IMAGINATIONAL ANTHEM vol.9

A.A.V.V.
Imaginational Anthem Vol. 9
Tompkins Square Records

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Chi meglio di un chitarrista saprebbe comprendere a fondo il lavoro di altri chitarristi e coglierne i talenti espressi o nascosti? Deve trattarsi della stessa domanda che si è posta la Tompkins Square Records nel momento in cui affida a Ryley Walker il nobile compito di selezionare gli artisti per Imaginational Anthem Vol. 9, l’ultimo volume della serie inaugurata nel 2005 con l’intenzione di fare il punto sullo stato dell’arte della chitarra contemporanea e dare visibilità a musicisti ancora poco o per niente conosciuti. Chiunque si stia chiedendo quale sia il futuro dello strumento, in questo nono volume di Imaginational Anthem troverà esaurienti risposte, perché la ricerca svolta da Walker porta a galla 11 chitarristi (9 dei quali sconosciuti perfino ai preparati titolari dell’etichetta) tutti da scoprire, che con un brano a testa provano a impressionare gli ascoltatori con quanto ha colpito il curatore del progetto, che in proposito sottolinea: “...Ho fatto ricerche in lungo e in largo e i risultati sono fantastici…”. Basta ascoltare uno qualsiasi dei dischi di Ryley Walker, per intuire che non avrebbe potuto essere altrimenti e che la visione e l’approccio allo strumento del chitarrista di Chicago sono abbastanza ampi da comprendere artisti con stili e attitudini diverse in modo da comporre una soddisfacente e per lo meno estrosa panoramica su quanto succede oggi e probabilmente domani nel mondo delle sei corde. Ogni scelta è stata fatta con l’intento di mettere in luce approcci, stili, strumenti, toni, tecniche e feeling diversi e non sorprende che i nomi contemplati siano quasi o del tutto sconosciuti, perché quello dei chitarristi è un mondo a parte e anche se nessuno di questi musicisti è mai apparso sulla copertina di Rolling Stone, non si tratta evidentemente di assoluti principianti: molti vantano una lunga carriera nelle zone d’ombra del music business, dove da anni sbarcano il lunario tra ricerca e sperimentazione; altri sono magari poco più che debuttanti in quanto a discografia ma non per quel che riguarda l’esperienza. L’unica incognita è il misterioso Mosses che apre la raccolta con il raga psichedelico Om Ah Hung, affascinante al punto da evocare le atmosfere dei dischi di Robbie Basho, altrimenti Imaginational Anthem allinea un manipolo di veterani della scena avant jazz di Chicago come Shane Parish con il cristallino fingerpicking di una spaziosa Leicester Hwy e Matthew Sage che duetta con le note di un pianoforte nella pastorale Camaro Canyon; talenti in erba come Eli Winter che intreccia folk e bluegrass in una bucolica e briosa Woodlawn Waltz e la brava Kendra Amalie, che accompagnata da una band, fruga tra la polvere degli Appalachi con una scenografica e spettrale Boat Ride oppure sperimentatori come Peter Fosco che mescola folk e misticismo in una meditativa Variations On Themes For Blind Dogs, fino ad autentici visionari come la giovane Fire-Toolz che processa attraverso l’elettronica gli accordi di una straniante World Of Objects o come Dave Miller che erutta colate di feedback in una abominevole Seedlings che parrebbe sfuggita a Metal Machine Music. Non potevano mancare i preziosi virtuosismi dei primitivisti con la meravigliosa e faheyana I Used To Sing suonata con grande estro da Matthew Rolin e con la cooderiana e desertica Knots Where Never Was da parte di un’ispiratissimo Lucas Brode, mentre a scombinare le carte c’è la cantautrice newyorkese Dida Pelled, che canta una deliziosa ballata all’acido lisergico dagli sfondi sixties come Walkin’ My Cat Named Dog, resuscitando l’euforia della Summer Of Love. Più che abbastanza per avere il quadro della situazione, Imaginational Anthem Vol. 9 stuzzica la curiosità dell’ascoltatore senza sedarne pienamente gli appetiti, aprendo la strada a ulteriori approfondimenti e ricerche intorno agli artisti contemplati e in tal modo soddisfacendo i propositi di operazioni di questo tipo.

