti a centinaia di persone e l’altra davanti a pochi fans: beh, non è cambiato assolutamente nulla, Cris è un animale che non si risparmia, suonare davanti a 30 persone a lui non importa, la sua intensità, la sua fede, i suoi rantoli saranno sempre esageratamente gli stessi. Ecco perché amo questa band, amo la loro attitudine e non me ne frega un cazzo che il disco a qualcuno possa sembrare tutto uguale, per me va bene così. E poi, se proprio vogliamo vedere, qualcosa che si muove c’è: The Sad Clown è più veloce della media, se non altro per una chitarra che spacca a ripetizione, Ants In The Bloodstream le formiche te le fa effettivamente circolare nelle vene, Beyond Fixable è la più “accessibile”, oserei dire melodica, per quanto si possa discernere sul concetto di melodia nella musica dei 16. E poi che dire della conclusiva Only Photographs Remain?: la For Those About To Rock dei 16 (ah ah ah), un anthem sinistro e coinvolgente e mentre l’ascolto la immagino nella sua versione live e mi scricchiolano già le ossa. Averne di gruppi così. Nessuna luce alla fine del tunnel.

Daniele Ghiro