JAKE BUGG “Hearts That Strain”

JAKE BUGG
Hearts That Strain
Virgin

2017-46915

“...Sono un grande appassionato di country...” aveva confessato Jake Bugg qualche tempo fa, per questo registrare il nuovo album Hearts That Strain a Nashville, con la produzione di Dave Ferguson, con la collaborazione di Dan Auerbach, del chitarrista Matt Sweeney e dei migliori session men della città, potrebbe aver rappresentato il coronamento di un sogno per il giovane cantautore britannico. Di certo la fervida fantasia del ragazzo non difetta di materiale onirico, fin da quando, appena dodicenne, comincia a suonare la chitarra e qualche anno più tardi prova a sfuggire l’anonimato della provincia inglese con un omonimo album che finisce al numero 1 delle classifiche; ma bisogna riconoscere che da quel momento Jake Bugg è stato capace di non perdere nemmeno un’occasione per realizzare le proprie aspirazioni, a partire dall’opera di un produttore di lusso come Rick Rubin in occasione del secondo album Shangri La, passando per l’affermazione di maturità ed indipendenza del terzo On My One, realizzato praticamente in solitaria, fino al traguardo di Hearts That Strain, inciso in tre settimane nella capitale mondiale della musica country con l’illustre supervisione di un tecnico che ha lavorato con il Johnny Cash degli American Recordings e ha fatto vincere un Grammy a Sturgill Simpson. Visti i rapidi progressi della sua carriera, nel caso Jake Bugg avesse in mente proprio la conquista di un Grammy Award, Hearts That Strain sarebbe il disco giusto con cui candidarsi, almeno a giudicare da una canzone affascinante e stilosa come Waiting, un’elegante sinfonia doo wop in duetto con Noah Cyrus (figlia della star Billy Ray e sorella della chiacchierata Miley), e dai sontuosi arrangiamenti di un lavoro in cui l’artista sembra non aver rinunciato a nulla, impiegando una parata di chitarre e tastiere, un’infinità di ritmi e tamburi, orchestre d’archi e bande di ottoni. Sono passati solo quattro anni da quel debutto crudo e aguzzo che aveva fatto giustamente scalpore, ma a giudicare dalla magnificente grandeur di Hearts That Strain parrebbe quasi una vita e se anche Jake Bugg è sempre stato un tipo piuttosto precoce, troppo poco tempo ha impiegato a sostituire la rabbia del ribelle con il romanticismo del seduttore. Forse è una questione di personalità o magari solo di sogni, il problema di un disco come Hearts That Strain, affatto brutto e comunque più coeso del precedente, è che pare progettato per piacere o per piacersi, più che assecondare l’ispirazione del momento e l’urgenza di comunicare. Tutto suona perfetto ed in maniera impeccabile, non potrebbe essere altrimenti con un collettivo di musicisti che hanno fatto la storia come Bobby Woods, Gene Chrisman e The Memphis Boys, ma per quanto deliziose, canzoni come il numero da crooner The Man On Stage, la radiofonica west coast di Indigo Blue, il pop sinfonico di Bigger Lover, il romantico swing di How Soon The Dawn o il country folk sciccoso di Southern Rain tendono a confondondersi in un’universo di produzioni senza limiti di budget. Le cose girano decisamente meglio quando si respirano una buona verve e una certa dose di polvere tra le chitarre elettriche e i riverberi di un folk rock lievemente psichedelico come In The Event Of My Demise, quando le dinamiche elettroacustiche della titletrack lasciano affiorare cinematiche scenografie western e perfino quando sale la febbre degli anni ’50 con uno spensierato rock’n’roll come Burn Alone. Forse Hearts That Strain è effettivamente il disco dei sogni di Jake Bugg e magari vincerà anche un Grammy e scalerà le classifiche alla velocità della luce, del resto il ragazzo se lo merita, di certo è il suo lavoro più accurato, strutturato, maturo e a tratti perfino affascinante e tanto, per il momento, è più che abbastanza.

Luca Salmini

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BLACK SABBATH “13”

BLACK SABBATH
13

Vertigo/Universal

black-sabbath-13-album-cover

Non voglio parlare di quello che è stato. Non voglio parlare del senso di una reunion che magari una quindicina d’anni fa avrebbe avuto più forza, voglio solo parlare di quello che sono, anno 2013, i Black Sabbath. E sono, ne più ne meno, i profeti del metal, quelli che ne hanno scritto la storia, quelli che hanno creato praticamente tutto il movimento, a sessant’anni. Lascio da parte tante cose, una su tutte la triste diatriba con Bill Ward, lascio da parte soldi e contratti (l’hanno fatto per i soldi, dicono, come se non ne avessero abbastanza, dai…), lascio da parte insomma praticamente tutto e mi concentro solo sulle 8 tracce (+ 3 nella deluxe, + 4 nella best buy) e viene fuori, non ci posso credere, un gran bel disco. Con il fatto, chiaro, che c’è un uomo solo al comando. Brad Wilk è un martello metronomico, il meglio dei turnisti ultralusso che potessero scegliere, Geezer Butler è valorizzato oltremisura dalla ricca produzione di Rick Rubin e non è certo un comprimario, Ozzy Osbourne dopo incendi da dementi alla casa, problemi alla gola, inopinate e tristissime serie televisive ritorna con una voce settata su toni nettamente più bassi, arrochita, ma sempre e comunque da brividi lungo schiena. E poi viene lui, sua maestà Tony Iommi, l’uomo riff, o la chitarra fatta persona, vedete voi, che imperversa come uno schiacciasassi per tutta la durata dell’album. Quante volte abbiamo sentito il riff dell’iniziale The End Of The Beginning? Centinaia, certo, ma l’originale è suo e quindi giù il cappello, zitti e basta. Lui ha il marchio, può fare quello che vuole e non mi importa un fico secco che la canzone è praticamente costruita tale e quale a Black Sabbath (anche se la parte finale è tipicamente ozzyana): è un gran pezzo e tanto mi basta. Prendete il suo assolo in punta di dita di Zeitgeist, e stramazzate al suolo dopo aver ascoltato quello che combina in Age Of Reasons. Il cancro se ne può andare affanculo, e se ritornerà sarà solo per prendersi la sua anima nera, come la pece, come i suoi riff catacombali che sforna senza la minima coscienza, senza soluzione di continuità. Non c’è nulla di sbagliato in questo disco, i detrattori possono dire quello che vogliono, ma la musica è inattaccabile perché è quella che hanno sempre sfornato, se avreste il coraggio di eliminare tutto il contorno e concentrarvi solo su questa manciata di canzoni non avreste argomenti per obiettare, perché esse suonano esattamente come dovrebbero suonare delle canzoni dei Black Sabbath, quindi tutto il resto sono solo chiacchiere. Vecchi? Si. Ricchi? Si. Permalosi? Si. Bastardi (con Bill)? Si. Grandi? Si. Punto.

Daniele Ghiro