Luca Salmini

Best of 2018

Come ogni anno di questi tempi, sulle riviste musicali, sui siti internet, sui blog, finanche sulle bacheche di Facebook degli appassionati di musica, è tutto un fiorire di classifiche, discussioni e discettazioni circa il meglio uscito nell’anno appena passato. Nonostante io ascolti qualche centinaio di dischi nuovi ogni anno, a leggere queste classifiche mi rendo sempre conto che quello che riesco a coprire è solo una piccolissima parte di ciò che esce, il che rende praticamente privo di alcun senso stilare queste interminabili liste.

Siccome spesso è la vita stessa ad avercene poco di senso, cosa ci rimarrebbe se non giocassimo almeno un po’? Io, anche quando non mi ci ritrovo, nelle classifiche degli altri trovo spunti per nuovi ascolti e scoperte e per questo continuo a ritenerle utili e divertenti, quanto basta insomma per spingermi ormai da qualche anno a dare anche il mio contributo.

Cosa dire di questo 2018 appena conclusosi? Sostanzialmente ciò che diciamo da diversi anni a questa parte: tanta, tantissima, troppa (probabilmente) nuova musica, spessissimo di ottimo livello, ma avarissima di capolavori, di dischi che sappiano essere sintesi dei tempi che stiamo vivendo, musicalmente ma non solo.

L’unico disco uscito nel 2018 a cui riconosco la capacità di essere specchio di questo periodo storico e di proporre musica ad altissimi livelli, coraggiosa e per nulla timorosa di sfidare l’ascoltatore è il disco dei Low, senza tema di smentita il mio disco dell’anno e uno dei pochi sui quali mi sentirei di scommettere sul fatto che resisterà al passare del tempo. Da quando è uscito non ho smesso di ascoltarlo e, anzi, con gli ascolti è cresciuto sempre più.

Il resto della lista, esclusi forse i primi 15 titoli, avrebbe potuto, a seconda dei momenti, essere anche piuttosto diversa: il criterio scelto è stato quello dei dischi frequentati di più o comunque ho scelto dischi con una loro forza intrinseca all’interno dei loro generi.

Per quanto sia assolutamente open minded faccio ancora un po’ di fatica a trovare del buono in certa nuova elettronica di consumo, sia essa legata al variegato mondo black (soul, r&b, hip-hop etc) o meno, e di questo mi scuserete (però ho apprezzato non poco gli album di Jorja Smith e Blood Orange). Tutti gli altri generi credo siano in qualche modo toccati, quantomeno nella maxi playlist che va molto oltre i 31 titoli scelti e che v’invito ad esplorare.

Quest’anno ho frequentato pochissimo il mondo delle ristampe, ma almeno un titolo bisogna citarlo, ovvero il maxi boxset dedicato alla riedizione del primo album di Liz Phair.

Che dire d’altro? Buon ascolto!!

Lino Brunetti

DISCO DELL’ANNO

LOW – DOUBLE NEGATIVE

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GLI ALTRI QUINDICI

JULIA HOLTER – AVIARY

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TY SEGALL – FREEDOM’S GOBLIN

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DANIEL BLUMBERG – MINUS

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MATTIEL – MATTIEL

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IDLES – JOY AS AN ACT OF RESISTANCE

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MARIANNE FAITHFULL – NEGATIVE CAPABILITY

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RYLEY WALKER – DEAFMAN GLANCE

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SPAIN – MANDALA BRUSH

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ANY OTHER – TWO, GEOGRAPHY

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COURTNEY BARNETT – TELL ME HOW YOU REALLY FEEL

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KURT VILE – BOTTLE IN IT

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FUCKED UP – DOSE YOUR DREAMS

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CALIBRO 35 – DECADE

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BODEGA – ENDLESS SCROLL

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MARC RIBOT – SONGS OF RESISTANCE 1948-2018

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E ALTRI QUINDICI

GNOD – CHAPEL PERILOUS

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ANNA VON HAUSSWOLFF – DEAD MAGIC

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PARQUET COURTS – WIDE AWAKE!

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CAT POWER – WANDERER

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OHMME – PARTS

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ANNA CALVI – HUNTER

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CLOUD NOTHINGS – LAST BUILDING BURNING

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DRINKS – HIPPO LITE

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THE EX – 27 PASSPORT

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MIND OVER MIRRORS – BELLOWING SUN

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THE NECKS – BODY

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JON HOPKINS – SINGULARITY

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SONS OF KEMET – YOUR QUEEN IS A REPTILE

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ONEIDA – ROMANCE

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RY COODER – THE PRODIGAL SON

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RISTAMPA DELL’ANNO

LIZ PHAIR – GIRLY SOUND TO GUYVILLE

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Potete ascoltare la playlist anche qui!